Farmacologia Cinese, presentazione

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Lucio Sotte

 

Questo quinto volume della collana “Trattato di Agopuntura e Medicina Cinese” della CEA è dedicato alla Farmacologia Cinese ed è il risultato di un lungo lavoro durato oltre un ventennio, iniziato nella seconda metà degli Anni ’80 e giunto ad una definitiva sistematizzazione proprio con l’edizione di quest’opera. Ne ripercorro volentieri le tappe principali perché ciò mi permette di rievocare molti avvenimenti della mia vita e, contemporaneamente, della storia dell’introduzione della farmacologia e della medicina tradizionale cinese nel nostro paese.

Nel 1983, durante il mio primo viaggio di studio in Cina, ebbi l’occasione di visitare le Università di Medicina Tradizionale Cinese di Nanchino e Shanghai e l’Ospedale Guan An Men di Pechino e mi resi conto “de facto” che la medicina cinese praticata nel suo paese di origine si discostava notevolmente da quella che mi era stata insegnata fino ad allora in Italia ed in Europa.

All’inizio degli Anni ’80 per noi medici italiani la medicina cinese si identificava e si confondeva con l’agopuntura, invece, nel corso della mia lunga visita in Cina, mi resi conto che nelle Università di Medicina Tradizionale Cinese il sistema medico che veniva insegnato e praticato si fondava su un vasto complesso di conoscenze di base – assai più ampie ed approfondite di quelle che mi erano state insegnate – in ambito di anatomofisiologia, eziopatogenesi, semeiologia, diagnostica e clinica e, a livello di trattamento, comprendeva numerose tecniche terapeutiche di alcune delle quali io non avevo fino ad allora nemmeno sospettato l’esistenza. L’agopuntura occupava senza dubbio un posto rilevante tra le varie metodiche di terapia in quanto era forse la più originale, ma era in buona compagnia con altre tecniche che in Cina venivano utilizzate più spesso e più diffusamente dell’agopuntura stessa: tra queste la farmacologia cinese la faceva da padrona, insieme al massaggio, alle ginnastiche mediche e alla dietetica farmacologica che potremmo forse meglio definire nutriceutica cinese.

 

Sembra impossibile al giorno d’oggi – in un mondo ormai avviato sulla strada della globalizzazione – pensare che lo scambio di conoscenze tra Oriente ed Occidente, in ambito medico, fosse così irrilevante appena 30 anni or sono, eppure questa è la realtà. Questo stato di cose derivava dagli scarsissimi rapporti scientifico-culturali che erano la conseguenza della situazione geopolitica di quel periodo, caratterizzato dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla divisione internazionale in due grandi sfere di influenza quasi impermeabili tra loro: quella sovietica e quella del blocco occidentale. Derivava inoltre dal fatto aggravante che, in questa divisione, la Cina era ancor più relegata ed isolata di molti altri paesi a causa dei suoi problemi politici interni, della rottura dei rapporti con l’Occidente dopo la guerra di Corea e quella del Vietnam, del congelamento dei rapporti con l’Unione Sovietica e con l’India e del lungo periodo di guerra civile (’66-’76) della cosiddetta “Rivoluzione Culturale” che era da poco concluso e che aveva lasciato i suoi strascici per tutto il decennio successivo.

Quando arrivai in Cina nel 1983 – con l’unico aereo che una volta al giorno collegava Hong Kong a Shanghai – scoprii una realtà che non avrei mai immaginato: il paese, che usciva dalla Rivoluzione Culturale, era anche visivamente simile a quello dell’inizio del XX secolo, perché nulla di nuovo era stato ancora edificato ed in compenso molto era stato distrutto. La Cina era fortemente provata dalle ferite che le erano state inferte dagli ultimi 70 anni di storia i quali avevano creato le condizioni per la fine dell’Impero, la proclamazione della Repubblica Popolare e la rinnovata unità del paese sulle sofferenze subite per decenni da vasti strati della popolazione. Si intravvedevano (o meglio ancora si immaginavano) appena i segni della ripresa che avrebbero portato la Cina ai grandi successi in ambito industriale, commerciale e politico degli ultimi anni.

