La numerologia cinese: come applicare dei simboli all’interpretazione del reale

 Lucio Sotte*

In tutte le antiche tradizioni i numeri hanno svolto un valore simbolico, basta pensare al numero due che svolge in alcuni ambiti un ruolo associativo ed in altri un compito dissociativo, al quattro che viene correlato ai quattro punti cardinali, ma anche ai quattro evangeli, al cinque che è correlato ai cinque sensi, alle cinque dita della mano e sulla cui base è stata fondata la  matematica in base 10 (5×2) solo per fare alcuni esempi del mondo occidentale.

Anche la  cultura e la civiltà cinesi hanno da sempre assegnato un valore simbolico ai numeri e questo fenomeno riflette i suoi effetti anche nell’interpretazione tradizionale della teoria medica. In Cina, i numeri, in qualsiasi ambito di studio compaiano, hanno  contemporaneamente un valore reale ma anche simbolico, esprimono concetti e rimandano a realtà ultime; non hanno solo valore quantitativo ma anche qualitativo.

Il due corrisponde alla coppia yin e yang, il tre ai tre tesori o san bao (qi, jing e shen), il quattro alle assonanze con le quattro stagioni ed i quattro punti cardinali, il cinque ai cinque movimenti, il sei ai sei livelli energetici ed il sette alle sette emozioni. Questi citati sono alcuni esempi di quanto la numerologia sia stata applicate nel corso dei secoli e dei millenni alla medicina cinese.

Proviamo ad approfondire alcuni aspetti di questa tradizione.

In questo breve articolo affontiamo il  senso della numerologia cinese, che presentiamo brevemente perché ci permette di interpretare alcuni aspetti salienti del pensiero cinese.

 

Il Dao De Jing il Classico della Via e della Virtù di Lao Zi, il fondatore del Taoismo, afferma che: “L’Uno produce il Due, il Due produce il Tre, il Tre produce i diecimila esseri […]” per dare una spiegazione del Big Bang da cui origina l’universo.

Dunque anche l’origine del cosmo è correlata ai primi tre numeri, essendo l’uno unito al Cielo, il due alla Terra ed il tre alla loro interazione e reciproca trasformazione.

A titolo esemplificativo citiamo le nove sezioni

dello Hong Fan, un testo inserito nello Shu Jing, il

primo «Classico della storia cinese» compilato nel

primo millennio a.C. In questo testo si dà un’interpretazione numerologica del cosmo allo scopo di stabilire il ruolo dell’uomo e quello dell’imperatore.

Lo Hong Fan  si pone l’obiettivo di comprendere

l’ordine cosmico per farne la base per le norme

di un ordine morale applicabile all’uomo.

La medicina cinese riprende spesso la numerologia

allo scopo di spiegare gli eventi biologici determinanti la vita dell’uomo microcosmo e i

suoi rapporti con il macrocosmo.

Nel reale, nel mondo dei soffi, ciò che è disperso

tende a riunirsi e ciò che è unito a disperdersi,

sempre seguendo dei percorsi interpretabili

in senso numerologico.

Il Caos (che è il principio da cui tutto origina) è rappresentato dal numero Uno; questo

numero tuttavia rappresenta anche il Dao e il Cielo, in quanto artefice della vita. L’Uno può rappresentare anche l’energia, il soffio qi unico, le cui trasformazioni determinano il fenomeno della vita.

L’Uno è sempre e comunque richiamo all’unità,

al mistero, all’indistinto, che può manifestarsi

o meno e la cui essenziale qualità è il continuo

cambiamento. L’Uno è anche il simbolo del Cielo, dello yang e della linea unita in contrapposizione

alla Terra che corrisponde al Due, allo yin e alla linea spezzata.

L’ideogramma di Uno (W. 1 A29 ), yı, è una linea orizzontale che indica il principio originale

della numerazione e può rappresentare, se tracciata in alto, il Cielo.

L’Uno aspira a scindersi in Due, ma mantenendo

la sua unità come in una coppia.

Il Due, er, è l’emblema della Terra ed è rappresentato dal quadrato. La Terra è dispensatrice di forme. Il Due è la scissione dell’Uno che si mantiene unito come coppia e può simboleggiare sia la coppia yin-yang  che il solo yin , in quanto espressione delle due linee spezzate.

 

Figura 1

L’ideogramma yı, Uno.

Si tratta di una linea orizzontale tracciata a metà altezza del campo grafico.

 

L’ideogramma (W. 2 A30 ) di Due è rappresentato

da due linee orizzontali sovrapposte e indica la

Terra, perché rappresenta l’altro polo della coppia

di cui l’unità è rappresentata in alto dal Cielo.

L’Uno, il Cielo promuove la vita, che viene raccolta dal Due, la Terra, che ha il compito di gestire la vita, di portarla a compimento, di far germogliare il seme che accoglie.

Il Due, la coppia, aspira a riunirsi attorno a un

perno: il Tre, san.

 

Figura 2

L’ideogramma er, Due.

Si tratta di due linee orizzontali sovrapposte, di cui

l’inferiore indica la Terra e la superiore il Cielo.

 

Il Tre simboleggia i soffi; è il Due che si avvolge

attorno a un perno, è la spirale della vita (il

movimento vitale si avvita sempre a spirale, come

accade nelle conchiglie, nei cromosomi), è la

vita stessa della coppia, indica l’unione feconda

dello yin e dello yang, lo spazio mediano tra Cielo e Terra dove avviene l’incontro tra Cielo e

Terra. Il Tre, simboleggiando anche il Cielo, è rappresentato dal cerchio (in contrasto con il Due, la Terra, rappresentato dal quadrato) e può simboleggiare anche la potenza dei soffi yang.

L’ideogramma di Tre (W. 3 A31 ) è rappresentato

da tre linee orizzontali sovrapposte e indica

che tra Cielo e Terra nasce la vita (il luogo di realizzazione del vortice a spirale).

Tra Cielo e Terra c’è l’Uomo, l’unico «animale» a

stazione eretta che unisce dunque il Cielo (rotondo

come la testa) con la Terra (piatta come i piedi).

Anche l’imperatore è espresso da una modificazione dell’ideogramma del Tre, in cui i tre tratti orizzontali sono uniti da un tratto verticale che sta a indicare che il suo ruolo è unire il Cielo e la Terra.

 

Figura 3

L’ideogramma san, Tre.

È rappresentato da tre linee orizzontali

sovrapposte e indica che tra Cielo e Terra nasce

la vita.

 

Tre aspira a espandersi: questa espansione del

Tre nel Cielo, e cioè nel tempo, produce le Quattro stagioni, sulla Terra, e cioè sullo spazio, produce le Quattro direzioni.

Il Quattro è dunque l’attualizzarsi del fenomeno

vivente in uno spazio definito dai quattro punti

cardinali (Est, Sud, Ovest e Nord) e in un tempo

definito annualmente dalle quattro stagioni

(primavera, estate, autunno e inverno) e nel ritmo

circadiano dalle quattro fasi (alba, mezzogiorno,

tramonto e mezzanotte).

L’ideogramma di Quattro (W. 42 A32 ), si, indica

che c’è uno spazio divisibile: alcuni vorrebbero far

corrispondere i quattro segni verticali alle quattro

dita, in ogni caso sia in Quattro, che in Sei e in Otto (cioè nei numeri pari) compare il concetto della divisibilità.

 

Figura 4

L’deogramma sì, Quattro.

Indica che esiste uno spazio divisibile

 

La dispersione implicata nelle Quattro stagioni e

nelle Quattro direzioni aspira a ordinarsi attorno

a un Centro per vitalizzare i soffi: è l’origine del

Cinque. La Terra si associa al numero Cinque: i

Quattro punti cardinali e il loro Centro, la Terra

e lo spazio. I Quattro punti cardinali esistono solo

grazie a un Centro, che permette all’osservatore

di posizionarsi in modo che il Sud si trovi di

fronte all’osservatore stesso.

Al Cinque sono legati i concetti di ordine e gerarchia.

Il Cinque è inoltre – in quanto «Centro» –

il Centro della serie numerica che va da Uno a

Nove, il centro dello spazio e anche il Centro del

tempo (la quinta stagione o le quattro interstagioni

associate alla Terra). Il Cinque è il principio di

organizzazione di ciò che esiste; è per questo che i

Quattro punti cardinali, che aspirano a ordinarsi e

correlarsi intorno al Centro, trovano nel Cinque il

numero che indica ciò che raccoglie e distribuisce.

 

Figura 5

L’ideogramma wu, Cinque.

Corrisponde a una «X» che rappresenta

le quattro estremità unite al centro dal cinque.

 

L’ideogramma di Cinque (W. 39 A33 ), wu, corrisponde a una «X» che rappresenta le quattro

estremità e il centro; inserendo questa «X» tra

due linee orizzontali che indicano Cielo e Terra si

ottiene la forma dell’ideogramma attuale. La svastica sarebbe, secondo alcuni studi ideografici,

una derivazione del logo del numero cinque.

Un’immensa armonia deriva dalla distribuzione

regolare dei soffi del Cielo e dalla reazione della

Terra, che li accoglie e li fa fruttificare: è il Sei, il

numero degli influssi che vengono scambiati tra

Cielo e Terra; infatti le Energie cosmiche – che

possono diventare, se eccessive o fuori stagione,

cosmopatogene – sono sei: vento, calore e calore

estivo, secchezza, umidità e freddo.

Il Cielo (maschio, yang, Tre e dispari) ha come

numero anche il Sei, in cui Tre è simbolo del Cielo

e Due della Terra (femmina, Due, yin e pari). Il

rapporto Cielo-Terra, il quadrato iscritto nel cerchio, il Tre per Due è il Sei.

 

Figura 6

L’ideogramma liu, Sei. Rappresenta

il numero pari e divisibile che viene dopo il Quattro, che è simboleggiato da un tratto unico in alto.

 

Il Sei rappresenta la modulazione del soffio vitale,

gli scambi dinamici tra Cielo e Terra, i Quattro

quadranti più l’Alto e il Basso. La vita accade

in quanto sestuplice movimento di soffi.

Terra e Spazio classificano in base Cinque,

Tempo e Cielo classificano in base Sei: per questo

ci sono cinque organi e sei visceri, perché

Spazio e Tempo, Cielo e Terra sono tra loro correlati; da ciò deriva inoltre nel calendario cinese

la presenza dei Dieci «Tronchi Celesti» e dei Dodici «Rami Terrestri». Come il Dieci appartiene

alla sistematica del Cinque, il Dodici appartiene

alla sistematica del Sei.

L’ideogramma di Sei (W. 42 A34 ), liu, rappresenta

il numero pari e divisibile che viene dopo il

Quattro, simboleggiato da un tratto unico in alto.

Vi è un perno degli influssi retti dal Sei: è il

Sette, che ordina e regola il flusso della vita. Sette

simboleggia la pienezza dei soffi ed è il simbolo

della vita. Sette sono gli orifizi cefalici (occhi,

orecchie, naso, bocca), Sette sono le passioni.

 

Figura 7

L’ideogramma qi, Sette.

È assai suggestivo perché assomiglia al Sette

della numerazione araba rovesciato.

 

L’ideogramma di Sette (W. 33 A35 ), qi, è assai suggestivo perché assomiglia al Sette della numerazione araba rovesciato. Non sembra avere altro significato che quello di esprimere questa entità numerica: potrebbe derivare da un antico ideogramma con sette tratti differenti o dalla stilizzazione della posizione della mano atteggiata a indicare il numero Sette.

Il numero Otto rappresenta la distribuzione di

tutte le direzioni dei soffi animatori, con chiaro

riferimento alla rosa dei venti; si tratta dunque

dei quattro punti cardinali e delle direzioni centrali

tra i vari punti cardinali.

 

Figura 8

L’ideogramma ba, Otto.

Indica essenzialmente il concetto della divisibilità, come accade anche in Quattro e Sei.

