Buon Natale

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ai bambini del mondo,

alla gioia nei loro occhi spalancati,

stupefatta di fronte a quei doni

ai piedi dell’albero luccicante di addobbi 

la mattina del Santo Natale.

La serbiamo nel cuore

quell’attesa indicibile felicità,

quanto l’abbiamo assaporata,

tutti la ricordiamo,

amata incontenibile pienezza di amore.

Questa notte, ecco affiorare un pensiero ulteriore, forse banale, persino arrischiato, estremo, assurdo quasi.

Fino a che punto conviene lasciare correre la propria mente libera nello scoprire e percorrere inusuali analogie e ritorni imprevisti?

Quando e quanto recuperarla alla logica, al comune buon senso, alla consueta logica, alla ragione?

Nelle nostre ricerche siamo soliti lasciare che i pensieri prendano forma da sè fondandoci unicamente nella fiducia, li assecondiamo, li curiamo, li organizziamo, li riordiniamo, senza rileggerli, valutarli, giudicare quanto prodotto dai loro percorsi prima che le loro immagini siano per la gran parte formate e gli scenari composti. Risulta per lo più semplice, naturale, evidente, distinguere allora un’idea da un abbaglio, una creazione da un aborto. Dunque anche ora procediamo secondo simili coordinate.

 

Leggenda più amata fra tutte, favola benedetta comune alle principali  culture europee, americane, orientali, risonanza popolare e in grande parte pagana del miracolo epifanico, l’incarnarsi terreno del Redentore, Babbo Natale si affaccia inatteso. Davvero non ce lo saremmo aspettato. Lo lasciamo entrare. Lo osserviamo.

La sua imponente figura potrebbe forse risultare inerente i temi fin qui trattati, in verità non ci sembra probabile.

Nella leggenda cristiana è San Nicola di Bari, nel IV secolo vescovo cristiano a Mira, in Licia, provincia anatolica dell’Impero Bizantino, ad arrivare a cavallo, abiti vescovili e gran barba bianca, in ogni casa dove vive un bambino e riempirne le calzette di biscotti e di dolciumi.

Nelle culture germaniche è il dio Odino che al solstizio invernale conduce gli altri dei ed i guerrieri caduti in battaglia in una grande battuta di caccia.

Altre tradizioni del settentrione europeo raccontano gli scontri invernali fra un uomo santo e un uomo scuro. Costui era il demone, il diavolo, il troll, l’uomo nero che di notte attraverso i camini si insinuava nelle case dove vivevano i  bambini e li picchiava, li uccideva, li smembrava nel sonno.     In altre storie l’uomo nero, a volte raffigurato come gran belva pelosa, rapiva i bambini cattivi, li metteva nel sacco e li portava via, li consegnava  ai Mori. L’uomo santo prese a cercarlo dovunque, lo trovò e lo sconfisse, lo catturò e sottomise. Lo mise in ceppi, secondo taluni erano proprio i ceppi consacrati dall’avere imprigionato San Pietro, San Paolo, forse Gesù stesso prima della crocifissione. Da allora l’uomo nero obbediva all’uomo santo che ogni anno lo costringeva a rimediare ai suoi passati  delitti, così il demone era costretto a portare leccornie a quei bambini che in passato aveva terrorizzato.

In altre varianti della leggenda il demone si rifiutava invece di compiere simili buone azioni, preferiva ritornarsene in quell’inferno da cui era venuto. Ci pensava l’uomo santo allora a beneficare ogni inverno tutti i bambini del mondo.

In altre storie ancora l’uomo nero e i suoi sgherri venivano convertiti  dall’uomo santo che ne faceva i suoi fidati aiutanti, si formava così la compagnia degli elfi e dei folletti, gli instancabili lavoratori che da allora aiutano Babbo Natale nell’annuale confezione dei doni.

Resta da precisare la dimora di Babbo Natale e dei suoi folletti, che poi è la sede della famosa fabbrica degli agognati balocchi. Le numerose varianti indicano luoghi diversi situati comunque all’interno del Circolo Polare Artico, la leggenda classica racconta che Santa Claus abita al polo nord, giusto giusto.

Quanto alla favola moderna, le sue principali caratteristiche sono ben note  e non vale riprenderle, pur nelle numerose varianti Babbo Natale  incarna lo spirito dell’amore.

Valutando complessivamente la favola, come abbiamo anticipato risulta evidente il traslato popolare del sommo avvento teofanico, epifanico, la nascita del  Redentore, Gesù Bambino.

Ne sono manifesta espressione la discesa dal cielo in terra, la liberazione del mondo dal male, il dono d’amore all’umanità intera.

 

Pretendendo invece di provarsi a contestualizzare questa leggenda nello scenario della nostra teoria dell’origine unitaria della terra e della vita, il luogo della dimora di Babbo Natale, sede dell’incessante produzione dei giocattoli, è la principale evidenza di un possibile collegamento con la nostra localizzazione del primigenio impatto teiano.