Anche la medicina tradizionale cinese aveva grandemente sofferto per il clima politico e culturale che a partire dal XIX secolo e per larga parte del XX aveva regnato in Cina, tant’è vero che le Facoltà di Medicina Tradizionale Cinese avevano ricominciato a tenere i loro corsi solo a partire dalla seconda metà degli Anni ’50: dal 1955 a Pechino e Shanghai e dal 1956 a Canton, Nanchino e Chengdu.

 

Ricordo il mio stupore durante la mia prima visita all’Ospedale Guan An Men di Pechino, quando entrai nella farmacia piena di lunghissimi armadi con centinaia di cassettoni aperti, ricolmi di un’infinità di differenti erbe medicinali; da questi i farmacisti attingevano con i piatti di rame di minuscole bilance le dosi per le prescrizioni. Le preparavano per i numerosissimi pazienti in attesa di ricevere la confezione della loro ricetta al di là degli sportelli.

A quel tempo ero abituato a lavorare tutti i giorni in sala operatoria ed in terapia intensiva e questa medicina a base di rimedi naturali era così distante dal mio standard a base di endovene, respirazione assistita e nutrizione parenterale totale!

Ho ancora negli occhi un’immagine che talvolta si riaffaccia alla mia memoria: quella di una farmacia di strada di Nanchino che stava proprio di fronte all’albergo in cui soggiornavo. Sono rimasto incantato per oltre mezz’ora a contemplare il via vai dei clienti e la manualità dei farmacisti che li servivano, il tutto condito dal clima surreale di ricette e ricevute che giravano per la farmacia andando dal bancone alla cassa e viceversa attaccate a mollette da bucato. Tento di descrivere la scena che si è configurata davanti ai miei occhi. I clienti, dopo una fila di 15-20 minuti, presentavano le loro ricette al bancone sul quale i farmacisti, forniti della solita piccola bilancia manuale, iniziavano la loro preparazione, correndo da un capo all’altro della farmacia e da un cassetto all’altro dei lunghi armadi per pesare e poi miscelare i vari rimedi su dei fogli quadrati di carta di riso appoggiati sul bancone che dovevano racchiudere ognuno la dose giornaliera dei vari rimedi. Una volta terminata questa prima operazione, le dosi venivano chiuse con pochi gesti accurati e misurati e accuratamente sigillate con la piegatura dell’ultimo lembo libero della carta, realizzando una sorta di origami artigianale. Solo a questo punto la ricetta, secondo la quale le dosi erano state confezionate, veniva inviata dal farmacista alla cassa, che stava nell’angolo opposto della farmacia. La ricetta viaggiava attaccata con una molletta di legno ad un complicato sistema di cordicelle che, correndo radenti alle pareti ed al soffitto, erano azionate dal farmacista con il concorso di varie carrucole per arrivare infine dal bancone alla cassa. Una volta che la ricetta era stata trasferita, il cliente poteva pagare il conto, che veniva calcolato da un vecchio impiegato per mezzo di un complicato pallottoliere di legno. Il pagamento veniva quindi registrato e ricontrollato più volte dagli occhi vispi dell’impiegato, che sbirciavano attraverso le lenti ormai opache dei suoi piccoli occhiali rotondi con la montatura di tartaruga, su una ricevuta numerata che era infine vidimata con il tocco di un pesante timbro di pietra che veniva intinto in un tampone di lacca rossa. A questo punto ricetta e ricevuta vidimata ritornavano al bancone, fissate con la molletta allo stesso sistema di cordicelle e carrucole cosicché il farmacista potesse consegnare al cliente il sacchetto con le varie dosi dei rimedi cinesi che aveva in precedenza pesato, miscelato e sigillato.

Credo che sia stata proprio questa scena di altri tempi ad ipnotizzarmi ed incuriosirmi ancora di più a proposito della farmacologia cinese e a spingermi ad iniziare il complicato cammino che ha portato alla realizzazione di questo volume.

