Gli “Scrovegni” delle Marche: il Cappellone di San Nicola a Tolentino

Lucio Sotte*

Esistono delle opere d’arte “considerate minori” che valgono un viaggio, alle quali vale la pena di dedicare un week end per una visita. Una di queste è certamente la Basilica di San Nicola di Tolentino: uno scrigno di rara bellezza nascosto in una vallata tra le nostre colline che vi consiglio caldamente di visitare se volete trascorrere mezza giornata di un “sapiente” turismo nelle Marche.

È difficile trovare un aggettivo adatto a descrivere la mia regione in cui ogni cittadina, ogni paese, ogni borgo conserva piccoli e grandi tesori che sono nascosti in un’atmosfera antica, dal sapore medioevale, un’atmosfera raccolta che non fa sfoggio delle proprie ricchezze ed anzi tende quasi a nasconderle con una sorta di ritrosia. Il convento di San Nicola di Tolentino è certamente una di queste.

Nelle Marche c’è una vera e propria rete di gioielli sparsi in un panorama d’incanto che non ha nulla da invidiare alle colline toscane o umbre. Noi marchigiani ci siamo goduti il nostro “piccolo paradiso” per tanti anni, fino a quando un turismo colto e raffinato ha iniziato a scoprirci ed ora condividiamo con tanti nuovi cultori le bellezze “discrete” della nostra terra. Anche molti stranieri si sono innamorati delle Marche e in numerosi paesi, soprattutto in quelli più nascosti dell’interno, è facile sentir parlare tedesco, inglese o olandese dai nuovi venuti che, dopo essere rimasti affascinati dall’atmosfera, hanno deciso di “piantare la loro tenda” qui da noi, trasformando antiche e spesso cadenti case rurali in splendide ville di campagna.

La Basilica di San Nicola da Tolentino è uno dei più bei tesori della nostra regione, uno scrigno prezioso, aperto il quale, ci si rende conto di come una lunga storia ha saputo forgiare un raro esempio di “luogo” di vita e di preghiera. Nel nome della fede e della devozione al santo taumaturgo, nel corso degli ultimi sette secoli, la mano delle varie generazioni che si sono susseguite nel convento ha dato corpo, nella costruzione dei suoi numerosi edifici, al meglio dell’espressione umana ed artistica: romanica prima, gotica poi, manierista, barocca e neoclassica infine.

Ogni borgo marchigiano ha il suo “Convento di San Nicola” perché la Congregazione degli Agostiniani che anche oggi regge il convento, era capillarmente diffusa nella nostra regione e – dando energie al proprio carisma secondo la sua regola – ha educato il popolo alla vita ed ha realizzato monumenti di grande bellezza.

Ne sono una chiara testimonianza le chiese di Sant’Agostino che abbelliscono tanti borghi così come numerosi conventi che, dopo essere stati indebitamente sottratti ai legittimi proprietari prima da Napoleone e successivamente dallo Stato Italiano subito dopo l’Unità d’Italia, sono ora sede di Uffici, Amministrazioni ed Enti Pubblici o Scuole.

Ma torniamo al convento di San Nicola da Tolentino con le immagini del cui Cappellone ho voluto illustrare questo numero della rivista.

La sua visita vale un viaggio – dicevo all’inizio di questo articolo. Ai suoi visitatori il convento si presenta con un bellissimo sole antropomorfo e raggiante che sorride enigmaticamente dalla facciata manierista della chiesa, subito al di sopra di una scultura di impianto gotico di San Giorgio che uccide il drago che sovrasta il portale maggiore in stile romanico. All’interno si apre una ricca navata unica neoclassica, su cui si affacciano numerosi altari laterali arricchiti da stucchi e dipinti con particolari barocchi. Pregevolissimi il soffitto a cassettoni ed una grande cappella a sinistra, dove ancora oggi i frati svolgono la loro fatica quotidiana di ascoltare ed assolvere i numerosi pellegrini che vanno a confessare le proprie colpe. La navata si apre infine nella cupola sotto la quale si erge un grande e luminoso altare centrale istoriato da marmi policromi. Sulla destra invece si accede alla Cappella delle Sante Braccia e da qui al Cappellone trecentesco affrescato da artisti giotteschi che nel corso del tempo sono stati variamente interpretati e classificati. Si è parlato di un maestro di Tolentino anche se ora va invece di moda attribuire l’opera a Pietro da Rimini che avrebbe operato in Romagna, a Fabriano ed anche a Tolentino. La mano che ha dipinto il Cappellone infatti sembra la stessa che ha lavorato all’Abbazia di Pomposa ed a Rimini.

Gli affreschi sono di straordinaria fattura, molto ben conservati e restaurati ed offrono al visitatore un grande esempio di pittura del Trecento paragonabile per stile, ricchezza, dimensioni alla ben più famosa Cappella degli Scrovegni di Padova o ad alcuni ambienti della Basilica Inferiore di Assisi. Negli spicchi della volta si alternano gli Evangelisti ed i Dottori della Chiesa tutti ritratti seduti su scrivanie piene zeppe di libri. Scorrendo la volta dalla vela dove è ubicato l’altare e andando in senso orario si notano: Ambrogio e Marco con il leone; Agostino e Giovanni con l’aquila; Gregorio e Luca con il toro; Girolamo e Matteo con l’angelo. Alla base sono raffigurate le Virtù: Carità,  Prudenza, Speranza, Giustizia, Temperanza, Fede, Fortezza.

Le pareti sono divise in due ordini sovrapposti ed in alto si trovano le lunette dove, da quella di fronte l’ingresso parte la narrazione con l’Annunciazione; seguono l’Arrivo dei Magi, la Presentazione al Tempio e il Transito di Maria anche detto Dormizione della Vergine. Nell’ordine mediano la narrazione è disposta in riquadri successivi; partendo dalla parete che dà verso la chiesa dove al centro è la Strage degli innocenti; proseguendo in senso antiorario sono la Pentecoste, il Sepolcro vuoto, Cristo nel Limbo, l’Orazione nell’Orto, la Predicazione di Gesù, l’Entrata a Gerusalemme, le Nozze di Cana, la Sacra Famiglia, il Cristo fra i Dottori. Nell’Ordine inferiore troviamo illustrati numerosi episodi della vita di San Nicola da Tolentino ed una toccante Crocifissione.

Il Cappellone riassume in un colpo d’occhio i fondamenti della dottrina cristiana con una sorta di catechismo per immagini: la Biblia Pauperum.

Nelle quattro vele della volta viene descritto infatti l’inizio della buona novella rappresentato attraverso i quattro evangelisti e l’avvio del pensiero teologico con i quattro dottori della chiesa. Alla base della volta la diffusione della buona novella si collega all’uomo, che viene esaltato anche attraverso l’antico pensiero laico e platonico riassunto dalle quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza). Le tre virtù  teologali (fede, speranza e carità) innalzano quindi l’uomo e lo portano alla ricerca di Dio. Successivamente il racconto della buona novella prosegue con l’Annunciazione, l’Arrivo dei Magi, la Presentazione al Tempio e si conclude con il Transito di Maria in cui la Madonna viene assunta in cielo. Come abbiamo già anticipato l’ordine superiore delle pareti è dedicato ad illustrare gli episodi più salienti della storia di Cristo che si conclude in quello inferiore con la Crocifissione. Inizia poi, sempre nell’ordine inferiore, la storia degli episodi più significativi della vita San Nicola da Tolentino.

