Ampliare e smettere

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Carlo Moiraghi*

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Taotejing 48. Dimenticare il sapere

Studiare è aumentare ogni giorno,

procedere lungo la via è diminuire ogni giorno.

Diminuire e diminuire e raggiungere il non agire.

Non fare e nulla non viene fatto.

L’impero si governa senza fare,

mentre con il fare non si può governare tutto sotto il cielo.

        

Ampliare l’area della coscienza.

Quando ero bambina mio nonno usava dire così.

Ampliare l’area, il centro, la periferia e farli coincidere.

Ampliarli e rimpicciolirli, farli elastici e pulsanti come le mammelle nelle labbra dei cuccioli.

Fare dei nostri occhi non la finestra sul mondo e neppure la finestra attraverso cui il mondo guarda dentro di noi.

Che c’è da guardare?

Fare dei nostri occhi il perimetro stesso ed il centro dell’orizzonte.

Noi e l’orizzonte, pupilla ed iride dell’esistente.

E guardato fuori e dentro di me, e scoperto e compreso davvero, nel corpo e nel cuore, come le impronte del passo celeste, le costellazioni e le stelle, i graffiti del cielo, siano in tutto specchio ed immagine degli umori profondi di vita che nelle gocce di brina sugli steli dell’erba nel campo segnano le fusa rotonde della madre terra nelle ore prima dell’alba, scoperto questo richiuderli gli occhi, per ora.

E richiudendoli finalmente vedere.

Vedere senza guardare.

E non cercare, non chiedersi, non pensare.

Non scrivere più.

Neppure parlare.

E dimenticare.

Dimenticare le cose, tutte le cose, che comunque sempre ne chiamano e pretendono altre e altre e altre, sempre ed ancora, in catene senza fine sempre altre cose.

E dimenticare la storia anonima, armoniosa o incerta del proprio nome.

Dimenticare numeri e nomi, azzerare la cifra.

Fare bonaccia e deserto.

Non chiedere e non rispondere.

Scordare le punteggiature, le parole, il verbo.

Vivere.

Vivere ad occhi richiusi.

Ad occhi richiusi indovinare immagini e forme.

E riconosciuto come fuggire in avanti sia le più volte ancora più penoso e triste e vano della certo più sana fuga nelle retrovie, non fuggire più.

Vivere senza fuggire.

Ne siamo capaci?

Il difficile è vivere.

Ed è il bello.

Oltre l’umiltà, l’umidità, la ricerca, la ricetta.

Oltre l’unità.

Oltre la certezza e oltre il dubbio. Oltre la riuscita.

Oltre bellezza e splendore. Oltre la mediazione e la meditazione. Oltre l’ombra.

Oltre intenzione e volontà. Oltre il caso.

Oltre la contemplazione.

Oltre lo sforzo.

Oltre il ricordo e il ritorno.

Oltre nascita e crescita e riunione. Oltre totem e sciamano.

Oltre il respirare.

Oltre il condensare, il concentrare, il cristallizzare se stessi.

Oltre la mano.

Oltremare e oltre morte.

Oltre Marte.

Oltre il mirto.

Oltre le more e il loro campo.

Oltre trasformazione e premeditazione.

Oltre la semplicità. Oltre il tabù.

Oltre il sentimento, il pentimento, il ferimento e l’annullamento di sé. Oltre la digestione.

Oltre la disperazione.

Oltre il dare.

Oltre il vento e oltre il sole.

Oltre ogni dire.

Oltre dio e oltre ogni addio.

Oltre il pensiero e il sentiero. Oltre l’eco.

Oltre padre e madre e nonno e sorella gemella.

Oltre la luna e le sue lune.

Oltre il sale e oltre il sasso. Oltre il sesso.

Oltre l’arte e oltre l’orto.

Oltre l’urto.

Oltre l’irto crinale.

Oltre l’esperienza e oltre l’urto.

Oltre il fatto. Oltre l’atto. Oltre il patto e il rapimento.

Oltre l’intelligenza e i suoi sgherri. Oltre la consapevolezza.

Oltre la senza sapevolezza. Oltre l’acuzie dolorosa.

Oltre la fluidità. Oltre l’immobilità.

Oltre l’impotenza e il toccare.

Oltre l’assenza, oltre l’assenzio.

Oltre la libertà, oltre il bisogno. Oltre il sapore e oltre il sogno.

Oltre il buio.

Oltre il matto e la sua segreta compagna. Oltre il saggio.

Oltre o prima.

Oltre e prima.

Fuori è dentro, di fronte è attraverso, già è non ancora.

Non riconoscere le differenze.

Vivere e basta.

Intirizzita di immobile brina.

Vivere e basta.

Qualunque ne sia significato e costrutto.

Vivere ciò che c’è, ciò che sono, ciò che mi attende, ciò che non mi attende.

Vivere e basta.

Vivere senza procedere.

Vivere.

Basta con le corse nel cerchio.

Che cerchio è questo fatto solo di rugiada?

Come riconoscere nella sua trasparenza la nostra immagine?

Fra cento anni di noi non si avrà voce, nome, pensiero, ricordo.

Quale soggetto pretendiamo di essere?

