Kung-Fu-Tze e il Confucianesimo

image_pdfimage_print

Paolo Bascioni*

L’opera di Confucio si inserisce nel contesto di una profonda crisi politica e sociale che nel V secolo a.C. vede l’antico sistema feudale cinese sgretolarsi in una specie di piccoli stati indipendenti che si fanno guerra. Quello in cui visse Confucio fu uno dei periodi più burascosi della storia cinese antica. Il governo centrale che è in mano all’antica dinastia Chou non riesce a controllare l’immenso paese e di conseguenza l’anarchia imperversa dovunque. I grandi maestri cinesi, Kung-Fu-Tse, Lao-Tse e Mo-Tse operarono in quaesto contesto, presso a poco nel periodo in cui Buddha in India proponeva come via di salvezza il suo ottuplice sentiero.

Confucio, nome latinizzato di Kung-Fu-Tse, significa il “maestro Kung” o il “filosofo Kung”. E’ pressochè impossibile risalire alla sua famiglia di origine. Sappiamo che nasce nel 551 a.C.; così almeno generalmente concordano gli studiosi.  In età giovanile, addirittura adolescente, la tradizione dice a 15 anni, si dedica alla riflessione ed allo studio attento, continuo e profondo delle grandi questioni umane. Sempre secondo la tradizione, a 19 anni si sarebbe sposato ed avrebbe poi avuto più figli. Dai 22 anni fino alla morte avvenuta nel 479 a.C., avrebbe svolto continuamente opera di insegnamento, non solo teorico e dottrinale, ma anche pratico ed esistenziale; si potrebbe forse meglio parlare di opera di formazione con il fine di preparare i suoi “discepoli” alla vita concreta, specialmente a ricoprire cariche pubbliche nella società e nello Stato, cioè nella sfera politica. Il suo insegnamento fu raccolto dai discepoli in un’opera detta “Analecta” che si compone di quattro parti: Il Grande studio, L’invariabile mezzo, I dialoghi, Il Mencio.

Confucio considera il suo insegnamento tutto di origine umana e naturale e rivolto esclusivamente a costruire o rafforzare l’ordinamento terreno e la vita presente degli uomini. In questo compito e per questo fine è come ispirato da due principi fondamentali: il rispetto per la tradizione e la costituzione di una società che abbia a fondamento la razionalità e la giustizia. A Confucio sta a cuore la condizione degli uomini sulla terra; vuole rispondere al desiderio di felicità che essi portano necessariamente dentro se stessi. Tale felicità non può essere rimandata ad un dopo la vita o ad un altrove che non sia questo mondo, ma deve essere raggiunta qui sulla terra. Confucio possiede dunque vivo il senso della concretezza e di ciò che interessa ora. Non portato per le speculazioni teoriche, può essere definito “pensatore essenzialmente politico” che vuole realizzare e fondare il “buon governo”. Il buon governo è quello che si preoccupa di rendere felice il popolo e riesce in questo compito, perché se non riesce non è un buon governo. Con i suoi insegnamenti Confucio volle rinnovare lo Stato; a questo fine girò per le corti feudali della Cina cercando di convincere i sovrani e coloro che con essi partecipavano al governo della cosa pubblica. Si fece promotore di un rinnovamento radicale nel modo di governare, ma il suo rinnovamento non intendeva essere una novità, bensì una continuazione rispetto al passato, un richiamo all’antica saggezza. In concreto Confucio propone un modello di società e di Stato fondati sul potere e sulle funzioni svolte dall’imperatore il quale riceve la sua autorità dal “Cielo”, di cui è figlio e ciò lo obbliga continuamente alla ricerca del miglior bene dei sudditi. Tutto è incentrato sul dio-Cielo. L’imperatore è il suo rappresentante per tutto il territorio dello Stato; i feudatari, sotto l’imperatore, lo rappresentano nei loro feudi; il padre, sulla scia degli antenati, lo rappresenta nella famiglia. Si può forse dire che questa è una impostazione basata sul concetto della “monarchia sacra”, però con molte cautele, perché l’imperatore più che signore e padrone è “ministro” del Cielo di cui deve rispettare la volontà, e deve anche essere ossequioso della volontà degli anziani e degli antenati. Dal canto suo l’imperatore deve essere rispettato ed amato dai sudditi.

 

 

 

Tutti i rapporti che si realizzano all’interno della società, a parere di Confucuio, debbono avere a modello i rapporti familiari. Secondo la tradizione le relazioni sociali sono cinque: tra padre e figlio; tra fratello maggiore e fratello minore; tra marito e moglie; tra amico ed amico; tra Signore e suddito. Le prime tre di queste relazioni si vivono all’interno della famiglia e riguardano i rapporti familiari. Le ultime due debbono essere interpretate e vissute alla stessa maniera che nella famiglia: il rapporto tra Signore e suddito va interpretato e vissuto come quello tra padre e figlio, mentre il rapporto tra amico ed amico come quello tra fratello maggiore e fratello minore. Confucio è convinto che questo sistema di rapporti che ha garantito la società cinese nei secoli e nei millenni precedenti debba essere rafforzato; egli intende giustificare il tradizionale ordinamento che ha nel culto degli antenati il suo aspetto di sacralità e di religiosità. Questo sistema di relazioni, a parere di Confucio, deve essere a fondamento della famiglia e dello Stato e può garantire il buon governo e la felicità terrena degli uomini. Nella sostanza Confucio non fa altro che richiamarsi a ciò che era presente in Cina fin dall’epoca della dinastia Hsia (2201-1766 a.C.) e rapportarlo alle condizioni sociali e politiche del suo tempo.