Sono molto interessanti anche tutte le decorazioni che suddividono gli spazi dedicati alle scene principali su cui si affacciano dei volti di santi, monaci, vescovi ed altri più arrotondati e quasi caricaturali atteggiati a descrivere con realismo e talvolta umorismo i sentimenti, le emozioni dell’uomo. Questi volti richiamano nelle loro fattezze il volto del sole antropomorfo che si apre sulla facciata della basilica.

La visita non è finita perché in vicinanza della Cappella delle Sante Braccia si apre l’accesso ad una chiesa inferiore dove sono raccolte le spoglie di San Nicola ed ai locali della libreria e del museo agostiniano. Qui si conservano pregevoli sculture lignee, dipinti, ceramiche oltreché una suggestiva raccolta di presepi.

Sul lato Sud della chiesa si apre il chiostro agostiniano, di origini trecentesche ma modificato nel corso nei secoli in relazione con la crescita del monastero. Nel XVII secolo il chiostro venne ristretto per la costruzione di nuove celle per i monaci e delle cappelle laterali della chiesa. Le gallerie del chiostro presentano su tutte le pareti scenografici affreschi barocchi eseguiti alla fine del 1600, recentemente restaurati e raffiguranti le Storie di San Nicola.

 

La visita si conclude dimostrando come una sapiente commistione di stili che si sono succeduti nel corso dei secoli ha saputo armonizzarsi con grande discrezione ed ha creato una serie di ambienti percorrendo i quali si può godere un fedele riassunto della storia degli scorsi sette secoli.

La Basilica di San Nicola è uno splendido esempio di come la vita degli uomini che l’hanno edificata sia stata illuminata dall’amore e dalla sapienza del Padre e sia stata in grado di realizzare qui ed ora un anticipo di paradiso. Perché, come affermava Ratzinger, la buona novella non è solo “informativa”, ma “perfomativa” ed è in grado – in vista nell’attesa della “pienezza” della vita dopo la morte – di anticiparla cambiando il reale “qui ed ora”.




Da Civitanova Marche a Visso

Claudio Santelli*

Vorrei  suggerire un’escursione, che si può fare in giornata, partendo da Civitanova Marche e, immergendosi nelle dolci colline maceratesi,  giungere fino a Visso.

In prossimità del casello autostradale A 14 di Civitanova Marche si prende la superstrada 77 per Foligno.

All’uscita di Montecosaro si può già fare una prima deviazione per una visita all’Abbazia romanica di Santa Maria a Piè di Chienti meravigliosamente descritta in un articolo del Dott. Lucio Sotte in questa rivista.

Riprendendo di nuovo la superstrada si passa accanto a Tolentino, visibile sulla destra,  tutto raccolto in un abbraccio intorno alla basilica di San Nicola della quale si intravede sporgere in alto la bianca facciata e la cupola dove, all’interno, sono rappresentate scene della vita del Santo con pregevoli affreschi trecenteschi di stile giottesco recentemente attribuiti a Pietro da Rimini, affiancato dalle  silenziose ed armoniche linee architettoniche che definiscono lo spazio del chiostro agostiniano.

Proseguendo, poco più avanti, all’altezza di Caldarola, si intravede sulla sinistra, il castello Pallotta, e, sullo sfondo, i profili dei monti che delimitano il territorio di Pian di Pieca, tra la gola del Fiastrone e Sarnano; è un luogo dove la natura emana bellezza e serenità e non a caso scelto in passato da frati ed eremiti.

Sono ancora visitabili alcuni eremi rupestri come “la Grotta dei Frati” o “l’eremo di Soffiano” dove, in quest’ultimo, soggiornò, insieme a San Liberato, anche San Francesco in uno dei suoi viaggi nelle Marche.

Raggiunto il cartello per Camerino si può uscire di nuovo per visitare la Rocca dei Varano visibile sulla destra e, deviando per qualche chilometro a sud della rocca, la chiesa, ben restaurata, di San Giusto in San Maroto, un raro esempio di architettura romanica a pianta rotonda, quasi a ricordare un …Pantheon in miniatura.

Si riprende, poi, la superstrada fino al bivio di Muccia dove si gira a sinistra.

Arrivati a Visso è d’obbligo una sosta in piazza per ammirarne la bellezza e l’armonia, fare una piacevole colazione, vedere i manoscritti originali di Giacomo Leopardi acquistati nel 1868 dall’allora sindaco di Visso Giovanni Battista Gaola Antinori dalla collezione del prof. Prospero Viani, preside del Liceo Galvani di Bologna, ed acquistare pane e altri prodotti tipici da portare a casa.

Con le scarpe adeguate e partendo dal vicolo in pietra che costeggia l’abside della splendida chiesa sulla piazza di Visso si può fare una passeggiata a piedi in direzione del Santuario di Macereto.

Dopo poche decine di metri ci si ritrova in quel sentiero nel bosco tracciato nei secoli scorsi dai pellegrini che da Napoli e Roma andavano a Loreto.

È un percorso affascinante in qualsiasi stagione ma se amate i colori della natura programmatelo per una bella giornata con sole in autunno inoltrato quando le intere montagne che incorniciano Visso si trasformano in tavolozze di colori sui quali i delicati raggi solari riflettono nell’aria le vibranti lumeggiature gialle, arancioni, rosse e verdi delle foglie creando un’atmosfera poetica e senza tempo, una vera sinfonia cromatica nel silenzio di un bosco fiabesco.

 




Le ombre di Querciabella

Adolfo Leoni*

Il bambino alzò il braccio a mezz’aria con la mano aperta e le dita verso l’alto. Poi, pian piano chiuse il palmo e lo riaprì. Più volte, più volte, ritmicamente. Come se stesse salutando persone conosciute.

Il padre girò il volto là dove il piccolo guardava. Non vide anima viva. Solo la grande quercia si stagliava dinanzi a loro, imponente e scheletrica. Abbandonata. Non aveva più un fiore che l’addolcisse, né una foglia che adornasse i rami secchi. Da anni, ormai, era un albero senza vita che protendeva al cielo le sue braccia esangui e mozzate. I giovani del luogo non si erano però rassegnati a quella morte. Così, la quercia era stata avviluppata con decine di nastri colorati che spiccavano sul grigio spento della sua corteccia antica. Un gesto semplice di chi avrebbe voluto vedere quella grande pianta ancora viva. Una testimonianza d’amore per quell’albero secolare.

In primavera, ed ancor più in estate, quando Querciabella era ancora florida e prospera, i ragazzi di Belmonte, di Montegiorgio, di Falerone, delle Piane la raggiungevano a piccoli gruppi. Sotto quell’ampia chioma verde sostavano a lungo per le loro merende, oppure vi riparavano dopo un tonificante bagno nel Tenna. E ogni volta, prima di lasciarla, l’abbracciavano prendendosi per mano, facendo catena umana. Riuscivano a cingerla solo se erano in sette, addirittura in otto. In meno non sarebbero riusciti.

Da secoli, Querciabella vigilava il quadrivio. Sorvegliava i viandanti e li rifocillava con la sua ombra. Se avesse avuto un viso umano, avrebbe sorriso ai falciatori e alle loro donne che, d’estate, montati sui grandi carri agricoli, risalivano il fiume per la mietitura in montagna. Ascoltava silenziosa le loro canzoni spensierate, cantate con serenità e vigore sul fare del mattino. Guardava, la quercia, i bambini di campagna che le passavano davanti ogni mattina per recarsi a scuola, e i drappelli di persone che di buon’ora si dirigevano per la messa a villa Fontebella.

