I Ching e medicina tradizionale cinese: parte seconda, la divinazione induttiva

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Alessandro Mazzocchi*

La divinazione medica classica rientra nel gruppo delle divinazioni induttive, che si basano sulle interpretazioni dei segni e presuppongono la conoscenza di arti e scienze da parte dell’indovino; al contrario, nella divinazione intuitiva o ‘ispirata’, la rivelazione è soprannaturale e ammette soltanto una predisposizione naturale ed innata del veggente.

Riguardo la divinazione medica, il dottor Miki Shima ha raccolto in un testo, recentemente tradotto anche in lingua italiana, alcuni casi clinici ricavati dallo studio della Cina e del Giappone arcaici e risolti da leggendari maestri, interrogando proprio l’I Ching. Il Dr. Shima spiega come sia fondamentale, nella divinazione medica, il confronto fra il primo esagramma ottenuto, interrogando il testo, e quello secondario (o nuovo) sviluppatosi, a partire dal primo, in seguito al  mutamento spontaneo delle linee cosiddette mobili (linee cioè che essendo all’apogeo dello Yang o dello Yin possono convertirsi nel loro contrario). Per esempio l’esagramma 7 – Shi (l’esercito) – ha la seconda e la sesta linea mobili, e quindi può originare l’esagramma sviluppato 23, Po, lo Sgretolamento. Nella divinazione medica, l’esagramma sviluppato esprime l’andamento della malattia e quindi la prognosi. Altre informazioni, riguardanti soprattutto l’eziologia (o radice) della malattia, venivano ottenute dal Saggio esaminando gli esagrammi intrinseci o occulti, racchiusi all’interno degli esagrammi originali e rivelati da uno scorporo delle linee più centrali: la seconda, terza, quarta e quinta linea vanno a formare due trigrammi intrinseci e quindi un nuovo esagramma. La divinazione medica, utilizzando l’I Ching, segnò il passaggio dallo sciamanesimo (trance, cerimonie totemiche, scapulomanzia e quant’altro), e da una mantica intuitiva, a quella deduttiva, fondata sull’interpretazione dei segni, che presuppone la conoscenza delle regole auree della sapienza medica cinese: la legge dei 5 elementi, le 8 regole diagnostiche (yin-yang, interno – esterno, freddo-caldo, deficit-eccesso), la semeiotica fisica tradizionale (osservazione, auscultazione, interrogazione,  palpazione). In Cina, per centinaia di anni il procedimento diagnostico è stato dapprima incentrato sulla teoria dei  livelli energetici, degli strati, dei tre riscaldatori e dei canali (principali e collaterali), mentre nella Cina moderna è rispettata la diagnosi differenziale secondo il sistema degli organi e dei visceri (per citare un famoso medico cinese, Leung Kwow-Po). Ciò relegherebbe ormai la divinazione medica, basata sull’I Ching, nell’ambito della superstizione e dell’irrazionalismo. In realtà, la questione è notevolmente più complessa. Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung ricevette nel 1930 dal suo amico Richard Wilhelm copia dell’I Ching e ne curò, anni dopo, la prefazione. Jung rimase affascinato dalla possibilità di un nesso fra lo stato psichico e il lancio casuale delle monete (o degli steli di millefoglio) e definì il metodo di divinazione come un parallelismo non-causale, ovvero sincronico: “a differenza della causalità, la sincronicità si dimostra un fenomeno connesso principalmente con processi che si svolgono nell’inconscio, Alla psiche inconscia spazio e tempo sembrano relativi, ossia la conoscenza si trova in un continuum spazio-temporale in cui lo spazio non è più spazio e il tempo non è più tempo. Se quindi l’inconscio sviluppa e mantiene un certo potenziale, alla coscienza nasce la possibilità di percepire e conoscere eventi paralleli”. Questa visione remota permetterebbe di percepire eventi paralleli, altrimenti non disponibili, in quanto conoscibili non attraverso l’uso della ragione prigioniera dell’ego, bensì tramite l’emergenza di contenuti inconsci ad elevato significato simbolico: gli archetipi. Può essere utile ricordare che il chimico Von Stradonitz nel 1865 scoprì la disposizione ad anello dei sei atomi di carbonio nella molecola di benzene dopo un sogno, in cui era emerso un archetipo: un serpente che si mordeva la coda, formando un cerchio. Per oltre trent’anni Jung si interessò alla filosofia cinese e sperimentò le tecnica oracolare del libro per sé e per i pazienti. Rimase colpito dalla cosmologia cinese, la quale si fonda su un modello che nasce dal cosiddetto pensiero correlativo e traccia corrispondenze sistematiche fra diversi ordini di realtà, come per esempio fra il corpo umano e i corpi celesti. Tali corrispondenze sono simboliche, dipendendo da legami di significato che non devono essere connessi e costretti entro un modello fisico (almeno fino a prova contraria, come vedremo più avanti), ma piuttosto decifrati e letti attraverso l’intuizione, propria dello scienziato e dell’artista. Per Jung, profondamente influenzato dal pensiero orientale, la realtà dell’universo è il risultato di una sincronica compenetrazione tra l’uomo (quindi la mente o psiche) e la materia, e il sostrato comune diventa l’inconscio collettivo, vale a dire un Sé allargato (= la struttura egoica, Io, con gli oggetti del mondo e gli archetipi), da cui emergono miti e archetipi. Si viene così a costituire un diagramma psico-fisico, in cui l’inconscio collettivo (continuum psichico) e la sincronicità vanno a bilanciare il continuum fisico spazio-temporale e la causalità classica in un modello quaternario dell’universo, già noto agli alchimisti medievali. Gli avvenimenti sincronici che scaturiscono da questo modello, secondo il fisico britannico David Bohm, sono il risultato di una trasmissione non locale di informazioni simile a quella che permette a una coppia di particelle gemellate (entangled), e poi separate, di comunicare a distanze infinite, ad esempio, il loro angolo di polarizzazione (spin).  Lo stesso concetto di ordine implicato di Bohm parrebbe assimilabile a quello junghiano di inconscio collettivo e ricorda anche l’universo psicofisico postulato da altri fisici come Tesla e Todeschini. Quest’idea di uno strato profondo di energia sottile (vuoto quantico o vuoto unificato) che sottende l’universo fisico è sorta nel corso del ventesimo secolo: semplificando al massimo, queste teorie suggeriscono che nell’universo non vi siano soltanto materia, energia, spazio e tempo, ma anche un ‘quinto elemento’ in grado di collegare e mettere in relazione il tutto: coscienze, organismi e ambiente (una sorta di etere di aristotelica memoria). Il genio matematico Tesla riteneva che l’aspetto decisivo dell’universo fosse una sorta di campo di forze che diventa materia quando l’energia cosmica – prana – agisce su di esso. Le intuizioni di Tesla caddero nell’oblio, ma successivamente sono state ripresa in considerazione da altri scienziati: Casimir, allievo di Pauli e scopritore della forza che prende il suo nome, Harold Puthoff (interazione delle particelle col vuoto) e David Bohm. L’ordine implicato teorizzato da Bohm, informa – attraverso un ‘campo informativo’ istantaneo, quindi non locale, denominato potenziale quantico (o operatore Q che Bohm inserì nell’equazione di Schroedinger) – l’ordine esplicato, che rappresenta la realtà visibile nella quale viviamo. Per il fisico britannico, i fenomeni sincronici (quali anche la visione remota e la chiaroveggenza) possono essere considerati come manifestazioni di quella coscienza universale risiedente nell’ordine implicato. Bohm li considerò ‘evidenze sperimentalizzabili’ di fenomeni non locali generati dal potenziale quantico. Bohm, come sottolinea Teodorani, si sforzò per rendere intelligibile filosoficamente e scientificamente il Diagramma psico-fisico elaborato da Pauli-Jung a metà del secolo scorso. Se ciò non bastasse, studi recenti di fisica teorica hanno riportato in auge la teoria della Sincronicità. Basti qui sottolineare che la moderna teoria dei campi quantistici sembra gettare una nuova luce su quelle ‘azioni a distanza’ capaci di connettere, a velocità superluminari, l’uomo a tutte le cose dell’universo. In questa teoria, l’universo appare costituito da un insieme di campi quantistici ai quali si applica il principio di indeterminazione di Heinsemberg. Nel campo (la struttura spazio-temporale di un sistema fisico), il prodotto del numero dei quanti per l’incertezza della fase (la sua oscillazione) deve essere pari almeno alla costante di Plank. Il numero di quanti e la fase non possono quindi essere definiti simultaneamente. Come scrive il fisico teorico Del Giudice, la situazione in cui si rinuncia a conoscere il numero dei quanti a favore della connessione cosmica favorita della “fase”, sarebbe alla base dei fenomeni sincronici. A tal proposito, si leggano attentamente le parole di Del Giudice, estratte dalla sua intrigante prefazione al testo I King Illustrato di Li Yan: è possibile che, rinunciando a contare il nostro gruzzoletto di quanti e lasciandosi invece andare nell’universo della fase, uno riesca a dialogare attraverso i potenziali elettromagnetici con le altre parti dell’universo, scambiandosi i messaggi a velocità infinita?