 

Tornato in Italia iniziai a raccontare quanto avevo visto e a cercare la strada per approfondire questa materia che mi aveva così incuriosito ed interessato ma, nonostante interpellassi tutti coloro che nel mondo medico ed accademico pensavo potessero aiutarmi, capii che nel nostro paese nessuno sapeva nulla di farmacologia cinese ed anche i testi in lingua straniera, inglese o francese, erano scarsi, scadenti o introvabili. A questo punto mi resi conto che, nonostante fossimo alla fine del XX secolo, io e qualche altro medico agopuntore di mia conoscenza eravamo realmente i primi ad interessarci di questa antichissima materia della quale, nel nostro sviluppato paese alle soglie del III millennio, fino ad allora si ignorava persino l’esistenza.

Così, fu per dare finalmente una risposta alla nostra curiosità che, insieme a pochi altri colleghi della Scuola Italiana di Medicina Cinese di Bologna, organizzai il primo corso di approfondimento sulla farmacologia cinese per un piccolo gruppo di appassionati. In questo corso prendemmo dimestichezza per la prima volta con i rudimenti di questa disciplina sfruttando i pochi strumenti a nostra disposizione e le nostre seppur iniziali conoscenze e, nell’autunno successivo, iniziammo ad insegnare a Bologna ai nostri allievi in un’Aula del Policlinico Sant’Orsola quel che avevamo imparato: la natura, il sapore dei singoli rimedi, i canali destinatari e le prime semplici ricette di base. A questo primo corso di aggiornamento ne seguirono molti altri che ricordo con grande piacere per l’entusiasmo e la passione con i quali venivano vissuti ed organizzati. In particolare ne ricordo due che tenemmo nel mio ambulatorio di Civitanova Marche nell’autunno del 1990 con la partecipazione del prof. Song Xuan Ke che avevo conosciuto a Londra la primavera precedente e che avevo invitato in Italia per aiutarci nella sistematizzazione delle nostre acquisizioni e soprattutto nella pratica clinica. L’utilizzo della farmacologia cinese esige infatti una precisione diagnostica assai più raffinata di quella necessaria per la pratica dell’agopuntura.

Nel frattempo la nostra bibliografia si arricchiva attraverso interminabili ricerche nelle librerie mediche in Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Cina, le nostre conoscenze si andavano ampliando ed approfondendo sempre di più e, dalla fine degli Anni ’80, iniziammo ad organizzare dei corsi stabili di farmacologia cinese all’interno della Scuola Italiana di Medicina Cinese di Bologna, prima al Policlinico Sant’Orsola e poi all’Ospedale Maggiore ed in altre sedi. I corsi all’inizio furono annuali, successivamente divennero biennali e si sono protratti fino ai nostri giorni. Furono indubbiamente l’occasione per approfondire lo studio di questa materia e per divulgare le nostre conoscenze a tanti allievi che stavamo contagiando con il nostro entusiasmo e la nostra passione.

In quegli anni stringemmo relazioni sempre più strette con le Facoltà di Medicina Tradizionale Cinese in Cina ed in particolare con quella di Canton.

Nel dicembre del 1990 infatti mi recai a Canton, con una lettera di presentazione del prof. Song Xuan Ke, ed avviai i primi contatti con la Facoltà di Medicina Tradizionale Cinese che si precisarono attraverso una lunga serie di rapporti epistolari durante la primavera e l’estate successive e si conclusero nell’ottobre del 1991 quando sottoscrissi un primo Memorandum di Intesa, rinnovato successivamente nel 1996 e nel 2001. L’accordo era relativo precisamente ad una collaborazione sulla farmacologia cinese in ambito didattico e clinico tra la Scuola da me rappresentata e la Facoltà di Medicina Tradizionale Cinese di Canton. Concordammo con i responsabili di questa Università un programma di base che prevedeva la conoscenza di 230 rimedi (divisi in 170 principali e 60 secondari) e di 150 ricette (divise in 100 principali e 50 secondarie) ed iniziammo una stretta collaborazione didattica attraverso degli stages teorico-pratici tenuti in Italia presso la nostra Scuola ed i nostri ambulatori dai più insigni insegnanti dell’Università cinese. In particolare ci avvalemmo della consulenza del prof. Liang Song Ming, direttore del dipartimento di farmacologia cinese della Facoltà di Medicina Cinese di Canton, successivamente del prof. Qiu Zhu Yi, direttore del dipartimento di cardiologia, che attualmente insegna a Los Angeles, del prof. Xie Jin Hua, esperto di farmacologia cinese, emigrato alcuni anni or sono a Chicago e della dott.ssa Dai Lian Yi che operava invece presso l’Ospedale Provinciale di Medicina Tradizionale Cinese di Canton.