Nella graziosa chiesetta adiacente alla maestosa villa dei conti, nel giorno di festa si ritrovavano fianco a fianco nobili e popolani. Spesso, carovane di zingari sostavano in quei luoghi. Era allora che le nenie dei figli del vento si spandevano per la valle.

Di tanti matrimoni, di tante feste popolari, di tanti balli tradizionali l’albero era stato testimone. Anche della morte, però, l’immensa quercia restava muta spettatrice. Come quando la quercia sorella era stata abbattuta.

Su quella piana, poi, secoli prima era stata combattuta una battaglia sanguinosa, una delle più feroci del Rinascimento. Le milizie dell’Euffreducci s’erano scontrate con quelle del vescovo Bonafede. A centinaia erano caduti gli uomini con la testa fracassata dai colpi di bombarda, con il petto squarciato dalle pesanti spade, calpestati dagli zoccoli dei cavalli al galoppo. E Querciabella si domandava il perché di tanto strazio. Qualche secolo più tardi, le truppe giacobine s’erano riposate sotto quelle fronde prima dell’attacco a Castel Clementino che avrebbe portato all’uccisione del giovane Navarra e alla strage dell’ignara popolazione.

L’altezza di Querciabella, inoltre, le aveva dato la possibilità di vedere lontano, verso il Tenna. In quelle acque cercate per refrigerio, in tanti erano scomparsi tra i flutti. Buche sconosciute, mulinelli improvvisi avevano rubato i corpi di giovani e di adulti. Più tardi e più avanti il fiume avrebbe restituito cadaveri gonfi e rigidi in un gesto che sembrava imprecare contro una fine ingiusta.

Ma non solo le guerre e le acque avevano fatto le loro vittime. Anche la strada aveva preteso le sue. E in numero sempre maggiore. Prima, uomini stritolati dalle ruote dei carri; poi, con la modernità, l’inferno delle lamiere d’auto contorte nello scontro a velocità pazzesche.

Il bambino non sapeva tutto ciò. La vita gli regalava ancora qualche anno di spensieratezza.

Ora salutava con la mano quella quercia maestosa. Ma non solo essa. Ai piedi dell’albero, seduti uno accanto all’altro e sorridenti, erano in molti a rispondere al suo saluto. Paolo e Luigi, Aurelio e Mario, Antonia, Maria, Duilio…

Le Ombre guardavano in silenzio la strada e i passanti. Nessuno notava quelle presenze. Solo i bambini, ancora dal cuore stupito, potevano vedere. E salutare. Non per un addio. Per un a Dio.

 




Le origini

Adolfo Leoni*

Verso la fine di una giornata di ottobre una dozzina di uomini che portavano carichi molto pesanti si fermò al margine di una radura all’interno di una foresta, una foresta come tante, che si trovava nei pressi di un fiume, un fiume come tanti.

Pioveva dal mattino, una pioggia pesante e fredda, e i vestiti, imbevuti d’acqua, pesavano sulle spalle di quegli uomini intirizziti, impauriti, affamati.

Era quella la loro meta? E se non quella, quale, allora?

Colui che sembrava essere la guida si guardò in giro, lasciò cadere a terra il sacco che aveva in spalla, salì a fatica su una collinetta scivolosa, scrutò davanti a sé e tutt’intorno a sé.

La visuale era poca, ma sufficiente. Campi, alberi, selvaggina, acqua…

Poi chiamò i fratelli, li raccolse tutti, attendendo anche il più stanco, il più vecchio, il più emaciato. Quando la comunità fu al completo, disse: “È ben questo il luogo che c’era stato annunciato. Credo che andrà bene per noi. E ringraziamo Iddio di averci permesso di arrivare fino a qui, sani e salvi”.

Poi, insieme, così come avevano camminato, dormito, mangiato, sfidato il freddo, la fame, le fiere, così insieme s’inginocchiarono nel fango gelato e pregarono. E i loro inni si alzarono più alti delle brume della sera, più alti delle nebbie più fitte. Più oltre.

Erano distanti dai villaggi, lontani da altri uomini… ma erano vicini a Dio.

Erano in un paese sconosciuto e selvaggio, intricato e fosco… ma erano vicini a Dio.

Erano, consistevano, vivevano. Sarebbero vissuti. Erano i Viventi, cioè i cristiani.

In quel luogo dove s’istallarono per la notte s’istallarono per sempre. Mai più sarebbero tornati alle loro case. Anzi, alla loro casa. A quel monastero da cui erano partiti molto tempo prima.

Erano monaci. Erano benedettini.

La foresta aveva un nome, anzi, mille ne aveva.

Anche il fiume aveva un nome, anzi ne aveva mille.

Perché tutto ciò accadde, identico, lungo la Loira, in terra di Francia; lungo la Vistola, in terra Polacca; lungo il Boyne, in terra d’Irlanda; lungo il Tweed, in terra di Scozia; lungo il Po, in terra d’Italia. Lungo il Tenna, in Terra di Marca.

Identico, sempre identico.

Si moltiplicarono così i monasteri, e l’Europa fu coperta da migliaia di stupende costruzioni bianche slanciate verso il cielo. Unica la regola, quella del padre Benedetto.

Capitò qualcosa di molto simile anche sui nostri monti fatati.

Stava finendo l’anno ottocento. Da quattro secoli le insegne romane erano state poste in salvo a Bisanzio. L’impero di Roma era solo un lontano ricordo. Le grandi strade romane devastate, gli acquedotti distrutti, i campi incolti, bruciati o saccheggiati dalle invasioni di quelli che furono detti barbari. Né legge né ordine. Il comando al più forte.

Era tempo di ferro ed era tempo di sangue.

Là, oltre quella montagna dove si narrava di una donna leggendaria, c’era un’altra montagna e dietro ce n’era un’altra ancora.

Uomini pii abitavano il monastero di Farfa. Uomini dediti alla preghiera e al lavoro…al lavoro e alla preghiera.

Non era maledizione il lavorare, riempiva la vita di senso il pregare. L’uno e l’altro incessantemente. Qualcosa di nuovo e di sconvolgente.

A chi poteva dar fastidio quella comunità? A chi, e soprattutto: perché?

Ma ci sono domande che non andrebbero mai poste. Perché non trovano risposta adeguata: il male a volte prende il sopravvento nei cuori degli uomini così, all’improvviso, inspiegabilmente. Come se aleggiasse sempre su di noi, pronto a colpire. Come se permanesse dentro di noi, pronto ad erompere

Da tempo quegli uomini pii avevano dovuto respingere gli assalti dei Saraceni, sempre più vicini, sempre più prossimi alla casa di Dio e alla casa dei suoi monaci.

Una notte accadde che il monastero fosse ghermito dalle fiamme. Il monaco di guardia suonò furiosamente la campana. Era quella del pericolo imminente.

I saraceni stanno dando l’assalto al monastero, sono quasi dentro le mura, hanno già bruciato i laboratori…difendiamoci, fuggiamo, difendetevi, fuggite.

Sarebbe stata l’ultima battaglia. Quella decisiva.

Ma quella volta i Saraceni non c’entravano proprio. Quella volta non c’entravano le soldataglie.

Quella volta c’entrarono i cristiani, ladri… cristiani, nessun moro, nessun biondo dalla lunga barba. Gente del luogo, invece, gente di qualche villaggio vicino. Ladri, razziatori, violenti. Il male che aleggia… il male che erompe.