 

L’ideogramma di Otto (W. 18 A36 ), ba, indica

essenzialmente il concetto della divisibilità, come

accade anche in Quattro e Sei. In questo caso il

concetto di divisibilità definisce da solo l’ideogramma.

Il numero Nove (Tre per Tre) è la potenza organizzata dei soffi, è la forza vitale ben composta in tutti i dettagli, ben armonizzata.

L’ideogramma di Nove (W. I. 3237 ), jiu, sembra

che fosse rappresentato originariamente da nove

tratti; attualmente è stato contratto in un uncino.

 

Figura 9

L’ideogramma jiu Nove.

Sembra che fosse rappresentato originalmente da Nove tratti; attualmente è stato contratto in un uncino.

 

Il numero Dieci è l’unità ritrovata della potenza,

della forza vitale. È il numero del sole e il numero

dell’Uno. Essendo formato anche dal numero

Uno è richiamo all’unità e al mistero della vita.

 

Figura 10

L’ideogramma shi, Dieci.

Esprime il concetto del numero che contiene tutti gli altri numeri semplici nella numerazione decimale.

 

L’ideogramma di Dieci (W. 24 A38 ), shi, esprime

il concetto del numero che contiene tutti gli

altri numeri semplici nella numerazione decimale

(da Uno a Nove).

Ricordo un fatto singolare correlato al numero 10 ed alla sua trascrizione cinese. Nei primi tempi della diffusione del cristianesimo in Cina sembra che fosse in uso da parte di molti cinesi chiamare i cristiani “quelli del numero 10” perché il simbolo della croce veniva scambiato con l’ideogramma del 10. Un piccolo esempio di come sia facile travisare il senso di fatti, fenomeni, simboli, avvenimenti nell’incontro la culture e civiltà diverse.

Concludendo la presentazione sintetica dei numeri da uno a dieci desidero ricordare come il linguaggio ideografico, tipico della cultura cinese, sia fondamentale per identificare le caratteristiche dei vari numeri. In particolare questo è vero per il numero uno, il due ed il tre che, attraverso gli ideogrammi corrispondenti, simboleggiano il Cielo, la Terra e la loro interelazione che è alla base della trasformazione yin-yang e della produzione del qi.

 

Bibliografia

Sotte L., Minelli E., Giovanardi C.M., Fondamenti di Agopuntura e Medicina Cinese, CEA edizioni, Milano, 2007

 




I Commentari di Padre Matteo Ricci: un resoconto della Cina del 1600 attualissimo per gli europei del III millennio – capitolo VII – Delle Cortesie et alcuni riti della Cina

Matteo Ricci*

1. I Cinesi studiosissimi dell’urbanità. 2. Cerimonie e espressioni usate nei saluti e nelle lettere. 3. Visite e libretti da visita; foggia e uso di questi libretti. 4. Regali e liste particolareggiate di essi; accettazione o rifiuto totale o parziale. 5. Abiti di gala rigorosamente prescritti nelle visite di funzionari o di persone rispettabili. 6. Cerimonie tra il padrone di casa e gli ospiti nei ricevimenti; uso del tè. 7. Molteplici inclinazioni e cortesie scambievoli al momento del commiato. 8. Usanze e cerimonie nei conviti; uso di bastoncelli, di vino e di cibi; libazioni e riverenze; canti e giuochi. 9. Cerimonie ed usanze verso l’Imperatore: udienze, colore, simbolo, palazzo ecc. 10. Ossequi ai mandarini; statue e tempi in loro onore. 11. Culto verso i parenti e i maggiori. 12. Lutto e riti funebri; casse da morti e giorno anniversario dei defunti. 13 Riti nuziali per i privati, per i Principi e per gli Imperatori; poligamia; compra della sposa; la moglie legittima. 14. Celebrazioni del genetliaco, della maggiorità, del capo d’anno e della festa delle lanterne.

 

Per antico titulo, che questa natione per se stessa si ha dato, si chiama Regno di politie et cose ornate; et fra cinque virtudi che sono tra loro come cardinali, de che largamente trattano i suoi libri, l’una è la cortesia, la quale consiste in tenere rispetto l’uno all’altro e far le cose con circumspectione. Di qui viene di età in età esser tanto cresciute queste cortesie, che tutto il giorno vanno in volta senza aver tempo di far altra cosa; di che i loro savij si dogliono e lamentano, e non se ne possono spidire. E conciosia cosa che quei che molto si dànno all’esteriore tengono manco conto con l’interiore, vengono quasi in tutti i trattamenti a risolversi in un bello e vano apparere agli occhi, come loro stessi confessano. Da qui anco avviene che, non dico gli altri regni inculti e barbari, ma anco i nostri europei a chi pare usare di somma politia, comparati con questi cinesi, saranno tenuti per huomini molto semplici e senza cerimonie nel loro trattare.

Dirò prima del modo commune di far cortesia tra loro; dipoi de’ loro riti particolari, specialmente di quello in che discordano da’ nostri, che è la mia principale intentione in questi capitoli.

 

Non tengono per cortesia tirarsi la berretta, o far riverentia con i piedi, e molto manco abbracciarsi, o basciare le mani o altra cosa che si presenti ad altri. La più commune cortesia loro è unire ambe le mani e le maniche che sempre portano molto lunghe, et alzarle e poi abassarle dirimpetto dell’uno all’altro, dicendo l’una all’altro: zin zin, che è parola senza nessuna significatione, se non di far cortesia. Quando si visitano, et molte volte anco quando si incontrano nella strada, con l’istesse mani unite, doppiando tutto il corpo, abassano la testa presso al suolo, l’uno all’altro et anco molti insieme, che chiamano zoiè. Quando facciano questa cortesia il maggiore all’inferiore in età o dignità, et il patrone di casa o visitato, a quello che viene a visitare, sempre lo pone a mano dritta (benchè nelle parti settentrionali del regno si ponga a mano sinistra); e molte volte, dipoi di alzati in piedi, l’altro ancora trapassa all’altra parte sinistra e fanno la stessa inclinatione ponendolo a mano dritta, come pagando l’honore che gli fece. E quando fanno questa cortesia nelle strade, si voltano ambedue alla parte settentrionale, in casa alla parte più alta e più fonda della sala, che anco suole essere al settentrione; per essere lo stile di questo regno che tutti li palazzi, tempij e case fatte con buona regola, o tutta la casa, o almeno le sale per ricevere le visite, siano con la faccia al mezzogiorno, dove anco hanno la porta.

Quando vogliono far magior cortesia, o per esser la prima volta che si veggono, o per esser molto tempo che non si videro per star lontani, o per congratularsi di qualche buona nova che hebbe o cosa che gli successe, o per darli gratia di qualche beneficio, o per esser qualche festa solenne, dipoi di fatta la detta inclinatione, si pongono ambedue di ginocchi et abassano la testa sino al suolo. E ritornando a levarsi in piedi, tornano a far la stessa inclinatione, e poi porsi di ginocchi con la testa in terrra; tutto questo quattro volte. Ma quando si fa questo a persona magiore, o per esser suo padre, o superiore, o persona di molta autorità, quello a chi si fa se ne sta in piedi nel più alto luogo della casa senza porsi inginocchione, e solo, conforme alle persone, gli risponde alla cortesia con le mani unite, o facendo una inclinatione non molto fonda, dal luogo dove egli sta. Alle volte anco quando è molto cortese, mentre gli fanno queste inclinationi e genuflessioni, non vuol egli stare nel luogo alto della casa, ma si pone al lato per la parte di levante della sala.

Questa stessa cortesia fanno a loro idoli, o in casa, o nei tempi avanti all’altare.

I servitori di casa et altra gente bassa, quando fanno cortesia, si pongono una sola volta inginocchioni avanti al padrone e battono tre volte la fronte nel suolo; il che fanno alle volte agli loro idoli. E nel parlare non fanno altro che porsi al lato del padrone mentre gli parla; et a persona di alta dignità, tutte le volte che gli parlano, e inginochiati.

Oltre queste politie, non tanto lontane dalle nostre, ve ne ha un’altra assai strana ai nostri, che si usa nel parlare e scrivere, che fa esser questa lingua assai più difficile; et è, che non solo non parlano ad huomini honorati per tu, come né anco noi facciamo, avendo varij modi conforme allo stato di colui che parla e con chi si parla, ma né anco egli stesso, parlando di sé, dice io, se non fusse uno molto grave con altro assai inferiore; ma usano di altretanti modi di abasare a se stesso, come di alzare all’altro. Et un modo fra i più humili è nominar il proprio nome invece di io. Quando anco avviene parlare del padre, madre, fratello, figliuolo, figliuola, corpo, membri, casa, lettera, patria, e sino alla malatia di altro, fanno tutto questo con un nome diverso dal commune, sempre di più gravità; e per il contrario, per l’istesse cose di chi parla, ve ne sono altretanti nomi diversi con qualche modo più basso del commune. Ne’ quali modi è necessario stare molto esercitato, non solo per non esser tenuto per scortese o villano, ma anco per potere intendere quello che dir vogliono nel parlare e nello scrivere.

 

Nel visitarsi, anco persone parenti e ben conosciute tra di sé, ogni volta che uno visita all’altro in sua casa, o va a pagare la visita, entrato nella porta, dà un libretto con il suo nome scritto con varij modi di humiltà, conforme alle persone che visitano o sono visitate; il quale il portiero presenta e lascia a quello che è visitato e, se sono molti quei che sono visitati o visitano, molti anco sono i libri. Sono questi libretti ordinariamente di dodici foglia e di carta bianca, un palmo e mezzo lunghi, e nel principio con un taglio di carta roscia nel mezzo, e spesse volte posto dentro d’una borsa anco di carta bianca e con l’istesso taglio di carta roscia di fuora. In questi vi è tanta varietà, che bisogna tenere in casa vinte e più cassette con titoli diversi e pieni di essi, per il continuo uso di ogni giorno. E così bisogna che nella portaria habbiamo un libro, come anco fanno tutte le persone gravi, nel quale di giorno in giorno scrivono quei che vengono a visitare, per potere dentro di tre giorni irgli a pagare la visita. Ma sì como, quando non stanno in casa o non possono uscire alla sala quei a chi visitano, lasciano il libro, così anco quando si paga la visita, basta lasciare in casa il nostro libro, e con questo restano sotisfatti. Questi libri, o quella righa solo in che si pone il nome, non è scritta ordinariamente nel proprio autore, ma basta esser scritta da qualsivoglia.

E, quanto è persona più grave, tanto è magiore la lettera che si scrive in essi; talché alle volte ogni lettera è di un dito in largo, e con dieci lettere empiono una righa dal capo del libro sino alla fine, secondo il loro modo di scrivere.

 

Nel mandare i presenti, anco quando qualcuno presenta le cose andando in persona a sua casa, usano dell’istesso libretto, e, oltre il suo proprio nome, al modo già detto, scrive tutte le cose che dà di presente, una per una, ciascheduna nella propria righa molto attillatamente. Ma perché questi presenti si fanno spessissimamente, e sono obligati a rispondergli con altro presente dell’istesso valore, non è tra loro nessuna discortesia non ricevere il presente che si manda o egli stesso ci porta, e non ricevere tutto quello che si manda. Soventemente se gli torna a mandare o tutto o parte di esso, senza sdegnarsi quello che presenta, mandando un altro libro dell’istessa forma, nel quale o dia le gratie del presente che riceve, o ricusandolo, o scrivendo le cose che riceve e quelle che gli torna a rimandare, con molte cerimonie. È anco cosa nova ai nostri in questi presenti molto frequentemente mandare denari, hora dieci scuti, hora cinque, hora doi, et alle volte doi e tre giulij, persone gravi a altri inferiori, o inferiori a persone maggiori.