La grande propria passione per questa materia, per quanto mi riguarda, si concretizzò in un primo lavoro di sistematizzazione dei principi e delle ricette di farmacologia cinese che è stato l’occasione per la redazione e pubblicazione di quattro libri che sono gli antenati del volume che sto presentando: “La Farmacoterapia Cinese: Manuale delle Prescrizioni” edito da Qiu Tian venti anni or sono, nel 1989, “Farmacologia Cinese” edito dalla red edizioni di Como nel 1992, Ricette Naturali Cinesi edito nel 1994 a cura della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese e “Fitoterapia Cinese” edito dalla red edizioni di Como nel 1998. Nel frattempo anche Massimo Muccioli e Lucio Pippa, colleghi e coautori di questo volume con i quali era avviata da tempo una feconda collaborazione, stavano approfondendo l’argomento dello studio e sistematizzazione dei singoli rimedi che esitò nella messa a punto del  volume “La Farmacologia Cinese: Sostanze e Rimedi Naturali della Medicina Tradizionale Cinese” edito da Qiu Tian nel 1992.

Si può senza ombra di dubbio affermare che l’attuale volume “Farmacologia Cinese” rappresenta una sintesi e una riorganizzazione dei contenuti delle cinque opere che ho appena elencato che sono state rivisitate e aggiornate con il contributo paziente del dott. Piero Quaia, della cui competenza e precisione non avevo dubbi, dal momento che ha collaborato con me per lunghi anni come traduttore, redattore e infine vicedirettore della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese che ho diretto fino allo scorso anno.

Il volume inoltre si è avvalso dell’opera di altre due autrici: la dott.ssa Margherita Piastrelloni, che ha curato la parte iniziale dedicata a presentare i principi della farmacologia cinese, e la dott.ssa Emanuela Naticchi, alla quale ho affidato l’approfondimento relativo alla ricerca clinica e sperimentale e alla composizione chimica dei rimedi cinesi, conoscenze che non potevano mancare in un testo sulla farmacologia cinese che si rivolge al mondo medico ed accademico del nostro paese.

Un ulteriore contributo sulla farmacoepidemiologia e farmacovigilanza in farmacologia tradizionale cinese nel nostro paese è stato realizzato da Alfredo Vannacci e Vittorio Mascherini.

Mentre la Scuola Italiana di Medicina Cinese divulgava la farmacologia cinese a Bologna, in altre città ed altre scuole di agopuntura italiane nasceva la stessa curiosità e lo stesso interesse per questa nuova materia e fu così che, in occasione del Congresso della SIA (Società Italiana di Agopuntura) di Bardolino nell’autunno del 1991, si riunì per la prima volta un gruppo di appassionati di farmacologia cinese con lo scopo di verificare la possibilità di fondare una Società italiana che avesse come obiettivo l’approfondimento di questa materia, la sua pratica clinica, la sua divulgazione, lo scambio delle nostre esperienze. Tra i partecipanti a questo primo incontro ricordo Caterina Martucci, Grazia Rotolo e Giulio Picozzi dell’Associazione MediCina di Milano, Roberto Gatto della Sowen di Milano, Riccardo Morandotti e Bruno Viggiani della Scuola dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, Alessandra Gulì e Secondo Scarsella dell’Associazione Nanchino e Roberto Pulcri della Società Omoios di Roma. Dopo una serie di incontri preliminari tenuti all’Ospedale Fatebenefratelli di Roma organizzati, con la regia di Riccardo Morandotti, allo scopo di mettere a punto il programma e definire nei dettagli lo statuto, la maggioranza dei promotori si riunì nell’inverno del 1992 a Forlì dove, con l’aiuto logistico di Mariella e Giorgio Di Concetto, fu fondata la SIFCET, la Società Italiana di Farmacologia Cinese e Tradizionale che ho avuto l’onore di presiedere per i primi due mandati con la fattiva collaborazione di Alessandra Gulì come tesoriera e di Grazia Rotolo come segretaria.