Le fiamme furono però le stesse di un attacco in grande stile e quando il sole tornò a splendere su Farfa, quel luogo non poteva più essere difeso.

Fu allora che l’Abate prese la sua decisione. Forse la più dura della sua esistenza: abbandonare il monastero, andarsene altrove.

Per sette anni Pietro I l’aveva difeso. Più volte aveva sconfitto gli invasori. Stavolta fratelli cristiani però lo avevano messo in ginocchio.

Radunò i suoi monaci, Pietro I, raccolse il tesoro di Farfa, divise gli uni e l’altro in tre parti. Benedì tutti e spedì un gruppo a Roma e un altro a Rieti. Il terzo, di cui si mise a capo e con tutti i documenti dell’archivio, lo mandò verso nord-est. Verso i monti fatati.

Correva l’anno 898 quando le genti del Piceno videro arrivare un gruppo di monaci Benedettini. Proveniva dalla Sabina. Erano Farfensi. Li guidava il loro Abate.

C’erano nel fermano terre lasciate ai benedettini da alcuni nobil uomini. Le raggiunsero. Quindi, cercarono i luoghi più adatti per una nuova vita.

Raggiunsero il Matenano, un luogo difendibile, una rocca naturale che s’ergeva sopra due valli boscose, ricche di animali e, soprattutto, ricche di acque.

Sulla sommità del Matenano depositarono le spoglie della loro santa, Vittoria. Dal Matenano iniziarono una rivoluzione religiosa, civile, sociale, agricola.

Una rivoluzione giunta sino a noi. Noi, uomini d’oggi. Noi che dopo mille illusioni, mille chimere, mille sogni tramutati in incubi, siamo tornati a cercare il senso delle cose.

E pensiamo di trovarlo dove? Basterebbe voltarci un attimo, o alzare lo sguardo sulle nostre chiese, o guardare la geometria dei campi, o scrutare a fondo nel nostro cuore. Perché qui, come un marchio indelebile, qui, nel nostro cuore, c’è iscritto un senso dell’essere e del vivere, un’esperienza che viene, come da una catena ininterrotta di generazioni, da oltre un millennio

Quell’Ora et labora, anche se inconsapevolmente, è stata la nostra bussola, il sangue circolato nelle nostre vene, lo stesso nostro respiro.

Ora et Labora! Ieri, come oggi.

 

22 giugno 2011-06-22

(Cena benedettina del 23 giugno 2011)

 

 

 




Belmonte piceno e la strada delle “cento porte”: come trasferire il pianerottolo delle scale sulla strada

Lucio Sotte*

«D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finché non more il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno

Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

Sì ch’a mirarla intenerisce il core..»

Sono convinto che Leopardi non avrebbe mai potuto scrivere questi versi se non fosse vissuto a Recanati e non avesse fatto esperienza della dolcezza, dell’armonia, dello splendore delle vallate e delle colline marchigiane che, allora come ora, si aprono allo sguardo di chi si affacci ad una delle finestre della libreria di Monaldo dove Giacomo si concentrava nei suoi “studi pazzi e disperatissimi”.

Chi voglia veramente visitare e capire le Marche deve dedicare due o tre giornate a percorrere qualcuna delle tante vallate dei fiumi che dagli Appennini scorrono verso Est incidendo le ondate  di colline che disegnano il nostro paesaggio dai monti fino al mare. È questo uno dei miei svaghi preferiti e, quando gli impegni me lo permettono, vado a rubare con gli occhi i colori variopinti della campagna ed indovino i nomi dei paesi che si stagliano sulle cime dei colli.

Spesso si tratta di antichi castelli trasformati nei secoli in piccoli borghi, oppure di poche case raggruppate intorno ad una chiesa o ad un vecchio convento ed in questi casi mi domando sempre qual’è l’uovo e qual’è la gallina: è nato prima il convento che è stato successivamente circondato di case oppure, proprio perché c’era un piccolo agglomerato urbano, i frati decisero nel trecento o nel quattrocento di insediare proprio lì una chiesa e poi il chiostro e poi la sala capitolare ed infine l’intero convento?

Uno dei posti più suggestivi delle mie scorribande è quello che va sotto il nome di “crinale farfense”: si tratta della campagna del fermano, tra le vallate del tenna a Nord e dell’aso a Sud. Farfense perché è un susseguirsi di piccoli borghi con antichi insediamenti che un tempo erano nel territorio del complesso monastico di Farfa. Conservano ancora esempi straordinari di chiese del periodo romanico ma anche di epoca successiva: molte settecentesche. Queste ultime hanno spesso grandi dimensioni che sembrano quasi sproporzionate per i piccoli borghi in cui sono inserite e fanno stupire per il gusto delle scelte architettoniche, per l’amonia degli arredi, per la precisione che si riscontra anche nei più piccoli dettagli. C’è inoltre da dire che molti dei loro “tesori” e soprattutto molti dipinti che conservavano sono stati depredati durante la campagna napoleonica e trasferiti all’Accademia di Brera di Milano o direttamente in Francia e da lì in tutto il mondo. Questa è la fine che hanno fatto ad esempio una sessantina di tavole di Vittore e Carlo Crivelli che arricchiscono le collezioni dei musei europei, americani ed addirittura giapponesi e che sono state “sottratte” dagli edifici religiosi di questi piccoli paesi.

Permettetemi una piccola digressione.

Più passa il tempo e più me ne convinco: i testi di storia raccontano la campagna d’Italia di Napoleone come un susseguirsi di epiche vittorie per la “liberazione” del nostro paese, invece, mano a mano che passano gli anni e mi guardo intorno, mi sto rendendo conto che dalle mie parti – ma presumo per analogia in tutta Italia – si sia trattato all’incontrario di una vera e propria invasione col suo seguito di grandi violenze, accompagnate da rapine, ruberie e furti perpetrati in tutti i modi ai danni del popolo italiano e del suo patrimonio culturale, religioso, artistico, civile. Con in più una matrice ideologica che in qualche maniera giustificava il latrocinio e le violenze con la scusa della liberazione dall’arretramento culturale del nostro paese! È il bello è stato che all’epoca molti italiani ci hanno anche creduto ed hanno aderito con grande ingenuità ed altrettanto entusiasmo a questa distruzione culturale e materiale del nostro territorio.

Purtroppo questa storia si è ripetuta tante volte in Italia prima e dopo la campagna napoleonica ed il periodo che viviamo corre il rischio di essere un’ulteriore messa in vendita a prezzi da realizzo dei nostri “gioielli” di casa.