 

I magistrati e graduati quando fanno queste visite vestono il loro vestito del proprio offitio e grado, che è assai diverso del commune. Quei che né hanno offitio, né grado, e sono persone gravi, hanno anco un vestito proprio di visita, pur diverso dal ordinario, con il quale ricevono e fanno queste visite, come anco noi pigliassimo in questo regno. E quando a caso si incontrassero doi, uno col vestito di visita e l’altro non, non fanno le loro cortesie senza l’altro ir a vestire il vestito conveniente, che sempre fanno portar seco i servitori quando vanno fora di casa. E quando questo non può essere quello che sta vestito di cortesia si toglie di dosso quello vestito e resta con l’ordinario, e con quello fanno le cortesie che di sopra dicessimo.

 

Fatta la cortesia, è obbligato il patrone di casa, o il più grave quando sono molti, a pigliare le sedie de’ forastieri e porla una per una in ordine nel primo e più alto luogo, e con le maniche spazzarle, ancorché stessino nettissime. E se le sedie stanno già poste nel detto luogo, in ogni modo è necessario che con ambe le mani tocchi tutte, come assettandole bene che stiano ben ferme. Di poi il più grave degli forastieri piglia la sedia del padrone di casa e la pone derimpetto della sua, e all’istesso modo la netta con le maniche. E dopo lui gli altri forastieri, conforme alla loro dignità, uno doppo l’altro, fanno l’istesso a questa sedia, e la tornano a nettare, seben fussero vinte e più persone, stando il patrone ad un lato inclinato con le mani unite, e dando le gratie, e ricusando il favore che gli fanno.

I forastieri nel porsi a sedere fanno anche molte cerimonie in cedere l’uno all’altro il mezzo o il luogo magiore, stando tutti in piè alle volte più di un quarto d’hora. In questo il patrone di casa non si mette, ma i forastieri si danno il luogo più grave gli uni agli altri, sebene tutti sanno chi si deve porre a sedere nel migliore, o per la età che precede tra quei della stessa terra, o per la dignità come si fa nelle Corti, o quello che precede, o tutto per esser di più lontano paese. E per questo (a) noi altri in puochi luoghi lasciano di darci il luogo sopre tutti e niente ci vale il ricusare.

Posti a sedere, subito viene un servitore con veste lunga e accorto, con una tavoletta con tante tazze di quella decottione di cià, di che parlassimo nel 2° capitolo. Quanti stanno a sedere, e cominciando dal primo luogo sino all’ultimo che è quello del patrone di casa, tutti pigliano la sua nelle mani. Dentro della tazza viene anco qualche frutto secco o conserva dolce, et un cucchiarino di argento o altra cosa galante, per mangiare le frutta che vengono nel cià. E, se stanno molto tempo a sedere, ritornano due e tre e più volte a dare questo cià, variando sempre quelle frutta secche e conserva che mettono dentro.

 

Finita la visita, se ne vanno i forastieri, et inanzi all’uscire fuori della porta della sala, ritornano a fare l’istesse inclinationi. E dipoi il padrone li accompagna di dietro et esce fuori dalla porta, dove fanno un’altra volta la detta cortesia di inclinarsi sino al suolo, voltati verso la porta, priegando il padrone ai forastieri che montino a cavallo, o si mettano dentro della sedia o lettichetta in che vennero; ma i forastieri ricusano, priegandolo entri già in sua casa. Allora il padrone arriva alla porta et, voltato alla porta, fa una inclinatione alla quale tutti i forastieri rispondono con un’altra simile, tutti insieme. Entrato il padrone dentro la sua porta, fa la 3a inclinatione alla quale anco rispondono i forastieri con altra, e, nascosto il padrone dietro la porta, montano a cavallo o entrano nella lettichetta. Et il padrone di casa esce allora un’altra volta e dice zin zin, al che i forastieri rispondono con l’istessa cortesia. Da qui manda il padrone un servitore che va a ciascheduno degli forastieri a dar molte raccomandationi; l’istesso fanno i forastieri, mandando ciascheduno il suo servidore a dare anco raccomandationi al padrone di casa.

E questo si fa sempre, sebene si visitassero ogni giorno, per esser questo il loro stile.

 

Adesso dirò de’ loro conviti, che è una delle cose di più cerimonie che altra nella Cina, e di che più spesso usano. Percioché tutte le feste dell’anno et a tutte le occorrentie mai si lasciano questi conviti, e sono alcuni che, si può dire, ogni giorno, o fanno o vanno a qualche convito; percioché tutti i negocij si trattano a tavola e con i bicchieri nelle mani, anco le cose del ben vivere, della virtù e religione. Et non sanno in che mostrare amore, se non invitandovi a bere e mangiare, e sono, sì nell’uso come nel nome, simili ai Greci che non chiamano il convito mangiar insieme, ma bevere insieme.

E nel vero, il principale di essi, dal principio sino alla fine, tutto è bevere vino con certe tazzette piccole, che non capeno più di quello che capirebbe la scorza di una noce, ma raddoppiano tanto queste, che vengono a bere molto più di quello che i nostri bevetori bevono.

Non usano nel mangiare di forcine, né di cocchiari, ma di certe bacchette sottili, di un palmo e mezzo lunghe, le quali pigliano di tal garbo con la mano dritta, che mangiano tutto quanto si pone a tavola, senza mai toccar niente con le mani, con molta destrezza. È vero che è necessario che tutto quanto si pone a tavola venga trinciato in pezzetti, se non altra cosa simile, che con l’istesse bacchette si possa spiccare. E di nessuna guisa appare coltello nessuno nella tavola.

Il  loro bevere sempre è cosa molto calda, anco nel mezzo della state, o sia quella loro decottione di cià, o vino, o altre cose liquide; che pare cosa molto utile alla sanità. Per questo vivono molti anni di vita, e sino a settanta e ottanta anni sono assai più robusti che i nostri; e da qui anco penso viene che loro non hanno il male della pietra o di arenella, come hanno sì soventemente i nostri Europei, che sempre bevono cose fredde.

Dunque, volendo invitare alcuni a convito solenne, il giorno inanzi, o anco molti giorni prima, gli mandano un libretto di invito di quei che di sopra dicessimo, nel quale, scrivendo il suo nome e con puoche parole eleganti e di molta cortesia, dicono «avere apparecchiato un mangiar leggiero di foglia, e lavati i bichieri, per invitare tal giorno, a tal hora (che ordinariamente è di notte), in tal luogo, a Sua Signoria per udire la sua bella doctrina et imparare qualche cosa, priegandolo gli vogli fare quello favore». Dipoi, in un taglio di carta roscia, scrivono il nome grande di quello che invita con molti titoli, conforme alla qualità della persona. E questo fanno a ciascheduno degli invitati.

L’istesso giorno del convito, per la mattina, tornano a mandare un altro libro dell’istessa foggia, ma non dicono altro che priegar che va presto; et all’hora destinata mandano il 3° che chiamano de ire all’incontro all’invitato.

Arrivati al luogo e fatta la solita cortesia, si pongono a sedere nella sala, e bevono prima il cià; e dipoi vanno al luogo del convito, che suole essere molto bene adornato, non con spalliere, di che loro non usano, ma di molti quadri di pinture, cocci di fiori, et altri vasi, e cose antique. Ad ognuno si dà una tavola di un braccio e mezzo in lunghezza ed un braccio in larghezza, et alle volte sono due tavole una avanti all’altra, e di fuora con un paramento assai bello, come de’ nostri altari. Le sedie anco sono molto belle, inverniciate et indorate, con varij lavori, intagliate, e pinte di tutti colori; anzi tutte queste sale sogliono avere tutti questi simili lavori e pinture molto belle.

Stando dunque tutti in piedi, il padrone di casa piglia una tazzetta, che suole essere di argento, o oro, o pietra molto pretiosa, sopra del tonno della stessa materia o altra cosa galante, e con il vino. E invitando quello che ha da stare nel primo luogo, fanno con esso lui una inclinatione molto funda. Dipoi il padrone di casa esce fuora della porta al cortile, e, facendo prima una inclinatione verso la parte del mezzogiorno, offrisce quella tazzetta di vino al Signore del cielo, riversando in terra tutto quello vino e facendo un’altra inclinatione.

Dipoi entra dentro, e, pigliando un’altra tazzetta di vino, fa una inclinatione al detto forastiero, che ha da stare nel primo luogo; e dipoi se ne va con esso lui alla sua tavola che sta nel mezzo, e nella parte più lunga di essa, che è qua la principale (contrario a noi che facciamo il migliore nel capo di essa), pone nel mezzo la tazzetta sopre del tonnetto con due mani con molta veneratione. Dipoi si fa dare le due bacchette, che sogliono essere di avolio, o di ebano, o altra cosa dura e netta, coperte di argento o oro, e le pone al lato della tazzetta; dipoi piglia la sedia e la acconcia molto dritta, nettandola con le sue proprie maniche, e dipoi, ritornando un’altra volta nel mezzo della sala, fanno un’altra inclinatione insieme.

L’istesso fa a quello del 2° luogo, che in questo regno è la mano sinistra, et a quello del 3°, che è alla destra, e di mano in mano sino all’ultimo.

Nel fine, quello che ha da tenere il 1° luogo, piglia dal servitore con le sue mani la tazzetta, nella quale ha da bere il padrone di casa, con il suo tonnetto, e, facendosi gettar vino, fa insieme con tutti gli altri una inclinatione col detto padrone di casa, e pone la tazzetta col tonnetto nella tavola sua, che sta con le spalle al mezzogiorno, et alla porta di rimpetto dalla prima tavola; et, insieme con le bacchette da mangiare e la sedia, acconcia tutto all’istesso modo che il padrone di casa fece a lui et a tutti gli altri. E dipoi tutti gli altri invitati per ordine vanno a toccare con due mani, come acconciando meglio la tazzetta, le bacchette e la sedia, stando sempre ad un lato il padrone di casa con le mani unite et alquanto inclinato, recusando questa cortesia e dando gratie ad uno ad uno. Conciosiacosache i Cinesi niente tocchino con le mani di quello che mangiano; né al porsi a tavola, né al fine del convito, mai lavano le mani.

Fatto questo, tutti insieme fanno una inclinatione al padrone di casa, et altre fra di sé i forastieri, e si pongono alla tavola. Il padrone di casa è il primo, tutte le volte che si beve, che pigliando con due mani il suo tonno con la tazzetta di vino, la alza e dipoi abassa convitando tutti a bevere; e tutti, facendo lo stesso insieme verso il padrone di casa, bevono sorso a sorso, tanto che molte volte per finire quella tazzetta la pongono quattro e cinque volte alla bocca; e mai loro bevono niente al nostro modo in un fiato tutto il vino del bicchiere, né altra cosa, se bene fusse acqua.

Finito di bere vengono a puoco a puoco le vivande. Et a ciascheduna cosa il padrone di casa è il primo che alza le bacchette, pigliate con ambedue le mani nel mezzo, e invita a tutti; alla qual cortesia, tutti voltati a lui, rispondono con l’istessa cortesia. E dipoi il padrone di casa, mettendo le bacchette nel suo tonno, invita a tutti a fare l’istesso; e così tutti insieme pigliano della stessa cosa un boccone o doi, e sempre quello che tiene il primo luogo è il primo che ripone le bacchette nella tavola e tutti fanno l’istesso. Allora i servitori tornano a bottar vino caldo nella tazzetta di ciascheduno, cominciando da quello che sta nel primo luogo, e tornano a bere molte e molte volte, nel che si spende più tempo che in mangiare. E parlano tutto il convito di varie cose allegre, o odono qualche comedia che in questo tempo si fa, o qualche cantore, o sonatore, che alle volte, senza esser chiamati, vengono al luoghi ove sanno che si fa qualche convito, per esser molti che non fanno altra cosa che questa, per la paga che dipoi gli danno.