Confucio dunque non è stato l’iniziatore di un sistema filosofico nuovo ed originale, come non è stato neppure il fondatore di una religione. La dimensione religiosa è presente nel pensiero di Confucio in quanto serve da fondamento e da garanzia per il suo disegno politico. Egli fa propria nella sostanza la religione tradizionale cinese in una prospettiva che non la separa e neppure la distingue dal sistema politico e sociale di cui è parte integrante ed essenziale. Egli non indaga sulla natura della divinità e degli spiriti, non è un riformatore religioso. Accetta la credenza tradizionale nel Cielo, negli dei, negli spiriti del cielo e della terra, come accetta il culto degli antenati. Le tradizioni religiose più antiche della Cina, riguardanti il culto del “Cielo” reso dallo Stato, il culto degli antenati praticato nelle famiglie, ed il culto degli spiriti proprio della vita contadina, sono fatte proprie da Confucio; mentre però in passato esse esistevano quasi indipendenti l’una dall’altra, Confucio cercò di amalgamarle ed interpretarle in maniera organica così da farne il fondamento della vita degli individui, delle famiglie e dello Stato. Si determina in questo modo una visione unitaria, anche religiosamente, il cui punto di partenza è il “Cielo”, inteso forse in maniera impersonale o come principio cosmico panteistico, che attraverso l’imperatore che lo rappresenta sulla terra, arriva ai principi, alle famiglie ed ai singoli individui; il tutto in funzione di una convivenza civile armoniosa ed ordinata in uno Stato caratterizzato dalla disciplina e dalla collaborazione.

Confucio accetta anche il “Tao”, concepito come principio e regola dell’agire morale, sia personale che politico e sociale. Anche i due principi, Yang e Yin, sono da lui fatti propri. In campo religioso quindi Confucio non è un novatore e tanto meno il fondatore di una nuova religione; se mai per le questioni religiose egli ha mostrato un certo distacco e disinteresse, tutto preso dai problemi politici e sociali per la soluzione dei quali però neppure propone forme di governo e di amministrazione nuove o che non siano fondate sulla tradizione del popolo cinese. Egli volle essere in tutto un continuatore rispetto al passato, uno che attualizza l’insegnamento degli antichi. Proprio in questo modo la sua opera ebbe una grande efficacia riformatrice e Confucio fu un vero riformatore; i suoi insegnamenti rafforzarono e resero efficaci i principi e i valori morali e politici sui quali nei secoli futuri si reggerà la vita del popolo cinese, sia nella dimensione familiare che nella organizzazione della società e dello Stato. Confucio ha dunque esercitato una influenza profonda e duratura; nessun altro pensatore cinese è stato determinante ed efficace quanto lui sul modo di pensare e di agire del popolo cinese fino ai nostri giorni. Neppure il comunismo maoista, nel secolo XX, nonostante il suo attacco duro e continuato per decenni sembra essere riuscito a sradicare il “Confucianesimo” dal cuore e dall’anima dei cinesi; oggi si  avvertono addirittura i segni di un cambiamento di rotta da parte del governo, tendente ad accettare il dato di fatto, che cioè il pensiero, si potrerbbe dire lo spirito, di Confucio permea la civiltà cinese in ogni suo settore e non può essere cancellato, ma bisogna comunque tenerne conto.

Resta un ultimo aspetto a cui fare almeno un rapido accenno. Confucio non fu il fondatore di una religione, non pretese di presentarsi come un inviato di Dio, né tanto meno rivendicò per sé natura divina. Il Confucianesimo è pertanto una dottrina sapienziale con orientamenti prevalentemente sociali e politici. Tuttavia in un certo periodo della storia cinese nel Confucianesimo si sono inseriti elementi tendenti a trasformarlo in religione. Si può dire che l’operazione non sia riuscita, però esistono oggi anche dei modi di vivere il Confucianesimo in maniera religiosa. Il processso di trasformazione in questo senso iniziò sul principio del secondo secolo avanti Cristo. Sembra infatti che nel 195 a.C. un imperatore compisse il primo pellegrinaggio nel luogo dove era sepolto Confucio e lì offrisse a lui sacrifici e gli tributasse un culto religioso. La strada che conduce il Confucianesimo ad assumere volto religioso non si arrestò più. Nel secondo secolo dopo Cristo, Confucio è considerato “dio” in alcuni scritti caratterizzati da eclettismo religioso, e dal terzo secolo dopo Cristo gli saranno anche dedicati dei templi. Questa che potremmo chiamare una forma di religione confuciana, ma in senso piuttosto improprio, è in realtà molto vaga; non sono mai esistiti ministri deputati al culto di Confucio. I sacrifici in suo onore erano offerti dall’imperatore, dai suoi rappresentanti o dal capo della famiglia. La divinizzazione di Confucio raggiungerà la massima espressione nel 1907, quando la dinastia Manciù, che stava per essere rovesciata dal trono, proclamerà lo stesso Confucio uguale al “Cielo”. Confucio è il Cielo. Qusto atto si comprende se si tiene conto che l’impero cinese era giunto al tracollo e il tentativo di salvarlo era disperato. Si voleva resistere alla penetrazione dell’occidente e così si propose Confucio come il “Salvatore cinese” per impedire che si diffondesse la fede in Gesù Cristo considerato il “Salvatore occidentale”. Anche questa operazione non riuscì e non servì per nulla rispetto allo scopo che si proponeva. Nel 1912 la Cina diventerà una repubblica, forzatamente aperta ai traffici dell’Europa e degli Stati Uniti d’America.

 

 

 

Comments are closed.