Torniamo però al crinale farfense, alla sua campagna, ai suoi piccoli paesi e soffermiamoci su uno piccolissimo: Belmonte Piceno posto su uno sperone che si affaccia dal versante Sud della vallata del tenna. Viene citato tra i primi insediamenti piceni già presenti al tempo dell’antica Roma. Ora è un piccolo borgo di 683 abitanti. Vi consiglio di visitarlo per scoprire una curiosità che vale una piccola gita, se venite da queste parti. L’ho scoperta ormai da molti anni un giorno in cui mi sono incamminato per una delle due strade che percorrono il piccolo borgo. Si tratta precisamente di via Marino Lucido su cui si affaccia la facciata interna delle case che sovrastano le mura che guardano verso il mare perché esposte a Sud Est. Camminando ho iniziato quasi per gioco a contare i portoni che si aprivano sulla strada: un portone, due portoni, tre portoni, poi una finestra, poi di nuovo tre o quattro portoni e poi altri tre, poi una finestra e poi di nuovo tre portoni e tre portoni ancora….. e via di seguito per tutta la lunghezza della strada. Incuriosito da questa ininterrotta serie di portoni che si susseguivano uno accanto all’altro, sono ritornato indietro sui miei passi ed ho voluto ricontarli. Mi sono reso conto che in poco più di 100 metri si contavano 47 portoni e solo 12 finestre. Via Lucido è dunque un seguito ininterrotto di portoni con qualche rara finestra intercalata: una porta ogni due o tre metri. Non riuscivo proprio a capacitarmi e continuavo a percorrere la strada avanti ed indietro fino a quando un portone di fronte a me si è aperto: è uscita una vecchietta che scendeva da una scala che finiva appunto dietro a quel portone. La signora appena uscita ha poi aperto il portone accanto, alla sua sinistra, ed è entrata in una grande stanza dove ha preso un cesto per poi ritornare sulla strada ed aprire il terzo portone, sempre alla sinistra del precedente, che immetteva anche in questo caso su una rampa di scale che stavolta però non venivano dal piano di sopra, ma andavano a quello di sotto….

Allora finalmente ho capito l’antifona ed il perché delle serie ininterrotta di portoni: il portone centrale di ogni casa si apre su una stanza che sta a livello della strada e quelli ad esso laterali si aprono su due rampe di scale che raggiungono rispettivamente il piano di sopra e quello di sotto al piano stradale. Tutto questo accade semplicemente perché il pianerottolo tra le scale non è interno alle mura, come sarebbe logico in qualsiasi casa costruita secondo i criteri edilizi consueti, ma è invece il piano stradale. Come dire che via Marino Lucido è una strada ma è anche il pianerottolo ininterrotto di tutte le case che si affacciano sulla strada da cui si raggiungono i tre piani di cui tutte le case sono forniti, uno a livello della strada e gli altri due rispettivamente sotto e sopra il livello stradale.

Perché forse al tempo in cui queste case sono state costruite la strada non era pensata come uno spazio pubblico diviso da quello privato interno alle mura di casa. La strada era un’estensione della casa perché in molti paesi il pubblico ed il privato si confondevano tra loro.

 




In volo “co li farghitti”

Lucio Sotte*

 

Civitanova Alta, a due passi da casa mia, è uno dei tanti bellissimi paesi delle Marche, circondato da alte mura medioevali. Si apre verso la montagna a Porta del Girone, verso Sud a Porta Zoppa – si chiama così perché le sue ripide scale si dividono in due rampe disuguali – e verso Est a Porta Marina che è certamente la più suggestiva.

Fuori Porta Marina il panorama della verde campagna degrada lentamente verso il mare azzurro, tra i merli della vecchia torre che la sovrasta si è insediato da tanti anni un cipresso che ormai ne è diventato il padrone incontestato oltreché il simbolo del paese.

Conosco bene Civitanova Alta perché la frequento da oltre 40 anni, da quando conobbi mia moglie: viveva in un vecchio palazzo cittadino del ‘700.

Era una sorta di piccolo maniero al quale si accedeva da un grande portone cigolante che dava su un lungo, alto e scuro corridoio con la volta a botte. Alla fine del corridoio sulla sinistra si apriva un’ampia e signorile scalinata a più rampe che portava al secondo piano dove si raggiungeva un ballatoio con un’ampia finestra: illuminava un vaso di mandarinetti cinesi e si apriva a Nord sul cortile e sul panorama verso il monte Conero. Sulla destra il portone d’ingresso. Per annunciarsi c’era un campanello, anzi – come si conviene negli antichi manieri – una “campanella” che si suonava tirando una catenella che la scuoteva fino a che il suono argentino segnalava l’arrivo dell’ospite. Erano gli Anni ’70, ma il suono della “campanella” era lo stesso dei tempi di una volta…

Avevo da poco preso la patente ed arrivavo in paese facendomi prestare da mio padre la sua Fiat 1300 azzurro aviazione. Spesso trovavo posto in un piccolo spiazzo davanti casa. Allora le macchine erano pochissime ed i parcheggi tutti liberi. Quando ero sfortunato lasciavo la macchina poco più su, in una piccola piazzetta ed imbucavo a piedi l’angusto e scuro “vicolo del Garofano” che portava in via Cavour dove, subito dopo aver incrociato “vicolo del Fagiano”, al numero 32 mi fermavo. Per entrare tiravo un cavetto che scendeva da un foro del portone per sollevare il pesante chiavistello. Poi lo aprivo facendolo cigolare sui vecchi cardini per imboccare infine il lungo corridonio.

In questo brevissimo tragitto a piedi ero sottoposto, come si conveniva in un piccolo paese dove “tutti sanno tutto di tutti” alle indagini “discrete” delle vecchiette del vicinato. I loro sguardi seguivano il mio percorso – perché ero un “forestiero” su cui indagare a fondo – da tutte le finestre che si affacciavano lungo i vicoli. Sembrava che stessero sempre lì di guardia. La coda dell’occhio si intravvedeva appena mentre scrutava il mio breve cammino da dietro le tendine “appena scostate di mezzo dito” per non far trapelare all’esterno la loro curiosità. Effettivamente mi sentivo “osservato”, forse “scrutato” o meglio “dissezionato”.

Le diagnosi fatte attraverso i raggi x, la TAC o la risonanza magnetica sono bazzeccole se confrontate con quelle fatte attraverso le attente pupille delle vecchiette che indagavano a fondo sulle abitudini del “forestiero”… da dietro le tendine tentavano di denudarmi anche l’anima, ma con delicatezza, senza spogliarmi di nessun indumento!

D’altra parte per noi abitanti di Civitanova Porto – la parte del comune in cui io vivevo che è adagiata vicino al mare a 5 chilometri dal paese in collina – quelli di Civitanova Alta erano “li farghitti” cioè i falchetti. Questo nomignolo derivava dal fatto che vivevano in collina, volavano in alto come i “falchi” ma io ho sempre amato pensare che invece derivasse dallo “sguardo acutissimo” delle vecchiette del vicinato della mia ragazza.

Una volta che avevano individuato, scrutato e “dissezionato” la loro vittima, iniziava…lentamente…il sommesso passa parola…che in breve si traformava in chiacchiera…in pettegolezzo, se non in vera e propria maldicenza. Come accade da sempre in molti piccoli paesi in cui tutti si sentono autorizzati a farsi gli affari di tutti gli altri! D’altra parte a quei tempi la televisione aveva un solo canale in bianco e nero e quelle chiacchiere – diciamo “ingenue” – per passare il tempo erano un ottimo succedaneo delle dichiarazioni, delle mezze verità o delle bugie dei politici, dei giornalisti, dei conduttori, degli intervistatori ed intervistati che in questi tempi preelettorali imperversano tutti giorni dentro e fuori dai notiziari dei mille canali che ci istruiscono quotidianamente su come va o non va o dovrebbe andare il mondo.

Le prime volte facevo sempre lo stesso percorso per arrivare al vecchio palazzo ma poi pensai che, se proprio dovevo dare spago agli sguardi nascosti ed alle chiacchiere sul “forestiero”, sarebbe stato divertente cambiare strada di tanto in tanto per moltiplicare le “osservatrici” e amplificare le loro “osservazioni” e le conseguenti “deduzioni”.

Così, mano a mano, ho scoperto tutti gli angoli più nascosti di questo piccolo paese.