In questi conviti hanno tutte le nostre vivande condite assai bene, ma di nessuna viene molta quantità, e si prezzano di molta varietà di cose, empiendo le tavole de’ bacciletti, che sono assai piccoli sempre, sì de carne e pesce in ogni pasto, e tutto mangiano; et una vivanda posta in tavola sta quivi sino  al fine senza toglierla da lì. E così, non solo cuoprono le tavole senza apparire altra cosa che vivande, ma anco pongono i baccili uno sopra l’altro, due e tre volte facendo un castello alto. Nessuno pane si pone alla tavola, né gran riso che risponde al pane, in simili conviti.

Sogliono anco fare molti giuochi di varie inventioni, e fanno bevere a quei che perdono con grandi grita e festa. Nel fine sempre mutano le tazzette con altre assai magiori e, sebene a tutti le pongono uguali, non obligano a bevere in esse quei che non possono bevere molto vino, ma a quei che possono. Il loro vino è specie di cervosa e non è molto forte, ma non lascia embriagare per esser molto quello che bevono, sebene facilmente tornano a star sano l’altro giorno seguente.

Nel mangiare sono assai temperanti, et alle volte accade che uno in alcuna dipartenza va a sette o otto di questi conviti di suoi amici per ricevere e far favore; ma non durano tanto come questi che alle volte arrivano sino alla mattina seguente. Di quello che resta dànno dipoi ai servitori di forastieri abondantemente.

 

Quanto ad altri riti e cerimonie, le principali sono con il loro Re, il quale nell’esteriore è più venerato che nessuno Principe del mondo, o sia secolare o ecclesiastico. Al Re, in questi nostri tempi, nessuno parla se non gli eunuchi che stanno nell’intimo del suo palazzo, e li suoi parenti di dentro, come figliuoli e figliuole, e, lasciando quello che gli fanno questi  eunuchi là dentro, che non fa tanto al nostro proposito, tutti i magistrati di fuora gli parlano solo per memoriale, con tanti modi di cortesie, che bisogna esser bene esercitato per fare uno di questi memoriali, e non ogni letterato lo sa fare.

L’anno novo di questo regno, che sempre è la più vicina luna che viene o inanzi o dipoi dei cinque di febbraro, che è il principio della loro primavera, di tutte le provincie lo mandano a visitare alla sua audientia, et ogni terzo anno vengono in persona i principali magistrati. E tutti gli anni, in ogni città per tutta la Cina, il primo giorno della luna, tutti i magistrati vanno ad un luogo, ciascheduni nella sua città o terra, dove sta posto un trono reale, coperto con un ciborio pieno di dragoni intagliati e dorati per esser questa insegna reale, et altri lavori, e si pongono molte volte di ginocchi et inclinano con una cerimonia particolare molto grave, e gli acclamano con dieci milia anni di vita. L’istesso fanno nell’anniversario del suo natale tutti gli anni; et in Pacchino vanno tutti i magistrati, e vengono altri mandati dalle altre provincie, e suoi parenti, con varij titoli, fuora di Pacchino, e gli presentano molti grandi presenti, congratulandosi.

Oltra di ciò, tutti i magistrati che ricevono qualche offitio o beneficio dal Re, sono obligati ad ire a dargli gratie alla audientia. E così, ogni giorno vi è gente per simili cerimonie che si fanno inanzi all’aurora. Dove stanno alcuni maestri di cerimonie, che, per esser queste cerimonie lunghe, ad alta voce stan gritando mentre si facciono, e dicendo cosa in cosa quello che si ha da fare; e sono puniti quei che fanno qualche piccolo errore in questo. E perché il Re non esce adesso alla audientia, l’istesso fanno anco i magiori signori e magistrati del regno al suo trono regio, che quivi sta voto. E quando fanno queste cortesie i magistrati hanno vesti particolari di damasco roscio e certe mitre di argento dorato nella testa, portando nelle mani una tavola di avolio quattro dita larga e due palmi lunga con la quale cuoprono la bocca, della quale usano quando parlano al Re. Il Re, quando veniva alla audientia, stava in una loggia molto alta, e d’una fenestra grande appariva, tenendo anco una tavola simile a quella de’ magistrati per coprire la faccia. Nella testa, sopre della berretta regia, tiene una tavoletta, mezzo braccio di larghezza et uno di lunghezza, molto uguale, con molti pendoni di perle e pietre pretiose infilzate, che pendono di tutte le parti, e gli cuoprono la faccia e tutta la testa senza potersi vedere.

Il colore del Re proprio, e di che altri non possono usare, è giallo; e così di questo colore è la sua veste reale, tessuta tutta di varij dragoni, fatti con fili d’oro; de’ quali non solo le vesti, ma tutti gli edificij del Re, tutti i vasi di oro et argento della sua argentaria stanno intagliati, e li altri di altra maniera pinti; e sino alli coppi e le mura del suo palazzo stan vitriati e coperti di cosa gialla e dragoni. E chi usasse di simile colore  o dragoni nelle sue cose sarebbe tenuto per ribelle, se non fussero parenti del sangue reale.

Tiene il suo palazzo quattro porte principali verso le quattro parti del mondo. Tutti, al passare avanti queste porte, andando a cavallo, scavalcano, e andando in sedia o in letica, escono fuora e vanno appiedi sino a passarle. E questo molto più si osserva nel palazzo che egli tiene in Nanchino dove il Re mai va o entra. Nella porta a mezzogiorno, sì dentro come fuora del palazzo, una sta in mezzo delle altre per dove esce et entra il Re, e nessuno può entrare et uscire per essa; e così stanno sempre serrate.

In tutti i libri che si fanno et in tutte le cose publiche non usano di altro modo di notare l’anno se non dalla coronatione del Re.

Suole il Re in certi casi dare un titulo ai padri e madri de’ magistrati con una compositione fatta in nome del Re nel Collegio de’ suoi letterati. Di questa fanno tanto contro che è da stupire, e spendono molto per averla, conservandola in casa come reliquia.

L’istesso conto fanno di certi tituli che dà il Re con doi o tre lettere per porre nelle porte a vidue che vissero nella loro viduità, a huomini vecchi che arrivorno a cento anni, et in altre occorenze; benché i Sinesi di questi epitafij, dati da altri magistrati, tengono sopre le porte delle loro case assai, et in molti archi, che per le strade publiche si fanno alle spese della città, nella patria di quei che conseguittero qualche grande offitio nel regno, e hebbero il primo luogo negli essami di dottore o per altre occasioni, assai simili agli nostri archi trionfali, che si fanno a quei che ritornano alla patria, trionfando di qualche grande vittoria degli nemici.

Sogliono anco di tutte le cose buone che nel regno vi sono, come de’ pesci, frutte et cose artificiose, mandare ogni anno a Pacchino a presentare al Re in grande abondantia e con molta spesa. E nelle Corti, dove il Re sta o stette alcun tempo, i magistrati vanno con molto puoco stato, non potendo andare in sedia, ma solo a cavallo, se non alcuni più grandi, e questi con sedia portata da quattro persone; usando magistrati assai inferiori di sedia, e alcuni di sedia portata da otto persone, fuori della Corte. Ogni anno ancora ne’ quattro tempi dell’anno con grande solennità i magistrati delle Corti fanno certe offerte e cirimonie agli Re e Regine morte al loro seppulcro, specialmente al primo Re che guadagnò il regno, che è adesso Humvu, apparecchiandosi molti giorni inanzi con degiuni e ferie delle cose del palazzo e de’ giudicij.

 

Doppo il loro Re, tengono grande rispetto ai mandarini della loro città, sì nel parlare come nelle visite al suo palazzo; alle quali non ardiscono hire se non quei che tengono qualche offitio o grado, o forno già magistrati in altre parti; i quali, ritornati alle loro patrie, anco quelli che per suoi delitti persero gli officij, tengono le stesse vesti del loro offitio. E tutti i magistrati gli fanno honore et anco pagano la visita, facendo assai favori, specialmente quei che forno graduati et hebbero officij gravi.

Quando i magistrati della città lo fanno bene, giudicando rettamente e fanno qualche grande beneficio al popolo, quando dipoi partono per ire ad altro offitio o per altre cause, gli danno molti presenti e gli chiedono i loro stivali, che sono anco parte del vestito del suo offitio, per restare quivi per memoria, e dipoi gli conservano in luogo publico, posti dentro di certe cassette con ferrate e con lettere di varie lodi che gli danno. Ad altri che furno più insigni pongono una grande pietra anco in luoghi pubblici, dove con molto bella compositione scolpono tutti i beni che fece a quella terra. Et ad alcuni anco fanno tempi molto suntuosi, con uno altare dove pongono la sua statua, fatta molto al vivo, e dando una rendita ad alcuni huomini di accendergli candele e porgli profumi negli grandi incenseri, che hanno posti, di ferro e di bronzo, avanti l’altare, come fanno anco ai loro idoli, con varie pietre dove stanno scolpiti le loro opre, fatte per il ben pubblico di quelle città. Et in certi tempi dell’anno vanno i cittadini e persone gravi a fargli le loro acustumate genuflessioni, et ad alcuni offriscono cose di mangiare e fanno altre cerimonie. E di questi tempi stanno piene le città, perché sono molti che li pretendono, e per via di suoi amici fanno che la città gli facci simili favori, sebene non ne siano tanto meritevoli.

 

Tutti i loro libri si impiegano in essortare i figliuoli alla obedientia e rispetto del padre e della madre e di suoi magiori; per questo nell’esteriore pare che nessun regno del mondo arriva a loro in questa observanza. Tra le altre cerimonie che si usa in queste parti a’ maggiori è sempre nel sedere porsi gli inferiori al lato degli magiori, e non nella stessa parte, e molto manco dirimpetto. Questo osservano molto apuntino con suo padre e madre, e avanti agli altri parlano con ogni rispetto; e i poveri sostentano con le loro fatiche sino alla morte.

 

Ma in quello che pongono più studio, e sonno diversi dalle altre nationi, è nel vestire lutto, e fare l’esequie doppo la loro morte, comprargli buon cassone, e far bello seppolcro quelli che hanno facoltadi e robba. Perciò il loro lutto non è di colore nero, ma bianco; e quello del padre e madre è molto grosso di canavaccio, specialmente ne’ primi giorni e nel primo anno, e molto fantastico, sì nella berretta, come nelle scarpe, e cinto di una corda molto grossa.

È regola infallibile di tutti portar questo lutto per suo padre e per sua madre, a ciascheduno di loro tre anni. Per agli altri parenti, oltre l’essere il vestito diverso, è manco, come di un anno e di tre mesi, conforme alla parentela che con il morto hanno, o più stretta o più larga.

Per il Re e per la Regina anco sono obligati tutti dentro e fuora della Corte a portar lutto tre anni; ma adesso i Re mandano un editto nella morte dei Re o Regine morte che mutano i mesi in giorni; e così non lo portano più che un mese.

Di queste cerimonie de’ morti vi è un libro assai grande. Così, morendo qualche parente di sua casa, subito vanno a vedere il libro per sapere quello che hanno da fare, dove non solo stanno stampate le cortesie, ma anco la forma delle vesti, delle barrette, cingoli, scarpe e tutto il resto.

Morta qualche persona grave, il figliuolo, o altro parente più vicino, con un libro manda a avisare agli altri parenti con parole molto meste della morte di suo padre, e assegnano il giorno che l’hanno da cominciare a piangere solennemente, che è fra tre o quattro giorni. In questo mentre fanno il cassone e mettono dentro il morto, e cuprindo la sala di lutto, che sono tele o store bianche, pongono nel mezzo di essa il cassone. Nei giorni determinati, che sono, nelle persone gravi, quattro o cinque, vengono tutti i parenti e amici, vestiti anco di lutto, ad ogni hora del giorno, e offriscono profumi e due candele al morto, le quali accese vengono a fare le quattro inclinationi e genuflexioni, di che sopra dicessimo, ponendo prima profumi in un brasciere che sta avanti il cassone et ritratto naturale del morto. Mentre fanno questa cortesia, il figliuolo o i figliuoli stanno ad un lato inginochiati, vestiti della loro veste lugubre molto dolorosa, piangendo sempre; e dietro al cassone stanno le donne di casa, vestite anco di lutto, coperte con una cortina, che gritano e piangono con voce molto alta. Sogliono anco in questo atto abrusciare certe foglie di carta et anco pezze di seta bianca, come dando al morto quelle cose per vestire dopo la morte in segnale di amore.

