Medicine complementari: la Fibromialgia in agopuntura e medicina cinese

La fibromialgia può essere affrontata in agopuntura e medicina cinese: il video presenta il suo inquadramento ed i principi di terapia mediante agopuntura e farmacologia cinese.
Video di medicina cinese e medicina integrata: principi, agopuntura, farmacologia, dietetica, massaggio e ginnastiche mediche (qigong e taijiquan) per la prevenzione e per la terapia.




La teoria polivagale di Porges

Michela Tresoldi*

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“Quando la mente è in uno stato di forte eccitazione, ci aspettiamo che abbia un’influenza immediata sul cuore; e questo è universalmente riconosciuto… Quando il cuore viene interessato da questa eccitazione provoca una serie di reazioni a livello cerebrale e, ancora, lo stato del cervello influisce, a sua volta, sul cuore attraverso il nervo pneumo-gastrico; cosicché, in caso di qualsiasi tipo di eccitazione si attiva un meccanismo azione-reazione tra questi due organi più importanti del corpo” Darwin 1872

 

“Nell’uomo il cuore non è solo l’organo principale per la circolazione sanguigna, ma è anche un centro influenzato da tutti gli apporti sensoriali che possono essere trasmessi dalla periferia attraverso il midollo spinale, dagli organi attraverso il sistema nervoso simpatico o dallo stesso sistema nervoso centrale. Infatti gli stimoli sensoriali che arrivano dal cervello esercitano il loro effetto più forte sul cuore” Claude Bernard 1865

 

La teoria polivagale lega l’evoluzione della regolazione neuronale del cuore all’esperienza affettiva, all’espressione emotiva, alle espressioni facciali, alla comunicazione vocale e al comportamento sociale. La teoria sostiene che il controllo neurale del cuore è connesso, da un punto di vista neuroanatomico, al controllo neurale dei muscoli del volto e della testa.

Nei mammiferi il vago è il decimo nervo cranico, origina dal tronco encefalico e proietta a molti organi. Non è un unico nervo, ma piuttosto una famiglia di vie neurali che si originano in diverse zone del tronco encefalico. Esistono diverse branche del vago, l’80% delle fibre vagali sono fibre afferenti, le restanti sono efferenti così che si crea un processo dinamico di retroazione tra i centri cerebrali di controllo e gli organi, con il fine di regolare l’omeostasi. Le fibre motorie primarie del vago originano attraverso due nuclei separati situati nel midollo allungato: il Nucleo Motore Dorsale del Vago (DMNX) e il Nucleo Ambiguo (NA). Il nucleo motore dorsale del vago si trova nella zona dorso mediale del midollo allungato, mentre il nucleo ambiguo si trova ventralmente rispetto al nucleo motore dorsale nella formazione reticolare ventrolaterale.

Da un punto di vista funzionale il vago che origina dal nucleo motore dorsale è denominato vago vegetativo, si connette al cuore attraverso neuroni non mielinizzati che conducono il segnale con una velocità inferiore e non trasportano un ritmo respiratorio, è coinvolto nelle funzioni vegetative della digestione e della respirazione.

Il vago che origina dal nucleo ambiguo è denominato vago emotivo, è dotato di fibre efferenti mielinizzate che contengono anche un ritmo respiratorio, innerva cuore, palato molle, faringe, laringe, esofago ed ha un ruolo più importante nei processi associati con il movimento, le emozioni e la comunicazione, aspetti che rientrano nei comportamenti sociali e di sopravvivenza tipici dei mammiferi.

I due nuclei vagali funzionano indipendentemente l’uno dall’altro.

Un terzo nucleo del midollo allungato, il nucleo del tratto solitario (NTS), è il terminale di diverse vie afferenti che viaggiano attraverso il vago dagli organi periferici. Ognuna delle tre maggiori strategie comportamentali adattative èsottesa da un circuito neurale distinto che coinvolge il sistema nervoso autonomo e che riflette l’evoluzione filogenetica del nervo vago.

Esiste un sistema vagale arcaico, che origina nel Nucleo Motore Dorsale del Vago ed è non mielinizzato, che ha, come unica modalità di risposta alla novità o alla minaccia, la riduzione della frequenza cardiaca per proteggere le risorse metaboliche (immobilizzazione, morte simulata, blocco dell’azione). È il sistema più arcaico dal punto di vista filogenetico, ed è condiviso da quasi tutti i vertebrati. Le efferenze vagali del Nucleo Motore Dorsale unitamente alle afferenze vagali che terminano nel Nucleo del Tratto Solitario formano il complesso dorso-vagale (DVC) che è attivato principalmente dall’ipossia e porta a gravi bradicardie, apnea e spesso defecazione per stimolazione della funzione gastrointestinale. Questa strategia di risposta è osservabile nel feto umano in corso di ipossia, ma mentre per i rettili costituisce una risposta adattativa e protettiva per l’animale, l’attivazione del DVC può essere letale per l’uomo.

Il secondo sistema di reazione è costituito dal sistema nervoso simpatico (SNS) spinale, un sistema che prepara l’individuo ad un’azione muscolare intensa e promuove l’aumento dell’attività metabolica per rispondere alle sfide esterne del corpo, aumenta la gettata cardiaca, dilata i bronchi, promuove la vasocostrizione e inibisce il tratto gastro-intestinale, molto dispendioso dal punto di vista energetico. Il SNS inibisce l’influenza che il sistema vagale arcaico esercita sui visceri per incoraggiare i comportamenti di mobilizzazione necessari per l’attacco-fuga.

Il terzo sistema, presente solo nei mammiferi, è denominato complesso ventro-vagale (VVC) ed è composto da una componente somato-motoria formata dagli efferenti viscerali speciali e da una componente viscero-motoria formata da vie vagali mielinizzate che partono dal Nucleo Ambiguo fino al nodo seno-atriale del cuore e ai bronchi. Le componenti somato-motorie del VVC contribuiscono alla regolazione dei comportamenti di esplorazione dell’ambiente (guardare, ascoltare), e di ricerca del contatto sociale (espressioni facciali, gesti del capo, vocalizzazioni). Le componenti viscero motorie del VVC modulano l’attività di cuore e bronchi, garantendo le risorse metaboliche per entrare in contatto o ritirarsi da una situazione sociale. Il complesso ventro-vagale si occupa primariamente di attività anaboliche coinvolte con i processi riparativi e la conservazione dell’energia corporea, ha un effetto inibitorio sulle vie del simpatico che arrivano al cuore e dunque rallenta l’attività metabolica e promuove comportamenti prosociali.

 

La teoria polivagale delle emozioni propone che ci sia una risposta gerarchica alle sollecitazioni ambientali, con attivazione prima dei sistemi più recenti dal punto di vista filogenetico e poi delle strategie primitive. Il nostro comportamento sociale segue una strategia che si focalizza innanzitutto sulla comunicazione attraverso le espressioni facciali e le vocalizzazioni, una strategia che richiede poche risorse metaboliche e che, se interpretata in maniera corretta, si traduce in interazioni sociali contingenti attraverso meccanismi verbali-facciali. Il VVC inibisce a livello del cuore le risposte di mobilizzazione del SNS, mentre il ritiro del VVC si traduce in una prevalenza del SNS sul cuore, così da preparare il corpo a comportamenti di attacco e fuga. Allo stesso modo il ritiro del tono del simpatico comporta una predominanza del DVC sul cuore e sul tratto gastrointestinale, con conseguenze che, nei mammiferi, possono essere letali perché vengono favorite apnea e bradicardia.

La teoria polivagale interpreta le interazioni sociali e le emozioni come processi biocomportamentali piuttosto che come processi psicologici, sostenendo che il nostro stato fisiologico influenza profondamente la qualità dei processi psicologici e le nostre sensazioni possono determinare cambiamenti dinamici nella nostra fisiologia.

Le persone con un tono vagale più alto presentano risposte autonomiche più coerenti e organizzate, con minori periodi di latenza, e un maggior ventaglio di possibilità. Gli individui con un tono vagale basso e con una scarsa regolazione vagale presentano difficoltà nel regolare gli stati emotivi, nel leggere in modo corretto i segnali sociali e la gestualità e nell’esprimere emozioni adeguate alla situazione.

Il tono vagale cardiaco si riflette nell’ampiezza del ritmo della frequenza cardiaca associata con la frequenza del respiro spontaneo. La fonte primaria della variabilità della frequenza cardiaca è mediata da aumenti e diminuzioni fasici dell’output degli efferenti neurali che arrivano al cuore attraverso il vago. Gli stati caratterizzati da influenze vagali attenuate si accompagnano a una flessibilità comportamentale ridotta in risposta alle richieste del contesto.

Se l’ansia fosse considerata come dipendente da una variazione del sistema nervoso autonomo, in cui lo stato fisiologico dell’individuo è dominato dal sistema nervoso simpatico, potrebbero emergere nuove strategie di ricerca clinica e i trattamenti sarebbero incentrati sull’abbassamento del tono del simpatico.

L’evoluzione filogenetica ha creato un legame anatomico e neurofisiologico tra la regolazione neuronale del cuore attraverso il vago mielinizzato e le vie efferenti viscerali speciali che regolano i muscoli striati della faccia e del capo, dando vita a un sistema di ingaggio sociale integrato.

Neurocezione è un termine che è stato coniato per sottolineare un processo neurale, distinto dalla percezione, che è in grado di distinguere le caratteristiche ambientali (e viscerali) che rappresentano condizioni di sicurezza, pericolo o minaccia. La neurocezione permette agli umani e ad altri mammiferi di mettere in atto comportamenti sociali operando una distinzione tra contesti sicuri e contesti pericolosi.

La neurocezione viene attivata da specifici circuiti che coinvolgono alcune zone della corteccia temporale che comunicano con il nucleo centrale dell’amigdala e della sostanza grigia periacqueduttale; quando un contesto viene considerato sicuro, le strutture limbiche difensive sono inibite permettendo l’interazione sociale, incentivando stati viscerali rilassati e promuovendo meccanismi di recupero (omeostasi viscerale) attraverso un aumento dell’influenza delle vie vagali motorie mielinizzate sulla regolazione del pace maker cardiaco che rallenta il battito, inibisce i meccanismi di attacco e fuga del sistema nervoso simpatico, blocca il sistema di risposta allo stress dell’asse HPA (cortisolo) e riduce l’infiammazione attraverso una modulazione delle reazioni immunitarie ( citochine).

Studi recenti hanno evidenziato che le aree della corteccia temporale che inibiscono le reazioni di difesa limbiche, non si attivano nelle popolazioni che mostrano difficoltà con i comportamenti di interazione sociale (es. soggetti autistici o schizofrenici). Inoltre gli individui con disturbi psichiatrici tipo ansia e depressione, fanno fatica a regolare gli stati viscerali (ridotta regolazione vagale del cuore) e nelle interazioni sociali mostrano ridotte espressioni facciali e ridotto controllo motorio dei muscoli striati della faccia e della testa. Quindi, da un punto di vista teorico, alcuni disturbi psichiatrici sono legati all’incapacità di capire se un luogo è sicuro, se le persone sono degne di fiducia e quindi all’incapacità di esprimere comportamenti sociali appropriati.

I sette punti della teoria polivagale:

  1. Il sistema vagale non rappresenta una dimensione unitaria, ma include le fibre viscerali efferenti generali che regolano la muscolatura liscia e cardiaca e il sistema delle fibre efferenti speciali che regolano i muscoli somatici della laringe, della faringe e dell’esofago. Tali muscoli somatici controllano la vocalizzazione, la suzione, la deglutizione e si interfacciano con la respirazione. Il sistema vagale è anche connesso a livello neuroanatomico con i nuclei che controllano le espressioni facciali, la masticazione e le rotazioni del capo.
  2. Esistono due sistemi motori vagali, uno è formato dal vago vegetativo che si origina nel nucleo motore dorsale, associato con la regolazione delle funzioni viscerali ad opera dei riflessi. L’altro sistema vagale è costituito dal vago intelligente che parte dal NA ed è associato con processi attivi di attenzione, movimento, emozione e comunicazione. Questi due sistemi sono distinti a livello neuroanatomico, presentano due diverse origini ontogenetiche e filogenetiche e mettono in atto strategie adattative diverse.
  3. Nei mammiferi il concetto di tono vagale non ha un’univoca interpretazione: un tono elevato che proviene dal DMNX potrebbe essere letale, mentre un tono elevato che si genera nel sistema vagale del NA ha effetti benefici.
  4. L’effetto funzionale del vago che origina dal NA si può monitorare con la aritmia seno respiratoria (ARS). Il NA è parte di un network neuronale comune che produce il ritmo cardio respiratorio, quindi l’output che emerge dalla branca del vago che origina dal NA e che termina nel nodo-seno atriale presenta una frequenza condivisa dal sistema respiratorio e dal sistema cardiaco. Al contrario l’output dal DMNX non contribuisce al ritmo respiratorio.
  5. L’ampiezza della bradicardia neurogena dipende dal DMNX. Cambiamenti rapidi della frequenza cardiaca e i riflessi ortovagali e chemovagali sono espressione di bradicardie neurogene. Senza un effetto del NA sul nodo seno-atriale, le condizioni locali come l’ipossia potenziano di molto l’effetto vagale.
  6. Esiste un oscillatore cardiopolmonare comune, risultato di un network di interneuroni che si trovano nel NTS e NA, che comunicano con i neuroni motori che controllano la funzione respiratoria, laringea e cardiaca.
  7. Le emozioni primarie sono connesse a funzioni autonome. Siccome le emozioni primarie sono spesso collegate alla sopravvivenza devono essere integrate nella regolazione cardiopolmonare. Inoltre, le emozioni primarie sono influenzate dall’emisfero destro, ipsilaterale con l’influenza regolatoria delle strutture midollari che controllano le funzioni viscerali.

Modello di integrazione neuroviscerale

“In accordo con quanto sostenuto da Darwin nel suo trattato “l’origine della specie”, non è la specie più intelligente che sopravvive, né quella più forte, ma quella maggiormente in grado di adattarsi alle modificazioni dell’ ambiente in cui si trova.” Megginson 1963.

Thayer e Lane nel 2000 proposero il modello di Integrazione Neuroviscerale, secondo il quale le capacità di adattamento alle modificazioni ambientali sono influenzate da diversi aspetti: fisiologici, comportamentali, affettivi, cognitivi, sociali e ambientali. Si ipotizza la presenza di un nucleo di strutture neurali in grado di integrare i segnali provenienti dall’esterno e dall’interno del corpo cosi da preparare l’organismo a fornire una corretta risposta alle modificazioni ambientali. Un sistema bilanciato è un sistema sano, in grado di rispondere a sollecitazioni ambientali e fisiche grazie all’ auto-regolazione, cioè la capacità di modificare pensieri ed emozioni per permettere all’individuo di scegliere la risposta giusta per una determinata situazione. Un sistema bloccato in uno specifico schema è un sistema disregolato.

Nel modello di integrazione neuroviscerale il tono vagale cardiaco, misurato attraverso la variabilità di frequenza cardiaca (HRV= heart rate variability), può dare informazioni in merito all’integrità funzionale della rete neurale implicata nelle interazioni emotivo-cognitive perché i circuiti neurali implicati nell’auto regolazione autonomica, emozionale e cognitiva sono anche coinvolti nel controllo dell’attività cardiaca. Un cuore sano presenta una buona variabilità nella frequenza cardiaca, un cuore malato non mostra variabilità. Una maggior HRV a riposo è associata con una maggior capacità di modulazione nella risposta a stimoli emotivi, al contrario una bassa HRV a riposo è associata con uno stato di ipervigilanza ed errate risposte cognitive a stimoli di natura emotiva neutrale.

Il network autonomico centrale o CAN ( central autonomic network) è coinvolto nelle risposte viscero-motorie, neuroendocrine e comportamentali per permettere una risposta flessibile alle diverse realtà ambientali ed è costituito dal cingolo anteriore, dall’insula, dalla corteccia pre-frontale ventro-mediale, dal nucleo centrale dell’amigdala, dai nuclei paraventricolari e dell’ipotalamo, dal grigio periacqueduttale, dai nuclei parabrachiali, dal nucleo del tratto solitario, dal nucleo ambiguo, dal midollo ventrolaterale, ventromediale e altri nuclei. Tutte queste strutture sono interconnesse all’interno del CAN, e le informazioni possono liberamente fluire. Giocano un ruolo fondamentale nelle funzioni di autoregolazione i circuiti inibitori prefrontali subcorticali. In circostanze normali la corteccia prefrontale ha il compito di identificare i punti di sicurezza presenti nell’ambiente ed esercita il suo controllo inibitorio sui circuiti corticali simpatico-eccitatori, incluso il nucleo centrale dell’amigdala. In situazioni di incertezza, la regolazione inibitoria prefrontale diminuisce e i circuiti subcorticali simpatico eccitatori rispondono in modo automatico con conseguente prolungata attivazione dei meccanismi di difesa (es: ipervigilanza). Nell’appropriata valutazione del tipo di contesto entra in gioco la corteccia prefrontale e in modo particolare la parte mediale (mPFC). In un contesto di sicurezza le rappresentazioni minacciose dell’amigdala sembra che siano inibite dalla corteccia prefrontale. Pazienti con disturbo post traumatico da stress (PTSD), ansia eccessiva e stati fobici manifestano un quadro di iper-reattività dell’amigdala, in contemporanea ad una ridotta attività della mPFC, per cui hanno difficoltà nel riconoscere ambienti e segnali di “sicurezza”. Non a caso la distruzione dei circuiti prefrontali subcorticali è stata associata ad un gran numero di problematiche psicopatologiche tra cui depressione, ansia e schizofrenia.

In accordo con il modello di integrazione neuroviscerale, il CAN si connette al cuore a livello del nodo seno atriale, attraverso il ganglio stellato e il nervo vago. I messaggi in uscita dal CAN sono sotto il controllo tonico inibitorio dei neuroni GABAergici del Nucleo del Tratto Solitario. I circuiti inibitori cortico-subcorticali servono per unire processi psicologici a processi fisiologici e la HRV può esserne un indice di funzionamento.

Una metanalisi ha mostrato che una maggior HRV a riposo è associata con l’attivazione dei circuiti inibitori prefrontali subcorticali, in modo da permettere una risposta flessibile e adeguata, dal punto di vista cognitivo, emotivo e comportamentale, alle diverse situazioni ambientali, e questa caratteristica facilita una corretta espressione delle emozioni. Queste persone mostrano un incremento fasico della HRV.

La presenza invece di una bassa HRV a riposo si associa ad una regolazione prefrontale meno efficace e di conseguenza alla manifestazione di atteggiamenti emotivi e cognitivi non adeguati alla situazione e con sistemi di auto regolazione deficitari. Ad esempio questi individui hanno difficoltà nel riconoscimento di situazioni di sicurezza o di stimoli di natura neutra. Queste persone mostrano uno soppressione fasica dell’HRV, con risposte di natura autonomica stressoria in seguito all’esposizione ad eventi banali, come se questi rappresentassero importanti fattori di stress.

