Il concetto di relazione

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Aldo Stella*

 Per approfondire il discorso sulla spiegazione scientifica, avevamo annunciato che avremmo trattato il tema della relazione. Dicevamo che si potrebbe affermare che l’esperienza è un insieme di fenomeni che sono organizzati in forza di un tessuto di relazioni (textus), così che conoscere, anche scientificamente, la realtà significa individuare e calcolare i nessi che sussistono tra gli eventi, ossia “disfare” la tessitura a muovere da un “filo conduttore”. Il punto, ora, è chiarire proprio il concetto di relazione, perché questa chiarificazione può essere importante per intendere adeguatamente il concetto di spiegazione.

Ordinariamente, quando si parla di “relazione” si intende un costrutto formato da due termini estremi (A e B) e un nesso (r) che li vincola. Per questa ragione si parla di costrutto mono-diadico e lo si esprime nella seguente formula: r (A, B).

La questione insorge perché il nesso, se pensato come intercorrente tra A e B, si propone come un nuovo termine, un quid medium, che unisce A e B, ma anche divide A da B. Se questo medio lo indichiamo con la lettera C, allora si vengono a configurare due nuove relazioni: quella intercorrente tra A e C e quella intercorrente tra C e B. Dalle due nuove relazioni originano due nuovi medi, e così via all’infinito.

La difficoltà, da un punto di vista logico-concettuale, di intendere la relazione come un costrutto mono-diadico era già stata evidenziata da Platone nel Parmenide, in modo tale che si è poi parlato del carattere aporetico della relazione e l’aporia è stata definita del terzo uomo, all’infinito.

In effetti, più che di aporia si dovrebbe parlare di antilogia o di contraddizione, nel senso del dicere et non dicere (non nel senso del dicere contra, che configura non una contraddizione, ma una contrapposizione). Un costrutto è contraddittorio quando nega ciò che afferma, così che esso non nega né afferma.

Ebbene, la relazione postula l’identità dei relati (A e B) e la postula secondo la forma in cui l’identità viene ordinariamente concepita e cioè tale che tanto A quanto B risultano ciascuno identico con sé stesso e per questo differente da ogni altro. A e B sono due identità, cioè due realtà che esibiscono una propria autonomia e autosufficienza, tant’è che possono venire assunte l’una a prescindere dall’altra.

Se così non fosse, se ciascuna identità non potesse venire considerata per la sua autonomia, non potrebbe nemmeno venire codificata e non si potrebbe dire A né si potrebbe dire B. Se dico A, insomma, allora con tale lettera indico un’identità che si pone indipendentemente da altro e lo stesso vale per B.

Sennonché, la relazione concilia due esigenze che non possono non escludersi reciprocamente: da un lato, postula l’identità dei relati; dall’altro, richiede che l’identità dell’uno non sia chiusa, cioè autonoma e autosufficiente, ma sia aperta all’identità dell’altro, onde giustificare il loro vincolo. Ma è bene il vincolo che non si concilia con l’autonomia delle identità, nel senso che, se A è A perché autonomo, nel momento in cui entra in relazione con B perde la sua autonomia e, dunque, cessa di essere A. Se non venisse meno come A, nessuna relazione si sarebbe instaurata.

Si potrebbe ipotizzare che A è A prima di entrare in relazione con B e diventa A1 dopo essere entrato in tale relazione (e lo stesso vale per B, che diventa B1). In questo caso, tuttavia, si riproporrebbero due nuove relazioni: quella tra A e A1 e quella tra B e B1. Così, la difficoltà precedentemente rilevata tornerebbe a riproporsi, perché tanto A quanto B dovrebbero valere come due identità che, pur essendo autonome, si porrebbero nel rapportarsi ad altro da esse.

Con questa conseguenza: un’identità aperta alla differenza non è un’identità autonoma, perché si configura in forza della relazione. Quest’ultima, pertanto, si trova a richiedere i termini come se fossero due identità distinte e autonome (A non è B), ma, insieme e contraddittoriamente, come se l’un termine si fondasse sull’altro (A c’è perché c’è B; A non può stare senza B).

Il costrutto mono-diadico, dunque, concilia l’indipendenza dei termini con la loro reciproca dipendenza e, cioè, concilia ciò che è in sé inconciliabile (Stella, 1995).

Come uscire dalla difficoltà? Ripensando il concetto di identità. Se parliamo di una identità determinata, allora non possiamo dimenticare che ciò che la de-termina, cioè la rende finita, è precisamente il limite. Se non che, il limite è tale solo per la ragione che ha due facce: una che guarda verso il limitato e una che guarda verso il limitante.

Dicevamo, nello scorso numero che se, per esemplificare, rappresentiamo il limite nella forma di una circonferenza tracciata su di una lavagna e se identifichiamo con la lettera A ciò che è circoscritto dal limite, balzerà allora evidente che A si pone soltanto per il fatto che si pone non A, che corrisponde allo sfondo della lavagna. Proprio perché si staglia su tale sfondo, A emerge nella sua identità.

Ciò significa che solo l’assoluto non necessita della relazione per porsi e proprio per questa ragione è definito “assoluto”: ab-solutum, infatti, indica ciò che è “sciolto da vincoli, da relazioni”. Di contro, se si parla di una identità determinata, la relazione alla differenza risulta essenziale. Ma, se la relazione è essenziale al costituirsi dell’identità, allora non si potrà evitare di discutere la rappresentazione che dispone non A fuori da A. La rappresentazione, infatti, induce la convinzione che una certa indipendenza possa continuare a sussistere, dal momento che A e non A occupano spazi diversi (si pensi alla circonferenza tracciata sulla lavagna).

Di contro, affermare che concettualmente non A è essenziale al costituirsi di A (e viceversa) non può non significare che la differenza viene riconosciuta come intrinseca e costitutiva dell’identità.

La relazione, insomma, non può venire pensata come intercorrente tra A e B, ma come immanente ad A e a B. A e B sono due identità che si pongono nell’inviare l’una all’altra, in un invio che non può venire pensato come successivo alla costituzione dell’essere di A e di B, ma come coincidente con l’essere di entrambi: A è relazione a B, e viceversa.

Ogni identità determinata, quindi, si rivela un segno, giacché la caratteristica del segno è l’essere rinviando oltre sé stesso. Che è come dire: l’identità ha valore metaforico, nel senso del meta-phorein, del “portare oltre”.

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