Tengono le persone gravi in sua casa doi e tre anni i suoi padri e madri morti, et in quel tempo ogni giorno gli offriscono di mangiare e bere, come quando erano vivi, e non sedono se non in banchetto, e non durmono se non in terra, in calcioni di paglia presso al cassone, sino a certo tempo, non mangiando carne né altra cosa di buon sapore.

Nel giorno che lo portano al sepolcro, che sempre è fuora della città, vengono un’altra volta anco invitati con il libro da’ suoi parenti, tutti i parenti et amici, vestiti di lutto, ad acompagnare. Qui fanno como una processione di varie statue di carta, di huomini, donne, elefanti, tigri e leoni, che si abbrugiano avanti al seppolcro. Vengono anco accompagnando il morto molti sacerdoti degli idoli, recitando e facendo molte cirimonie, e molti stromenti di tamborini, pifare, ciuffoli e baccili, con grandi incensieri, che vanno avanti levati in omeri di huomini. Il cassone, che è molto grave e coperto di varij lavori fatti con pezze di seta, è portato da quarenta o cinquanta facchini, dietro al quale vanno a piedi i figliuoli con la loro veste lugubre, appoggiati ad un bastone, e le donne anco poste dietro di una cortina bianca, ché non possino esser viste, et altre vanno in sedie anco coperte di panno bianco.

Quando i figliuoli non stanno in casa, aspettano a fare queste cirimonie alla sua venuta; ma egli, se è persona grave, fa in sua casa un cenotafio, e riceve queste cortesie dove si ritruova, fatte avanti al cenotafio, da’ suoi amici. Dipoi ritorna a sua patria a fare l’istesso; et è tanto certo il ritornare in questi atti che, per legge, sono forzati a lasciare i magistrati qualsivoglio offitio, sebene fosse i magiori del regno, come sono Colao e Sciansciu, e tornarsene a sua casa e star là finindo i tre anni di lutto; e dipoi tornano al loro offitio. Ma questo solo fanno gli magistrati di lettere, non quei che sono capitani di soldati, e solo per suo padre e per sua madre e non per altri morti. E se morse alcuna persona un puoco grave, in ogni modo procurano i suoi parenti di rimandare o portare il suo corpo morto nel cassone alla sua patria, e seppellirlo nel cemiterio de’ suoi antepassati, il quale tutte le familie hanno proprio in qualche monte, e con grandi sepolchri di pietra e statue di huomini et animali, e pietre piene di lettere et epitafij, nelle quali si contano le cose fatte da quei che quivi sono seppelliti.

Et ogn’anno vanno i parenti, nel giorno de’ morti, a questi cemiterij a fare le solite cerimonie facendo profumi et offerte conforme all’uso della terra.

 

Sono anco molto solenni le cerimonie che si fanno nelli matrimonij e sposalitij.

Non solo i sposalitij, ma anco i matrimonij, si fanno di molta puca età, sì dello sposo, come della sposa, et hanno d’essere ambedue della stessa età o puoco differente; e tutto fanno il padre e la madre dell’uno e l’altro, senza  richiedere il consentimento de’ figliuoli, i quali sempre gli obedono. Gli vassalli gravi tutti apparentano con altre persone gravi e simili a loro nello stato, nella prima moglie che è la legittima. Delle altre moglie, che tutti possono pigliare quante ne vogliono, non si curano di che famiglia sia, o nobile o plebeia, e solo ricercano esser di bella figura; anzi queste seconde moglie sono sempre comprate per denari di cinquanta o cento scuti, et alle volte molto manco, da’ suoi parenti. I poveri tutti comprano le loro mogli; e così le possono e sogliono anco rivendere.

Il Re e suoi figliuoli non pigliano le loro moglie di nessuna casa grave o nobile, ma solo si scieglie per la bellezza solo del corpo, tra gente populare et idiota e di puoco essere; perché nessuno huomo letterato vuol porre le sue figliole in mano de’ magistrati deputati a vedergli tutto il corpo, et esser presentate a tanti luoghi per elegere tra molte una, sebene habbi d’esser Regina; per non essere molto grande il potere delle Regine della Cina, e star sempre serrate dentro del palazzo, e non potere suo padre e sua madre vederla più mai. Il Re e sui figliuoli tiene una moglie principale e viene ad essere come legittima; oltra questa ne tiene il Re e il Principe, nove anco principali, et altre trintasei pur con titulo di moglie, oltre le altre senza nessun titolo che sono assai più. Fra tutte, quella che fa figliuoli è quella che viene dipoi a tenere qualche valore e, sopre tutte la madre del primo figliuolo che ha d’essere herede del regno.

Sì nel Re e sua famiglia, come in tutte le altre persone del regno, quella prima moglie è legittima e signora della casa, e sta alla mensa con il marito; tutte le altre, specialmente fuora dei parenti del Re, sono come serve del padrone di casa e della moglie legittima, e non stanno se non in piedi avanti a essi. Et  i loro figliuoli non riconoscono per madre quella che gli partoritte, ma solo la legitima, e per questa portano lutto i tre anni e lasciano l’offitio, e per la propria non fanno niente.

Nei maritaggi si osserva con grande rigore che nessuno pigli moglie del suo cognome, sebene non vi fusse tra loro nessun parentesco. E sono questi cognomi nella Cina assai puochi per non arrivare a mille, e nessuno può fare cognome nuovo, fuora di quei che dal principio vi forno, e nessuno può pigliare altro cognome che quello di suo padre, se non fosse adottato d’alcuno. Dei gradi di affinità non fanno nissun conto, e così maritano le figliuole e danno moglie a’ figliuoli de molto stretti parenti di sua madre.

La sposa non porta nessuna dote, e sebene il giorno che va a casa del marito, con molta solennità porta seco molte massaritie di casa e assai ricche, quei che hanno podere, empiendo di esse tutta la strada, con tutto ordinariamente tutto è alle spese del marito, che gli manda grande copia di danari molti mesi inanzi.

 

Usano anco in questo regno di una festa, che facevano anco gli nostri antichi, dell’anniversario del giorno del loro natale, nel quale tutti i parenti e amici lo vanno a visitare e presentare; et in sua casa si fanno molti conviti e feste, specialmente doppo dei cinquanta anni, che si computano tra vecchi, et di decena in decena. In simili atti, i figliuoli letterati chiedono ai loro amici, versi, compositioni, e pinture di varie inventioni, e lodi per suo padre e madre; et alcuni, di questo stampano libri; e quel giorno empiono la sala de tali compositioni, versi e quadri di pinture, con varie cerimonie che fanno a quello cui natale si celebra.

Fanno qua anco festa il giorno che i figliuoli pigliano la berretta, che sono doppo i venti anni, conseguittero qualche grande offitio nel regno, e hebbero il primo luogo negli essami di dottore o per altre occasioni, assai simili agli nostri archi trionfali, che si fanno a quei che ritornano alla patria, trionfando di qualche grande vittoria degli nemici.

Sogliono anco di tutte le cose buone che nel regno vi sono, come de’ pesci, frutte et cose artificiose, mandare ogni anno a Pacchino a presentare al Re in grande abondantia e con molta spesa. E nelle Corti, dove il Re sta o stette alcun tempo, i magistrati vanno con molto puoco stato, non potendo andare in sedia, ma solo a cavallo, se non alcuni più grandi, e questi con sedia portata da quattro persone; usando magistrati assai inferiori di sedia, e alcuni di sedia portata da otto persone, fuori della Corte. Ogni anno ancora ne’ quattro tempi dell’anno con grande solennità i magistrati delle Corti fanno certe offerte e cirimonie agli Re e Regine morte al loro seppulcro, specialmente al primo Re che guadagnò il regno, che è adesso Humvu, apparecchiandosi molti giorni inanzi con degiuni e ferie delle cose del palazzo e de’ giudicij.

 

Doppo il loro Re, tengono grande rispetto ai mandarini della loro città, sì nel parlare come nelle visite al suo palazzo; alle quali non ardiscono hire se non quei che tengono qualche offitio o grado, o forno già magistrati in altre parti; i quali, ritornati alle loro patrie, anco quelli che per suoi delitti persero gli officij, tengono le stesse vesti del loro offitio. E tutti i magistrati gli fanno honore et anco pagano la visita, facendo assai favori, specialmente quei che forno graduati et hebbero officij gravi.

Quando i magistrati della città lo fanno bene, giudicando rettamente e fanno qualche grande beneficio al popolo, quando dipoi partono per ire ad altro offitio o per altre cause, gli danno molti presenti e gli chiedono i loro stivali, che sono anco parte del vestito del suo offitio, per restare quivi per memoria, e dipoi gli conservano in luogo publico, posti dentro di certe cassette con ferrate e con lettere di varie lodi che gli danno. Ad altri che furno più insigni pongono una grande pietra anco in luoghi pubblici, dove con molto bella compositione scolpono tutti i beni che fece a quella terra. Et ad alcuni anco fanno tempi molto suntuosi, con uno altare dove pongono la sua statua, fatta molto al vivo, e dando una rendita ad alcuni huomini di accendergli candele e porgli profumi negli grandi incenseri, che hanno posti, di ferro e di bronzo, avanti l’altare, come fanno anco ai loro idoli, con varie pietre dove stanno scolpiti le loro opre, fatte per il ben pubblico di quelle città. Et in certi tempi dell’anno vanno i cittadini e persone gravi a fargli le loro acustumate genuflessioni, et ad alcuni offriscono cose di mangiare e fanno altre cerimonie. E di questi tempi stanno piene le città, perché sono molti che li pretendono, e per via di suoi amici fanno che la città gli facci simili favori, sebene non ne siano tanto meritevoli.

 

Tutti i loro libri si impiegano in essortare i figliuoli alla obedientia e rispetto del padre e della madre e di suoi magiori; per questo nell’esteriore pare che nessun regno del mondo arriva a loro in questa observanza. Tra le altre cerimonie che si usa in queste parti a’ maggiori è sempre nel sedere porsi gli inferiori al lato degli magiori, e non nella stessa parte, e molto manco dirimpetto. Questo osservano molto apuntino con suo padre e madre, e avanti agli altri parlano con ogni rispetto; e i poveri sostentano con le loro fatiche sino alla morte.

 

Ma in quello che pongono più studio, e sonno diversi dalle altre nationi, è nel vestire lutto, e fare l’esequie doppo la loro morte, comprargli buon cassone, e far bello seppolcro quelli che hanno facoltadi e robba. Perciò il loro lutto non è di colore nero, ma bianco; e quello del padre e madre è molto grosso di canavaccio, specialmente ne’ primi giorni e nel primo anno, e molto fantastico, sì nella berretta, come nelle scarpe, e cinto di una corda molto grossa.

È regola infallibile di tutti portar questo lutto per suo padre e per sua madre, a ciascheduno di loro tre anni. Per agli altri parenti, oltre l’essere il vestito diverso, è manco, come di un anno e di tre mesi, conforme alla parentela che con il morto hanno, o più stretta o più larga.

Per il Re e per la Regina anco sono obligati tutti dentro e fuora della Corte a portar lutto tre anni; ma adesso i Re mandano un editto nella morte dei Re o Regine morte che mutano i mesi in giorni; e così non lo portano più che un mese.