Studi empirici hanno dimostrato che sia un rapido “coinvolgimento” che un lento “dereclutamento” in seguito alla visione di un viso che incute paura sono entrambi indici di una risposta dis-adattativa perché se troppo veloce indica uno stato di ipervigilanza, mentre una risposta lenta indica una difficoltà nell’allontanare l’attenzione dall’evento. Le persone con un alto grado di ansia velocemente sono coinvolte dalla situazione e con lentezza riescono a distogliersi da quel pensiero. La soppressione fasica dell’HRV è connessa con la risposta autonomica allo stress e riflette il ritiro del controllo cardiaco vagale e l’attivazione dei sistemi difensivi. I circuiti dell’amigdala sono coinvolti nella rapida scansione dell’ambiente e sono particolarmente attivi nella ricerca di situazioni di pericolo. La risposta che viene in automatico generata a livello cerebrale, in caso di situazione incerta o minacciosa, è quella di “attacco-fuga”. Questo è dovuto ad un fenomeno denominato “negativity bias” che descrive la tendenza a dare maggior importanza alle informazioni negative rispetto a quelle positive. Dal punto di vista evolutivo questa “eccessiva” precauzione aumenta le possibilità di sopravvivenza, ma nel contesto della società attuale una continua percezione di minaccia è disadattativa. I pazienti con un alto grado di ansia non necessariamente mostrano una risposta esagerata, ma piuttosto mostrano comportamenti di sospetto pur essendo in un contesto sicuro.

Confronto

Porges, con la teoria dell’ingaggio sociale, suggerisce che i fenomeni di socializzazione dipendono da un buon funzionamento del vago mielinizzato che permette l’autoregolazione, la capacita di “calmarsi” e inibisce l’input simpatico sul cuore. Dunque la possibilità di modulare il tono vagale può incrementare la capacità di autoregolazione di un individuo.

Thayer e Lane nel modello di integrazione neuroviscerale descrivono le strutture neurali centrali (CAN) coinvolte nella regolazione cognitiva, affettiva e autonomica di un individuo. Le connessioni dinamiche tra amigdala e corteccia prefrontale, soprattutto nella sua parte mediale, responsabili della valutazione del grado di rischio dell’ambiente, agiscono sulla regolazione della HRV attraverso le loro connessioni con il Nucleo del Tratto Solitario (NTS). L’HRV riflette la capacita funzionale delle strutture cerebrali coinvolte nei processi di auto regolazione. Quando il CAN diminuisce l’attivazione della corteccia prefrontale, la frequenza cardiaca aumenta e l’ HRV diminuisce. La corteccia prefrontale viene messa da parte quando si percepisce una situazione di paura, ma una prolungata inattività della corteccia prefrontale porta ad uno stato di ipervigilanza e isolamento sociale.

 

 




L’arte dell’ascolto: medicina taoista, suonoterapia e microsistemi, sinergia tra sistemi di cura

Lucio Sotte*

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«L’arte in Occidente ha sviluppato una complessa simbologia linguistica, attraverso la quale l’artista manipola il suo materiale per comunicare qualcosa al suo pubblico.» afferma la prefazione a questo volume di Carlo Di Stanislao «L’idea di arte come comunicazione è fondamentale per l’estetica occidentale, così come la conseguente interrelazione tra forma e contenuto.

La musica è considerata un linguaggio dei sentimenti e si compone di forme sonore in movimento. È questo l’unico punto in comune con l’idea di arte in Oriente, che comunica per effetti visivi in movimento (gli ideogrammi) e non attraverso il logos, la semplice, scultorea e quindi rigida parola. Perciò gli autori in questo testo partono dal Taoismo per poi configurare mirabili excursus entro in suono, la vibrazione, il sentire e i suoi effetti, energetici e psichici, locali e generali. Un libro originale per forma e contenuti, sorprendente tanto nelle sue parti quanto nello sviluppo delle stesse. Incomunicabile, poi, la maniera con cui si introduce il tutto, con una visione insieme ampia e sintetica di quella complessa filosofia di vita che va sotto il nome di Taoismo, filosofia/religione di cui molto spesso si parla con omissioni, falsificazioni o autentici errori.»

La prima parte del volume è dedicata alla medicina taoista attraverso una disamina delle sue origini, della storia, del significato interpretato all’interno della teoria dei meridini, dei loro tragitti energetici, dei punti rivelatori e dei nodi patologici. Molto interessanti sono i richiami classici come quelli ai tredici punti gui di Sun Si Miao, ai nove fiori di Ge Hong, alle undici stelle.

La seconda parte è dedicata all’arte dell’ascolto ed è opera di Fabio Pianigiani.

Parte dall’analisi del significato della musica per attraversare gli elementi muscicali, le caratteristiche del suono ed arrivare al rapporto tra suono, mente e percezione.

La terza parte del volume, opera di Massimo Rinaldi è dedicata alla palpazione addomino/ombelicale ed all’ombelicopuntura, uno dei microsistemi in cui si riflette olisticamente il tutto all’interno del nostro organismo attraverso la concezione del bagua.

È un onore presentare questo volume di Franco Cracolici, Fabio Pianigiani e Massimo Rinaldi che ci introduce alla medicina taoista, ai microsistemi ed alla suono terapia. Un serio tentativo di presentare le antiche conoscenze della cultura cinese così spesso travisate e mal interpretate e di confrontarle e collegarle attraverso l’arte e la musica con il nostro modo di concepire l’uomo e la sua fruizione del reale.

 




Il camice strappato: il medico occidentale tra modello disease centred e patient centred

Angelo Ciotta*

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Il modo di affrontare la malattia e il malato in Occidente ha creato una sorta di scisma, di rottura nell’approccio alla persona che si esprime in due modelli clinici antitetici: il modello clinico disease centred e il modello clinico patient centred. Questi due approcci sono a loro volta l’espressione pratica dei modelli teorici della E.B.M. (Evidence Based Medicine) e della C.P.M. (Centred Patient Medicine).

Negli ultimi anni si è assistito ad una metamorfosi degli attori del binomio medico-paziente: da un lato la figura e l’identità del medico è cambiata, come cambiata risulta essere la funzione stessa dell’ospedale nella gestione e tutela della salute dei paesi occidentali, costretti a intervenire per frenare la crescente spesa sanitaria. Non meraviglia, pertanto, che, oggi, appaia desueto il termine ospedale per designare il luogo di cura per eccellenza mentre si preferisca, ritenendolo più appropriato, quello di azienda ospedaliera. Dall’altro il paziente lascia il posto alla figura dell’utente-cliente (mutuata dal mondo dell’economia).

In questo scenario economico l’azienda non può che offrire un “pacchetto di servizi” cui si può accedere e di cui si può fruire al fine di garantire, nel rispetto della dignità della persona, il raggiungimento degli scopi aziendali magari con un bilancio economico in positivo. La salute diventa un bene di consumo al pari di qualsiasi altra merce con produttori e consumatori, rispettando le fredde leggi del mercato. Più correttamente gli autori anglosassoni parlano di disease mongering (letteralmente mercificazione, commercializzazione della malattia). Con questo termine si indica la messa in vendita di disturbi che allargano la linea di confine tra malattia e salute al fine di ampliare il mercato per il business delle industrie che vendono il prodotto farmacologico appropriato. E sia il medico che il paziente oggi si trovano ciascuno per la sua parte nelle mani dell’industria farmaceutica che per ovvi motivi di economia aziendale pensa più al bene malattia che al bene salute essendo la prima più redditizia della seconda.

A seguito di tali trasformazioni culturali si è passato dal paradigma bioetico e deontologico della medicina paternalistica, con tutti i limiti che la caratterizzavano, ad un modello aberrante del rapporto medico-paziente: la medicina difensiva, frutto di una frattura profonda dell’essere del medico.

La crisi del rapporto medico-paziente è diventata, ormai, consolidata realtà, oggetto di dibattito epistemologico e filosofico sul presente e sul futuro della medicina, dopo decenni di silenzio sulla scienza medica, che sembrava ormai confinata ad un pur rispettabilissimo ruolo di semplice e mera prassi, sempre più tecnologizzata e disumanizzata. Pertanto il medico è diventato, nell’opinione corrente, con propria e senza propria colpa, un tecnocrate supposto infallibile e per questo irrimediabilmente e inevitabilmente colpevole in caso di errore. A complicare i rapporti gli orientamenti giurisprudenziali che, sempre più spesso, giudicano il rapporto medico-paziente come una forma di contratto da cui deriva un’obbligazione di risultati oltre che di mezzi.

Il progresso tecnologico e il continuo rinnovarsi e perfezionarsi delle conoscenze hanno fatto accrescere la stratificazione del sapere medico e hanno sostituito molte certezze che si sono dimostrate vane, con nuove certezze ritenute, spesso a torto, definitive che hanno rapidamente reso desuete le conoscenze acquisite.

La massa e la qualità delle conoscenze si sono estese e approfondite a tal punto da non consentirne il critico possesso e da non potere essere contenute dagli strumenti tradizionali di conservazione e diffusione della conoscenza.

Da più parti si sente dire che la medicina è in crisi. La tecnicizzazione (forse eccessiva), i tempi sempre più ridotti per i malati, la burocrazia asfissiante hanno sicuramente intaccato le sue radici ontologiche tanto da invitare a cercare strategie efficaci ed adeguate per arginare i danni. Ma al di là di queste cause che si possono definire esterne, sembra plausibile indicare il motivo di tale crisi nello stesso impianto concettuale della medicina. Posta in un incrocio che ne fa un ibrido di scienza e arte, la natura della medicina, appare, infatti fin dalle prime origini immersa in una situazione difficile: obbedire al telos intrinseco della disciplina per cui è fondamentale trattare il proprio oggetto di studio interamente come oggetto, al fine di garantirne la scientificità e l’attendibilità dei risultati e nel contempo rendersi conto che quello che si ha di fronte non è corpo tra i corpi, non è materia vivente tra le altre, ma un soggetto, una persona, metafora viva che si incarna in un vissuto esistenziale unico e irripetibile, che si manifesta come uomo ferito. D’altro canto la medicina rappresenta l’unica scienza che ha per oggetto un soggetto. Ma allora come si possono conciliare queste due realtà? Forse l’unica soluzione è tenere viva la dimensione della lotta e del conflitto anziché tentare a tutti costi di trovare un punto d’incontro. Nei termini specifici del rapporto medico-paziente questo significa mantenere la tensione dialettica tra il desiderio di sapere sempre di più sulla patologia e il dovere di rispondere alla domanda di aiuto, anche quando non ci sia più alcuna possibilità di guarire come nel caso della fase terminale di malattia. In questa prospettiva l’essenza dell’essere malati è piuttosto uno stato di bisogno e si esprime come richiesta di aiuto. Bellissima e commovente la definizione che da Weizsacker di malato e medico: “Definisco malato colui che mi chiama come medico e in cui come medico riconosco lo stato di bisogno”. Il prius dell’atto medico, dunque, non è quello di astrarre dal contesto e decodificare i dati raccolti attraverso l’esame, né tantomeno immedesimarsi nel vissuto altrui, ma chiedere offrendo disponibilità. La medicina dovrebbe aprirsi a una concezione che superi il meccanicismo di matrice illuminista e il tecnicismo attraverso l’intersoggettività con lo strumento principe dell’empatia.

Purtroppo, questo paradigma di etica medica resta ancora inascoltato. La medicina dei nostri giorni, fondata sulla dissociazione progressiva della malattia dal malato, tende infatti a definire il malato in funzione della malattia. A dimostrazione di quanto affermato, basti pensare al largo seguito (si potrebbe dire plebiscitario e universale) dell’E.B.M. Ciò significa che il malato è trattato più come oggetto che come soggetto della sua malattia. Insomma una sorta di doppio vincolo contradditorio che irretisce e mortifica il paziente.

Con questo nessuno, tuttavia, osa negare la rilevanza della E.B.M. e le conseguenze benefiche che ha avuto nella pratica medica. Essa, infatti è diventata uno strumento di conoscenza importante ma nella misura in cui assolutizza il dato empirico-clinico-osservazionale espone a rischi onerosi. Primo fra tutti la nascita della medicina dei protocolli e delle linee guida, figlia della medicina difensiva: i malati vengono curati in funzione del morbo che li affligge, vengono categorizzati per affezione, omogeneizzati in un unicum indifferenziato che non tiene conto del vissuto, della personalità, del carattere e di tutte le variabili personali che rendono unico e originale il singolo malato. Esiste, pertanto, il “paziente medio” con le sue connotazioni statisticamente più ricorrenti e che lo definiscono. In tal caso, quando la risposta che il medico si aspetta non corrisponde a ciò che nel malato si verifica o a ciò che il medico ha schematizzato e inquadrato nella sua mente, può accadere che il malato venga etichettato come “strano”, la malattia inquadrata come “essenziale” o “idiopatica” o in alcuni casi “psicosomatica” o “stress-related” e che la relazione terapeutica sia bruscamente interrotta togliendo al medico stesso la possibilità di approfondimento, di indagine e di ricerca. Tale metodo appare, inoltre, tanto più ingenuo quanto più si considera che la presunta oggettività ed evidenza con la quale si accoglie il dato statistico è in realtà frutto di una scelta soggettiva o intersoggettiva la quale per sua natura non può avere valore assoluto: se si pensa ai grandi trials si deve sempre ricordare che la metodologia è sempre frutto di una scelta che ha definito dei criteri elaborati da uomini.

E ancora, uno studio metodologicamente corretto ha bisogno di grandi numeri (difficilmente reperibili), se si vogliono soddisfare statisticamente criteri di omogeneità e scientificità. E questo tanto più quanto maggiormente la comparazione riguarda gruppi di pazienti provenienti da diversi paesi. Quindi la statistica, elemento fondante della E.B.M. ne rappresenta paradossalmente uno dei limiti principali.

Negli anni la medicina basata sulle evidenze ha trovato la sua massima espressione e attuazione nel modello biomedico (detto anche modello disease centred o modello tradizionale) di cui la biologia molecolare rappresenta la disciplina scientifica fondante.

Tale modello sostiene che la medicina si debba occupare delle malattie: perciò si parla di modello disease centred, centrato sulla malattia. La definizione di “malattia”, oggetto centrale del modello biomedico, si esprime integralmente ed esaurientemente in un’alterazione della norma di variabili biologiche, somatiche e, soprattutto, misurabili. Al medico come principale attore della pratica medica, è affidato il compito di definire la presenza di una patologia nei malati, tramite una diagnosi corretta e di intervenire attraverso delle strategie terapeutiche che sono validate dalle evidenze scientifiche. Tale modello è stato, ed è tutt’ora, quello più diffuso e apparentemente vincente. È un fatto storico che nella società occidentale contemporanea il modello biomedico non solo abbia costituito una base per lo studio scientifico delle malattie e per il trattamento delle stesse ma è diventato l’unica possibile modalità di affrontare la malattia nella nostra cultura, è divenuto il modello “popolare” e condiviso di approccio alla malattia e alla salute. Esso è così profondamente penetrato nella nostra cultura da rendere difficile pensarlo come un modello: come dire ovvio che compito del medico sia quello di diagnosticare una patologia e trattarla e che l’unico modo di affrontare le malattie sia quello biologico. Questo spiega, in parte, le reticenze e le resistenze che la medicina cinese con le sue discipline e le altre pratiche mediche non occidentali hanno incontrato quanto non sono state fatte oggetto di insensati e irragionevoli attacchi dal mondo accademico e scientifico.

I primi consapevoli esempi di una medicina centrata sulla malattia possono infatti essere identificati proprio negli scritti di un clinico seicentesco inglese, Thomas Sydenham. In polemica con le vedute degli antichi e dei suoi contemporanei, che vedevano un legame indissolubile tra il paziente e il suo male, Sydenham affermava che la natura produce delle malattie agendo “con uniformità e costanza al punto che, per la stessa malattia in persone diverse, i sintomi sono per lo più gli stessi, e che si possono osservare fenomeni identici nel male di un Socrate o di uno sciocco”. E ancora: “Nella descrizione di una malattia bisogna distinguere i sintomi propri e costanti da quelli accidentali ed estranei. Chiamo accidentali quelli che dipendono dall’età, dal temperamento del malato e dal modo di trattare le malattie”. In Sydenham è chiara la distinzione tra il malato e la malattia e la considerazione di quest’ultima come cosa in sé, sulla quale deve focalizzarsi in modo esclusivo l’attenzione del buon medico.

Si tratta di una prospettiva nuova, di una concezione ontologica della natura del male, che finisce per prevalere su tutte le altre e che caratterizza anche oggi l’approccio del modello biomedico: la malattia che è cosa diversa dal malato e che è uguale in ogni malato.

Le novità e le conquiste della medicina fin dai primi dell’Ottocento, sono ben riassunte dal clinico francese René-Théophile Laennec, che così scrive: “Il costante scopo dei miei studi e delle mie ricerche è stata la soluzione dei tre seguenti problemi:

– descrivere la malattia nel cadavere per quanto attiene agli stati alterati degli organi;

– riconoscere nel corpo ancora in vita specifici segni fisici, per quanto possibile indipendentemente dai sintomi;

– combattere la malattia con i mezzi che l’esperienza ha dimostrato essere i più efficaci”.

Qua è chiaramente esplicitata la mission della medicina odierna: descrivere la malattia come entità biologicamente intesa, riconoscerla tramite le sue manifestazioni corporee e, infine, combatterla.

A questa solida struttura del modello biomedico il Novecento non ha molto da aggiungere sul piano ontologico se non diffonderlo e radicarlo nel pensiero e nel ragionamento comune. Sul piano culturale tale secolo segna una linea dello spartiacque se si pensa al successo mediato dall’acquisizione della tecnologia diagnostica e della terapia farmacologica. Sul piano infine metodologico si apporta un’unica grande novità: l’introduzione del metodo sperimentale, attraverso il quale vengono confermate e oggettivate le acquisizioni della medicina. In particolare la dimostrazione dell’efficacia di un trattamento, qualunque esso sia, non passa più dall’esperienza del singolo ma deve fondarsi sulle prove scientifiche; una medicina basata sulla sperimentazione controlla il soggettivismo di chi è trattato e di chi cura, mentre la ripetibilità degli esperimenti fornisce una totale garanzia dell’affidabilità e dei trattamenti testati.

Attraverso questi passaggi (il radicamento nel dualismo cartesiano, l’ipotesi della realtà ontologica delle malattie, l’affermarsi dell’anatomia patologica, le scoperte della biologia e l’introduzione del disegno sperimentale) si giunge a grandi passi a ricostruire le fondamenta della medicina odierna e di quel modello disease centred che, almeno implicitamente, la caratterizza.

Si tratta di un modello rigorosamente biologico, fondato nella fisicità degli agenti patogeni, delle alterazioni d’organo o di tessuti, della farmacologia, un modello che si è fatto strada attraverso l’applicazione rigorosa del metodo scientifico. Esso identifica chiaramente l’oggetto del suo interesse, la malattia, e definisce tale oggetto come l’alterazione di precisi parametri biologici.

Il medico in questo modello deve raggiungere due scopi: in primis identificare e classificare la malattia attraverso i suoi segni e i suoi sintomi e, successivamente, utilizzando questa classificazione, contrapporre alla patologia una terapia (farmacologica e non) che scientificamente si è dimostrata efficace in precedenti trials controllati e randomizzati.