Se era una bella giornata limpida e fresca, parcheggiavo vicino a Porta Marina per guardare il panorama verso il mare, poi mi incamminavo per vicolo dell’Aurora che, ovviamente – come dice il nome – guarda verso Est da dove sorge il sole. Mi inerpicavo poi per vicolo dell’Orto e vicolo del Giglio – lì venivo scrutato ogni volta da una finestrella un po’ nascosta in cui una tendina a fiori si scostava con gesto impeccabile di indice e medio per far comparire per pochi istanti l’iride azzurro dell’“agente segreto”. Incrociavo infine vicolo dell’Arancio prima di raggiungere via Cavour.

Se era d’inverno ed era freddo, parcheggiavo verso Sud, salivo le ripide scale di Porta Zoppa e raggiungevo il “pincio”, uno spiazzo con una pinetina dove al centro i ragazzi giocavano spesso a pallone e negli angoli i bambini a “muffa rialzo” e le bambine a “campanò”. Salivo sopra alle mura che si affacciano verso Sud che a Civitanova si chiamano giustamente “mura da sole”, lo stesso nome del vicolo che le percorre – anche lì c’erano numerose pupille indagatrici che comparivano al bordo delle tendine scostate appena per seguire il mio passaggio. Imboccavo poi vicolo del Pavone o vicolo della Notte o vicolo dell’Arco per raggiungere la piazza centrale del paese.

Nella stagione calda preferivo parcheggiare a Nord, lungo viale della Rimembranza, lasciavo la macchina all’ombra dei tigli e dei platani e, salita una ripida scala che portava sopra alle “mura da bora”, raggiungevo il paese da vicolo della Luna che ovviamente guarda a settentrione perché sta all’opposto di vicolo del Sole che si apre a mezzogiorno. Se avevo qualche esame imminente all’Università, facevo due passi su vicolo della Fortuna – un po’ di scaramanzia non fa mai male! – e, una volta raggiunto vicolo dell’Aquila, imboccavo vicolo del Vomere per giungere a destinazione con una scorciatoia.

Quando arrivavo nel tardo pomeriggio e me ne andava di fare due passi, parcheggiavo sotto porta del Girone e salivo per vicolo del Tramonto, che ovviamente guarda dove il sole declina dietro alle montagne schizzando di giallo, rosso, ocra, viola il cielo azzurro, salivo per vicolo del Mercato, per quello dei Sediari o per vicolo Napoleone – questo era il percorso più osservato perché le “telecamere” in azione erano veramente numerose. Poi di corsa per vicolo della Tramvia per raggiungere vicolo del Forno ed avvicinarmi finalmente al palazzo di mia moglie.

È così, “svicolando” qua e là, ho scoperto che a Civitanova Alta, mentre si fa il giro delle mura, si fa anche quello dei punti cardinali e delle fasi del giorno, passando da vicolo dell’Aurora, ai vicoli del Sole, del Tramonto e della Luna.

Oppure si può fare un tour nel piccolo zoo del paese facendo due passi per i vicoli del Fagiano, dell’Aquila, del Pavone. Si può scegliere un minuscolo giardino botanico camminando per i vicoli del Garofano, del Giglio, della Ginestra, dell’Arancio o fare una carrellata dei vecchi mestieri facendo due passi per i vicoli del Vomere, dei Sediari, del Forno, del Mercato, della Pescheria o della Tramvia.

Mentre io scoprivo palmo a palmo tutti gli angoli di questo piccolo paese che ha saputo conservare gli antichi nomi delle sue strade, ho certamente dato spago alle infinite indagini di tutte le “Sherlock Holmes” appostate dietro alle tendine scostate di un dito che hanno seguito passo passo tutte le mie peregrinazioni con i loro sguardi attenti ma soprattutto “discretissimi”: ho messo a dura prova l’occhio “de le farghitte”.

 

Sono passati tanti anni ma, quando ho un ritaglio di tempo, mi diverto ancora a passeggiare per gli stretti vicoli che raccontano la vita dei tempi andati fortunatamente conservata anche nei loro nomi: tra quelle vecchie mura si respira un’aria che sa di una storia antica. Mi piace rubare con gli occhi gli scorci più suggestivi e ripercorrere insieme con i miei passi il ricordo di quanto si è vissuto nel corso dei lunghi secoli trascorsi su quei selciati, tra quelle mura, dietro quei portoni. Perché ogni nostro paese ha la sua storia da raccontare…




Nove e dieci dicembre: in volo verso la collina degli allori

Lucio Sotte*

 * Direttore Olos e Logos Dialoghi di Medicina Integrata Civitanova Marche

 La notte del 9 dicembre i bagliori dei “focheracci” (così si chiamano questi falò dalle mie parti) illuminano i campi, le colline, le vallate tutto intorno alla collina degli allori.

Chiunque sia atterrato dopo un viaggio aereo notturno ha visto la sfilata delle luci davanti ed ai lati della pista per dirigere il pilota. Nelle nostre terre tutto intorno alla collina degli allori i focheracci illuminano la “pista” da 700 anni: falò nell’oscurità della notte tra il 9 ed il 10 dicembre di ogni anno, come in un immenso aereoporto celeste… a guidare il volo e l’atterraggio di quella Casa Santa

 

Era il 9 dicembre 1294. Le pietre arrivarono in quella notte nelle Marche dopo aver solcato tanti mari, aver toccato l’Epiro ed il golfo del Quarnaro. Furono scaricate da pesanti chiatte sulla riva, all’imbrunire e poi trasportate sui carri trainati da buoi fino in cima alla collina. Di tanto in tanto un secondo tiro di buoi – lo “rajiuto” cioé l’aiuto – soccorreva il primo per superare i pendii più scoscesi, scosso dallo schiocco di frusta dei carrettieri.

 

Da allora ogni 9 dicembre … i “focheracci” illuminano il ricordo del volo notturno di quelle mura verso la collina degli allori, ma danno luce anche ai volti e agli sguardi di quanti, riuniti a cerchio intorno al crepitio ed ai bagliori delle fiamme, aspettano che le pietre della Casa Santa concludano un’altra volta il lungo viaggio atterrando sullo spiazzo tra gli alberi di quel colle per raccontare ancora una volta la storia della fanciulla e dell’angelo

 

Si racconta che arrivarono in “volo” trasportate dagli “Angeli”: così si chiamava la famiglia di Niceforo, despota dell’Epiro, che diede in sposa sua figlia Ithamar a Filippo di Taranto, quartogenito di Carlo II d’Angiò. Tra i beni della dote comparivano anche “le sante pietre portate via dalla Casa della Nostra Signora”. Era la notte tra 9 e 10 dicembre del 1294. Un viaggio lunghissimo partito da San Giovanni d’Acri e terminato sulla costa adriatica sotto Ancona, proprio ai piedi della collina

 

Da allora, da sette secoli, ogni 9 dicembre… in quella notte… gli occhi delle persone raccolte intorno ai falò sono afferrati dallo scintillio delle fiamme, dai minuscoli lapilli che volano in cielo sollevati dal fragore e dal calore per disperdersi, disintegrarsi in alto e spegnersi planando lontano tutt’intorno sull’erba umida dei campi. Per ricordare quel giorno quando, improvvisa, dal cielo o in un sogno, dopo il fruscio di un battito d’ali, proprio tra quelle pietre, proprio tra quelle mura, una voce sussurrò alla fanciulla «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te»

 

1294….Tre anni prima i crociati avevano abbandonato la Palestina dopo essere stati sconfitti e prima dell’ultimo commiato avevano portato con sé dalla Terra Santa l’unica reliquia che la fretta della fuga e la passione dei cuori avevano permesso: le pietre di tre muri davanti ad una grotta…le avevano trasportate fino alla costa a San Giovanni d’Acri e lì imbarcate perché, dopo aver solcato i mari, potessero essere custodite, perché continuassero a raccontare la loro storia

 

Da allora ogni 9 dicembre…ogni anno, in quella notte, da settecento anni, bagliori e fiamme, preghiere, canti e racconti per accompagnare il volo di quella Casa Santa….e rivivere quell’attimo quando… la fanciulla aveva ricevuto da un messaggero alato la strana promessa: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine»

 

È accaduto 2012 anni or sono … proprio tra quelle mura… A sentire le parole del messaggero la fanciulla «fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come quello» «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà Santo e sarà chiamato Figlio di Dio.» Che emozione! Che sconcerto! Che turbamento!