Di queste cerimonie de’ morti vi è un libro assai grande. Così, morendo qualche parente di sua casa, subito vanno a vedere il libro per sapere quello che hanno da fare, dove non solo stanno stampate le cortesie, ma anco la forma delle vesti, delle barrette, cingoli, scarpe e tutto il resto.

Morta qualche persona grave, il figliuolo, o altro parente più vicino, con un libro manda a avisare agli altri parenti con parole molto meste della morte di suo padre, e assegnano il giorno che l’hanno da cominciare a piangere solennemente, che è fra tre o quattro giorni. In questo mentre fanno il cassone e mettono dentro il morto, e cuprindo la sala di lutto, che sono tele o store bianche, pongono nel mezzo di essa il cassone. Nei giorni determinati, che sono, nelle persone gravi, quattro o cinque, vengono tutti i parenti e amici, vestiti anco di lutto, ad ogni hora del giorno, e offriscono profumi e due candele al morto, le quali accese vengono a fare le quattro inclinationi e genuflexioni, di che sopra dicessimo, ponendo prima profumi in un brasciere che sta avanti il cassone et ritratto naturale del morto. Mentre fanno questa cortesia, il figliuolo o i figliuoli stanno ad un lato inginochiati, vestiti della loro veste lugubre molto dolorosa, piangendo sempre; e dietro al cassone stanno le donne di casa, vestite anco di lutto, coperte con una cortina, che gritano e piangono con voce molto alta. Sogliono anco in questo atto abrusciare certe foglie di carta et anco pezze di seta bianca, come dando al morto quelle cose per vestire dopo la morte in segnale di amore.

Tengono le persone gravi in sua casa doi e tre anni i suoi padri e madri morti, et in quel tempo ogni giorno gli offriscono di mangiare e bere, come quando erano vivi, e non sedono se non in banchetto, e non durmono se non in terra, in calcioni di paglia presso al cassone, sino a certo tempo, non mangiando carne né altra cosa di buon sapore.

Nel giorno che lo portano al sepolcro, che sempre è fuora della città, vengono un’altra volta anco invitati con il libro da’ suoi parenti, tutti i parenti et amici, vestiti di lutto, ad acompagnare. Qui fanno como una processione di varie statue di carta, di huomini, donne, elefanti, tigri e leoni, che si abbrugiano avanti al seppolcro. Vengono anco accompagnando il morto molti sacerdoti degli idoli, recitando e facendo molte cirimonie, e molti stromenti di tamborini, pifare, ciuffoli e baccili, con grandi incensieri, che vanno avanti levati in omeri di huomini. Il cassone, che è molto grave e coperto di varij lavori fatti con pezze di seta, è portato da quarenta o cinquanta facchini, dietro al quale vanno a piedi i figliuoli con la loro veste lugubre, appoggiati ad un bastone, e le donne anco poste dietro di una cortina bianca, ché non possino esser viste, et altre vanno in sedie anco coperte di panno bianco.

Quando i figliuoli non stanno in casa, aspettano a fare queste cirimonie alla sua venuta; ma egli, se è persona grave, fa in sua casa un cenotafio, e riceve queste cortesie dove si ritruova, fatte avanti al cenotafio, da’ suoi amici. Dipoi ritorna a sua patria a fare l’istesso; et è tanto certo il ritornare in questi atti che, per legge, sono forzati a lasciare i magistrati qualsivoglio offitio, sebene fosse i magiori del regno, come sono Colao e Sciansciu, e tornarsene a sua casa e star là finindo i tre anni di lutto; e dipoi tornano al loro offitio. Ma questo solo fanno gli magistrati di lettere, non quei che sono capitani di soldati, e solo per suo padre e per sua madre e non per altri morti. E se morse alcuna persona un puoco grave, in ogni modo procurano i suoi parenti di rimandare o portare il suo corpo morto nel cassone alla sua patria, e seppellirlo nel cemiterio de’ suoi antepassati, il quale tutte le familie hanno proprio in qualche monte, e con grandi sepolchri di pietra e statue di huomini et animali, e pietre piene di lettere et epitafij, nelle quali si contano le cose fatte da quei che quivi sono seppelliti.

Et ogn’anno vanno i parenti, nel giorno de’ morti, a questi cemiterij a fare le solite cerimonie facendo profumi et offerte conforme all’uso della terra.

 

Sono anco molto solenni le cerimonie che si fanno nelli matrimonij e sposalitij.

Non solo i sposalitij, ma anco i matrimonij, si fanno di molta puca età, sì dello sposo, come della sposa, et hanno d’essere ambedue della stessa età o puoco differente; e tutto fanno il padre e la madre dell’uno e l’altro, senza  richiedere il consentimento de’ figliuoli, i quali sempre gli obedono. Gli vassalli gravi tutti apparentano con altre persone gravi e simili a loro nello stato, nella prima moglie che è la legittima. Delle altre moglie, che tutti possono pigliare quante ne vogliono, non si curano di che famiglia sia, o nobile o plebeia, e solo ricercano esser di bella figura; anzi queste seconde moglie sono sempre comprate per denari di cinquanta o cento scuti, et alle volte molto manco, da’ suoi parenti. I poveri tutti comprano le loro mogli; e così le possono e sogliono anco rivendere.

Il Re e suoi figliuoli non pigliano le loro moglie di nessuna casa grave o nobile, ma solo si scieglie per la bellezza solo del corpo, tra gente populare et idiota e di puoco essere; perché nessuno huomo letterato vuol porre le sue figliole in mano de’ magistrati deputati a vedergli tutto il corpo, et esser presentate a tanti luoghi per elegere tra molte una, sebene habbi d’esser Regina; per non essere molto grande il potere delle Regine della Cina, e star sempre serrate dentro del palazzo, e non potere suo padre e sua madre vederla più mai. Il Re e sui figliuoli tiene una moglie principale e viene ad essere come legittima; oltra questa ne tiene il Re e il Principe, nove anco principali, et altre trintasei pur con titulo di moglie, oltre le altre senza nessun titolo che sono assai più. Fra tutte, quella che fa figliuoli è quella che viene dipoi a tenere qualche valore e, sopre tutte la madre del primo figliuolo che ha d’essere herede del regno.

Sì nel Re e sua famiglia, come in tutte le altre persone del regno, quella prima moglie è legittima e signora della casa, e sta alla mensa con il marito; tutte le altre, specialmente fuora dei parenti del Re, sono come serve del padrone di casa e della moglie legittima, e non stanno se non in piedi avanti a essi. Et  i loro figliuoli non riconoscono per madre quella che gli partoritte, ma solo la legitima, e per questa portano lutto i tre anni e lasciano l’offitio, e per la propria non fanno niente.

Nei maritaggi si osserva con grande rigore che nessuno pigli moglie del suo cognome, sebene non vi fusse tra loro nessun parentesco. E sono questi cognomi nella Cina assai puochi per non arrivare a mille, e nessuno può fare cognome nuovo, fuora di quei che dal principio vi forno, e nessuno può pigliare altro cognome che quello di suo padre, se non fosse adottato d’alcuno. Dei gradi di affinità non fanno nissun conto, e così maritano le figliuole e danno moglie a’ figliuoli de molto stretti parenti di sua madre.

La sposa non porta nessuna dote, e sebene il giorno che va a casa del marito, con molta solennità porta seco molte massaritie di casa e assai ricche, quei che hanno podere, empiendo di esse tutta la strada, con tutto ordinariamente tutto è alle spese del marito, che gli manda grande copia di danari molti mesi inanzi.

 

Usano anco in questo regno di una festa, che facevano anco gli nostri antichi, dell’anniversario del giorno del loro natale, nel quale tutti i parenti e amici lo vanno a visitare e presentare; et in sua casa si fanno molti conviti e feste, specialmente doppo dei cinquanta anni, che si computano tra vecchi, et di decena in decena. In simili atti, i figliuoli letterati chiedono ai loro amici, versi, compositioni, e pinture di varie inventioni, e lodi per suo padre e madre; et alcuni, di questo stampano libri; e quel giorno empiono la sala de tali compositioni, versi e quadri di pinture, con varie cerimonie che fanno a quello cui natale si celebra.

Fanno qua anco festa il giorno che i figliuoli pigliano la berretta, che sono doppo i venti anni, andando sino a questo tempo con zazzera.

La magior festa universale di tutte le sette è il principio dell’anno, e ai quindeci della prima luna che facciano la festa delle lanterne, procurando tutti in sua casa fare qualche bella lanterna di varij lavori, di carta, di vitro, di veli, delle quali questi giorni è pieno il mercato per molte che si vendono, e loro ne empiono le sale; e due o tre notti vanno per le strade a solazzo vedendo queste lanterne, nel qual tempo anco fanno varij artificij di fuochi con raggi e girandole in tutte le piazze, strade e case.

 

 




Lao Tze e il Taoismo

Paolo Bascioni*

 

E’ difficile o addirittura impossibile ricostruire la vita di Lao Tse. Esiste una tradizione che lo vuole vissuto nel VI secolo a.C., nato nel 604 e morto nel 512 a.C.. e quindi contemporaneo o di poco anteriore a Confucio; anzi, secondo questa tradizione, Confucio lo avrebbe incontrato senza però trarne alcun profitto per il suo pensiero e per la sua opera. I due sarebbero apparsi l’uno all’altro come portatori di ideali e fautori di progettti differenti o inconciliabili. Si tratta di notizie con probabilità più leggendarie che storiche. Questo ha fatto avanzare l’ipotesi che Lao Tse non sia mai esistito. Soprattutto in riferimento agli elementi unitari presenti nello scritto a lui attribuito, si è oggi del parere che l’esistenza di Lao Tse non possa essere messa in dubbio; si è però orientati a porla tra il IV e il III secolo a.C. Spinge a questo anche il fatto che il Taoismo come sistema metafisico e come visione religiosa si diffonde e si afferma in Cina proprio nel III secolo a.C.
Sempre stando alla tradizione che fa riferiemnto a Lao Tse ed alla sua attività, egli avrebbe svolto la funzione di archivista imperiale alla corte degli Chou, ma dopo qualche tempo avrebbe lasciato questo incarico perché nauseato dalla corruzione di governanti e cortigiani; avrebbe intrapreso un viaggio verso l’occidente dell’impero e qui, nella solitudine delle regioni di confine, avrebbe scritto la sua unica opera che contiene tutto il suo pensiero, il “Tao-Te-Chin”, titolo che si può tradurre “Il libro (Chin) del principio primo metafisico (Tao) e dei suoi effetti (Te) nel mondo”. Da questo testo si ricavano i principi del Taoismo. Agli studiosi appare più recente del VI secolo a.C. e da collocare in un periodo non anteriore al IV secolo a.C. e non posteriore all’inizio del II seolo a.C.