 

 

 

 




Perchè partecipare ad un Corso di Perfezionamento universitario in Epigenetica e Tecniche per il ben-essere psico-fisico

Annino I.*, D’Errico M.M.**, Iannotti S.***, Ponzio E.****, Hainaut Y.*****

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*Già Professore Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva c/o Università Politecnica delle Marche – UPM

**Professore Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva e Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia della UPM

***Medico Chirurgo, Psicoterapeuta, Ipnoterapeuta, Direttore dell’Istituto Mente-Corpo e della Fondazione Iannotti-Rossi Onlus

****Tecnico Laureato c/o l’Unità di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica del Dipartimento di Scienze Biomediche e Sanità Pubblica dell’UPM

*****Psicologa, Psicoterapeuta e Istruttore certificato in Interventi Psicologici Basati sulla Piena Coscienza, l.p.

L’Università Politecnica delle Marche in Ancona ha da poco approvato l’istituzione del primo Corso di Perfezionamento in “Epigenetica e Tecniche per il ben-essere psico-fisico”, che verrà bandito nell’A.A. 2017/18 sotto la direzione didattica dell’Unità di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica del Dipartimento di Scienze Biomediche e Sanità Pubblica. Scopo del Corso è quello di conferire ai partecipanti una formazione teorica e pratica sulle principali tecniche psico-fisiche preventive, terapeutiche e riabilitative, in grado di affiancarsi ai trattamenti medici e chirurgici convenzionali per garantire il ben-essere dell’individuo. Queste tecniche possono essere definite come «una varietà di pratiche finalizzate a migliorare le capacità psichiche di influenzare funzioni e sintomi corporei e, viceversa, delle capacità delle attività sul corpo di agire positivamente sulla psiche». Esse si avvalgono dei risultati delle più recenti ricerche scientifiche che hanno dimostrato gli straordinari effetti biologici di secolari discipline orientali quali Yoga, Tai Chi, Qi gong, del Massaggio psicosomatico, nonché di quelle pratiche più recentemente elaborate e raffinate, quali l’Ipnosi, la Mindfulness e altri Interventi Psicologici Basati sulla Piena Coscienza, la Psicologia positiva, il Bio-feedback ed altre ancora.

Molte di queste discipline, pur riconosciute valide per gli effetti benefici sulla salute che dimostrano di produrre, hanno trovato grande difficoltà, nel secolo scorso, ad essere integrate alla medicina convenzionale, soprattutto a causa di una carente ricerca scientifica che potesse validarne i meccanismi di azione. Ora abbiamo prove scientifiche sufficienti del loro valore preventivo, terapeutico e riabilitativo grazie ad alcuni grandi cambiamenti subentrati nel perfezionamento della diagnostica strumentale e di laboratorio e nella conseguente comprensione di alcuni fondamentali aspetti, in particolare, del funzionamento del DNA e del network psico-neuro-endocrino-immunologico. La fine del secondo millennio è stata, infatti, contraddistinta dalla scoperta di eventi cognitivi di rivoluzionaria importanza quali, il completamento del Progetto Genoma Umano e la conoscenza diligente (finalmente) della funzione del Sistema Nervoso Centrale, a tal punto che il Dipartimento della Salute Americano ha definito il periodo 1990-1999 “il decennio del cervello”.

Il primo ha dato il via, nei due decenni iniziali del secolo corrente, ad una serie impressionante di studi in campo epigenetico. Questi ci stanno facendo capire, che tutto ciò che fa parte del nostro ambiente, e comprese le emozioni, influenza continuamente l’apertura e la chiusura di milioni di interruttori sul DNA, agendo così sulla nostra salute. In effetti, ogni cellula porta nel suo nucleo lo stesso patrimonio genetico che ha tutta l’informazione necessaria per ricostituire l’insieme del corpo, anche se ogni cellula non esprime che una parte di queste informazioni. Il DNA è in realtà controllato dai segnali provenienti dall’esterno delle cellule, cioè dal suo ambiente. Molti milioni di interruttori si trovano sul DNA permettendo ai geni di essere letti o di restare silenziosi. La scienza che studia questi interruttori e l’interazione tra il DNA e l’ambiente si chiama, appunto, Epigenetica (dal greco “epì”, cioè “sopra”, e gennetikòs, cioè “relativo all’eredità familiare”). Anche le emozioni lasciano delle tracce sulla molecola del DNA e queste tracce sono trasmissibili in certe condizioni alla discendenza. L’elemento saliente, che rivoluziona il paradigma antecedente, che ci rendeva schiavi della nostra eredità genetica, è rappresentato dal fatto che, mentre l’informazione portata dai geni è stabile, le etichette epigenetiche hanno una stabilità relativa e sono cancellabili; esiste, dunque, una reversibilità potenziale che, da un lato permette un ritorno alla salute (possibilità terapeutiche e riabilitative), dall’altro sottolinea ulteriormente l’importanza dell’assunzione di stili vita e di comportamenti, nonchè l’utilizzo integrato, accanto ai metodi convenzionali, di tecniche psico-fisiche, mente-corpo, orientate al mantenimento del ben-essere dell’individuo (possibilità preventive).

Epigenetica, Ambiente, Alimentazione, Psiche, Malattie e Salute

Possiamo considerare molto fortunata la nostra generazione che ora conosce questa chiave per aprire la porta della conoscenza di se stessi : l’Epigenetica, cioè l’uso che facciamo del nostro DNA. E’ una sorta di libero arbitrio del quale resta traccia quando viene esercitato; è un principio di responsabilità rispetto a quel pacchetto di istruzioni genetiche che abbiamo ricevuto alla nostra nascita. Oggi sappiamo che il nostro DNA, mediante i meccanismi epigenetici, che possiamo misurare anche in tempo reale attraverso l’espressione genica, riconosce continuamente l’ambiente nel quale l’individuo vive; in questo modo esso prende nota e mantiene le informazioni su corne hanno vissuto i nostri nonni ed i nostri genitori. Qualsiasi sia la vita che io conduca, il mio DNA ne viene informato e ne mantiene memoria a volte per un breve periodo, altre più a lungo, al punto da potersi ritrovare nel DNA di un mio pronipote (trasmissione epigenetica transgenerazionale). Così la diffusa abitudine di fumare, o di eccedere nel consumo di alcol o, all’opposto la sana abitudine di fare sport o semplicemente di muovermi, quella di mangiare con una dieta equilibrata, ricca di vitamine e povera di grassi, etc., o, ancora, il sottopormi ad una vita stressante, l’essere in ansia o depresso, piuttosto che, viceversa, ridere, amare, rilassarmi, etc., non soltanto andranno ad alterare, attraverso l’azione epigenetica, negativamente o positivamente, il funzionamento del mio DNA, ma potranno incidere anche sull’esistenza della mia discendenza. Se il mio stile di vita, se il mio modo di vivere è ripetitivo, quel modo finisce con l’iscriversi indelebilmente nel mio DNA e, alla lunga, col modificare per sempre qualcuno dei miei geni, dunque il mio genoma (nome con cui si definisce l’intera sequenza nucleotidica del DNA). Di Mauro[1] ha così ben sistetizzato questo concetto : “Il DNA impara e scrive su di sé la propria esperienza, la propria cultura. La trasmissione della cutura di cui è portatore l’idividuo che di quel DNA è fatto è la forma più alta di Epigenetica”. Dobbiamo allora riflettere sul fatto che è la cultura biologica (leggi relativa alla salute) di una generazione che viene trasmessa epigeneticamente a quella successiva e, poi, ancora oltre, e domandarci, ove essa sia stata eventualmente erronea : che ne sarà di quelle future generazioni, di nostri pronipoti, il cui genoma abbia appreso a dettare regole di comportamento opposte all’obiettivo salute, intesa come “il mantenimento di uno stato di armonico equilibrio funzionale, fisico e psichico, dell’individuo dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale?”[2].

Le ricerche scientifiche ci dicono che modifiche epigenetiche possono verificarsi in risposta a stimoli ambientali, tra cui uno dei più importanti è la dieta. Come la dieta influenza l’epigenoma non è pienamente compreso con le conoscenze di oggi, ma alcuni chiari esempi attraverso cui ciò si relizza, sono ben noti. Tra gli altri, gli studi epidemiologici di coorte eseguiti sulla popolazione olandese che durante la seconda guerra mondiale fu sottoposta a deprivazione alimentare (Dutch Hunger Winter)[3] e quelli successivi, hanno messo in evidenza che la carenza alimentare subita dai piccoli di quelle donne nella vita intrauterina si è impressa epigeneticamente in loro determinando, in rapporto al periodo di esposizione, importanti effetti dannosi immediati quali malattie congenite come la spina bifida e l’idrocefalo, o da adulti, cancro del seno, depressione, malattie cardiovascolari, allergia, diabete, e altro. E’ stato visto che la scarsità nutrizionale a livello embrionale produce una carenza di metilazione di un gene implicato nel metabolismo dell’insulina, cioè nel fattore di crescita di tipo II, che può persistere nella vita adulta. Quei bambini presentavano una diminuzione dell’altezza media e tali parametri antropometrici non sono tornati ai livelli precedenti nella generazione successiva. E’ dovuta passare una intera ulteriore generazione affichè il DNA delle madri olandesi prendesse epigeneticamente nota dei cambiamenti nutrizionali sopravvenuti ed affinchè i livelli di altezza media e lo stato di salute della popolazione tornasse ai livelli antecedenti.

L’epigenetica, dunque, lavora su grandi numeri, sul singolo individuo, ma anche nel tempo. Ernesto Burgio[4], Presidente del Comitato Scientifico dell’Associazione internazionale medici per l’ambiente (ISDE), in proposito, sottolinea che da vent’anni a questa parte è nota la presenza nelle catene alimentari, in atmosfera, nella biosfera, nelle acque, di tantissime sostanze non naturali, come i prodotti artificiali, di sintesi, quali: pesticidi, interferenti endocrini, metalli pesanti, particolato ultrafine, prodotti dal traffico veicolare e dalle grandi industrie. Queste sostanze mettono a rischio equilibri biologici e bioevolutivi molto complessi, perché si stanno introducendo in pochi decenni una serie di fattori che interferiscono in maniera complessa sul DNA. Quello che le ricerche stanno dimostrando è che, per esempio, campi elettromagnetici, sostanze chimiche, particolato ultrafine, metalli pesanti, agiscono insieme turbando epigeneticamente l’espressione delle cellule agendo sul software del DNA, cioè sull’epigenoma. Questa azione è molto grave specialmente nelle prime fasi della vita, cioè sull’embrione, sul feto e sul bambino e mette quindi purtroppo a rischio le generazioni future, in quanto gli effetti maggiori si vedranno probabilmente solo tra 10, 20 o 30 anni. Anche gli adolescenti sono coinvolti, perché i gameti, lo spermatozoo e l’ovulo, sono assolutamente coinvolti in queste perturbazioni. Ci sono alcune malattie che stanno diventando più frequenti: l’autismo o i disturbi del neurosviluppo in generale, la dislessia, la ADHD, le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e i tumori in età giovanile, le malattie diciamo immunomediate, cioè le allergie e le malattie autoimmuni. Infine, da non sottovalutare è la grande “epidemia” dell’obesità e del diabete giovanile. Prima si pensava che queste patologie fossero legate all’alimentazione, ora sempre più chiaramente si sa che essa spiega solo in parte il problema: le sostanze che sono nelle catene alimentari e che possono disturbare la programmazione fetale dei tessuti probabilmente hanno un grande effetto anche su questo.

La nutrigenomica, la recente scienza multidisciplinare che riesce a combinare la genetica con la nutrizione, propone allora, grazie alle scoperte in campo epigenetico, di cercare di svolgere un attivo ruolo preventivo, in difesa dell’organismo. Il Progetto Genoma Umano e il Progetto SNPs (relativo alle variazioni lievi nell’assetto genetico individuale associate alla maggior parte delle patologie), hanno chiarito che tra i genomi dei singoli individui esistono milioni di piccole differenze, che condizionano fortemente le caratteristiche dei tessuti, degli organi e delle cellule umane e che determinano la predisposizione di un soggetto a rispondere ad una determinata dieta, con influenze più o meno positive[5].

Un altro aspetto da non sottovalutare è rappresentato dagli studi sul rapporto tra esperienze dell’individuo ed effetti epigenetici che investono la sfera psichica. In ambito sperimentale murino, si è visto come maschi sottoposti a stimoli di stress, quali la separazione prematura dalla madre o la ripetuta sottomissione sociale, trasmettono alla prole, anche questi ben al di là della barriera transgenerazionale, sindromi di ansia, comportamenti depressivi e alterazioni del metabolismo ormonale. Districare il legame molecolare che esiste tra l’esperienza epigenomica dei gameti e la relazione tra i gameti e lo sviluppo di circuiti cerebrali comportamentali in risposta alla ripetizione di quella data esperienza non è facile, ma sarebbe un peccato di ingenuità pensare che il sistema non debba coinvolgere la sfera più propriamente psicologica dell’uomo. Gli studi, ad esempio, che si sono sono focalizzati sulla trasmissione transgenerazionale del Major Depressive Disorder (MDD), una delle maggiori cause al mondo di disabilità tra gli umani, hanno mostrato prove crescenti che sostengono l’ipotesi che l’epigenetica è un meccanismo chiave attraverso cui le esposizioni psichiche ambientali interagiscono con la costituzione genetica di un individuo per determinare il rischio per la depressione durante tutta la vita. Secondo questi studi, sollecitazioni severe da stress, in individui vulnerabili a livello della struttura della cromatina in aree genomiche particolari nelle regioni limbiche del cervello, guidano cambiamenti continui nell’espressione genica che contribuiscono agli episodi di depressione. Tali modifiche epigenetiche, specie quelle che si presentano presto nella vita, determinano la vulnerabilità o la resistenza successiva di un individuo agli eventi stressanti vissuti. Ci sono due modi supplementari con cui i meccanismi epigenetici potrebbero influenzare la depressione: il primo comprende gli eventi stocastici durante lo sviluppo; l’altro interessa l’eredità epigenetica trans-generazionale, ove queste forme di contributo epigenetico alla depressione rimangono più di meno stabiliti[6]. In termini generali queste osservazioni, insieme a quel­le epidemiologiche associate ad eventi storici del tipo di quelli sopracitati riportati per popolazioni olandesi, scandinave, in India, etc., dimostrano che la dis-regolazione della risposta allo stress fisiologico e/o psicologico è un fatto normale. Il concetto stesso di stress è in qualche modo arbitrario. La vita è stress. La risposta a stress specifici è soltanto la necessaria plasticità della risposta del vivente a condizioni variabili. La risposta individuale allo stress è largamente un fatto epigenetico[7].

Una recentissima review[8] ha descritto in modo completo le recenti scoperte su come il paesaggio epigenetico può contribuire a profili molecolari alterati con conseguenti disturbi dello sviluppo neurologico. Inoltre, ha descritto le vie potenziali per la ricerca futura per identificare i marcatori diagnostici e gli EPI-farmaci terapeutici per invertire le anomalie nel cervello ed indicare come i danni epigenetici siano reversibili in natura. Il fumo materno in gravidanza, ad esempio, altera i processi di sviluppo neurologico del feto, modificando la metilazione del DNA di geni coinvolti nello sviluppo placentare e fetale, e porta a disturbi dello sviluppo neurologico nella prole. L’esposizione gestazionale all’alcol induce modificazioni degli istoni, alterazioni della metilazione del DNA e dei mRNA, e dell’espressione di geni associati con il processo di sviluppo fetale e porta, dunque, anch’essa a disturbi dello sviluppo neurologico. La mancanza di integratori alimentari essenziali nella dieta materna durante la gravidanza causa una perturbazione nelle vie metaboliche e diverse alterazioni epigenetiche nel feto, provocando uno sviluppo biologico anormale e disturbi dello sviluppo neurologico. Inoltre, condizioni metaboliche particolari, quali il diabete mellito gestazionale, l’obesità, l’ipotiroidismo inducono anch’esse alterazioni epigenetiche nel feto, portando ad una serie di cambiamenti metabolici ed immunogenici e innescando deficit neuropsicologici e neuroanatomici nel cervello in via di sviluppo. Infine, diversi fattori legati allo stile di vita e acquisizione di infezioni in gravidanza giocano un ruolo critico nella modificazione epigenetica modificando, a loro volta, l’espressione di molti geni associati con un anomalo sviluppo fetale.

Questi rappesentano solo alcuni dei tantissimi esempi di come l’ambiente, l’alimentazione e gli stili di vita impattano epigeneticamente sulla salute e la malattia individuale e collettiva.

Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia, Rischi Psico-sociali e stress

Il secondo tipo di eventi cognitivi di rivoluzionaria importanza che hanno caratterizzato la fine del secolo scorso, e l’inizio del nuovo, è stato rappresentato dalla conoscenza dettagliata della funzione del Sistema Nervoso Centrale e del suo collegamento con il resto delle funzioni del corpo resa possibile dallo sviluppo di tecniche sofisticatissime di neuroimaging e da quelle in campo analitico biologico ed immunologico. Queste scoperte sono state abilmente condensate nell’elaborazione di un nuovo paradigma : la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia (PNEI)[9]. Spazzato via il vecchio dogma ritenuto incontestabile che voleva “il cervello un tessuto perenne che una volta completata la sua crescita, prensentava i rapporti tra le parti che lo costituivano acquisiti definitivamente”, la nuova visione scientifica afferma oggi che non soltanto l’assetto anatomico è variabile, in quanto i rapporti tra cellule, sollecitati da stimoli diversi, si possono continuamente modificare (come ad esempio accade nell’Ipotalamo) e nuove connessioni si formano senza sosta andando a modificare la mappa cerebrale di un’area (neuroplasticità), ma il cervello produce instancabilmente nuove cellule nervose nel corso dell’apprendimento soprattutto di nuove cose (neurogenesi) ed all’opposto blocca questa produzione se sottoposto a stress[10]. Anche alcuni concetti relativi al sistema nervoso periferico hanno trovato nuove visioni, come quella che oggi ci spiega che simpatico e parasimpatico lavorano in modo più integrato e meno antagonista di quello che si riteneva in precedenza; o quella che ci ha fatto capire che le fibre neurovegetative venendo in relazione con le fibre nervose sensoriali, le cellule immunitarie e i vasi sanguigni, portano informazioni sensoriali dagli organi interni al cervello, realizzando così, attraverso neuropeptidi, citochine e altre sostanze attive, una stretta comunicazione tra sistema simpatico e parasimpatico e sistema immunitario. Quest’ultimo, è ormai appurato, è capace di autoregolarsi e, grazie al monitoraggio di tutti gli organi, e soprattutto la mucosa intestinale, funziona come organo di senso interno comportandosi da grande sistema di equilibratura dell’intero organismo[11]. In questa nuova visione le ghiandole en­docrine costituiscono un sistema strutturato composto da più vie che, in collaborazione con il sistema nervoso e con quello immunitario, realizza le reazioni vitali di adattamento dell’organismo, incluse le funzioni cognitive a cui partecipano organi e molecole di origine non nervosa (ad esempio ormoni), a cambiamenti che vengono dall’ambiente esterno. Oggi conosciamo con precisione le aree cerebrali coinvolte e le vie nervose che seguono le emozioni, i processi decisionali e quelli di memorizzazione, ed i loro complessi collegamenti. Conosciamo ormai i meccanismi patogenetici, riferibili al sistema dello stress che sostanziano la relazione tra ambiente sociale e salute. Abbiamo capito che gli esseri umani reagiscono attivando la stessa risposta fondamentale da stress, a prescindere che si trovino di fronte all’aggressione di virus, batteri, tossine, stimoli ambientali di pericolo, registrati dai nostri sensi ed elaborati dal cervello, oppure che debbano fronteggiare una minaccia psichica o una forte emozione. Gli eventi stressanti ripetuti nei modelli animali hanno dimostrato di provocare cambiamenti di lunga durata nei circuiti neurali a livello molecolare, cellulare e fisiologico, portando a disordini di umore e cognizione. Gli studi molecolari negli ultimi anni hanno implicato diversi meccanismi epigenetici, tra cui modificazioni degli istoni, metilazione del DNA e RNA non codificanti, che sono alla base della disregolazione di geni nei circuiti neurali interessati in una patofisiologia indotta da stress cronico[12]. Nel loro insieme, le ricerche scientifiche accumulate indicano che i primi eventi stressanti, tra cui deprivazione materna e paterna persistente, possono provocare cambiamenti epigenetici che sono misurabili nei mammiferi adulti. È, tuttavia, importante tenere a mente che gli eventi stressanti possono causare epigeneticamente cambiamenti biochimici, molecolari e strutturali nel cervello in un qualsiasi periodo della vita di un individuo[13].