 

Da allora ogni 9 dicembre … ogni anno, in quella notte, da settecento anni, i “focheracci” illuminano il volo della Casa Santa. Il crepitio delle fiamme, il fragore delle vampe e delle lingue del fuoco, il bagliore dei lampeggiamenti improvvisi in alto, su verso il cielo buio ed il chiarore riflesso a velare i volti di quanti, raccolti in cerchio intorno al falò, rinnovano il ricordo di “quel saluto” e del “turbamento” della fanciulla

 

Allora la fanciulla disse: «Ecce ancilla Domini. Fiat mihi secundum verbum tuum» «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 

Alla fine, mentre le ultime guizze del fuoco si rincorrono tra i tizzoni ed il fragore delle fiamme si tramuta nello scricchiolio della brace, tutt’intorno al “focheraccio” i pensieri si raccolgono, per rivivere quel saluto, rinnovare quel turbamento, per convertire i cuori con un nuovo «Fiat mihi secundum verbum tuum», ed allora un coro si alza verso il cielo «Ave Regina coelorum, ave Domina angelorum, salve Radix, salve Porta ex qua mundo Lux est orta»  «Ave Regina dei cieli, Ave Signora degli angeli, Salve Radice e Salve Porta da cui origina la Luce dell’universo».

…in attesa del Santo Natale 2012

 

 




L’”Infinito” a due passi da casa

Lucio Sotte, Direttore di Olos e Logos

Ormai a casa mia ci sono abituati ed i miei figli ci scherzano sopra: «papà è andato a “fare le visioni”!» si dicono “alludendo ironicamente” tra loro quando non mi trovano in casa al mattino presto o al tramonto.

No! State tranquilli! Non sono diventato all’improvviso un “vate” , non sono un “chiaroveggente”, non posseggo l’arte della “divinazione” né, tantomeno, soffro di “allucinazioni visive”!

Quelle che i miei chiamano “visioni” sono solo il tempo che dedico a rubare con lo sguardo le meraviglie del panorama delle nostre colline dipinte davanti agli occhi quando mi affaccio dalla siepe del cassero di Montecosaro verso la vallata del Chienti ed i Sibillini, da quella del girfalco di Fermo verso il mare Adriatico o dalle mura da “bora” di Montelupone verso Recanati, Loreto ed il monte Conero.

Le nostre terre sono un susseguirsi di questi panorami che si disegnano mutevolmente davanti ai nostri occhi quando percorriamo le strade che corrono sui crinali delle colline dando delle “visioni” che hanno un solo difetto: occorrerebbe sedere sempre nel posto del passeggero e non in quello di guida perché distolgono troppo lo sguardo!

Ho imparato da ragazzo, pedalando in bicicletta, ad osservare il nostro “cielo” e la nostra “terra” e a sbalordirmi dei loro colori, dei mutevoli paesaggi, ad indovinare il nome dei borghi che si stagliano sulle cime dei colli.

Le Marche – ma in particolare la nostra provincia maceratese – sono un seguito ininterrotto di “visioni” che commuovono il cuore perché mescolano due elementi apparentemente opposti e contrastanti: la natura selvaggia che ha forgiato nei millenni le montagne, le vallate e le colline e la mano amorevole e paziente dell’uomo che le ha disegnate arroccando i paesi sulle cime, solcandole delle strade diritte di fondo valle o di quelle serpeggianti lungo un fosso o contorte nelle salite e discese dei tornanti che talvolta sembrano unire e qualche altra dividere i terreni, i filari delle culture, i contorni alberati dei campi.

Credo che non ci sia per me un tempo migliore per rilassarmi di quei minuti in cui riesco a cogliere le sfumature di questi panorami che oramai conosco perfettamente a memoria e che pure non cessano di stupirmi, di sbalordirmi ogni volta che li osservo, come fosse la prima.

Al mattino, quando il sole si affaccia appena dal bordo del mare all’orizzonte, si dipingono di luce rosata e fresca che rompe l’oscurità, al tramonto, quando il sole scende lentamente dietro alle montagne, si infiammano di rosso, di ocra e fucsia schizzando il viola, l’indaco e l’azzurro del cielo.

Ci sono le colline della primavera che abbagliano lo sguardo di verde, quelle gialle a cavallo della mietitura, bruciate dal sole dell’estate e le colline secche, polverose di agosto.

Ci sono le colline dell’autunno, umide, sfocate dalla bruma che sale dal fondovalle e quelle nitide, brillanti dei giorni rigidi dell’inverno, illuminate dalla luce fredda e tagliente.

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte in guardo esclude…». Probabilmente questi versi di Leopardi non sarebbero mai stati scritti senza l’ispirazione della vista della campagna maceratese.

Ogni vento porta con sé i suoi colori e li pennella sui campi, sui terreni e lungo le pendici dei monti. Lo scirocco tinge di grigio le nubi e di piombo l’azzurro del cielo, garbì o montanaccio – cioè il libeccio – è invece luminoso e nervoso e dipinge di argento le pendici dei campi rivoltando le foglie d’ulivo. Quando tira di bora, il cielo incredibilmente terso ed azzurro è animato da schizzi di nubi bianche che nascono in mare a Nord-Est e corrono veloci dietro alle montagne.

«…Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo…ove per poco il cor non si spaura».

I crinali dei colli si sfumano frastagliati come onde che si rincorrono fino a confondersi e accompagnano il nostro sguardo a cercare oltre il confine del cielo che ai miei occhi ed al mio cuore suggerisce il “Mistero” al di là dell’orizzonte. Il “Mistero” cui umilmente inginocchiarsi perché è ovvio che l’infinito non può entrare dentro il nostro piccolo cervello se non per metafora; sarebbe come tentare di svuotare l’oceano avendo a disposizione un cucchiaio o un secchio!

Ci sono tanti punti di osservazione dei nostri panorami: il fondovalle, i crinali dei colli, le cime delle montagne ma anche l’Adriatico stretti tra cielo in alto e schiume delle onde.

Ho ancora negli occhi la vista della nostra costa dal mare in un giorno di bora in cui con Marco e Gianni abbiamo traversato a vela a metà agosto l’Adriatico facendo una volata da Pola a Civitanova. Siamo salpati di tardo pomeriggio e col vento teso da Nord-Est abbiamo veleggiato al traverso per tutta la notte. La mattina dopo, alle prime luci dell’alba, eravamo già in prossimità delle nostre rive.

L’aria profumata, così tersa e pulita faceva cogliere in lontananza particolari in tante altre occasioni indistinguibili: tutti i campanili e le chiese, tutte le torri, la Madonnina di Loreto, i borghi arroccati sotto i Sibillini e mille case di campagna disperse in mille fazzoletti di campi variopinti.