In cosa consiste l’insegnamento taoista? La dottrina del Tao esisteva prima del VI secolo a.C.; Lao Tse la intende però in senso etico: il Tao è per lui la “legge morale universale”. Confucio aveva proposto una dottrina intesa a realizzare il miglior goverrno possibile; il suo intento era rivolto al mondo ed alla vita organizzata degli uomini in questo mondo, cioè allo Stato. Lo Stato come convivenza ordinata della società, finalizzato a realizzare la migliore qualità di vita possibile per gli uomini, è il fine perseguito da Confucio. Si dice anche che Confucio persegue la felicità terrena degli uomini.
Lao Tse invece guarda oltre il mondo, oltre la storia e oltre la vita terrena: lo interessa l’Assoluto, l’essere pure, il Tao. La parola Tao, il concetto di Tao ed una elaborazione teorica sul Tao, erano presenti in Cina fin dalla più remota antichità. A Lao Tse si deve però la novità di avere fatto del Tao il principio primo di ordine metafisico e di avere concepito in relazione ad esso, non solo la vita umana, ma anche tutto l’ordine della esistenza. La tradizione taoista è dunque patrimonio della Cina molto prima del VI secolo a.C., ma il Taoismo come sistema dottrinale logico e compiuto e come visione religiosa e matafisica si debbono a Lao Tse che viene pertanto giustamente considerato il fondatore dello stesso Taoismo.  Per Lao Tse, il Tao è il “Princpio primo”; è originario, tutto abbraccia ed è costitutivo di ogni cosa e dell’intero universo. Per farsene una idea per quanto è possibile un po’ più esatta si può fare riferimento al concetto di “puro essere”, proprio della sapienza occidentale. Come tradurre la parola “Tao”? Non sembra si possa tradurre “Legge naturale”, perché la natura è opera del Tao e quindi anche la legge naturale deriva e dipende da esso. Bisogna pure essere attenti a non indicare con il Tao un essere personale e trascendente, perché il Tao è immanente al mondo e dunque da questo punto di vista si identifica con esso; si identifica, ma non si riduce al mondo. Forse il termine più adeguato  per indicare il Tao è “Via”. Il Tao, principio assoluto ed immutabile, è anteriore al mondo ed è anche causa di tutto l’esistente; le cose sono prodotte dal Tao. Esso è innominabile, perché di esso nulla si può dire in quanto non gli si addice nessuna delle “forme” delle quali nel mondo abbiamo esperienza. Dal modo in cui Lao Tse lo presenta e descrive non si può concludere che il Tao sia essere personale e creatore in quanto sembrano presenti sicuri elementi di panteismo e il modo in cui il mondo da esso deriva non esclude l’emanazione necessaria e non scelta; tuttavia gli elementi essenziali del monoteismo sembrano essere salvaguardati. Il Tao non è dunque il “Logos” nel senso in cui la rivelazione e la fede del Cristianesimo si rivolgono a Cristo nel contesto di riferimento a Dio peronale; forse al Tao di Lao Tse si addice meglio la dottrina del logos di Eraclito. Comunque secondo Lao Tse il Tao è così onnipresente che regola anche i due principi, lo Yang attivo e loYin passivo, che determinano e dai quali dipendono tutti gli esseri. In questo contesto di concezione del Tao, a Lao Tse non interessa molto degli spiriti e degli dei; ne parla poco e quasi incidentalmente: essi sono opera del Tao e dipendono dal Tao e, quello che più conta, tutti gli esseri, come hanno nel Tao il proprio principio, così hanno in esso il proprio fine.

Il Tao principio primo nell’ordine dell’esistenza, è anche principio e norma dell’agire umano a tutti i livelli, sia nella vita personale che in quella collettiva; esso si pone come il modello degli uomini. Per onorare il Tao bisogna imitarlo; l’imitazione è il vero culto nei suoi confronti ed è molto più importante del culto esteriore dei riti. Il fondamento della vita morale dell’uomo è dunque l’imitazione del Tao; in questo sta anche la verità per la quale l’uomo è fatto. L’imitazione del Tao non consiste nell’agire esteriore, nel fare, tanto meno nell’attivismo tipico del nostro occidente, ma piuttosto nell’assenza di desideri, nella quiete interiore, nella semplicità di atteggiamenti e comportamenti esteriori. La norma pratica dell’agire morale potrebbe essere sintetizzata in questo trinomio: non azione, semplicità esteriore, assenza di ogni tensione dell’anima. Il modello è costituito da una condizione di vita caraterizzata da pace, tranquillità e silenzio. Dedicarsi alla imitazione del Tao vuol dire ridurre gradatamente la propria azione esteriore fino a giungere ad eliminarla, fino alla inazione. Arrivato a questo punto l’uomo è pervenuto al vero agire, egli vive la vita mistica che è vera azione e vera vita. Nella quiete perfetta non c’è nulla che l’uomo non faccia perché non compie più nulla se non ciò che corrisponde alla sua natura, egli agisce con spontaneità; infatti non opera più per effetto delle passioni e dell’egoismo, ma solo imitando il modo di agire del Tao. In questa corrispondenza tra il Tao e l’agire umano, nell’ambito personale, familiare, nelle relazioni cittadine e nella organizzazione dello Stato, consiste la vera moralità. Ogni altra azione diversamente motivata è egoismo e passionalità.
La religione per Lao Tse e per li Taoismo consiste proprio nella conformità della vita umana, in tutte le sue dimensioni private e pubbliche, con il Tao, nella imitazione di esso. A differenza del Confucianesimo, per il Taoismo non sono importanti le forme del cutlo esteriore. Sul piano politico Lao Tse si pone in una prospettiva diversa da quella di Confucio che aveva sognato un grande impero, bene organizzato e ordinato, sotto la guida di un’unica autorità, quella dell’imperatore. Lao Tse vede più consono alla natura umana uno Stato piccolo, un regno di dimensioni ridotte, sia come territorio che come numero di abiatnti; in esso gli uomini possono condurre una vita semplice, con una organizzazione sociale non burocratizzata, quasi alla maniera patriarcale. Gli Stati debbono essere disarmati, non debbono tra loro condurre guerre e neppure rivalità economiche perché sono le concorrenze ed i conflitti commerciali che producono disillusioni e insoddisfazioni, e queste a loro volta fanno sorgere le guerre. Lao Tse è contro la violenza, sia nei rapporti individuali che in quelli tra i popoli.

Il Taoismo come elaborazione teorica e come applicazione alla vita, privata e pubblica, rappresenta una nobile conquista che contribuì molto alla elevazione morale del popolo cinese, fino a proporre modelli di vita ascetica e mistica con l’obbiettivo di raggiungere il possesso del Tao. Il mistico che arriva al Tao, con l’aiuto anche di esercizi che coinvolgono il corpo, non è più sottoposto alle leggi fisiche e dopo la morte, la sua anima raggiunge l’immortalità in una esistenza spirituale.
A livello popolare la nobile “Via del Tao” degenerò presto in forme di superstizione e di politeismo. Il Taoismo popolare fu dunque caratterizzato da magia, spiritismo, stregoneria. Del resto anche il Taoismo più puro aveva prodotto nel comportamento pratico un certo disprezzo per la vita attiva; ne aveva risentito negativamente la dimensione sociale e politica della Cina, per la mancanza di impegno, preoccupazione e senso di responsabilità nei confronti delle attività terrene che esso sembrava propugnare. Fu così che durante il primo secolo dopo Cristo il Taoismo corse il rischio di scomparire. Anche perché il Buddismo che dall’India si stava diffondendo in Cina, sembrava offrire risposte più adeguate a certe istanze presenti nello stesso Taoismo ed essere quindi in grado di assorbirlo. Fu merito di Chang-Ling se questo rischio fu scongiurato. Chang-Ling organizzò il Taoismo in forma di Monachesimo regolato da norme molto precise e severe che riguardavano la vita dei monaci, il rituale liturgico e la stessa strutturazione della società; nello stesso tempo introdusse nel Taoismo, così riformato, alcuni aspetti del Buddismo. I sacerdoti si dividevano in due classi: quelli che vivevano nel monastero e quelli che condividevano la condizione della gente comune, avevano una loro famiglia e promuovevano la vita religiosa del popolo.
I taoisti hanno anche contribuito alla divinizzazione di Confucio che essi considerarono uno degli dei che sono soggetti al Tao. In tempi più recenti, nel XIX e XX secolo, il Taoismo è andato soggetto ad una decadenza sembrata inarrestabile, per la degenerazione verso forme di magia e di superstizione che di religioso hanno ben poco. Anche il Taoismo è soggetto a persecuzione nella Cina comunista ed è impossibile stabilire quanti siano oggi i suoi seguaci. Statistiche provenienti dalla Cina, che sono però tutte da verificare, direbbero che i confuciani sono circa trecento milioni e i taoisti circa cinquanta milioni.

Per completare il quadro sulla realtà religiosa e culturale della Cina bisognerebbe fare riferimento a molti altri maestri e pensatori; ne ricordiamo almeno due: Mencio e Mo-Tse; si tratta di personaggi che hanno influito di meno nella storia della civiltà cinese, rispetto a Confucio e Lao Tse, ma sono stati pur sempre di grande importanza.
Mencio (390-305 a.C.) fu discepolo di Confucio nel senso di suo seguace, ma vissuto più di un secolo dopo di lui; gli si attribuisce l’opera che ne porta il nome, il “Mencio”, l’ultimo dei quattro scritti che compongono l’ ”Analecta” confuciana. A Confucio, Mencio è strettamente legato nel suo pensiero, così da essere considerato, con probabilità con un po’ di esagerazione, un fondatore del Confucianesimo al pari del suo maestro. Egli in realtà fu solo un riformatore, sia pure molto significativo, e non un fondatore.

Mo-Tse visse nel V secolo a.C. ed ebbe per un certo periodo prestigio ed influenza quanto e forse più di Confucio. Polemizzò contro Confucio e il suo insegnamento, anche se di fatto ne fu influenzato. Nel libro da lui scritto che porta il suo nome, il “Mo-Tse”, cercò una dottrina ed un modello politico e religioso diversi dal Confucianesimo. Confucio aveva sostenuto la tradizione, nella religione, nella organizzazione politica e nella condotta morale privata e pubblica, Mo-Tse volle qualcosa di nuovo e soprattutto di più autentico, sincero, genuino; in una parola meno formalistico. Sul piano politico sostenne il principio della “identificazione”: chi si trova ad un livello inferiore deve obbedire cercando di identificare la propria volontà e la propria azione con la volontà e l’azione del suo superiore. Ne deriva un sistema organizzato in maniera ascendente, cioè che parte dal capo famiglia, passa per i rappresentanti, gli inviati e i ministri dell’imperatore, per arrivare fino a quest’ultimo: ognuno deve identificarsi con la volontà del suo immediato superiore. L’imperatore, che è l’ultimo anello di questa gerarchia, deve identificare la sua volontà e la sua azione con quelle del Cielo. Il Cielo garantisce che questa identificazione dell’imperatore sia sempre corretta e porti benefici a tutti. I mali della società e dello Stato si spiegano come punizione del Cielo per la mancata osservanza del principio di identificazione.
Al Cielo Mo-Tse sembra riconoscere un carattere personale. Di esso si dice che “ama tutti perché illumina tutti”. Il Cielo e gli spiriti amano gli uomini e quindi anche gli uomini debbono fare la stessa cosa. L’uomo giusto segue questi principi. I confuciani sostengono l’amore differenziato. Mo-Tse afferma che l’amore differenziato è un impulso naturale, ma l’uomo per essere giusto deve amare tutti “come i propri genitori”. Per Mo-Tse non è l’impulso naturale che conta e che ha valore, ma quello che si persegue con la volontà; e l’amore universale è frutto di volontà.
Mo-Tse diede origine ad una comunità detta dei “Mohisti” organizzata con disciplina e rigore; questi non disdegnavano  neppure l’uso delle armi per difendere ciò che ritenevano giusto.




Buon Natale

ai bambini del mondo,

alla gioia nei loro occhi spalancati,

stupefatta di fronte a quei doni

ai piedi dell’albero luccicante di addobbi 

la mattina del Santo Natale.

La serbiamo nel cuore

quell’attesa indicibile felicità,

quanto l’abbiamo assaporata,

tutti la ricordiamo,

amata incontenibile pienezza di amore.

Questa notte, ecco affiorare un pensiero ulteriore, forse banale, persino arrischiato, estremo, assurdo quasi.

Fino a che punto conviene lasciare correre la propria mente libera nello scoprire e percorrere inusuali analogie e ritorni imprevisti?

Quando e quanto recuperarla alla logica, al comune buon senso, alla consueta logica, alla ragione?

Nelle nostre ricerche siamo soliti lasciare che i pensieri prendano forma da sè fondandoci unicamente nella fiducia, li assecondiamo, li curiamo, li organizziamo, li riordiniamo, senza rileggerli, valutarli, giudicare quanto prodotto dai loro percorsi prima che le loro immagini siano per la gran parte formate e gli scenari composti. Risulta per lo più semplice, naturale, evidente, distinguere allora un’idea da un abbaglio, una creazione da un aborto. Dunque anche ora procediamo secondo simili coordinate.