Una nuova visione sistemica della salute umana e un approccio «olistico», cioè unitario e globale sta oggi, dunque, diffondendosi. Essa mette in evidenza i limiti della formazione del medico «curante» troppo centrata sull’analisi dei sistemi corporei e troppo poco e solo secondariamente orientata ai problemi della mente dell’individuo; e che riserva, così, una minore o assai scarsa attenzione alle relazioni dell’uomo con i sistemi bio-fisici, sociali, comportamentali che, invece, hanno una rilevanza essenziale nell’intervento preventivo, terapeutico e riabilitativo. Ognuno di noi ha, piuttosto, necessità di riscoprire che la salute dipende ampiamente da ciò che mettiamo in opera per noi stessi, e non solamente dai farmaci prescritti dai medici; e, soprattutto, come restaurare naturalmente il proprio equilibrio corporeo senza dimenticare quello che la medicina classica ha di meglio da offrire. Abbiamo bisogno, ora, di una medicina che approfitti di tutte le scoperte della scienza moderna in materia di despistage precoce delle malattie, di terapia medica e di interventi chirurgici efficaci, ma che conosca, anche, grazie alla comprensione dei loro fondamenti epigenetici, i meccanismi naturali della guarigione inerenti ciascuno di noi e la maniera per metterli in azione contribuendo al mantenimento della salute ed alla cura delle malattie[14].

 

Epigenomica psicosociale e culturale

Come conseguenza degli studi sull’epigenetica e sul funzionamento del cervello, appena illustrati, alcuni studiosi, tra questi Ernest L. Rossi, ultimo allievo di Milton Erickson, si sono dedicati in questi ultimi due decenni a cercare di capire in ottica epigenetica i meccanismi alla base dei processi psico-comportamentali. Rossi, in particolare, ha, così, teorizzato una nuova disciplina, la Genomica Psicosociale, la quale tratta di come “Le esperienze soggettive della coscienza umana, la nostra percezione del libero arbitrio, il nostro comportamento e le dinamiche sociali possano modulare l’Espressione Genica e Viceversa”. Secondo Rossi, gli eventi vitali significativi, le esperienze di vita giornaliere e di ogni ora, i nostri pensieri, le nostre emozioni, il nostro comportamento attivano i geni e, quindi, mediante la loro espressione, la neurogenesi in modo tale da cambiare la struttura fisica del cervello… nonché il nostro modo di vedere la vita. Egli descrive di come lo stato comportamentale, tipo: dormire, sognare, essere cosciente, stressarsi, essere vigile, eccitato, depresso, vittima di problemi psicosomatici, traumatici, di forme di dipendenza, etc., siano correlati ed associati a modelli differenti di Espressione Genica; ancora, di come le esperienze di gran significato e gli stimoli psico-sociali di ogni giorno siano capaci di esprimere la classe speciale dei geni “Attività dipendente” generando nuove proteine, Neurogenesi, Memoria, Apprendimento, Comportamento e Guarigione e descrive come si possa cambiare la struttura fisica e funzionale del Cervello e Viceversa; e di come le cellule staminali, come le cellule embrionali, mantengono la capacità di esprimere qualsiasi gene necessario per rimpiazzare le cellule danneggiate. La malattia, lo stress, il trauma, le lesioni d’ogni natura lasciano un’impronta, una traccia di segnali molecolari nella connessione degli assoni che attivano il ciclo dell’espressione dei geni nelle cellule staminali che ancora risiedono nei tessuti malfunzionanti, attraverso l’attivazione e l’espressione dei Geni Primari Immediati (IEGs) e la neoformazione proteica con conseguente guarigione e/o prolungamento della vita in salute. Perciò il Rossi propone che: “I geni Primari Immediati o rapidi (IEGs), i geni correlati allo stato comportamentale (BSGE) e l’espressione dei geni attività dipendenti (ADGE) per ottimizzare la sintesi delle proteine, allo scopo di facilitare la plasticità cerebrale, rappresentano il ponte tra la Mente (la psiche), il Cervello ed il Corpo e facilitano la nostra comprensione della funzione psicobiologica della psicoterapia e delle arti della guarigione” [15].

Le tecniche per il ben-essere psico-corporeo (mente-corpo)

Le tecniche per il ben-essere psico-corporeo rientrano nel capitolo assai vasto e recente della cosiddetta medicina mente-corpo, mind-body medicine degli anglosassoni, medecine esprit-corps dei francofoni. Esse si concentrano sulle interazioni di promozione della salute tra la psiche, il sistema immunitario e il sistema nervoso e le funzioni del corpo. Incoraggiando e praticando processi cognitivi e modifiche di comportamento, esse supportano la capacità dell’organismo di autoregolarsi e la sua capacità di guarire se stesso, migliorando la consapevolezza di sé e di auto-cura. La pratica terapeutica si basa su elementi di auto potenziamento delle terapie tradizionali (ad esempio, tai chi, qi gong, massagio psicosomatico, etc.) e techniche piu contenporanee come tecniche di rilassamento muscolare progressivo inspirato da Schultz et Jacobson applicate alla sofrologia o il Focusing che lavora con il felt-sens, oltre che sulle tecniche di riduzione dello stress come la Mindfulness Based Stress Reduction, altri Interventi Psicologici basati sulla Piena Coscienza o tecniche di guarigione dei traumi e comportamenti dannosi alla salute come l’Ipnosi Ericksioniana e Rossiana. Inoltre comprende indicazioni relative alla dieta, all’esercizio fisico e di sostegno psicologico e sociale come parte integrante di uno stile di vita sano. In alcuni ospedali americani o in Germania (ad esempio Duisburg, Essen) vengono abbinate tecniche relative ai settori tematici della medicina naturopatica e fitoterapica. Tutte le terapie mente-corpo mirano allo sviluppo di autopercezione e di autoregolamentazione per rafforzare le risorse per la guarigione a lungo termine e la salute. Le tecniche proposte dal Corso di Perfezionamento dell’UPM, offrono quei particolari percorsi, propri dei meccanismi del controllo epigenetico, della cui efficacia si è, ad oggi, ragionevolmente certi e che sono altrettanto ragionevolmente praticabili da parte dei pazienti. Le trasformazioni epigenetiche basate su queste tecniche non sono qualcosa di meccanicistico come l’assunzione di un medicinale : richiedono, invece, un grado di autoconsapevolezza, non necessario per il paziente che deve inghiottire una pillola ogni mattina. Intendiamo qui soffermarci, per esigenze di tempo e di spazio, solo su alcune di queste tecniche che saranno oggetto di insegnamento nel Corso di Perfezionamento. Lo faremo, in questa sede, senza addentrarci nel dettaglio delle stesse, rimandando il lettore, per l’approfondimento, all’ampia recente letteratura che le concerne e con il solo scopo di sottolinearne il dimostrato legame epigenetico.

Procedure ipnotiche psico-somatiche e di riabilitazione cognitiva e fisica, Autoipnosi ed ipnoanalgesia.

La terapia mediante ipnosi è un processo con cui si aiutano le persone a riconoscere le proprie risorse interne; è pertanto  “un mezzo di comunicazione”, una “situazione che si crea tra il paziente ed il terapeuta”, che ha lo scopo di facilitare la scoperta e l’impiego di capacità presenti nell’inconscio. L’ipnositerapia, in linea con la definizione dell’American Psychological Association –  Psychological Hypnosis, è una forma di psicoterapia breve, efficace nel trattamento di un’ampia gamma di disturbi psicologici, fisici, psicosomatici e psicofisiologici, che in alcuni casi può essere effettuata anche in maniera integrata con terapie mediche, psicologiche[16] o chirurgiche convenzionali o altre tecniche mente-corpo[17]. Tra gli altri disturbi per i quali si è dimostrata efficace, si possono citare le psiconevrosi, quali : disturbi d’ansia, fobie, attacchi di panico, depressione reattiva[18], insonnia[19], asma psicosomatica, emicrania e cefalea, paralisi isteriche, disturbi post traumatici da stress[20]; alcune affezioni psicosomatiche del genere : balbuzie, tic, onicofagia, enuresi, encopresi; i disturbi dell’alimentazione, tipo : anoressia, bulimia, polifagia e obesità, anche se con risultati ancora contraddittori[21]; i disturbi sessuali, dermatologici, dell’apparato digerente (come la sindrome del colon irritabile[22]), etc.. In ambito odontoiatrico ed in chirurgia, l’ipnosi è utilizzata principalmente come metodica di autoipnosi ed ipnoanalgesia, a scopo anestetico in quei soggetti che tollerano male l’anestesia farmacologica e/o per il dolore[23].

Sulla base dei più recenti studi di neuroimaging sappiamo oggi due cose fondamentali: la prima che le funzioni neuronali della corteccia prefrontale, insulare e somatosensoriale sono costantemente modificate in rapporto al dolore grazie alla autoipnosi[24] e sulle variazioni delle soglie di percezione di queste aree, specialmente durante interventi chirurgici bisognosi di una anestesia[25]; e che l’ipnosi terapeutica agisce sulle strutture del cervello sede delle emozioni e della memoria (ipotalamo, ippocampo, amigdala e regione fronto-temporale)[26] grazie alla neuroplasticità e all’epigenetica. La trans ipnotica influenza attraverso le parole ed il protocollo medico utilizzato l’espressione dei geni e dunque la plasticità del cervello, provocando una risposta terapeutica misurabile. Uno studio ha mostrato dei cambiamenti nell’espressione di 15 geni immediati precoci nell’ora che ha seguito la terapia ipnotica, che hanno provocato una cascata di altri 77 geni nelle 24 ore successive[27].

Mindfulness e Interventi Psicologici Basati sulla Piena Coscienza

La storia degli Interventi Psicologici basati sulla Piena Coscienza ha inizio con la Mindfulness o Meditazione della piena coscienza; un intervento psicologico basato sulla capacità di “portare la propria attenzione al momento presente, istante dopo istante, in modo intenzionale e senza giudizio di valore”. La piena coscienza è dunque la qualità di coscienza che emerge quando indirizziamo intenzionalmente la nostra mente verso il momento presente. Questa competenza profondamente universale è da noi generalmente poco esercitata. Noi siamo in effetti, nel nostro quotidiano, spesso a mille miglia dal “qui ed ora”, prigionieri del nostro pilota automatico, presi in ruminazioni sul passato, in progetti sul futuro, in giudizi sul presente. Il ritmo frenetico della vita moderna ci porta a tentare di far fronte a molte domande nello stesso momento, allontanandoci così dalla nostra capacità a rispondere con calma ed apertura agli avvenimenti. Questi comportamenti, spesso causa di stress, possono determinare sofferenza, tensioni (fisiche e/o psicologiche), irritabilità, cattivo umore, conflitti relazionali, impulsività, difficoltà a concentrarsi, turbe del sonno, fatica, fino all’esaurimento …… Noi non dominiamo gli avvenimenti che ci arrivano, né le reazioni automatiche del nostro corpo; possiamo unicamente influenzare la maniera nella quale siamo in relazione con essi. L’apprendimento delle pratiche di piena coscienza consente, appunto, di fare questo: arrivare ad avere uno sguardo diverso, non giudicante, su ciò che accade istante dopo istante e ad assumere un comportamento consono al mantenimento del nostro ben-essere psicofisico. Il merito di aver messo a punto questa tecnica, spetta a Jon Kabat-Zinn, biologo molecolare statunitense, che alla fine degli anni ’70, in seguito agli insegnamenti appresi sul buddismo Zen e sullo yoga ed alle sue osservazioni sugli effetti biologici positivi di queste pratiche sulla salute, pensò di applicarle anche in ambito medico, depurandole opportunamente degli aspetti spirituali connessi con le loro origini orientali[28]. Presso la Clinica per la Riduzione dello Stress da lui creata all’Università della Massachusetts Medical School, il suo protocollo denominato Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) ha aiutato migliaia di persone a far fronte a stress, sofferenza e malattia. Oggi questo metodo è conosciuto e praticato in svariate cliniche specializzate ed in ospedali in tutto il mondo ed è entrato a far parte stabilmente degli insegnamenti di base nelle più prestigiose Facoltà di Medicina americane, in quanto alti livelli di stress sono stati identificati negli studenti di medicina e, sempre più, in altri gruppi di popolazione studentesca. Poiché lo stress può influenzare il benessere psicologico e interferire con l’apprendimento e le prestazioni cliniche, è un serio motivo di interesse per le Università includere il benessere degli studenti professionali come risultato del core curriculum; d’altra parte la pratica della Mindulness può essere relativamente facilmente adattata e integrata nei programmi di formazione professionale. In queste ultime essa è coltivata per promuovere nel futuro medico e nelle altre figure sanitarie la cura e la consapevolezza di sé e l’empatia con l’obiettivo finale di migliorare il proprio ben-essere e la qualità del rapporto con il paziente; i programmi mirano inoltre a discutere di come integrare direttamente queste tecniche nella pratica clinica[29].

Negli anni ‘90 gli studi di Segal, Williams e Teasdale hanno dato vita ad un ulteriore protocollo : la Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT)[30]. Questi ricercatori hanno indagato su come la meditazione fosse in grado di aiutare le persone a stare meglio dopo essere state trattate farmacologicamente con successo per stato depressivo. L’evidenza scientifica dell’utilità della MBCT è indubbia, essendosi dimostrata più efficace delle dosi di mantenimento di antidepressivi nel prevenire una ricaduta nella depressione e di determinare una significativa riduzione dei pensieri rimuginativi, oltre che un aumento della qualità del sonno in pazienti con ansia generalizzata o disturbo di panico.

In seguito numerosi altri protocolli basati sulla piena coscienza sono stati messi a punto; si possono citare, tra gli altri : la Dialectical Behavioral Therapy (DBT)[31], un tipo specifico di psicoterapia cognitiva-comportamentale sviluppato alla fine degli anni ’80 dalla psicologa Marsha M. Linehan, che si è dimostrato efficace nel trattare il disturbo della personalità borderline e il disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD)[32]; il Mindfulness Based Eating Awareness Training (MB-EAT) sviluppato per il trattamento di disturbi alimentari binge (BED) e problemi correlati caratterizzati da una disregolazione emotiva, comportamentale e fisiologica in relazione all’assunzione di cibo e all’identità di sé; l’MB-EAT implica la formazione a pratiche di Mindfulness progettate per affrontare le questioni fondamentali della BED: controllare le risposte a vari stati emozionali, fare scelte alimentari coscienti, sviluppare una consapevolezza di fame e di sazietà e coltivare l’auto-accettazione. Le evidenze scientifiche sostengono il valore di MB-EAT nella diminuzione di episodi binge, migliorando il senso di autocontrollo per quanto riguarda il mangiare e diminuendo i sintomi depressivi[33]; l’Acceptance and commitment therapy (ACT Mindfully)[34], destinato ai pazienti affetti da una vasta gamma di condizioni mentali e fisiche, è un approccio di psicoterapia, basato sulla piena coscienza, di tipo comportamentale che mina l’evitamento emotivo e aumenta la capacità di cambiamento del comportamento; esso si basa sulla premessa fondamentale che il dolore, la delusione, la malattia e l’ansia sono elementi inevitabili della vita umana, con l’obiettivo terapeutico di aiutare gli individui ad adattarsi in modo produttivo a questi tipi di sfide sviluppando una maggiore flessibilità psicologica piuttosto che impegnarsi in tentativi controproducenti per eliminare o sopprimere esperienze indesiderate; ciò è ottenuto attraverso un impegno perseguito su aree e direzioni di vita importanti, anche di fronte al naturale desiderio di fuggire o di evitare esperienze dolorose e preoccupanti, emozioni e pensieri; in sostanza, l’ACT analizza i tratti e i comportamenti dei pazienti per aiutarli a ridurre gli stili di coping evitanti. Recentemente la Mindfulness Based Childbirth and Parenting Education (MBCP)[35] ha portato la pratica della Mindfulness nella preparazione delle madri in gravidanza e nel parto con ottimi riscontri, non solo per la gestione degli stati ansiosi delle madri, bensì, anche, per lo sviluppo più equilibrato dei nascituri. Questa pratica porta ad importanti benefici per la salute mentale materna, compresi i miglioramenti nelle valutazioni correlate al parto e la prevenzione dei sintomi della depressione postpartum; inoltre ci sono indicazioni che le partecipanti potrebbero usare la Mindfulness anche per affrontare il dolore in sostituzione dei farmaci sistemici a volte utilizzati durante il parto[36]. Infine, in Belgio sono stati da poco proposti con successo dall’Universitè Catholique de Louvain, les Interventions psychologiques Basées sur la Pleine Conscience (IBPC), destinati ad adulti[37], ai bambini ed agli adolescenti[38]. Gli IBPC, filiera bambini, si propongono come utili interventi di prevenzione nella scuola primaria, in quanto attraverso lo sviluppo di abilità attenzionali e emotive nei bambini sono in grado di aumentare i fattori protettivi contro le psicopatologie. Inoltre, nei più grandi, questa pratica, può essere di aiuto preventivo secondario nei confronti di alcuni fattori di rischio per lo sviluppo di psicopatologie, come l’impulsività elevata, e possono agire come prevenzione terziaria evitando le recidive.

Le pubblicazioni scientifiche che dimostrano i numerosissimi benefici della Mindfulness hanno avuto nel tempo una crescita vertiginosa[39]. Dopo le succitate prime osservazioni, essa si è dimostrata progressivamente utile anche per il dolore cronico, la fibromialgia, il colon irritabile, la psoriasi, l’ipertensione, il diabete, l’insonnia, il cancro, l’invecchiamento precoce e molto altro ancora.

Circa i meccanismi epigenetici alla base di questi effetti, ci limiteremo qui a citare la recentissima ricerca di Kaliman e collaboratori[40]. Considerato che l’infiammazione cronica di basso livello è associata ai più comuni problemi di salute nel mondo moderno, inclusi malattie cardiovascolari e metaboliche, tumori e disturbi neuropsichiatrici, i risultati suggeriscono che gli interventi comportamentali basati sulla piena coscienza possono produrre effetti benefici in soggetti con malattie croniche in cui l’infiammazione è un correlato significativo. Gli AA. hanno rilevato che dopo una breve sessione intensiva di Mindfulness avvengono cambiamenti rapidi nell’espressione genica con downregulation di geni proinfiammatori. Queste ad altre ricerche in biologia molecolare, psiconeuroendocrinoimmunologia e sulla neuroplasticità, hanno consentito a McEwen[41] di affermare che gli interventi basati sulla piena coscienza rappresentano strumenti molto utili per la salute in quanto il cervello sano ha una notevole capacità di resilienza, legata alla possibilità di rispondere ad interventi mirati ad aprire “finestre” di plasticità ed a riorientare la sua funzione verso una migliore salute. Tutti i trattamenti che agiscono attraverso meccanismi epigenetici attivando la neuroplasticità, facilitano questo indispensabile strumento di benessere. L’evidenza suggerisce che la Mindfulness è associata a cambiamenti neuroplastici nella corteccia cingolata anteriore, nell’insula, nella giunzione temporo-parietale, nella rete fronto-limbica e nelle strutture di rete di default. I risultati dicono che la partecipazione a MBSR è associata a cambiamenti nella concentrazione di materia grigia nelle regioni del cervello coinvolte nei processi di apprendimento e memoria, nella regolazione delle emozioni, nell’elaborazione di riferimento e nella prospettiva[42].