Spontanea viene la domanda di certo lettore: ma che mai saranno questa teoria dell’origine unitaria della terra e della vita e questo primigenio impatto teiano di cui sopra?

A riguardo purtroppo niente da fare, questa faccenda dell’impatto e del resto o la si sa o non la si sa, in entrambi i casi si consiglia di procedere con la lettura del capoverso seguente.

Restando nella stretta prospettiva teiana, è possibile tentare di rileggere vari aspetti della leggenda epitafica, che nel costante rivolgersi e dedicarsi ai bambini  evoca ovviamente i segni e i segnali di una nuova vita del mondo, un’esistenza neonata. Ne trattiamo brevemente per puro esercizio analogico.

La slitta volante che percorre i cieli trainata dalle otto magiche renne sarebbe allora richiamo alla misura cosmica della leggenda, richiamando  quella costellazione del Grande Carro che non solo nella tradizione estremo orientale è considerata soglia dell’uomo per i propri cammini e le proprie esperienze astrali e celesti.

Nelle otto renne stesse, intendiamo Cometa e Fulmine e Donnola e Freccia e Ballerina e Saltarello e Donato e Cupido, e nei loro aerei sfrenati galoppi sarebbero ravvisabili segnali celesti, ipotizzabili da un lato nelle stelle dell’Orsa Maggiore, dall’altro nelle plurali collisioni meteoritiche di quei tempi primigeni.

Da esse trasportata, la centrale figura del grande babbo che mette piede a terra rivelerebbe così l’immagine dell’imponente impatto del pianeta Teia, precursore della nascita del mondo intero e della vita.

L’incandescente collisione e l’approfondirsi del nucleo teiano nelle viscere terrestri della palla di fuoco si evidenzierebbero allora nel costante richiamo al fuoco evocato dalla leggenda, riconoscibile nel continuo  calarsi del beato vegliardo giù dai camini di ogni casa del mondo.

Del resto anche gli affaccendati aiutanti di Babbo Natale, gnomi e folletti, indirizzerebbero allora ai poteri tellurici profondi.

Fin qui si tratterebbe dunque di raffigurazioni dei fondamenti dell’evoluzione planetaria macrocosmica.

I regali che il vegliardo elargisce ai bimbi di tutta la terra potrebbero poi dare pertinente immagine alle fertili impollinazioni batteriche della superficie terrestre di cui si è trattato, quelle che abbiamo chiamato miracolose carezze, figure dunque dei fondamenti dell’evoluzione microcosmica.

Quanto poi all’imponente vestito rosso di Babbo Natale, fu la straordinaria trovata dei guru mediatici americani della prima ora.  Negli anni trenta e forse addirittura negli anni dieci i pubblicitari tinsero del colore dell’amore e del fuoco il vecchio abito di Babbo Natale, fino ad allora di stoffa verde e pelliccia. Fu scelta quanto mai azzeccata, data l’impennata delle vendite, e addirittura l’innovazione risulta significativa anche se valutata secondo le coordinate teiane, il vestito diventa infatti l’igneo regale segnale di quella primigenia collisione fra astri, l’implicito accenno a quella dimensione demoniaca cui sia la leggenda popolare che la rivelazione biblica paiono porre riferimenti. Bravissima la Coca Cola.

 

A rileggere, riconosciamo come tutta l’impalcatura teiana stia però troppo  stretta e striminzita a Babbo Natale che si sa, proprio magretto non è mai stato. L’associazione risulta stentata e azzardata, poco convincente.

L’unico dato importante, e che in realtà non conviene sottovalutare,  consiste nell’abitazione polare dell’anziano benefattore quattrocchi.

Certo, restando in simili prospettive questa favola risulterebbe evocativa di una conoscenza popolare ancestrale circa le origini della Terra e la rivelerebbe.

La domanda che da sé si porrebbe riguarda allora come sarebbe possibile per l’umanità avere e tramandare conoscenze di eventi planetari iniziali, accadimenti che precedettero per ere intere, ben oltre quattro miliardi di anni, la venuta al mondo degli uomini.

Eppure abbiamo più enunciato come la vera testimonianza non necessiti affatto di alcuna reale presenza per potersi realizzare né necessiti della coscienza del suo realizzarsi attuarla, e abbiamo chiarito come tutti i tempi  della grammatica, trapassato remoto compreso, derivino da quell’infinito che trascende ogni tempo e a quello stesso infinito ritornino rivelando il presente, l’infinito presente.

Dunque davvero una leggenda, una favola che l’umanità si tramanda da secoli, generazione per generazione, potrebbe rilevarsi portatrice di conoscenze che l’umanità stessa ignora del tutto?  Sarà davvero questo il caso?

Attraverso questa favola la conoscenza popolare potrebbe suggerire il luogo dove Teia si è impattato nel suolo di una terra ancestrale, accadde all’attuale polo settentrionale del pianeta oltre quattro miliardi di anni fa, questo affermerebbe. Scavò sotto terra la casa di Babbo Natale, la  fabbrica dei suoi doni per gli uomini.