Mentre gli occhi scorrevano questa incredibile “visione” cercando di dare un nome ad ogni colle, ad ogni paese… dopo Potenza Picena e Montelupone, al di là della vallata lo sguardo si fissava su Recanati e allora «…io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno e le morte stagioni, e la presente e viva, e ‘l suon di lei. Così tra questa infinità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare

 

 




L’Annunziata o Santa Maria a Piè di Chienti?

Lucio Sotte, Direttore di Olos e Logos: Dialoghi di Medicina Integrata

Un grande tesoro ed un luogo di meditazione e di pace a due passi dalla mia dimora che oramai è diventato una sorta di casa dell’anima mia: così ho sempre considerato la chiesa dell’Annunziata, anzi “Santa Maria a Piè di Chienti” come molti la chiamavano tanti anni fa e come io l’ho conosciuta. Si trova ad un chilometro dall’uscita di Montecosaro della superstrada 77 Civitanova-Macerata-Tolentino che costeggia il corso del fiume chienti.

Vi consiglio di visitarla se passate da queste parti e se volete fare un’esperienza indimenticabile che vi riconcilia con voi stessi facendovi fare un tuffo di quasi 10 secoli nel senso religioso del passato, mentre vi apre il cuore e lo sguardo all’infinito.

La basilica, costruita in laterizio in stile romanico nel 1125 – come attestano due epigrafi al suo interno – è il rifacimento di un altro edificio religioso precedente dell’ottavo secolo d.C. Faceva parte di un complesso monastico ormai scomparso. Possiede una forma architettonica molto originale, soprattutto in Italia, che riprende elementi delle chiese francesi di stile borgognone.

Ha una pianta basilicale a tre navate con quella centrale più larga e alta coperta da un tetto a capriate e quelle laterali più basse e coperte da un susseguirsi di volte a croce che sono anche il sostegno del matroneo al piano superiore che percorre ai lati tutta la navata centrale e si chiude in avanti formando, al di sotto dell’abside superiore, un secondo presbiterio con un altare sopraelevato al primo piano. È chiusa da due absidi semicircolari sovrapposte delle quali quella di base, più grande, presenta tre eleganti cappelle radiali, mentre quella più piccola in alto chiude – come già accennato – una sorta di secondo presbiterio al livello del piano del matroneo.

Una volta era in piena campagna ed era la meta preferita delle mie uscite in bicicletta del periodo del liceo quando, nei pomeriggi assolati estivi, primaverili o autunnali, esploravo pedalando il territorio intorno al mio paese. Ci si poteva arrivare anche percorrendo soltanto una decina di chilometri di strade brecciate e bianche di campagna che costeggiavano il fiume e che ormai sono tutte asfaltate, ma allora davano all’uscita un senso di avventura e libertà.

Appena entrati, gli occhi venivano abbagliati dall’oscurità che poi, nel corso di qualche decina di secondi si trasformava in penombra, non appena le pupille si adattavano mano a mano al buio. La luce fioca entrava dalla finestre di alabastro tingendosi di un misto di giallo, panna, bianco e marrone e colpiva i laterizi degli interni sfumandoli di un fioco chiarore come in una morbida carezza.

Il silenzio assoluto della navata centrale dava un senso di tranquillità che, mescolato con la freschezza dell’aria sulla pelle, sul volto e sulle labbra accaldati dalla pedalata e con una nuance di muffa che penetrava nelle narici, colpiva tutti sensi quando si immergevano le dita per un rispettoso segno di croce nell’acqua benedetta che era raccolta e conservata fresca nel bacino dell’acquasantiera di pietra. Era stata ricavata da un antico capitello rovesciato e scavato che era sostenuto da una tozza colonna e situato accanto al pilastro dell’ingresso.

A questo punto lo sguardo era attirato dal Cristo in croce appeso al centro della navata centrale davanti al presbiterio inferiore che è nascosto dentro un susseguirsi di volte a crociera, come in una cripta che, invece che affondata nel sottosuolo, fosse risalita a piano terra. Le braccia di Gesù sostenevano elegantemente un corpo apparentemente senza peso ed il volto sereno con gli occhi socchiusi diffondeva nella navata una pace profonda.

Entravo quasi sempre dalla navata di sinistra percorrendola sotto le basse volte a crociera che portavano verso l’abside interrotta sul retro dalle tre piccole cappelle radiali con al centro di ognuna una minuscola finestra ovale chiusa anche questa da una lastra di caldo alabastro ed illuminata da un fascio di luce soffusa ed animata dai lampi del pulviscolo.

Una volta raggiunta la navata destra salivo per le scale buie che portavano al matroneo dove un secondo altare era illuminato al centro dell’abside affrescata con il Cristo Pantocratore in una mandorla che riempiva la metà superiore e sovrastava la metà inferiore dipinta con episodi della nascita e dell’infanzia di Gesù. Sulla destra dell’abside l’Annunciazione che conferisce l’attuale nome della chiesa, un affresco un po’ sbiadito dal tempo e dalle intemperie con l’angelo Gabriele che, con un giglio in mano, si rivolge rispettoso alla Madonna.

A quel tempo facevo sempre il giro completo del matroneo, per poter cogliere con un solo colpo d’occhio il soffito a capriate, gli affreschi del prebiterio superiore, il Cristo crocifisso al fondo della navata inferiore, la fuga delle volte del matroneo e spesso una o due anziane donne di campagna che, inginocchiate in uno dei banchi della navata centrale, rinnovavano la loro fede e si ritempravano dalle le fatiche dei campi nel fresco e nella pace dell’Annunziata. Ritornavo infine al pianerottolo davanti alle scale dove scendeva da un foro nel soffitto la fune della campana che confesso di aver troppe volte tirato non riuscendo a resistere alla tentazione di suscitare il suo ripetuto rintocco. Poi giù di corsa verso l’ingresso laterale per un veloce segno di croce prima di inforcare la bicicletta e via a pedalare prima che il prete venisse a controllare come mai la campana avesse suonato fuori orario!




Civitanova, le Marche e Macerata; il progetto

Lucio Sotte

Olos e logos si edita a Civitanova Marche, in provincia di Macerata e nella regione Marche.

Sulla scia di tutto quanto affermato nelle rubriche “medicina dell’ambiente”, “alimentarsi e salute”, “ambiente e salute”, “vita buona e salute” mi sembra ragionevole fare del territorio che circonda la sede della redazione una sorta di “esperimento” di come collegarsi con il proprio “cielo” e la propria “terra”.

Cercherò in questa rubrica di presentare degli esempi di “buona” e “cattiva” gestione di questo territorio e della vita delle persone che lo abitano per sollecitare tutti i lettori e collaboratori a presentare considerazioni analoghe sui loro ambienti di vita e di lavoro.

Presenterò dunque anche le eccellenze del nostro territorio spaziando a 360 gradi tra arte, cultura, paesaggio, lavoro, educazione, storia, personaggi. Non mi risparmierò però nemmeno nelle critiche nei confronti di realtà che contrastano con una buona gestione di “ambiente”, “alimentazione” e quella che ho definito “vita buona”.

Lo scopo di questo lavoro è quello di “educarci” a gestire la nostra “casa” trattandola con attenzione ed amore per abbellirla, ma anche con determinazione e chiarezza per correggerne i difetti come si fa quando si “educano” i propri figli nel loro processo di crescita e maturazione.