Infine, merita di essere segnalato lo studio di Lynn e collaboratori che suggeriscono che gli approcci basati sull’Ipnosi e sulla Mindfulness possono essere usati in tandem per creare set di risposte adattative e per deautomatizzare i set di risposta maladattiva[43].

Tai Chi, Qi Gong, Massaggio psicosomatico, Yoga, Biofeedback terapia, e altre pratiche mente-corpo

Accanto a quelle fin qui descritte numerose altre tecniche e pratiche mente-corpo hanno ormai scientificamente dimostrato la propria utilità ai vari livelli del network psico-neuro-endocrino-   immunologico al mantenimento del ben-essere ed alla cura di numerose patologie e ne è stata misurata l’attività epigenetica: Training autogeno e rilassamento neuro fisiologico (RR), ma anche Tai Chi, Qi Gong, Massaggio psicosomatico, Yoga, Biofeedback terapia, etc.. Dusek e coll.[44], ad esempio, hanno rilevato che più di 2.000 geni, che riguardano effetti fisiologici a lungo termine, sono espressi differenzialmente in praticanti a lungo termine di vari generi di pratiche mente-corpo, confrontati a soggetti di controllo che non le hanno praticate. Inoltre, quando i non praticanti hanno effettuato 8 settimane di formazione al RR, l’espressione di più di 1.500 geni è stata alterata rispetto alla loro condizione di base. Sutarto e coll.[45] hanno esaminato l’effetto dell’addestramento alla respirazione mediante Biofeedback per la riduzione dello Stress tra le lavoratrici, dimostrando che questa funziona insegnando alle persone a riconoscere l’involontaria variabilità della loro frequenza cardiaca ed a controllarne la risposta fisiologica. I risultati indicano che nel gruppo sperimentale la depressione, l’ansia e lo stress e i sintomi emozionali negativi sono diminuiti significativamente dopo la formazione, con un sostenuto aumento delle risposta fisiologica. Nel 2010, una rassegna della letteratura ha dimostrato che i partecipanti a programmi di yoga e gruppi di esercizi di respirazione yogica, presentano un miglioramento di una serie di misure correlate alla salute, in particolare abbassano significativamente il loro grado di ansia, depressione e stress, e aumentano il loro grado di ottimismo[46]. Più recentemente Qu e coll.[47], con uno studio, che ha determinato gli effetti immediati di un programma completo di esercizi yoga confrontato a un regime di controllo, sui profili di espressione genica nei linfociti del sangue periferico, hanno recentemente dimostrato che queste pratiche hanno un effetto fisiologico integrale a livello molecolare già entro 2 ore dall’inizio della pratica grazie a significative modifiche dell’espressione genica. Il Qi-gong, una pratica mente-corpo che unisce la meditazione, il movimento fisico e la respirazione controllata, è segnalato per migliorare il benessere psicologico e la funzione fisica negli adulti più anziani. Tuttavia, gli effetti del Qi gong sull’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e la reattività verso lo stress negli anziani sono non del tutto chiari. Un recente studio non controllato su un gruppo di sani adulti è stato condotto da Ponzio e coll.[48], per esaminare i possibili vantaggi della pratica di Qi gong di 12 settimane sui sintomi di distress auto-classificati e la secrezione di cortisolo in condizioni basali e stimolate. La pratica Qi gong nelle persone anziane sembra migliorare il controllo sull’attività dell’asse HPA, riducendo i livelli di cortisolo diurno e attenuando le risposte cortisoliche allo stress mentale. Migliorando il profilo dell’attività HPA basale e stimolata, può riflettere un migliore adattamento allo stress e può favorire esiti positivi sulla salute durante l’invecchiamento. Gli AA. concludono che i risultati ottenuti incoraggiano l’attuazione di programmi finalizzati a diffondere la pratica Qi gong tra la popolazione più anziana. Un altro studio che ha valutato gli effetti preliminari de Tai Chi, una pratica cinese antica che risale al XII secolo a.C. e che abbina meditazione e movimento, sul miglioramento della qualità notturna del sonno degli adulti più anziani con disabilità cognitive, ha mostrato risultati significativi, dopo 6 mesi di pratica, nella durata del sonno, nel rendimento normale del sonno e nella componente di salute mentale a breve termine[49]. In definitiva, come conclude una recente rassegna[50] sull’uso di terapie corpo-mente, tra cui Tai Chi, Qi gong, yoga e meditazione, il cui utilizzo è cresciuto costantemente negli ultimi anni, questi approcci hanno dimostrato di essere efficaci nella riduzione dei sintomi e nel miglioramento della qualità della vita. Una revisione di 26 studi randomizzati controllati, condotta per descrivere gli effetti delle terapie mente-corpo sui marcatori circolanti, cellulari e genomici dell’infiammazione, ha mostrato effetti misti su marcatori infiammatori circolanti, tra cui CRP e IL-6, e sulle misure di stimolazione della produzione di citochine. Risultati più coerenti sono stati osservati per i marcatori genomici, con prove che dimostrano una diminuzione dell’espressione di geni legati all’infiammazione e una ridotta segnalazione attraverso il fattore di trascrizione NF-κB proinfiammatorio. Per quanto concerne i meccanismi potenziali per questi effetti, incluse alterazioni nei processi neuroendocrini, neurali, psicologici e comportamentali, gli AA. segnalano che : una componente chiave di tutte le tecniche mente-corpo esaminate è, in particolare, l’attenzione focalizzata, con coinvolgimento dell’insula. La corteccia insulare riceve segnali afferenti dal corpo attraverso percorsi viscerosensoriali ed è coinvolta nella rappresentazione e nell’integrazione di queste informazioni; inoltre modula l’output autonomo. Così, nella misura in cui le pratiche conducono ad alterazioni di questi segnali, o alla loro rappresentazione neurale e all’integrazione da parte dell’insula e di altre regioni neurali, ciò può portare a cambiamenti nell’elaborazione autonoma a valle e nell’attività infiammatoria. A livello psicologico tutte queste tecniche portano a diminuzioni dello stress percepito, della depressione e dell’ansia, con aumenti di controllo, auto-efficacia, regolazione delle emozioni, che comportano miglioramento della percezione della qualità della vita. Le variazioni in questi aspetti hanno dimostrato di essere associate ad effetti positivi sulle attività della telomerasi nei confronti dei telomeri, le minuscole porzioni di DNA che rivestono la parte terminale dei cromosomi, all’accorciamento dei quali è attribuito il nostro invecchiamento[51]. Un’altra importante considerazione segnalata dagli AA. è quella relativa al fatto che è possibile che la integrazione delle tecniche mente-corpo con altri approcci abbia effetti addizionali o sinergici sull’infiammazione. In particolare, la combinazione con terapie farmacologiche che mirano all’infiammazione può migliorare gli effetti antinfiammatori di ciascuno dei due metodi di trattamento. Ad esempio, per quanto riguarda la risposta immunitaria anti-virale (a differenza dell’infiammazione), Irwin e coll.[52] hanno scoperto che il Tai Chi insieme alla vaccinazione contro la varicella zoster aumenta la risposta immunitaria negli adulti più anziani in misura maggiore rispetto al Tai Chi o alla vaccinazione da soli. Le tecniche mente-corpo possono poi anche essere combinate con approcci dietetici (ad esempio, omega-3s) per aumentare l’efficacia dei programmi di riabilitazione nei dipendenti da etanolo[53]. Infine, una delle caratteristiche più convincenti delle pratiche mente-corpo è la capacità, per molte di loro una volta apprese, di poterle integrare con facilità nella vita quotidiana, con la possibilità di beneficiarne a lungo termine.

Conclusioni

E’ sufficiente fare una breve ricerca su internet, per rendersi conto di quanto diffusi nel mondo universitario internazionale siano ormai i Masters ed i Corsi di Perfezionamento che formano medici, psicologi, infermieri ed altri operatori sanitari all’utilizzo delle tecniche che si basano sul rapporto tra la mente ed il corpo, e sulle loro interrelazioni basate sulla epigenetica, la psiconeuroendocrinoimmulogia e la neuroplasticità del cervello. Tanto per citarne alcuni, il Master in “Genomic Medicine” dell’Università di Cambridge, ad esempio, aiuta a introdurre l’integrazione olistica della tecnologia genomica nella cura del paziente all’interno del Servizio Sanitario Inglese (NHS); quello in “Stress and Health”, presso la University of Roehampton, mette a fuoco specificamente la psicobiologia dello stress; l’ “Integrative Health Studies”, del California Institute of Integral Studies, è il primo Master negli USA a preparare i professionisti nei campi in espansione del preparazione integrata del benessere e della salute; in Francia, l’Università di Strasburgo propone, da alcuni anni, un Diploma universitario in “Médecine, Méditation et Neurosciences”; mentre in Germania, presso l’Università di Duisburg-Essen, si insegna dal 2004 la “Complementary and Integrative Medicine”. I motivi del numero sempre maggiore di formazioni di questo tipo è da ricondursi a due aspetti fondamentali: in primo luogo, l’ormai grande quantità di pubblicazioni apparse su autorevoli riviste scientifiche, alcune delle quali abbiamo citato, che attestano l’efficacia delle tecniche che integrano mente e corpo per il mantenimento della salute e la cura delle malattie; in secondo luogo, il nuovo, inesorabile, processo di cambiamento in atto nell’“intervento medico”, inteso in senso lato, con un crescente bisogno di integrare le prospettive psicobiologiche e le tecniche di guarigione psicocorporea, con i metodi terapeutici classici e, per conseguenza, l’aumentata esigenza di conoscenze relative ad un approccio olistico alla cura delle malattie, anche all’interno delle proprie singole specializzazioni. Grazie all’ampiezza dello spettro di interessi formativi dei contenuti del Corso di Perfezionamento dell’UPM ed in conseguenza del livello di conoscenze di base necessarie, esso ha come destinatari i possessori di laurea specialistica o laurea magistrale e laurea triennale in : Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Protesi Dentaria, Psicologia, Scienze Cognitive, Professioni sanitarie Infermieristiche, Ostetriche, della Riabilitazione, Tecniche e della Prevenzione, Scienze dell’Educazione degli adulti e della Formazione Continua, Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattative, e Scienze e Tecniche dello Sport, Scienze biologiche e Sociologia. Le competenze acquisite consentiranno, a coloro che conseguiranno il titolo, di orientare la popolazione sana ed i pazienti verso un maggior utilizzo a livello preventivo, terapeutico e riabilitativo di queste stesse pratiche, da sole o ad integrazione degli approcci classici, operando in Istituzioni sanitarie pubbliche e private, quali : ASL, Ospedali, Poliambulatori, Consultori, Case di Cura, Centri benessere e Stabilimenti termali; Comunità (dipendenze, bambini, anziani, diversamente abili, ecc.); Scuole, Carceri, Forze Armate, etc. nel settore delle risorse umane; ma anche come libero-professionisti.

Siamo perfettamente convinti che questo Corso di Perfezionamento possa rappresentare una svolta professionale importante per tutti i partecipanti, a prescindere dal loro attuale ruolo isitituzionale, ed un fondamentale momento di crescita verso l’obiettivo “ben-essere” per tutti coloro che in seguito potranno beneficiare della loro assistenza e professionalità.

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40 Kaliman P., Alvarez-López M.J., Cosín-Tomás M., Rosenkranz M.A., Lutz A., Davidson R.J., Rapid changes in histone deacetylases and inflammatory gene expression in expert meditators. Psychoneuroendocrinology. 2014 Feb;40:96-107.

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53 Barbadoro P, Annino I, Ponzio E, Romanelli RM, D’Errico MM, Prospero E, Minelli A., Fish oil supplementation reduces cortisol basal levels and perceived stress: a randomized, placebo-controlled trial in abstinent alcoholics. Mol Nutr Food Res. 2013 Jun;57(6):1110-4.




Caos, qi, alchimia: breve dissertazione su temi complessi

Carlo Di Stanislao*

“L’Imperatore del Mare del Sud si chiamava Shu, l’Imperatore del Mare del Nord si chiamava Hu, l’Imperatore della regione centrale si chiamava Hun-tun. Shu e Hu di volta in volta si riunivano per un incontro nel territorio di Hun-tun, e Hun-tun li trattava entrambi molto generosamente. Shu e Hu discutevano di come potrebbero ripagare la sua gentilezza. Dicevano: “Tutti gli uomini hanno sette aperture, così da poter vedere, sentire, mangiare e respirare. Ma il solo Hun-tun non ne ha alcuna. Cerchiamo di aprirgliene una!” Ogni giorno essi aprivano un altro buco, e il settimo giorno Hun-tun morì” Shan Hai Jing (山海經)

Una goccia che si spande nell’acqua, le fluttuazioni delle popolazioni animali, i ritmi della fibrillazione cardiaca, la Grande Macchia Rossa di Giove, le oscillazioni dei prezzi, gli errori del computer. Sono fenomeni apparentemente assai diversi, con un solo tratto in comune: per la scienza tradizionale appartengono al mondo dell’imprevedibile, al “caos”(1).

Tempo fa, un metereologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di una farfalla sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.

Queste osservazioni hanno portato allo sviluppo della Teoria del Caos.

L’effetto farfalla (l’espressione metaforica della Teoria del Caos), in conclusione, sottolinea come nella maggior parte dei sistemi biologici, fisici, economici e sociali, esistano degli elementi che, apparentemente insignificanti, sono in grado, interagendo fra loro, di propagarsi e amplificarsi provocando effetti imprevedibili. La Teoria del Caos rappresenta quindi la zona del cambiamento, dell’innovazione, della creazione di novità, della creatività. Tutti i sistemi complessi per evolvere si trovano in delicato equilibrio tra ordine e disordine. Il messaggio positivo contenuto nelle scoperte scientifiche della Teoria del Caos è che ciascuno di noi, inserito in una Coralità, può cambiare la propria realtà. Un messaggio che ci invita all’azione in prima persona, al cambiamento In altre parole possiamo dire che il nostro futuro dipende da noi: lo costruiamo momento per momento, con decisioni e pensieri (2). Secondo Prigogine la realtà è un “miscuglio” di disordine ed ordine, e l’universo funziona in modo tale che dal caos nascono nuove strutture, chiamate strutture “dissipative”. Per cominciare a comprendere questo punto di vista, possiamo farci guidare dall’esempio dei circuiti circolari. Si tratta ·cioè, di circuiti che incominciano e finiscono in sé stessi. Dato che si tratta di processi circolari, possiamo incominciare a descriverli a partire da qualunque punto scelto arbitrariamente, per esempio, a partire da A (stato di equilibrio). La fisica si è destreggiata tradizionalmente con un principio filosofico abbastanza semplice: quello che è, continua ad essere, finché non ci sono cause che portano ad una modificazione dello stato pre-esistente. Di qui l’importanza dei principi fisici di conservazione: conservazione della quantità di movimento, conservazione della massa, conservazione dell’energia, etc. Più concretamente, nel nostro caso, si considera che un sistema tende a rimanere in equilibrio se non c’è nessun agente disequilibrante, e nel caso ci sia, il sistema perturbato poi evolverà di nuovo spontaneamente verso lo stato di equilibrio.

Tutto questo ci spiega l’idea di Qi nei suoi diversi aspetti che circola incessamente nel sistema chiuso dei meridiani e ci dice che ogni sintomo o malattia è non solo disequiluibrio e caos, ma anche occasione per un radicale rinnovamente o un profondo cambiamento. È scritto nei classici ma anche nei testi più recenti di autori (3-4) molto prossimi alla cultura primigenia della tradizione cinese che i Meridiani sono traiettorie e che l’insieme dei Meridiani Principali e Secondari, Jing e Luo, assomiglia alla forma dell’attrattore di Lorenz, una realtà complessa che in realtà di basa su due sole traiettorie, longitudinali (Jing) e trasversali (Luo) che divergono fra loro nella evoluzione lineare del sistema(5-6).

Ora, occupandoci di taoismo, va ricordato che Hun-tun, ovvero il Caos che è il “Senza Forma”, non deve essere confuso con il solito caos com’è visto nel mondo occidentale nel senso “caotico”. Esso è l’ideale supremo del Taoismo, totalità, unicità e natura, sicché scavare buchi sulla testa del Caos significa distruggere lo stato naturale del cosmo che non solo è permeato dal senso del caos ma presenta anche uno specifico stato estetico. L’ordine che diamo al nostro Qi caotico condiziona la tramatura (Ti) del tessuto invisibile ma sostanziale che plasma e cambia la nostra forma (Xing), che non è casuale o caotica, ma figlia degli ordini raggiunti e continuamente cambiati nella nostra esistenza ed in base ad esperienze e maturazioni(7). Non è un caso che, secondo il “Libro dei monti e dei mari” (Shang Hai Jing) il caos risiede al Centro dell’universo e quindi nel cuore centrale di ogni essere vivente(8-99. Così le interiezioni fra varie forme di 5, fra Meridiani, Organi, Ritmi, ci precisano che è passaggio da ordine e disordine il principio cui la vita come fenomeno evolutivo si ispira.

“Il caos nasce dall’ordine, la codardia dal coraggio, la debolezza dalla forza”, afferma Sun Tzu. Che aggiunge: “Ordine e caos dipendono dall’organizzazione, coraggio e codardia dipendono dal potere, forza e debolezza dipendono dalla forma”.

L’organizzazione dipende da quel concetto di “dividere e contare” precedentemente introdotto dall’autore: si riferisce al dividere il proprio esercito in gruppi più piccoli e gestibili. Mettendo l’esercito nelle condizioni più adatte per l’esercizio del potere, si lascia emergere il suo coraggio in modo naturale. La “forma” indica la formazione delle truppe e, più in generale, qualsiasi strutturazione delle forze. La codardia e il coraggio sono due momenti di uno stesso ciclo. Se invece di manipolare una parte del ciclo diamo forma all’ambiente usando l’organizzazione, il potere o la forma, la qualità che cerchiamo sarà già manifesta.

Secondo il commentatore Li Quan, il disordine nasce dalla cura esclusiva nei confronti dell’ordinamento del governo, senza preoccuparsi del benessere dei sudditi.

Jia Li aggiunge questa considerazione: “Se si fa troppo conto dell’ordine, si provocherà disordine. Se si fa troppo conto del coraggio e del valore, si provocheranno debolezza e codardia”.

Più completo il commento di Du Mu che, a corredo della legge, afferma: “Se si vuole fingere disordine per ingannare i nemici, occorre prima godere di un ordine perfetto; soltanto allora si potrà creare un disordine simulato. Se si vuole fingere codardia, per spiare nel frattempo le mosse dell’avversario, occorre prima godere di un coraggio perfetto; soltanto allora si potrà agire con viltà simulata. Se si vuole fingere debolezza per suscitare l’arroganza del nemico, si dovrà prima godere di una forza perfetta. Soltanto allora ci si potrà mostrare debole.”