Davvero lo scriviamo nero su bianco, nonostante le incertezze e i dubbi che non cedono?

Perché allora insistiamo? Che cosa ci trattiene dal cestinare questa pagina? Chi? Riminiscenze di Vladimir Jakovlevič Propp,  Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes? E’ a causa delle loro affascinanti lezioni? E’ per impegno culturale? E’ per provocazione di fronte a una scienza accademica troppo protocollata e rigida, inamidata e azzimata? E’ per sfida?

Insomma oggi stentiamo a decidere, confessiamo la nostra incertezza.

Stralciamo?

Per ora no, lasciamo le cose come stanno e chiudiamo la pagina.

E’ tutto il giorno che lavoriamo.

E’ sera inoltrata, è sceso il buio,  qualsiasi idea in questo momento ci pare  ad un tempo verisimile e falsa. Siamo stanchi.

Ritorniamo alla nostra vita.

Domani ci sarà da rileggere, da rivedere. Domani vedremo, valuteremo serenamente. Decideremo.

Con la coda dell’occhio distinguiamo Babbo Natale sgusciare via su per la  bocca del camino, svanisce così nella notte benedetta, in un lieve pacifico fruscio, anziano e corpulento com’è quant’è agile, straordinario davvero, specie considerando che in casa nostra il camino non c’è, mai stato.

Scalando tranquillo i mattoni incrostati il grande babbo ha sorriso e anche noi abbiamo sorriso al vederlo arrampicare e ci siamo anche accorti di come il camino stesso e la finestrella nell’angolo stessero sorridendo anch’essi osservandoci.

Per non parlare del soffitto a cassettoni di abete che se la ride di gusto lui pure. Attraverso i riquadri dei vetri appannati scopriamo che il mondo intero sorride, il prato, la collina, le nuvole.

Il cielo intero manco a dirlo è uno smisurato accogliente sorriso di colore oltremare.

Lassù in alto appena a sinistra, giusto sopra le ombreggiature del bosco, a cavalcioni di monti gemelli beata la luna risplende serena padella, lattea cagnona sorniona felice, aleggia dovunque.

 

Il calzerotto quadrettato di verde e di fucsia che pende dalla trave del tetto sta ancora sorridendo beato attraverso quel bel buchino al calcagno. Sta lì appeso perché questa è la notte dell’Epifania.

Il Natale è stato celebrato nei cuori e ora arrivano i Maghi. Buona vita fratelli e sorelle, chiunque e dovunque voi siate, abbracciamoci amici, ogni bene in ogni strada del mondo.

A riprendere il tema natalizio e a concluderlo va infatti ricordato come, a completare l’immagine dell’universale binomia unità che le è propria la leggenda epifanica pagana introdusse nel tempo oltre Babbo Natale un’altra figura arcana, che dell’epifania prese pari pari il nome e nelle numerose varianti recuperava le popolari feste rurali del solstizio invernale, popolari cori gioiosi inneggianti alla trasformazione dell’anno vecchio nel nuovo,  dell’imminente rinascita della natura, auspici buoni per le prossime semine, la Befana.

Nelle feste popolari la magia viva del Natale si ricorre così fra due arcane figure, Babbo Natale e la Befana.

Qualche bambino ha osato sbirciare nel buio di quelle notti beate e vi è chi assicura di averli intravisti. Tutti quanti li abbiamo nei cuori.

Al dilagare del suo atteso compito, Babbo Natale non poteva più porre i suoi tanti doni nelle calzette dei bimbi appese ad asciugare e a scaldarsi vicino al focolare, lo sviluppo sociale li aveva troppo accresciuti e poi gli anni passavano appesantendo anche lui.

Così fu lei, la Befana, a farsi carico dell’antica usanza che per altro, ancora si consideri, nella calza riempita di caramelle rifà puntuale la penetrazione fino al fondo, fino all’intimo basamento organici, i piedi.

E altre immagini del grande impatto planetario ancora ritornano in questa benedetta gobba vecchina che solca i cieli su di una logora scopa di saggina portando nel sacco ricolmo dolcetti e biscotti, e alcuni li ha preparati a forma di schegge di carbone. Si badi bene, carbone, guarda un po’, ma ora non è più il caso di riferirsi di nuovo alla teoria teiana, chi lo desiderava ha avuto ogni modo di comprendere che cosa intendiamo, meglio dire che cosa fantastichiamo.

La cara astuta megera ha escogitato questa curiosa beffa perché sulle prime alla vista il carbone sia cruda lezione e rimprovero arcigno per i bimbi birichini, noi compresi quindi purtroppo,  ma poi al gusto premi anche loro. Il palato non sbaglia e questo non è carbone ma caramello puro.

Evviva, la dolce nonnina ha perdonato anche noi, né potrebbe essere altrimenti, oggi è festa grande per tutti, per tutti quanti, anche voi e anche noi.

Che bello dire tutti, tutti insieme, intendiamo, e già e ancora e più è calda  gioia e pace e serenità vere.

E’ il nostro augurio per voi, la certezza.

 

 

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