Nei primi anni dalla sua fondazione la SIFCET ha svolto un ottimo lavoro ed ha iniziato a normare ed omologare in Italia la formazione relativa alla farmacologia cinese così come la FISA (Federazione Italiana delle Società di Agopuntura) faceva negli stessi anni per l’agopuntura. Un altro ottimo risultato degli incontri della SIFCET è stato quello di fissare per tutte le Scuole aderenti un programma minimale comune che si fondava sullo studio di 230 rimedi e 150 ricette.

Fin dal primo istante in cui abbiamo iniziato a studiare la farmacologia cinese abbiamo avuto il grandissimo problema del reperimento in Italia dei rimedi cinesi, per poterli identificare prima e successivamente iniziare ad utilizzare. I primi tempi sono stati realmente pionieristici perché, non esistendo in Italia nessun commercio di fitoterapici cinesi, dovevamo, per poter venire in possesso di piccole quantità di farmaci, affidarci ad amici che andavano in Cina o a quelli che tornavano dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti dove la farmacologia cinese era ormai abbastanza sviluppata.

Ricordo ancora con piacere e nostalgia il pomeriggio del giorno di Natale del 1990 che ho passato nella China Town di San Francisco dentro una farmacia cinese a confezionare col farmacista 380 sacchetti in cui avevamo racchiusi pochi grammi dei 380 differenti rimedi cinesi (molti dei quali sono presentati in questo volume) che stavo studiando e desideravo riportare a casa per realizzare un erbario su cui iniziare a riconoscere la differenza tra la foglia del gelso, il ramo della cannella o la corteccia dell’eucommia. Nella foga del confezionamento dei 380 sacchetti persi il bus ed arrivai tardi alla cena di Natale mentre mia moglie ed i miei figli mi aspettavano a casa di amici che non riuscivano a capacitarsi perché avessi impiegato tutto il pomeriggio per riportare a casa due sporte di “erbe secche”!

Ricordo anche il rientro da quel viaggio quando, alla dogana dall’aereoporto di Fiumicino un pastore tedesco dei finanzieri cominciò ad annusare con troppa insistenza i miei bagagli. Fortunatamente desistette dopo un po’ e potei lasciare l’aereoporto senza dover spiegare ai finanzieri che cosa contenevano i 380 sacchetti che erano racchiusi nel mio borsone. Forse non avrei fatto troppa fatica a convincerli che ero un “corriere” soltanto di erbe cinesi visto che nell’altra valigia c’erano una ventina di chili di libri di farmacologia cinese che acquistati in due bookstores vicino alle Università di Berkeley e di Standford.

I nostri problemi di approvvigionamento di farmaci finalmente iniziarono a risolversi quando, alla fine degli Anni ’80, fu fondata a San Marino una ditta di farmacologia cinese che ci permise di incominciare sul serio a praticare quanto da tempo studiavamo: si tratta della Qiu Tian che sento il dovere di ringraziare pubblicamente in questa prefazione, in particolare nelle persone di Giovanna, Laura e Barbara, che fin dall’inizio ci hanno permesso di curare i nostri pazienti mettendoci a disposizione i farmaci cinesi e di proseguire così anche il nostro lavoro di studio, approfondimento e didattica clinica. Senza di loro la realizzazione di questo volume sarebbe stata impossibile perché non saremmo stati in grado di verificare concretamente sul campo le teorie della farmacologia cinese che stavamo faticosamente conquistando.