Applicando tutto ciò alla medicina, l’ordinamento eccessivo perseguito con i farmaci e le terapie fisiche e chirurgiche della biomedicina sono il contrario di ciò che in natura produce benessere e cambiamento, rinnovamento ed assieme equilibrio(10). Nel rispetto, invece, di quella diffusa convinzione taoista secondo la quale gli opposti si generano reciprocamente, con Sun Tzu possiamo affermare che, poiché il disordine deriva dal controllo, la vigliaccheria deriva dall’audacia, la debolezza deriva dalla forza, possiamo concludere che il controllo e il disordine esistono in virtù dell’enumerazione, cioè di una casistica; l’audacia e la vigliaccheria in virtù del potere, la forza e la debolezza in virtù della configurazione tattica.

In questa legge che segue i suggerimenti del pensatore cinese Lao Tzu, il bello esiste in funzione del brutto, e l’imperfetto ha ragione d’essere in funzione dell’eccellente, sicché ogni patologia è occasione di cambiamento che va controllato nei suoi effetti più gravi e drammatici, ma mai completamente annientato o cancellato(11).

Il passaggio continuo disordine ordine è passaggio alchemico che consiste in una disciplina che comporta un lavoro fisico, di ricerca, psicologico e spirituale, simbolo dell’uomo che è alla ricerca del perfezionamento della sua natura., ma lo fa non in continua progressione, ma con cadute caotiche che conducono a nuove ascese.

Ora c’è un testo dei primi decenni del ‘600, l’Atalanta Fugens (12) di un alchimista tedesco, Michael Maier, in cui per la prima volta la corrispondenza di alchimia e musica è messa a tema. L’Atalanta Fugens è costruito come una serie di motivi, di emblemi alchemici ai quali corrisponde una serie di ‘fughe musicali, fughe nel senso tecnico della parola, che illustrano anche nella forma il tema del titolo. Atalanta inseguita da Ippomene fugge, lancia i pomi ecc. ecc. E questo viene preso come simbolo della ricerca alchemica nel suo complesso: ogni punto, ogni stadio dell’opus ha quindi una sua musica.(13-14) Anche noi, nel caotico procedere della vita, muoviamo fra ordine e disordine. il nostro Qi vibra, producendo suoni e musica, alla ricerca di una sintonia in equilibrio con la musica dell’universo.

Prigogine I.: Le leggi del caos, Ed. Laterza, 2008.

Gleick J.: Caos. La nascita di una nuova scienza, Ed. Rizoli, Milano, 2000.

Sterman A.C.: Advanced Acupuncture a Clinic Manual, Ed. Theoklesia, New York, 2013.

Yu Ji W., Roberson J.D.: Le applicazione pratiche della Teoria dei canali di Wang Ju-Yi, Ed. CEA, Milano, 2013.

Davies P.: Il cosmo intelligente, Ed. Mondadori, Milano, 1989.

Prigogine I., Glansdorff P.:Thermodinamic Theory of Structure, Stability and Fluctuations, Ed. Wiley, NewYork 1971.

Villani P.: Introduzione al pensiero orientale, Ed. Città del Sole, Napoli, 1997.

Birrell A.: The Classic of Mountains and Seas, Ed. Penguin, New York, 2000

Mathieu R.: Etude sur la mythologie et l’ethnologie de la Chine Ancienne. Vol. I, Traduction annotée du Shanhai Jing. Vol. II, Index du Shanhai jing. Ed. College de France, Institut des Hautes Dtudes Chinoises, Paris, 1983.

Tzu S.: L’arrte della guerra, Ed. Tascabili Newton, Roma, 1994.

Di Stanislao C.: Cineserie. Note e appunti sulla Cina di Ieri e più recente, Ed. CISU, Roma, 2007.

Maier M.: Atlanta fugens, Ed. Mediterranee, Roma, 1984.

Bartolai D.: 50 canti alchemici dall’Atalanta fugiens trascritti per canto e chitarra classica, Ed. Musicali Bèrben, Ancona, 2006.

Yates F.A.: L’illuminismo dei Rosa-Croce, Ed. Einaudi, Torino 1976.




Insediamento della Commissione Regionale per le Medicine Complementari nelle Marche

Lucio Sotte*

Lo scorso 24 febbraio nell’Aula Sanità del Palazzo Rossini  della Regione Marche si è insediata la Commissione Regionale per le Medicine Complementari che avrà il compito dare applicazione alla Legge Regionale sulle Medicine Complementari: L.R. n.43/2013 successivamente integrata dalla DGR n.567 del 20/07/2015.

I compiti principali della Commissione sono due.

–  definizione delle procedure di accreditamento di soggetti pubblici e privati di formazione per le medicine Complementari normate dalla legge: Agopuntura, Fitoterapia, Omeopatia (Omeopatia, Omotossicologia e Antroposofia)

–  istituzione degli Elenchi da istituire presso gli Ordini Professionali Provinciali dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri per le medicine Complementari normate dalla legge: Agopuntura, Fitoterapia, Omeopatia (Omeopatia, Omotossicologia e Antroposofia).

Nel corso dell’incontro di insediamento della Commissione sono state istituite due Sottocommissioni. Una delle due sottocommissioni avrà il compito specifico di definire le procedure di accreditamento (referente prof. Francesco Amenta) l’altra quello di seguire l’istituzione degli elenchi presso gli Ordini Provinciali dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri (referente dott. Lucio Sotte).

Il prossimo incontro della Commissione è previsto per i primi di aprile.

 

Segue il documento istitutivo della Commissione regionale per le Medicine Complementari

 

Le discipline mediche complementari (MC), altrimenti dette medicine “non convenzionali” (MNC) o “complementari alternative”, sono dei sistemi medici essenzialmente basati su metodiche che tendono ad individualizzare ciascun trattamento, dando enfasi alla prevenzione ed allo stile di vita, promuovendo la responsabilità della propria cura oltreché il riconoscimento degli aspetti psicologici e spirituali della persona, comunque intesa nella sua integrità.

Tali metodiche sono diventate ormai da tempo una pratica terapeutica corrente in Italia e nella maggior parte dei Paesi Europei, rientrando a pieno titolo nell’ambito dell’attività professionale sanitaria, sia in ambito privato che pubblico. Secondo i dati del Rapporto Italia 2012 –fonte Eurispes-, il ricorso a queste tipologie di trattamento in Italia riguarda il 14,5% della popolazione, principalmente di età adulta, dai 25 ai 64 anni, e di sesso femminile, con uso prevalente della omeopatia (6,2%) seguita da agopuntura e fitoterapia. Nelle Marche, secondo gli ultimi dati disponibili (Istat 2005), il tasso di utilizzo si attesta al 13,8%, ma il trend è in crescita.

Nonostante la rilevanza del fenomeno, le medicine complementari in Italia non hanno potuto esprimere appieno le loro potenzialità nella tutela della salute del cittadino, né organizzarsi secondo sistemi di regolamentazione ufficialmente riconosciuti, che avrebbero consentito, accanto ad un controllo della qualità dei livelli terapeutici espressi, il loro coordinamento con la medicina convenzionale in un’utile opera di integrazione, non dissimilmente da quanto avviene in altri Paesi Europei.

Per quanto negli ultimi 20 anni siano state messe in campo diverse iniziative e proposte legislative a vari livelli istituzionali (Magistratura, FNOMCeO, Regioni, Parlamento, Ministero della Salute) nel tentativo di definire un percorso formativo sulle medicine complementari uniforme in tutta Italia, solo nel 2013 le medicine complementari hanno trovato un definitivo inquadramento grazie all’Accordo Stato-Regioni del 7 febbraio del 2013 (Rep. Atti n.54/CSR).

Tale normativa, perseguendo il fine primario della tutela della salute dei cittadini, la tutela della libertà di scelta da parte degli stessi e di quella di cura per i medici, ha inteso definire criteri e requisiti minimi ed uniformi sul territorio nazionale, dei percorsi formativi e di accreditamento idonei a qualificare i professionisti, medico chirurgo, odontoiatra, all’esercizio delle medicine complementari, con l’impegno di produrre una successiva regolamentazione anche per veterinari e farmacisti (Rep. Atti n.54/CSR, art 10, comma 5).

Nel testo, oltre a ribadire il ruolo delle Regioni e degli Ordini Professionali quali autorità garanti della formazione dei professionisti interessati all’utilizzo della medicina complementare, vengono disciplinati gli obiettivi formativi, la metodologia didattica, i requisiti dei docenti e le norme transitorie per la fase di prima applicazione dello stesso.

In data 24/07/2014, successivamente alla stipula dell’Accordo, il Ministero della salute ha inviato agli Assessori alla Salute una nota di chiarimento, prot. n. 0040978, con la quale, oltre a specificare ulteriormente le discipline mediche complementari e i percorsi formativi idonei a qualificare i professionisti che esercitano tali discipline, ha previsto tra i compiti delle Regioni la costituzione di una Commissione regionale con funzione di supporto agli Ordini e alla Regione nella definizione di:

• procedure, criteri e modalità di accreditamento e di verifica degli enti formativi nelle singole discipline di medicina complementare, sulla base del possesso dei requisiti minimi e uniformi previsti dall’Accordo Stato-Regioni e previa verifica dell’atto costitutivo dell’istituto di formazione, dello statuto, del regolamento interno, del programma del corso di formazione per il quale si richiede l’accreditamento e autocertificazione di assenza del conflitto di interesse dei docenti, in analogia a quanto previsto dalle vigenti disposizioni in tema di ECM;

• definizione degli eventuali oneri a copertura delle spese per l’accreditamento e le procedure di verifica a carico del soggetto da valutare;

• applicazione delle misure sanzionatorie in caso di scostamenti dai requisiti di accreditamento;

• valutazione dei casi dubbi e contestati dagli ordini professionali delle modalità applicative delle norme transitorie relative all’iscrizione dei professionisti negli appositi elenchi istituiti presso gli Ordini professionali;

• predisposizione dei rapporti annuali da inviare ai soggetti firmatari dell’Accordo, per la verifica ed il monitoraggio delle attività formative realizzate in ambito regionale;

• criteri per la definizione dei percorsi formativi degli enti accreditati per le singole discipline di medicina complementare;

• criteri per il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti di cui alla lettera c), comma 1, art. 4.

La Commissione fornisce inoltre le indicazioni alla Regione in merito alle forme di collaborazione con le Università marchigiane per l’eventuale istituzione di corsi formativi.

In risposta ai suddetti adempimenti, la Regione Marche è stata tra le prime in Italia a normare in materia e a istituire, con legge n. 43 del 25/11/2013 “Modalità di esercizio delle medicine complementari”, una Commissione Regionale per le medicine complementari, la cui composizione è stata affidata alla P.F. “Assistenza Ospedaliera, Emergenza-Urgenza Ricerca e Formazione”, competente in materia secondo la vigente normativa regionale.

Coerentemente ai compiti previsti per la suddetta Commissione, approvati con DGR n.321 del 20/04/2015 ai sensi della L.R. n.43/2013 successivamente integrata dalla DGR n.567 del 20/07/2015, la P.F. “Assistenza, Emergenza-Urgenza Ricerca e Formazione, con note n.5073, 5074, 5075, 5076 del 14/5/2015, n.5119 del 15/5/2015 e n.6047 dell’11/6/2015 ha provveduto a richiedere ai diversi Ordini professionali sanitari, Università e Sistema Sanitario regionali la designazione di un proprio rappresentate in seno alla Commissione Regionale per le medicine complementari.

In linea con quanto previsto dall’Accordo nazionale, la partecipazione alle attività della Commissione da parte degli esperti nominati non prevede alcun compenso, oltre a dover essere continuativa e non delegabile, pena la decadenza dall’incarico.

Le designazioni dei rappresentanti pervenute sono state acquisite al protocollo ARS con n.7427 del 24/7/15, n.9158 del 22/9/15, n.9343 del 28/9/15, n.10581 del 29/10/15, n.10881 del 6/11/15 e n.11365 del 19/11/15.

 




Reflessologia ed emozioni: inverno, l’emozione paura


Paolo G. Bianchi*

“È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

(Paolo Borsellino)

 

“L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”.

(Franklin Delano Roosevelt)

 

“La paura è sempre inclinata a veder le cose più brutte di quel che sono”.

(Tito Livio)

 

“Ci sono tanta superstizione e ipocrisia in giro che si ha paura anche di agire rettamente. Ma se si dà spazio alla paura, si finisce col dovere reprimere anche la verità. La regola d’oro è di agire senza paura in ciò che si ritiene giusto”.

(Gandhi)

 

Inverno: culti per vincere le tenebre

“Coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti di una malattia sono come le persone che si immaginano di poter mandare via l’inverno spazzando la neve sulla soglia della loro porta. Non è la neve che causa l’inverno, ma l’inverno che causa la neve”.

(Paracelso)

 

L’inverno si presenta con una drastica diminuzione delle ore di luce, un sole più velato e una temperatura più rigida. Tutti elementi che spingono l’uomo a rinchiudersi e, a imitazione degli animali, a rintanarsi ricercando calore soprattutto tra gli affetti domestici. Non è un caso che alcune delle festività più importanti per varie religioni si svolgano proprio in questa stagione.

Le tradizioni collegate alla rinascita del sole sono molto antiche. Queste vogliono che il sole dopo aver raggiunto il punto del massimo declino, e cioè la sua fase più debole per luce e calore, dal 22 al 24  dicembre, si fermasse in cielo (“solstitium” significa sole fermo) per riprendere subito dopo il suo cammino verso l’alto, ogni giorno di più, fino al solstizio d’estate dove invece si verifica il fenomeno inverso.

Fin dalla preistoria, il fenomeno del solstizio d’inverno impressionava gli uomini che, molto probabilmente, a fronte della diminuzione di luce e calore, temevano lo spegnersi del sole. Di qui i festeggiamenti propiziatori per il suo risorgere.

Qualche millennio prima dell’apparizione della cometa citata nei Vangeli, gli uomini celebravano la mezzanotte del 25 dicembre come un momento misterioso, carico di energie particolari e quindi importante per riaccendere la speranza negli uomini tramite santificazioni.

I Germani celebravano i dodici giorni che precedevano il solstizio d’inverno come il momento della rinascita della vita con la festa di Yule collegata al culto di Odino.

Per i Celti il solstizio d’inverno cadeva tra la lunazione di Dumannios (“Tempo delle Profonde Tenebre”) e Riuros (“Tempo del Freddo”): nei loro riti le forze naturali legate al ghiaccio e al gelo venivano considerate come generatrici di vita e, di conseguenza, la morte, più evidente e presente nella stagione fredda, era un equilibratore naturale indispensabile per il ritorno della vita.

Il Dio persiano Mythra, nominato fra gli dei di Stato dall’impero mesopotamico dei Mitanni veniva identificato e rappresentato con il Sole già nel 1400 a.C. e la sua festa era proprio il 25 Dicembre, appena dopo il solstizio d’inverno. Lo scopo della festa era celebrare il giorno della rinascita del Dio Sole.

Nell’antica Roma, il solstizio d’inverno corrispondeva con il “Sol Invictus”, conosciuta anche come Saturnalia. Era una delle feste più importanti tanto che i cristiani la assorbirono come tradizione nella festa del Natale.

I culti legati al solstizio d’inverno sono comunque sempre legati al culto del sole e alla necessità dell’uomo di richiamarlo nella propria esistenza, con riti e celebrazioni.

 

Molti di questi culti sono a noi sconosciuti perché celebrati in Polinesia, Africa o Americhe e nonostante siano molto antichi resistono alla secolarizzazione e alla globalizzazione stessa. La matrice comune di questi riti è l’alternanza di luce e di buio, la vittoria della luce sul buio o la luce che dilegua le tenebre.

Per gli Inca, per esempio, il sole era la divinità suprema per eccellenza. Le piramidi create da questa popolazione avevano lo scopo di avvicinare i sacerdoti al sole, in modo da poterlo venerare con una maggiore vicinanza fisica, ma avevano anche lo scopo pratico di stabilire con precisione l’equinozio: infatti, il livello di conoscenza astronomica degli Inca era molto elevato e sono numerose le tracce e gli strumenti utilizzati per i calcoli planetari.

I Maya, addirittura avevano una così alta venerazione per il sole da considerarlo il giudice supremo della vita e dell’esistenza in genere. Il loro calendario era una mescolanza di credenze religiose, misurazioni stagionali e tempi legati all’agricoltura: il sole regolamentando i solstizi determinava anche le azioni sociali e di conseguenza il lavoro delle persone.

Anche per gli antichi Egizi, altro popolo con notevoli conoscenze astronomiche, il solstizio d’inverno e d’estate avevano un ruolo determinante tanto da definire di conseguenza, l’orientamento delle piramidi.

Ai giorni nostri le festività religiose più note nel periodo del solstizio d’inverno sono la Festa della Luce – Hannukah degli ebrei (festa nata per celebrare una vittoria militare e un miracolo legato all’olio delle lampade del tempio) e il Natale cristiano (che per i credenti di rito orientale, a causa di un calendario differente, viene posticipato di circa otto giorni).

L’uomo sente la necessità di vincere il buio che genera la paura, ma come fare per vincere la paura? La risposta viene dall’acqua.

 

Acqua

“Cadendo, la goccia scava la pietra, non per la sua forza, ma per la sua costanza.”

(Lucrezio)

Il Principio dell’Acqua è quello che governa dentro di noi tutte le energie più profonde. A questo principio sono associate le energie a noi più misteriose, spesso ancestrali, proprio perché più profonde, e meno conosciute. Queste energie profonde vengono definite nelle filosofie orientali “non coscienti”. Il Principio dell’Acqua corrisponde insomma a tutti i nostri archetipi e ai ricordi inconsci che sono ben celati dentro di noi.

Sempre nelle filosofie orientali il principio dell’acqua assume un valore fondamentale: l’acqua è responsabile di tutte le nostre forze fisiche e spirituali più innate. Da questo dipende la nostra capacità di reazione agli eventi traumatici, al recuperare energie per esempio dopo una malattia, all’essere resilienti di fronte alle difficoltà quotidiane ed essere costanti nel portare avanti un progetto importante. Le nostre riserve di energia dipendono dal Principio dell’Acqua e quindi dalle nostre energie ancestrali.

In tutte le culture l’acqua assume significati differenti. Quasi tutti i riti religiosi prevedono l’uso dell’acqua come fonte di purificazione e cambiamento. L’acqua è spesso vista anche come difficoltà da superare, ostacolo da vincere e quindi torna il suo stretto legame con il senso della paura.

In molte filosofie orientali l’acqua, soprattutto se in grandi quantità, è paragonata alle profondità della nostra mente. La nostra mente per quanto visibile è insondabile proprio come le profondità oceaniche e nella maggior parte dei casi impenetrabile. Allo stesso modo nel nostro corpo l’acqua ha una funzione di rilievo, scorrendo in ogni parte di esso e allo stesso modo venendo assorbita se immersi nell’acqua stessa. Gli influssi del sole e della luna vengono percepiti dal nostro corpo proprio per la forte presenza di acqua in esso.

Siamo piccole gocce in un mare vastissimo e proprio come gli oceani possono inghiottire anche le navi più tecnologicamente avanzate, le piccole imbarcazioni della nostra mente possono essere travolte e spazzate via dalle acque profonde della psiche umana. E allo stesso modo i moti dei flutti sono i moti della psiche che si alternano in noi creando ciò che siamo e ciò che vorremmo diventare.

Se gli oceani e i mari li possiamo identificare con la nostra mente, l’acqua dei fiumi rappresenta lo scorrere del tempo, il cambiamento continuo, con le piene travolgenti, l’infiltrarsi come manifestazione della voglia di costruire o arrivare a degli obiettivi. La vita come un fiume d’acqua può scorrere serena, impetuosa, tumultuosa o essere un piccolo rigagnolo che risente della siccità e lascia sul terreno solo una debole traccia del suo passaggio. Allo stesso modo l’acqua del fiume, scendendo a valle ci insegna a scorrere, a guardare sempre verso il futuro, all’impossibilità di cambiare gli eventi passati, a non poter mai risalire fino alla nostra fonte pur mantenendone viva la memoria e ricercandola costantemente per tutto il nostro esistere.