In base a questa teoria, un potenziale vettore informatico, che trasporta informazioni e non energia, potrebbe collegare regioni lontane, ma coerenti, dell’universo, coinvolgendo solo le “fasi”, al di là di qualsivoglia misura parcellare.

Le ipotesi citate, se convalidate in un prossimo futuro, potrebbero rivoluzionare il paradigma newtoniano-cartesiano, fornendo una spiegazione matematica alla teoria della Sincronicità. Dei rapporti epistemologici fra medicine tradizionali e paradigmi scientifici ci siamo occupati in un precedente lavoro, al quale si rimanda il lettore. A onor del vero, va detto che gli studi dello psicologo sperimentale Rao, condotti per diversi anni nei laboratori della Duke University di Durham, non hanno consentito di giungere a risultati univoci riguardo i fenomeni ESP (percezione extrasensoriale quale, per es., la visione remota). La teoria della Sincronicità rimane pertanto un’affascinante teoria descrittiva non ancora in grado di spiegare la visione remota e gli altri fenomeni paranormali. A questo punto, al di là di congetture ritenute ancora pseudoscientifiche almeno in un’ottica falsificazionista a la Popper, lasceremo senza risposta l’affascinante quesito posto da Del Giudice e ci occuperemo, nell’ultima parte, dei rapporti fra il Libro dei Mutamenti e l’agopuntura.

 

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