Quali corse, azioni, crescite, gioie, affanni, incertezze, insufficienze pretendiamo nostre?

Quale è il soggetto? Chi è?

Uno nessuno cento e mille e mille.

Chi rende un individuo me, voi, chiunque abbia respirato in passato o in futuro, chiunque abbia fatto radici e fruttificato o si sia inaridito in disparte, chiunque abbia urlato nel suo primo vagito la sua voglia di ventre, chiunque abbia provato, esperito la vita?

La vita, è la vita che vive.

Nutre chi vive e ne vive.

Svenuta in un deserto svenuto, vivevo.

Pensieri sfumati e fragili, come i soffioni nel campo d’estate, carezzavano rari le dune di sabbia gelata.

Mi sfioravano.

Pensieri come sussurri.

Ampliare l’area della coscienza.

Come ritrovare mio nonno ora?

Dove cercarlo ora che credevo di sapere?

Come comunicargli che finalmente avevo compreso?

“Dove sei nonno?”

Ampliare l’area della coscienza significa annullarla.

Perderla.

Perdere la coscienza.

Dimenticare sé stessi.

Smettere.

E divenire così altro.

Divenire l’altro da sé.

Altro se stesso.

E intanto la voce diveniva me stessa.

In me la voce del deserto e la voce del nonno e forse altre voci ancora, sembravano specchiarsi fino a coincidere.

L’impressione era che coincidessero nei fatti.

Fu allora che mi ricordai della realtà.

Forse la realtà si ricordò di me e mi raccolse.

Riaffiorai a me stessa.

“Sei tu, nonno?”

Udivo la mia voce come rimbalzare verso di me da scalinate lontane.

“Sei tu, nonno?”

Una mano ora sfiorava la mia fronte.

Mi carezzava la mente e il cervello.

Era gesto di tenerezze dimenticate, sensazione che mi riportava altrove, in un passato che forse non era esistito.

Presto il passato ritornò nell’ombra da cui proveniva.

E io riemergevo.

La mano pettinava i miei capelli.

“Sei tu, nonno?”

Nulla.

Neppure il silenzio mi rispondeva.

La cantilena presto ricominciò.

Lente due braccia mi stavano ora abbracciando.

In quel tepore di vita sconosciuta che mi cullava sempre più scivolavo tenue in me stessa.

“Sei tu, nonno?”

Vivevo.

“Chi sei?

Chi sei tu che canti?

Chi sei tu che mi abbracci? ”

Lenta la voce rispose.

Vicinissima a me.

“Non chiederti, non chiedere chi sono.

Non ho, non v’è, risposta.

Non si esiste in assoluto.

Non sempre vi è un nome.

Ciò che si è, lo si è nella vita, in questa vita intendo, in ciò che questa vita sostiene, il mondo e tutti i viventi.

Chiedi, chiediti chi sono per te.

Per te io sono il soffio, l’aiuto, il nonno, la nonna, la complice, l’alleata, l’amica.

Per te sono stata la voce del deserto.

Per te ho cantato quando le palpebre del deserto, le sabbie, si alzavano la notte e ti ricoprivano di vento e di turbini freddi.

Per te ho sussurrato i misteri.

E’ alla mia voce che il mistero ti ha voluto incontrare.

Alla mia voce tu hai saputo incontrare te stessa.

E ancora conviene che ascolti.

Conosco il tuo cuore.

Le intenzioni che avrai.

Conviene che ascolti.

Conviene che tu sappia ciò che presto andrai ad incontrare, chi hai già incontrato ma da molto tempo dimenticato.

E sappi che chi ritorna dall’abbraccio della luna ritorna perché sa.

Ritorna perché ha riconosciuto il suo intento, e lo ha scelto, e ritornando lo attua.

Ritorna per attuare sé stesso, e il suo intento riluce.

Per questo conviene che ascolti la mia voce quando canta per te”.

Poi venne ancora il silenzio. A lungo.

Tacque anche il deserto.

“Sei tu, nonno?”

Seguì un silenzio, insieme di freddo e di tepore, di nulla e di vita.

Ancora più a lungo.

 

Taotejing 20. Diverso dal comune

Smettetela con la cultura e sparirà ogni preoccupazione.

Fra un “sì” e un “oh, certo” chiarire la più lieve differenza.

Il bene non è il male, chiarire in che modo.

Temere, ma proprio solo quello che temono gli altri.

Studiare non ha mai fine e non si viene mai a capo di nulla.

La gente è sempre tutta contenta, come alla festa del sacrificio del bue,

come a primavera quando si sale sulla torre degli spiriti.

Io solo resto indifferente, non ho desiderio alcuno.

Sono come un neonato che non ha ancora nessuna espressione.

La gente possiede di tutto, io invece manco di tutto.

Io cuore d’idiota, scemo perfetto scemo.

La gente è piena di certezze, io invece incarno l’incertezza.

La gente vede lontano lontano, io sono l’unico miope,

indifferente come un mare piatto, inconsistente come un alito di vento.

Tutta la gente sa precisamente cosa vuole e lo fa,

io invece mi sento l’unico impedito, fatto e finito.

Sono ben differente dagli altri e la mia mamma ancora mi allatta.

 

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