Ogni cultura è permeata di mitologici fiumi che segnano confini da non superare o che ritirandosi formano terre paradisiache e altre devastate dal nulla: esistono fiumi che hanno una sacralità storica come il Nilo o il Gange il cui significato va ben oltre l’elemento fisico dell’acqua. Spesso permettere l’attraversamento di un fiume significa unire terre vicine in un’unica economia dando opportunità di scambi e conoscenze, ma può anche significare, come il Caronte della mitologia greca, essere trasportati dalla vita alla morte. Nella vita l’uomo segue il flusso dei fiumi, a volte li devìa, li frena per utilizzarne la potenza delle acque, ma alla fine, per quanto possa dimostrarsi potente verso la natura stessa, proprio come il fiume anche lui viene trasportato al mare dell’infinito, l’aldilà sconosciuto che tanto teme.

Esistono anche “mari” di difficoltà da affrontare tutti i giorni: acque più o meno sicure delle quali non conosciamo né i fondali né le correnti e che temiamo per il loro mostrarsi in un modo e l’essere in un altro. L’insegnamento biblico di Mosè che attraversa il Mar Rosso è emblematico di questi casi e pone l’uomo tra leggenda, fede e realtà. Mosè è l’uomo che sa osservare l’evolversi degli eventi naturali e gestire anche l’imprevedibilità delle acque trovando il punto e il momento adatto per il passaggio sicuro.

Un’altra superficie d’acqua che crea motivi di riflessione è il lago. Apparentemente quieto sulla sua superficie riflette il paesaggio circostante confondendo la nostra vista tra reale e irreale e imponendo al nostro cervello la fatica del dover distinguere il vero dal falso, il reale da ciò che è riflesso, ma identico al reale. La linea di separazione è sottile, così come lo è nella realtà di tutti i giorni dove spesso le cose reali ci appaiono riflesse e adulterate da pensieri, emozioni, concetti e valori culturali. Il lago poi rappresenta la necessità di ricevere continuamente perché proprio come l’uomo dà continuamente agli altri, ma ha la necessità di ricevere continue energie. Quando queste energie scarseggiano il livello scende o al contrario se sono in eccesso tracima; così l’uomo che ha troppe energie rischia di autodistruggersi e, al contrario, chi non ne ha finisce con il chiudersi in se stesso e deprimersi.

E così nuovamente l’acqua che ci circonda entra in simbiosi perfetta con l’acqua dentro di noi. Un circolo vizioso e virtuoso allo stesso tempo dove l’egoismo dell’avere e ricevere si bilancia con l’altruismo e con il piacere del dare. Questo equilibrio instabile che fa stare bene solo quando è gestito in maniera armoniosa, ci insegna il senso del dovere prima di tutto verso noi stessi: il dovere di avere cura di noi, delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti in modo che tutto accresca e faciliti le nostre energie per aiutarci a crescere, a vivere pienamente il presente evitando il mero sopravvivere a persone e situazioni.

E l’acqua scorre trasformandosi in neve ai primi freddi come noi ci raggeliamo di fronte alle paure e tremanti non riusciamo a ritrovare il nostro flusso vitale diventando rigidi e intransigenti verso gli altri e verso i fatti della vita.

Siamo sempre acqua: diventiamo ghiaccio impedendo ai nostri sentimenti di fluire perché terrorizzati di vivere, ci trasformiamo in pioggia, annullando noi stessi fino a evaporare per essere rigeneratori a nostra volta per altri, o diventiamo vortice che aspira tutto, anche noi stessi, verso il fondo; oppure diventiamo una cascata in piena travolgendo e sconvolgendo ogni cosa al nostro passaggio, irrompiamo e distruggiamo con tutta la nostra forza prorompente e dirompente. Acqua che vive in noi e intorno a noi e senza la quale non potremmo esistere e che qualche volta è talmente tanta da costringerci ad elevarci sopra essa costringendoci e vedere il mondo con altre prospettive per non esserne travolti.

Se l’acqua che ci rigenera a ogni sorso e ci ristora vive in noi siamo pronti ad affrontare il buio e la paura: vescica e rene ci aiuteranno in questa prova.

 

Vescica, Rene, Urina

La vescica come i reni, in medicina tradizionale cinese, sono associati all’inverno. La prima ha il compito di rilasciare l’urina, il prodotto finale della trasformazione energetica. I secondi controllano la composizione e la secrezione dei liquidi organici da cui dipende tutta l’energia vitale e le difese contro gli stress. Inoltre regolano il tasso di acidità, la quantità di tossine, controllano le ghiandole surrenali.

Vescica e reni sono una coppia perfetta non solo per il corpo umano ma anche per la bioenergetica e la psicosomatica.

Quando parliamo di questi organi ci troviamo di fronte alla fase finale della lavorazione dei liquidi. E, come un fiume che scorre, vescica e rene espellono i liquidi che non servono più al nostro corpo trascinandone all’esterno i detriti inutili che in psicosomatica vengono identificati con i vecchi ricordi che non vogliamo trattenere, gli schemi che vorremmo affrontare e cambiare, la voglia di rinnovarci e cambiare che è innata nell’uomo, ma che per esigenze antropologiche spesso freniamo o addirittura blocchiamo.

L’urina, il prodotto di scarto di reni e vescica, un tempo aveva un significato magico e potente ed utilizzata in molte pozioni. Oggi la chimica la utilizza, trattata e trasformata, in molti prodotti di bellezza, per la pulizia della pelle o per altri trattamenti estetici. Già nell’antichità, in assenza del sapone veniva utilizzata per molti usi tra cui anche come ingrediente per lo sbiancante dei denti. Nella concia delle pelli era e, in alcune parte del mondo, viene ancora utilizzata come fissante naturale dei colori.

Nell’antica Persia e in India, l’urina delle mucche era considerata sacra e veniva utilizzata nelle cerimonie religiose per consacrare sacerdoti e dare buon auspicio ai re in quanto si riteneva ripulisse dalle impurità dell’anima e del corpo.

Si giunge poi alle epoche della stregoneria medievale occidentale dove, essendo l’elemento di scarto legato a una persona poteva creare, attraverso riti magici e credenze popolari, legami stretti con la persona stessa fino a fungere da afrodisiaco o provocare, al contrario, l’impotenza.

Gli alchimisti si sono sempre interessati all’urina, forse per il suo colore che richiama l’oro, poteva essere l’elemento di congiunzione per la sua creazione da altri elementi meno nobili e soprattutto più a buon mercato e facilmente reperibili.

Jung nei suoi studi era arrivato a pensare che fosse elemento di consapevolezza dei nostri impulsi e istinti primordiali.

In ogni caso, che segni il territorio, come fanno molti mammiferi maschi, che sia elemento di trasformazione come pensavano gli antichi, l’urina è e rimane in psicosomatica un elemento determinante legato agli affetti, alle passioni e anche alla capacità di imporsi agli altri. La classica “gara di piscio” (perdonate l’essere troppo diretto) di cameratesca memoria altro non è che una di queste dimostrazioni che si oppone al “pisciarsi sotto” dove indica la paura di affrontare determinate difficoltà. C’è poi un’altra tipica dimostrazione di superiorità spesso citata anche nei codici dei samurai che è quella di urinare sul nemico sottomesso che non vuole riconoscere l’autorità dell’altro.

Comunque sia l’equilibrio Yin/Yang passa attraverso i reni. Per le filosofie orientali è l’energia dei reni a creare la forza vitale della riproduzione, a vincere le rigidità della vita, a dare gioia nella severità, a costruire un sano rigore senza spezzare i desideri futili, a improntare il senso di decisione e, soprattutto attraverso la capacità di ascolto, a gestire la paura.

 

Paura e paure

“La paura è spesso preceduta da stupore. Gli occhi e la bocca si spalancano, le sopracciglia si alzano. L’uomo spaventato sta dapprima immobile e senza respirare come una statua, oppure s’accoccola istintivamente come per sottrarsi alla vista del suo nemico. Il cuore batte a colpi precipitosi e violenti, la pelle impallidisce come all’inizio di una sincope. Nei casi di intenso spavento si produce una traspirazione sorprendente; questo fenomeno è tanto più rilevante perché in quel momento la superficie cutanea è fredda, da cui il termine popolare di “sudori freddi”, inoltre i peli si rizzano e dei brividi percorrono i muscoli superficiali. Nello stesso tempo in cui la circolazione si altera, la respirazione precipita. Le ghiandole salivari funzionano in modo imperfetto: la bocca diventa asciutta e si apre e chiude spesso. Ho anche notato che in situazioni di leggera paura vi è la tendenza a sbadigliare” (Darwin)

Tra tutte le emozioni la paura è quella che nell’uomo innesca i comportamenti di difesa e, secondo i neuroscienziati, si attivano indipendentemente dalla volontà della persona stessa. Tutti i professionisti della salute sono concordi nel dire che le paure s’instaurano in fretta, ma per poterle rimuovere serve moltissimo tempo e, spesso, tanta difficoltà. Alcuni psicoterapeuti mi dicevano di loro pazienti che per anni erano riusciti a mitigare e convivere con le loro paure, ma che in situazioni stressanti queste riemergevano con tutta la loro forza devastante distruggendo spesso anni di duro lavoro terapeutico.

I neuroscienziati ci dicono che bastano solo 12 millesimi di secondo affinché la paura si manifesti. A questo punto giocano un ruolo fondamentale tutti gli organi di senso che devono qualificare l’oggetto o la situazione che genera la paura e lo cataloghino in modo adeguato. Il secondo processo, più lento, si aggira intorno ai 40 millesimi di secondo e dopo le dovute classificazioni sulla base delle esperienze acquisite dice al nostro cervello se dobbiamo avere paura o no.

Com’è ben comprensibile, in questa situazione, la memorizzazione degli eventi e degli stimoli che possono provocare la paura gioca un ruolo fondamentale. E anche in questo caso le vie sono due: la prima legata alle esperienze attraverso ricordi coscienti, la seconda, fuori dalla coscienza, che controlla i comportamenti senza una vera e propria consapevolezza di come siano stati appresi. I primi ricordi possono essere descritti, i secondi sono impliciti e difficilmente descrivibili.

In entrambi i casi è fondamentale tenere ben presenti tutti i processi di apprendimento, sia quelli istintivi che quelli “mediati”.

Nel primo caso, fin da bambino l’uomo si spinge a imparare per processi diretti, immagazzinando “sulla sua pelle” ciò che gli piace da ciò che può danneggiarlo. Innegabile che con questi processi di apprendimento comincino anche alcune paure, soprattutto dell’ignoto. Le paure aumentano con i processi “mediati” dove l’adulto insegna al bambino di cosa avere paura e di cosa non averla. Se in molti casi alcune paure possono essere motivate, in altri si rivelano “personali” e non è detto che debbano essere comuni. Se per esempio un adulto teme i serpenti non è detto che il bambino debba provare la stessa paura: difficile spiegare in questi casi la differenza tra mostrare “attenzione” e provare “paura” vera e propria.

Da adulti, la paura, è un’esperienza che si sperimenta nella quotidianità. Spesso è il campanello di allarme che segnala un pericolo da evitare, ma è anche vista come un evento da rifuggire a priori non considerando il fatto che, in molti casi, l’avere paura significa sapersi ritrarre dal pericolo al momento opportuno.

Il mondo della psicosomatica indica le varie paure come un percorso complesso che aiuta le persone a relazionarsi con ambienti, persone, oggetti e situazioni e, attraverso la selezioni di informazioni/esperienze, contenere i rischi. Ciò vale per circostanze manifeste come guerre o incontri pericolosi, ma anche per decisioni importanti da prendere soprattutto quando le conseguenze del proprio agire possono determinare effetti importanti.

Per questo imparare a conoscere le proprie paure è fondamentale e determinante nella creazione del coraggio e soprattutto del senso di responsabilità personale e di gruppo. Sempre grazie a questo processo di conoscenza è possibile variare il “metro della paura” sulla base della nostra capacità di assuefazione: per esempio un militare in battaglia ha paura, ma è stato addestrato a contenerla, gestirla e utilizzarla come “molla di reazione” per salvaguardare la propria sopravvivenza. Allo stesso modo, per esempio un chirurgo alle prime armi ha paura di commettere errori e perdere il paziente: in una prima fase è proprio la paura a permettergli di elevare il grado di attenzione, ma quando subentra l’esperienza sarà questa a modulare il grado di paura pur mantenendo l’attenzione molto alta.

Secondo i neuroscienziati e la psicosomatica, i metri di misura dei gradi di paura, attraverso la consapevolezza e l’esperienza, si basano su cinque aspetti. È attraverso questi cinque aspetti che la persona fa una valutazione della minaccia che sta subendo, dimostrando nuovamente che non è tanto importante l’evento in sé che si sta vivendo, ma l’autovalutazione che la persona dà all’evento stesso nel momento in cui si manifesta.

Il primo grado è la “novità dell’evento”: significa sperimentare per la prima volta una determinata sensazione senza conoscere le conseguenze del nostro operato. Se in montagna dovessi incontrare una vipera pronta ad attaccarmi come potrei reagire? Fuga? Reazione di attacco/difesa? Blocco totale? Le reazioni possono essere infinite e non sempre si possono verificare sulla base degli insegnamenti ricevuti (non è da tutti i giorni incontrare una vipera). Un secondo aspetto è comprendere se l’evento è “piacevole” o “spiacevole”: l’organismo valuta se tale esperienza che sta vivendo è in realtà piacevole o no e, deducendone le normali conseguenze, stabilisce la reazione da attuare.

Il terzo aspetto è legato “all’utilità dell’esperienza” rispetto ai propri fabbisogni generali: ciò che la persona prova in quel momento viene vagliata come un’esperienza utile oppure no, se aiuta o meno a raggiungere gli scopi prefissati o se, al contrario, allontana o ne complica il percorso.

Quarto aspetto è quello della “gestibilità dell’esperienza” e la capacità o facilità della persona a gestire la situazione stessa. Più che negli altri quattro gradi, qui è l’esperienza precedentemente acquisita a farla da padrona e ad indicare alla persona stessa se sarà più o meno in grado di superare quella prova.

L’ultimo grado è quello “sociale”, inteso come insieme di norme, principi, credenze e aspetti culturali: molte esperienze e i relativi pericoli insiti in esse vengono allontanati o addirittura evitati proprio sulla base di norme comportamentali acquisite, o, al contrario, ricercati per appagare nella persona il gusto della novità o del proibito.

Che si tratta di qualcosa di innato, razionale o inconscio tutti dobbiamo fare i conti con la paura ed è proprio attraverso questa esperienza che l’uomo può crescere interiormente pianificando e attivando strategie atte a superare o gestirla. Non riconoscere le proprie paure è spesso un problema così come volerle evitare e non volerle superare. Soprattutto perché, tenendo conto degli insegnamenti dei maestri orientali di riflessologia, queste paure creano notevoli blocchi soprattutto nelle zone renali, e dell’apparato uro-genitale in genere.

 

Paure e sistema urinario

Quando le paure di affrontare la vita si scontrano con le nostre convinzioni profonde di come dovrebbe essere vissuta la nostra esistenza si creano tensioni inimmaginabili. La psicosomatica ci insegna che in queste situazioni sorgono malattie molto resistenti che, nel lungo periodo, provocano danni indelebili.

Ciò in cui crediamo sono le “fondamenta” su cui costruiamo tutta la nostra esistenza: ogni volta che queste fondamenta vengono minacciate diventiamo resistenti al cambiamento e con questa reazione di irrigidimento sottoponiamo il nostro corpo e la nostra anima a sforzi atroci: tutto diventa più difficile e, dalle relazioni familiari a quelle esterne e professionali, la soluzione immediata è di vivere la realtà come una sorta di palcoscenico sul quale recitare una parte. Questo è il modo più facile per mascherare le paure e non volerle superare; resta il fatto che, secondo i riflessologi, visto che le paure non vengono risolte ma solo accantonate non potranno che aumentare insieme ai disagi prima, e delle malattie dopo, che si verranno a sviluppare e a manifestare.

I problemi legati al sistema uro-genitale esprimono tutte le paure più profonde e ci indicano non solo come siamo refrattari al cambiamento, ma anche quanto siamo ostinati, insicuri e poco inclini al dialogo aperto e alla relazione.

Regole ferree alle quali dobbiamo sottostare senza discussione, stili di vita privi di dialogo o una misurazione di qualsivoglia natura con altre culture, religioni, modi di pensare ecc. non produce altro che persone paurose. A volte queste paure, in determinati contesti culturali, sono autoindotte e costruite proprio per impedire alle persone di riflettere, verificare e verificarsi, di pensare in modo autonomo senza schemi prefissati, di trovare soluzioni pratiche al di fuori della realtà proposta abitualmente.

Sono paure viscerali che nella mente dell’uomo producono sudditanza e che non permettono nessun spazio di azione. L’esito propone individui facilmente malleabili e soprattutto incapaci di affrontare in modo autonomo la realtà per cui tenderanno per tutta l’esistenza a rinchiudersi e a evitare molte esperienze proprio per non viverle.

Malattie renali, calcolosi, cistiti e malattie vescicali rappresentano in riflessologia il segnale di paure recondite ed inespresse che sono state male gestite e trattenute per tempi lunghissimi.

Nella riflessologia psicosomatica queste paure vengono “immagazzinate” soprattutto nelle più basse zone lombari proprio dove tutto il peso del corpo deve essere sostenuto e da dove potrebbero essere spostate attraverso l’uso delle gambe per “andare oltre”, ma se questo meccanismo è bloccato la persona è costretta ad una staticità e rigidità sempre più profonda.

A volte basta ripensare a questi blocchi, spesso causati nell’infanzia, per una rimozione di tipo psicologico e, in questo le psicoterapie classiche sono di certo molto efficaci. Sul piano fisico la riflessologia può essere un valido ausilio per lenire il dolore, prendere consapevolezza dei percorsi mentali e fisici da intraprendere e soprattutto realizzare quanto sia importante gestire e non reprimere le emozioni.

 

Conclusione

Come negli altri miei interventi anche questa volta sottolineo che la riflessologia può essere un valido supporto e che può dare risultati eccellenti se inserita in un piano strategico di lavoro di squadra tra svariati professionisti. Soprattutto non deve sostituirsi mai ad alcuna forma terapeutica in quanto tale proprio perché va a lavorare su aspetti emozionali legati al benessere e al senso di rilassamento profondo che possono produrre maggiore autostima e aiutare ad affrontare l’esistenza in modo diverso.

Una parte certamente importante è giocata dal professionista che applica la riflessologia sul proprio assistito: l’intenzione, come da insegnamenti dei maestri e come ho già avuto modo di evidenziare, è fondamentale, ma non basta. Il riflessologo deve lasciare fuori dalla porta le paure personali, ansie e preoccupazioni per concentrarsi in modo positivo, propositivo e soprattutto proattivo con il suo assistito.

Le paure su cui dovrà lavorare e che dovrà aiutare a rimuovere con il suo operato spesso non saranno di tipo “adulto”. Lo stress e l’ansia prodotti dalla società moderna sono solo la punta dell’iceberg e, avendo radici più profonde, prevedono un lavoro più sensibile e allo stesso tempo delicato.