Ritengo inoltre doveroso ringraziare alcuni membri del mondo medico ed accademico italiano che mi hanno dimostrato nel corso degli anni la loro stima per il lavoro che stavamo realizzando e mi hanno incoraggiato a proseguirlo. In primo luogo il prof. Italo Taddei, docente di Farmacologia presso la Facoltà di Farmacia dell’Università degli Studi di Siena, purtroppo prematuramente scomparso. È stato senza dubbio il vero pioniere della fitoterapia italiana perché appassionato di questa materia da tempi immemorabili e ha inaugurato alla fine degli Anni ’80 presso la Facoltà di Farmacia di Siena i primi Master universitari del settore che sono stati poi, molti anni dopo, duplicati da molte altre Università italiane. Fin dagli inizi il prof. Taddei mi ha invitato a tenere delle lezioni di farmacologia cinese ai suoi allievi dimostrando la sua sensibilità per questo capitolo della fitoterapia così antico in Cina e così nuovo per noi occidentali.

Ringrazio la prof.ssa Daniela Giachetti, attuale presidente della SIFIT (Società Italiana di Fitoterapia), che ha raccolto a Siena l’eredità del prof. Taddei e la sua passione per la fitoterapia ed ha proseguito il suo lavoro di introduzione, diffusione, approfondimento di questa complessa materia in ambito scientifico ed accademico.

Ringrazio inoltre il dott. Fabio Firenzuoli, presidente dell’ANMFIT, Associazione Nazionale Medici Fitoterapeuti e direttore del Centro di Medicina Naturale della ASL di Empoli – Centro di Riferimento per la Fitoterapia della Regione Toscana, per lo spazio che ha sempre voluto dedicare alla farmacologia cinese all’interno delle manifestazioni da lui organizzate e delle iniziative da lui promosse per diffondere in Italia l’uso della fitoterapia e per la presentazione di questo volume.

Altri ringraziamenti spettano ai rappresentanti del mondo editoriale che hanno saputo accogliere questa nuova disciplina assolutamente sconosciuta in precedenza in Italia in tempi ormai storici: sono grato a Maurizio Rosember Colorni della red edizioni di Como, a Giorgio Albonetti ed Elio Rossi delle Riviste NATOM e Medicina Naturale che alla fine degli Anni ’80 ed all’inizio degli Anni ’90 hanno creduto nell’utilità di “iniziare a parlare” di farmacologia cinese.

Un ultimo ringraziamento a Guido Natale della CEA per l’intrapresa del grande progetto editoriale di una intera collana di volumi dedicati alla medicina cinese ed a Stefano Villani che ha seguito con pazienza e professionalità l’edizione di questo e degli altri volumi.

Concludo questa prefazione con una constatazione ed un augurio.

Nel corso degli ultimi 25 anni la farmacologia cinese è finalmente approdata in Italia: ciò è avvenuto per l’impegno profuso da molti colleghi medici che si sono appassionati allo studio, alla didattica ed alla pratica clinica di questa disciplina.

L’edizione di questo volume permetterà certamente ai medici italiani che vorranno interessarsi di farmacologia cinese di avere a disposizione uno strumento fondamentale per poter intraprendere il lungo percorso della sua acquisizione.

L’augurio con cui desidero concludere è che altri possano proseguire il lavoro da noi iniziato di introdurre la farmacologia cinese in Italia; si tratta ora di diffonderla sempre più capillarmente e, soprattutto, di integrarla con la biomedicina. Occorrerà promuovere un grande impegno in ambito di ricerca clinica e sperimentale sui rimedi e sulle antiche ricette cinesi coinvolgendo le Facoltà di Medicina e Chirurgia e quelle di Farmacia; sono convinto che questo impegno potrà fornire a chi se ne assumerà l’onere grandi soddisfazioni e brillanti risultati!

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