L’Annunziata o Santa Maria a Piè di Chienti?

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Lucio Sotte, Direttore di Olos e Logos: Dialoghi di Medicina Integrata

Un grande tesoro ed un luogo di meditazione e di pace a due passi dalla mia dimora che oramai è diventato una sorta di casa dell’anima mia: così ho sempre considerato la chiesa dell’Annunziata, anzi “Santa Maria a Piè di Chienti” come molti la chiamavano tanti anni fa e come io l’ho conosciuta. Si trova ad un chilometro dall’uscita di Montecosaro della superstrada 77 Civitanova-Macerata-Tolentino che costeggia il corso del fiume chienti.

Vi consiglio di visitarla se passate da queste parti e se volete fare un’esperienza indimenticabile che vi riconcilia con voi stessi facendovi fare un tuffo di quasi 10 secoli nel senso religioso del passato, mentre vi apre il cuore e lo sguardo all’infinito.

La basilica, costruita in laterizio in stile romanico nel 1125 – come attestano due epigrafi al suo interno – è il rifacimento di un altro edificio religioso precedente dell’ottavo secolo d.C. Faceva parte di un complesso monastico ormai scomparso. Possiede una forma architettonica molto originale, soprattutto in Italia, che riprende elementi delle chiese francesi di stile borgognone.

Ha una pianta basilicale a tre navate con quella centrale più larga e alta coperta da un tetto a capriate e quelle laterali più basse e coperte da un susseguirsi di volte a croce che sono anche il sostegno del matroneo al piano superiore che percorre ai lati tutta la navata centrale e si chiude in avanti formando, al di sotto dell’abside superiore, un secondo presbiterio con un altare sopraelevato al primo piano. È chiusa da due absidi semicircolari sovrapposte delle quali quella di base, più grande, presenta tre eleganti cappelle radiali, mentre quella più piccola in alto chiude – come già accennato – una sorta di secondo presbiterio al livello del piano del matroneo.

Una volta era in piena campagna ed era la meta preferita delle mie uscite in bicicletta del periodo del liceo quando, nei pomeriggi assolati estivi, primaverili o autunnali, esploravo pedalando il territorio intorno al mio paese. Ci si poteva arrivare anche percorrendo soltanto una decina di chilometri di strade brecciate e bianche di campagna che costeggiavano il fiume e che ormai sono tutte asfaltate, ma allora davano all’uscita un senso di avventura e libertà.

Appena entrati, gli occhi venivano abbagliati dall’oscurità che poi, nel corso di qualche decina di secondi si trasformava in penombra, non appena le pupille si adattavano mano a mano al buio. La luce fioca entrava dalla finestre di alabastro tingendosi di un misto di giallo, panna, bianco e marrone e colpiva i laterizi degli interni sfumandoli di un fioco chiarore come in una morbida carezza.

Il silenzio assoluto della navata centrale dava un senso di tranquillità che, mescolato con la freschezza dell’aria sulla pelle, sul volto e sulle labbra accaldati dalla pedalata e con una nuance di muffa che penetrava nelle narici, colpiva tutti sensi quando si immergevano le dita per un rispettoso segno di croce nell’acqua benedetta che era raccolta e conservata fresca nel bacino dell’acquasantiera di pietra. Era stata ricavata da un antico capitello rovesciato e scavato che era sostenuto da una tozza colonna e situato accanto al pilastro dell’ingresso.

A questo punto lo sguardo era attirato dal Cristo in croce appeso al centro della navata centrale davanti al presbiterio inferiore che è nascosto dentro un susseguirsi di volte a crociera, come in una cripta che, invece che affondata nel sottosuolo, fosse risalita a piano terra. Le braccia di Gesù sostenevano elegantemente un corpo apparentemente senza peso ed il volto sereno con gli occhi socchiusi diffondeva nella navata una pace profonda.

Entravo quasi sempre dalla navata di sinistra percorrendola sotto le basse volte a crociera che portavano verso l’abside interrotta sul retro dalle tre piccole cappelle radiali con al centro di ognuna una minuscola finestra ovale chiusa anche questa da una lastra di caldo alabastro ed illuminata da un fascio di luce soffusa ed animata dai lampi del pulviscolo.

Una volta raggiunta la navata destra salivo per le scale buie che portavano al matroneo dove un secondo altare era illuminato al centro dell’abside affrescata con il Cristo Pantocratore in una mandorla che riempiva la metà superiore e sovrastava la metà inferiore dipinta con episodi della nascita e dell’infanzia di Gesù. Sulla destra dell’abside l’Annunciazione che conferisce l’attuale nome della chiesa, un affresco un po’ sbiadito dal tempo e dalle intemperie con l’angelo Gabriele che, con un giglio in mano, si rivolge rispettoso alla Madonna.

A quel tempo facevo sempre il giro completo del matroneo, per poter cogliere con un solo colpo d’occhio il soffito a capriate, gli affreschi del prebiterio superiore, il Cristo crocifisso al fondo della navata inferiore, la fuga delle volte del matroneo e spesso una o due anziane donne di campagna che, inginocchiate in uno dei banchi della navata centrale, rinnovavano la loro fede e si ritempravano dalle le fatiche dei campi nel fresco e nella pace dell’Annunziata. Ritornavo infine al pianerottolo davanti alle scale dove scendeva da un foro nel soffitto la fune della campana che confesso di aver troppe volte tirato non riuscendo a resistere alla tentazione di suscitare il suo ripetuto rintocco. Poi giù di corsa verso l’ingresso laterale per un veloce segno di croce prima di inforcare la bicicletta e via a pedalare prima che il prete venisse a controllare come mai la campana avesse suonato fuori orario!

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