L’osservanza delle regole a cui siamo stati chiamati fin da piccoli a sua volta diventa metro di misura della nostra rigidità o flessibilità verso il mondo interno ed esterno determinando anche, secondo le filosofie orientali, la nostra predisposizione ad ammalarci, a reagire alla malattia o a guarire da essa. Questi sono aspetti della persona molto delicati perché vanno a scontrarsi con fattori antropologici antichi, ereditari per via culturale e quindi difficilmente rimovibili.

Il professionista riflessologo quindi non deve intaccare questi sistemi, ma anzi rispettarli anche quando non li condivide; il suo scopo è aiutare la persona a ritrovare il benessere mostrando e dimostrando con delicatezza i percorsi che possono essere intrapresi e soprattutto evidenziando che questi possono essere solo bagaglio personale del proprio assistito e che quindi devono partire come sempre dal “sé”.

Succede spesso che dopo una fase di profondo rilassamento molte paure riemergano e non vengano del tutto rimosse: è bene in questi casi intervenire con altre professionalità più adatte o farsi suggerire il modo più serio con cui operare.

Sotto il profilo più tecnico lavorare le zone relative ai reni e all’apparato uro-genitale si rivela spesso doloroso, soprattutto nelle prime sedute e quindi è bene aiutare il proprio assistito a capire che per rilassarsi bisogna lasciare andare molte delle proprie convinzioni limitanti e anche le “maschere” che in sala di consultazione non solo non servono, ma impediscono a chi deve operare di poter svolgere bene la sua missione.

Come sempre non esiste una cura per tutto e soprattutto è indispensabile lavorare su ogni singola persona come un mondo a sé stante, evitando tutte le forme di generalizzazione e le proprie convinzioni e credenze che potrebbero scontrarsi con quelle del proprio assistito. Quindi è forse bene ricordare e ricordarci che la spiritualità più profonda e libera passa attraverso l’esempio e la vita pratica piuttosto che mille bei discorsi che possono rimanere inascoltati.

*Counselor, Counselor Olistico, esperto di processi formativi esperienziali e discipline bionaturali, www.formazionezero.blogspot.it

 

Bibliografia

– AAVV: “Il libro dei simboli riflessioni sulle immagini archetipe”, Taschen ed. 2013

– AAVV: “La riflessologia origini benefici terapia del piede e della mano”, Gaia ed. 2011

– Ming Wong, Alessandro, Conte, On Zon Su: “Il massaggio del piede per la salute”, Mediterranea ed. 2009

– Michel Odul: “Dimmi dove ti fa male. Elementi di psicoenergetica”, Punto d’incontro ed. 2013

– Ming Wong, Alessandro Conte: “Le mappe segrete dell’ On Zon su applicazione dei massaggi antichi alla riflessologia del piede”, Mediterranee ed. 2012

– Osvaldo Sponzilli: “Auricoloterapia”, Tecniche nuove ed. 2013

– Patrizia Sanvitale: “La mano che cura”, Marsilio ed. 2011

– Alejandro Lorente: “Digitopressione”, Armenia ed. 2009

– George Stefan Georgieff:  “Il massaggio coreano della mano”, Macro ed. 2012

– Claudio Santoro: “Riflessologia plantare”, Macro ed. 2012

– Gabriella Artioli: “Manuale di riflessologia plantare”, Xenia ed. 2008

– AAVV: “Enciclopedia del massaggio”, Giunti ed. 2005

– Giovanni Leanti,  La rosa: “Messaggeri della salute”, Il segno dei Gabrielli ed. 2005

– Marco Lorusso: “Riflessologia plantare”, Macro ed. 2007

– Chen You Wa: “Digitopressione”, Tecniche Nuove ed. 2013

– Dwight C. Byers: “La riflessologia del piede”, Mediterranee ed. 2012

– Iona Masaa Teeguarden: “Guida completa alla digitopressione jin shin do”, Mediterranee ed. 2012-2013

– Huang Ti, Nei Ching Su Wen: “Testo classico di medicina interna dell’imperatore giallo”, Mediterranee ed. 2012

– Maria Luisa Gargiulo: “La paura che cosa è?”, saggio per Psycomedia

 

 




La medicina complementare nel Sistema Sanitario Regionale della Toscana

Di seguito una sintetica panoramica dei principali provvedimenti emanati in Regione Toscana per l’integrazione delle medicine complementari e dell’agopuntura nel Servizio Sanitario Regionale.

 

Le medicine complementari sono presenti da anni nel Piano Sanitario Regionale. In particolare l’ultimo Piano Sanitario e Sociale Integrato Regionale 2012-2015 dedica lo specifico capitolo 3.2.5 all’appropriatezza sulle Medicine complementari e non convenzionali e prevede l’utilizzo di trattamenti di medicina complementare in vari ambiti quali la promozione del parto nella gravidanza fisiologica, l’assistenza termale, la lotta al dolore, la prevenzione dei disturbi psichici, il fine vita e la lotta ai tumori.

Inoltre la Legge Regionale n. 28 del 2015 “Disposizioni urgenti per il riordino dell’assetto istituzionale e organizzativo del servizio sanitario regionale” prevede che il riordino sia definito, fra l’altro, “nel rispetto dei principi di uguaglianza, umanizzazione e personalizzazione delle cure anche con riferimento alla medicina complementare e integrata”.

 

La L.R. 40/2005 Disciplina del servizio sanitario regionale prevede:

L’introduzione della Rete toscana per la medicina integrata nella Struttura regionale di governo clinico (art. 43)

1 rappresentante delle Medicine Complementari (MC) nei Consigli dei sanitari delle Aziende USL (art.44)

2 rappresentanti MC nei Consigli dei sanitari delle Aziende ospedaliero-universitarie (art. 45)

1 rappresentante nel Consiglio sanitario regionale (art. 89)

1 rappresentante MC e Discipline del Benessere e bionaturali (DBN) nella Commissione regionale di Bioetica (art 97): queste ultime due nomine sono state abrogate il 27 aprile 2011

 

La Legge Regionale n. 9/2007 Regolamentazione dell’esercizio delle medicine complementari da parte dei medici chirurghi e odontoiatri, veterinari e dei farmacisti disciplina le attività di agopuntura, fitoterapia e omeopatia prevedendo un iter formativo di almeno 3 anni e la possibilità di essere registrati negli elenchi dei medici esercenti medicine complementari. Rimanda, per la definizione dei criteri di accreditamento, a uno specifico Protocollo di intesa, applicativo della Legge, firmato nell’aprile 2008 da Regione Toscana e dagli Ordini Professionali dei Medici chirurghi e Odontoiatri, Veterinari e Farmacisti. Il protocollo definisce i criteri di accreditamento dei Medici e Odontoiatri, Veterinari e Farmacisti, le disposizioni transitorie per l’iscrizione agli elenchi dei professionisti “esperti” in Medicine Complementari nonché i criteri di accreditamento degli Istituti di formazione extrauniversitaria pubblici e privati. Con la delibera regionale n. 993/2009, si definisce nei dettagli la procedura per richiedere l’accreditamento degli enti formativi in Medicina Complementare, mentre con il successivo Decreto n. 1332/2010 si approva il modello per la presentazione delle domande. A seguito della delibera regionale 175/2015, il protocollo di intesa è stato aggiornato e sottoscritto in data 16 marzo 2015 dalla Regione Toscana, rappresentata dall’Assessore regionale al diritto alla salute Luigi Marroni e dalle Federazioni degli Ordini professionali dei medici chirurghi e odontoiatri, dei medici veterinari e dei farmacisti, rappresentati rispettivamente da Antonio Panti, Marina Gridelli e Andrea Giacomelli adeguandone i contenuti all’Accordo Stato Regioni del 7 febbraio 2013, estendendo, tra le altre cose, la regolamentazione della formazione in Medicina Complementare anche a antroposofia  e omotossicologia.

 

Ad oggi sono state accreditate ai sensi della Legge 9/2007 le seguenti scuole private di medicina complementare: Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata SIOMI, Accademia Internazionale di Omeopatia Classica “Pieria” di Pisa, Scuola Superiore Internazionale di Medicina Veterinaria Omeopatia “Dott. Rita Zanchi” di Cortona (AR), Associazione Effatà di Lucca, Scuola di agopuntura tradizionale della città di Firenze, Scuola “Mario Garlasco”, Società Italiana di Omeopatia Europea di Firenze. Gli operatori che completano il percorso formativo possono iscriversi agli elenchi gestiti dagli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Veterinari e Farmacisti competenti per territorio. La Delibera GRT 1014/2011 specifica che i partecipanti ai corsi degli istituti suddetti hanno diritto all’esenzione dei crediti ECM per il periodo di frequenza.

 

L’Accordo regionale integrativo dell’ACN prestazioni di specialistica ambulatoriale (2006) disciplina i rapporti con i medici specialisti ambulatoriali per la messa a bando di incarichi per agopuntori, omeopati, fitoterapeuti e medici di medicina manuale. Questo accordo, limitatamente all’agopuntura, è stato esteso a livello nazionale.

 

La Delibera G.R. 655/2005 modificata con delibera GR 652/2011 e con delibera G.R. 674/2014, istituisce una nuova branca “Medicine Complementari” inserendo le MC nei LEA regionali e specificando le relative tariffe dei ticket.

 

Con Delibera GRT n. 1384/2002 è istituita la Struttura regionale di riferimento, per la MC e la MTC con sede presso il Centro Fior di Prugna dell’Azienda Sanitaria di Firenze, articolata nei centri di riferimento per l’agopuntura, l’omeopatia e la fitoterapia.

 

La Delibera GRT 633/2007 istituisce la Rete Toscana di Medicina Integrata che prevede la realizzazione di “sinergie di rete”, basate su unitarietà, integrazione, qualità delle prestazioni, sicurezza per l’utenza a fini preventivi, terapeutici e riabilitativi e la promozione delle attività di governo clinico. La rete ha sede presso la Direzione Generale diritti di cittadinanza e coesione sociale della Regione Toscana ed è dotata di una struttura operativa per la realizzazione delle proprie attività, denominata “Coordinamento della RTMI”, che prevede un responsabile, una segreteria organizzativa e un comitato tecnico scientifico.

 

Gli ambulatori di MC attivi al 31 Dicembre 2013 (fonte: censimento regionale attività di MC) sono in totale 97 così suddivisi:

Medicina Tradizionale Cinese 49

Omeopatia 22

Fitoterapia 12

Varie 14

Il totale delle ore settimanali di attività prestata nell’ambito dei LEA regionali è 925.

 

Infine alcuni progetti importanti realizzati di recente:

Il Consiglio Sanitario Regionale (CSR), con parere 54/2014 ha approvato un documento che prevede, nell’ambito della riduzione del dolore nel parto, anche l’uso delle MC tra le tecniche da utilizzare.

 

Nel dicembre 2014 il CSR ha approvato il documento “Agopuntura e medicina tradizionale cinese nel Servizio Sanitario Regionale toscano: linee di indirizzo per le Aziende Sanitarie”. La pubblicazione indica gli ambiti clinici e le patologie in cui le tecniche della MTC possono offrire un contributo efficace, sicuro, generalmente privo di effetti collaterali o di interazioni con la terapia ufficiale, contribuendo a migliorare la salute e la qualità della vita.

 

Si può leggere l’intero documento (parere n. 116/2014) sul sito del Consiglio Sanitario Regionale al link http://www.regione.toscana.it/consiglio-sanitario-regionale

 

 

 




Sport, cultura e comportamento

Alfredo Calligaris*

Innanzi tutto, dobbiamo riflettere sul significato indifferenziato che diamo al “termine sport”, omologando la passeggiata ecologica, due calci al pallone o una nuotata distensiva, con una finale olimpica, una partita di calcio professionistico, la scalata di una cascata ghiacciata, la traversata transatlantica in solitario. Oggi omologhiamo tutto: tutto è musica, tutto è teatro, tutto è cinema.

Lo sport è una tra le attività più intelligenti dell’uomo, un “comportamento” motorio rivolto alla soddisfazione dell’impellente bisogno che l’uomo ha di muoversi. Così originale che è difficile indagarlo con i criteri d’analisi tradizionali. Di fatto, lo studio scientifico dei suoi contenuti deve utilizzare approfondimenti interdisciplinari e interculturali.

La ricerca scientifica deve avere per oggetto l’analisi del “fenomeno sportivo” non solo sotto il profilo tecnico, l’allenamento e la prestazione, ma anche gli aspetti umano e sociale. Carl Diem, uno dei padri della pedagogia sportiva, ha definito la pratica fisica come la protesta della nostra forza animale contro le restrizioni imposte dal tecnicismo.

Di fatto, il “movimento” s’identifica nel meccanismo reattivo delle strutture muscolari e si compendia nel processo metabolico che trasforma l’energia chimica in energia meccanica. Adattandosi via, via ai bisogni della specie, mettendo il corpo al servizio dell’intelligenza ed incidendo profondamente sull’evoluzione qualitativa del sistema nervoso.

L’attività volontaria è il modo prevalente d’essere dell’uomo, ma gli atti così compiuti lasciano nelle strutture nervose l’immagine e il ricordo che li hanno determinati, che nella ripetitività gestuale, diventano abitudini e/o automatismi, che non sono da confondere con l’istinto.

Il perfezionamento della motricità è avvenuto attraverso l’applicazione al gioco, alla danza a cominciare da quella tribale, al lavoro e solo recentemente con l’applicazione alla pratica sportiva. Le società cambiano perché cambia l’uomo determinando, nel tempo, anche l’adeguamento della pratica sportiva alle esigenze della vita economica, sociale e politica.

Il valore dello sport è derivato dai contenuti culturali che lo informano ed è stato, sempre, inteso come pratica fisica e criterio applicativo insostituibile per la evoluzione e maturazione del bagaglio motorio individuale. Qualcuno ha affermato che per questo ruolo naturale siamo “condannati” ad applicarci agli sforzi fisici pena la decadenza biologica.

L’esperienza maturata dal vivo ci ha convinti, che lo sport, espressione di un “comportamento” esclusivo, precipuo e specifico dell’essere umano, ma che non sottende principi etici, morali, civili e sociali. Pur con una forte conflittualità interiore, riteniamo che lo sport sia piuttosto povero, se non privo, di valori formativi, ma che i “valori” derivino dall’accettazione e rispetto delle “regole” cui esso s’impronta, che ne esaltano “concettualmente” la portata formativa.

L’attività fisica e lo sport in quanto costrutti “comportamentali” si sono evoluti, in funzione dei bisogni della specie, mettendo il corpo al servizio dell’intelligenza, incidendo, profondamente, sul divenire del sistema nervoso e sulla nascita ed evolversi del linguaggio e delle forme espressive dell’arte.

Il ruolo svolto dalla motricità umana nell’evoluzione e nel progresso della specie è stato, sempre, deciso dagli atteggiamenti comportamentali necessari a fronteggiare le realtà della vita di relazione.

Progressivamente, l’uomo, costretto a crescere in un ambiente sempre più condizionato, positivamente e negativamente, dalla tecnica e dalla tecnologia ha adattato le forme dei suoi comportamenti motori alle esigenze e alle sollecitazioni imposte dal diverso modo di vivere e di agire.

Le origini degli studi sulle capacità di prestazione dell’uomo sono antichissime, ma solo dalla fine del secolo XIX vi è stata una continua crescita delle sperimentazioni sull’uomo che lavora e pratica lo sport. Perché le ricerche sugli aspetti nervosi, metabolici, biomeccanici, tecnici, ambientali, tecnologici, ecc. della prestazione suggerivano essere disponibili ampi margini di crescita prestativa e produttiva.

Queste conoscenze hanno consentito l’incremento della resa individuale nel campo della produzione con gli studi d’ergonomia e l’evolversi delle tecnologie costruttive e nello sport con il perfezionamento delle metodiche di formazione individuale.

Molti ricercatori hanno orientato le loro attenzioni allo studio degli aspetti bioumorali e biochimici del comportamento motorio dell’uomo, preferenziando l’utilizzo di particolari sostanze ergogeniche o costrutti tecnologici per realizzare prestazioni motorie di vertice. Con interventi che prescindevano, spesso, dalle disponibilità funzionali possedute dai soggetti sollecitati, non tenendo conto degli squilibri neuroendocrini che tali interventi potevano provocare e superando proditoriamente gli insegnamenti, se vogliamo romantici, del fair play.

Non si trattava di novità in senso assoluto, perché sostanze e supporti ritenuti ergogeni sono stati utilizzati da sempre nella pratica sportiva, ma in ambito strettamente competitivo, ugualmente non accettabile, mentre il doping moderno si è sviluppato come criterio di supporto prestativo ed utilizzato con metodicità già nel processo formativo.

Il nostro obiettivo s’incentra sul recupero di una pratica sportiva inserita in un progetto culturale d’ampio respiro e sul recupero dei valori “ecologici”, dello stesso, che ne esalti il ruolo fondamentale di sollecitazione morfofunzionale ed emotiva individuale e incida sulla portata sociale del fenomeno.

La cosa sarebbe facile da perseguire partendo dalla scuola dove siamo, invece, in regresso applicativo e l’educazione fisica e lo sport scolastici non soddisfano nemmeno la fondamentale esigenza per una corretta qualificazione psicofisica del discente. Sviluppando il proliferare dell’obesità anche infantile e la diffusa ipocinesia dettata dalla mancata attenzione e rispetto dei principi igienici su cui fonda lo stato di salute da considerare assolutamente un bene comune, non solo individuale.

Certamente lo sviluppo della motricità che preconizziamo non può improntarsi ai principi “formativi” adottati dagli sport di vertice o dagli sport spettacolo, che sono in realtà soltanto “beni di consumo” e forma impropria di professionismo, mentre gli sport estremi, sono atteggiamenti avventurosi che inquinano la struttura culturale della pratica fisica.

L’homo sapiens sapiens, proprio perché costretto a vivere in un ambiente condizionato dalla scienza e dalla tecnologia e per il proliferare del fenomeno di una longevità più spesso inattiva, deve attuare nuove forme di qualificazione motoria volte a perseguire il possesso di caratterizzazioni d’efficienza motoria lungo tutto l’arco del vivere. Sviluppando varianti applicative, pedagogiche, metodologiche e tecniche di qualificazione delle disponibilità che non devono essere più improntate al potenziamento organico, resistenza e forza, ma anche allo sviluppo di “abilità” manipolative, di rapidità esecutiva e d’attenzione nervosa, oggi più consone al tipo di gestualità che la vita richiede. Fare jogging fa sicuramente bene agli apparati cardiocircolatorio e respiratorio, meno bene a caviglie, ginocchia, anche, colonna vertebrale.

Nell’attuazione di un diverso contesto metodologico sarà bene comprendere il recupero di talune facoltà che possediamo in “fieri”, ma che abbiamo dimenticato di evidenziare, recuperando la capacità di sottoporle al controllo della volontà come sanno fare ancora oggi molte culture orientali. Di fatto, la retroazione di queste pratiche di sviluppo individuale potrebbe contribuire a migliorare la crescita individuale. Riteniamo essere necessario attivare un’attenta riflessione circa il recupero dei “valori” intrinseci ed estrinseci della motricità come forma di comportamento individuale e sociale e profittare del prezioso ruolo formativo per la riorganizzazione del processo educativo dei giovani.

L’attenta analisi del “significato culturale del comportamento motorio” rappresenta il fondamento per orientare correttamente l’evoluzione funzionale delle generazioni a venire.

L’uomo ha fatto sempre tutto ciò che riteneva potesse essere fatto, aiutiamolo a farlo bene.