 

Leggenda più amata fra tutte, favola benedetta comune alle principali  culture europee, americane, orientali, risonanza popolare e in grande parte pagana del miracolo epifanico, l’incarnarsi terreno del Redentore, Babbo Natale si affaccia inatteso. Davvero non ce lo saremmo aspettato. Lo lasciamo entrare. Lo osserviamo.

La sua imponente figura potrebbe forse risultare inerente i temi fin qui trattati, in verità non ci sembra probabile.

Nella leggenda cristiana è San Nicola di Bari, nel IV secolo vescovo cristiano a Mira, in Licia, provincia anatolica dell’Impero Bizantino, ad arrivare a cavallo, abiti vescovili e gran barba bianca, in ogni casa dove vive un bambino e riempirne le calzette di biscotti e di dolciumi.

Nelle culture germaniche è il dio Odino che al solstizio invernale conduce gli altri dei ed i guerrieri caduti in battaglia in una grande battuta di caccia.

Altre tradizioni del settentrione europeo raccontano gli scontri invernali fra un uomo santo e un uomo scuro. Costui era il demone, il diavolo, il troll, l’uomo nero che di notte attraverso i camini si insinuava nelle case dove vivevano i  bambini e li picchiava, li uccideva, li smembrava nel sonno.     In altre storie l’uomo nero, a volte raffigurato come gran belva pelosa, rapiva i bambini cattivi, li metteva nel sacco e li portava via, li consegnava  ai Mori. L’uomo santo prese a cercarlo dovunque, lo trovò e lo sconfisse, lo catturò e sottomise. Lo mise in ceppi, secondo taluni erano proprio i ceppi consacrati dall’avere imprigionato San Pietro, San Paolo, forse Gesù stesso prima della crocifissione. Da allora l’uomo nero obbediva all’uomo santo che ogni anno lo costringeva a rimediare ai suoi passati  delitti, così il demone era costretto a portare leccornie a quei bambini che in passato aveva terrorizzato.

In altre varianti della leggenda il demone si rifiutava invece di compiere simili buone azioni, preferiva ritornarsene in quell’inferno da cui era venuto. Ci pensava l’uomo santo allora a beneficare ogni inverno tutti i bambini del mondo.

In altre storie ancora l’uomo nero e i suoi sgherri venivano convertiti  dall’uomo santo che ne faceva i suoi fidati aiutanti, si formava così la compagnia degli elfi e dei folletti, gli instancabili lavoratori che da allora aiutano Babbo Natale nell’annuale confezione dei doni.

Resta da precisare la dimora di Babbo Natale e dei suoi folletti, che poi è la sede della famosa fabbrica degli agognati balocchi. Le numerose varianti indicano luoghi diversi situati comunque all’interno del Circolo Polare Artico, la leggenda classica racconta che Santa Claus abita al polo nord, giusto giusto.

Quanto alla favola moderna, le sue principali caratteristiche sono ben note  e non vale riprenderle, pur nelle numerose varianti Babbo Natale  incarna lo spirito dell’amore.

Valutando complessivamente la favola, come abbiamo anticipato risulta evidente il traslato popolare del sommo avvento teofanico, epifanico, la nascita del  Redentore, Gesù Bambino.

Ne sono manifesta espressione la discesa dal cielo in terra, la liberazione del mondo dal male, il dono d’amore all’umanità intera.

 

Pretendendo invece di provarsi a contestualizzare questa leggenda nello scenario della nostra teoria dell’origine unitaria della terra e della vita, il luogo della dimora di Babbo Natale, sede dell’incessante produzione dei giocattoli, è la principale evidenza di un possibile collegamento con la nostra localizzazione del primigenio impatto teiano.

Spontanea viene la domanda di certo lettore: ma che mai saranno questa teoria dell’origine unitaria della terra e della vita e questo primigenio impatto teiano di cui sopra?

A riguardo purtroppo niente da fare, questa faccenda dell’impatto e del resto o la si sa o non la si sa, in entrambi i casi si consiglia di procedere con la lettura del capoverso seguente.

Restando nella stretta prospettiva teiana, è possibile tentare di rileggere vari aspetti della leggenda epitafica, che nel costante rivolgersi e dedicarsi ai bambini  evoca ovviamente i segni e i segnali di una nuova vita del mondo, un’esistenza neonata. Ne trattiamo brevemente per puro esercizio analogico.

La slitta volante che percorre i cieli trainata dalle otto magiche renne sarebbe allora richiamo alla misura cosmica della leggenda, richiamando  quella costellazione del Grande Carro che non solo nella tradizione estremo orientale è considerata soglia dell’uomo per i propri cammini e le proprie esperienze astrali e celesti.

Nelle otto renne stesse, intendiamo Cometa e Fulmine e Donnola e Freccia e Ballerina e Saltarello e Donato e Cupido, e nei loro aerei sfrenati galoppi sarebbero ravvisabili segnali celesti, ipotizzabili da un lato nelle stelle dell’Orsa Maggiore, dall’altro nelle plurali collisioni meteoritiche di quei tempi primigeni.

Da esse trasportata, la centrale figura del grande babbo che mette piede a terra rivelerebbe così l’immagine dell’imponente impatto del pianeta Teia, precursore della nascita del mondo intero e della vita.

L’incandescente collisione e l’approfondirsi del nucleo teiano nelle viscere terrestri della palla di fuoco si evidenzierebbero allora nel costante richiamo al fuoco evocato dalla leggenda, riconoscibile nel continuo  calarsi del beato vegliardo giù dai camini di ogni casa del mondo.

Del resto anche gli affaccendati aiutanti di Babbo Natale, gnomi e folletti, indirizzerebbero allora ai poteri tellurici profondi.

Fin qui si tratterebbe dunque di raffigurazioni dei fondamenti dell’evoluzione planetaria macrocosmica.

I regali che il vegliardo elargisce ai bimbi di tutta la terra potrebbero poi dare pertinente immagine alle fertili impollinazioni batteriche della superficie terrestre di cui si è trattato, quelle che abbiamo chiamato miracolose carezze, figure dunque dei fondamenti dell’evoluzione microcosmica.

Quanto poi all’imponente vestito rosso di Babbo Natale, fu la straordinaria trovata dei guru mediatici americani della prima ora.  Negli anni trenta e forse addirittura negli anni dieci i pubblicitari tinsero del colore dell’amore e del fuoco il vecchio abito di Babbo Natale, fino ad allora di stoffa verde e pelliccia. Fu scelta quanto mai azzeccata, data l’impennata delle vendite, e addirittura l’innovazione risulta significativa anche se valutata secondo le coordinate teiane, il vestito diventa infatti l’igneo regale segnale di quella primigenia collisione fra astri, l’implicito accenno a quella dimensione demoniaca cui sia la leggenda popolare che la rivelazione biblica paiono porre riferimenti. Bravissima la Coca Cola.

 

A rileggere, riconosciamo come tutta l’impalcatura teiana stia però troppo  stretta e striminzita a Babbo Natale che si sa, proprio magretto non è mai stato. L’associazione risulta stentata e azzardata, poco convincente.

L’unico dato importante, e che in realtà non conviene sottovalutare,  consiste nell’abitazione polare dell’anziano benefattore quattrocchi.

Certo, restando in simili prospettive questa favola risulterebbe evocativa di una conoscenza popolare ancestrale circa le origini della Terra e la rivelerebbe.

La domanda che da sé si porrebbe riguarda allora come sarebbe possibile per l’umanità avere e tramandare conoscenze di eventi planetari iniziali, accadimenti che precedettero per ere intere, ben oltre quattro miliardi di anni, la venuta al mondo degli uomini.

Eppure abbiamo più enunciato come la vera testimonianza non necessiti affatto di alcuna reale presenza per potersi realizzare né necessiti della coscienza del suo realizzarsi attuarla, e abbiamo chiarito come tutti i tempi  della grammatica, trapassato remoto compreso, derivino da quell’infinito che trascende ogni tempo e a quello stesso infinito ritornino rivelando il presente, l’infinito presente.

Dunque davvero una leggenda, una favola che l’umanità si tramanda da secoli, generazione per generazione, potrebbe rilevarsi portatrice di conoscenze che l’umanità stessa ignora del tutto?  Sarà davvero questo il caso?

Attraverso questa favola la conoscenza popolare potrebbe suggerire il luogo dove Teia si è impattato nel suolo di una terra ancestrale, accadde all’attuale polo settentrionale del pianeta oltre quattro miliardi di anni fa, questo affermerebbe. Scavò sotto terra la casa di Babbo Natale, la  fabbrica dei suoi doni per gli uomini.

Davvero lo scriviamo nero su bianco, nonostante le incertezze e i dubbi che non cedono?

Perché allora insistiamo? Che cosa ci trattiene dal cestinare questa pagina? Chi? Riminiscenze di Vladimir Jakovlevič Propp,  Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes? E’ a causa delle loro affascinanti lezioni? E’ per impegno culturale? E’ per provocazione di fronte a una scienza accademica troppo protocollata e rigida, inamidata e azzimata? E’ per sfida?

Insomma oggi stentiamo a decidere, confessiamo la nostra incertezza.

Stralciamo?

Per ora no, lasciamo le cose come stanno e chiudiamo la pagina.

E’ tutto il giorno che lavoriamo.

E’ sera inoltrata, è sceso il buio,  qualsiasi idea in questo momento ci pare  ad un tempo verisimile e falsa. Siamo stanchi.

Ritorniamo alla nostra vita.

Domani ci sarà da rileggere, da rivedere. Domani vedremo, valuteremo serenamente. Decideremo.

Con la coda dell’occhio distinguiamo Babbo Natale sgusciare via su per la  bocca del camino, svanisce così nella notte benedetta, in un lieve pacifico fruscio, anziano e corpulento com’è quant’è agile, straordinario davvero, specie considerando che in casa nostra il camino non c’è, mai stato.

Scalando tranquillo i mattoni incrostati il grande babbo ha sorriso e anche noi abbiamo sorriso al vederlo arrampicare e ci siamo anche accorti di come il camino stesso e la finestrella nell’angolo stessero sorridendo anch’essi osservandoci.

Per non parlare del soffitto a cassettoni di abete che se la ride di gusto lui pure. Attraverso i riquadri dei vetri appannati scopriamo che il mondo intero sorride, il prato, la collina, le nuvole.

Il cielo intero manco a dirlo è uno smisurato accogliente sorriso di colore oltremare.

Lassù in alto appena a sinistra, giusto sopra le ombreggiature del bosco, a cavalcioni di monti gemelli beata la luna risplende serena padella, lattea cagnona sorniona felice, aleggia dovunque.

 

Il calzerotto quadrettato di verde e di fucsia che pende dalla trave del tetto sta ancora sorridendo beato attraverso quel bel buchino al calcagno. Sta lì appeso perché questa è la notte dell’Epifania.

Il Natale è stato celebrato nei cuori e ora arrivano i Maghi. Buona vita fratelli e sorelle, chiunque e dovunque voi siate, abbracciamoci amici, ogni bene in ogni strada del mondo.

A riprendere il tema natalizio e a concluderlo va infatti ricordato come, a completare l’immagine dell’universale binomia unità che le è propria la leggenda epifanica pagana introdusse nel tempo oltre Babbo Natale un’altra figura arcana, che dell’epifania prese pari pari il nome e nelle numerose varianti recuperava le popolari feste rurali del solstizio invernale, popolari cori gioiosi inneggianti alla trasformazione dell’anno vecchio nel nuovo,  dell’imminente rinascita della natura, auspici buoni per le prossime semine, la Befana.

Nelle feste popolari la magia viva del Natale si ricorre così fra due arcane figure, Babbo Natale e la Befana.

Qualche bambino ha osato sbirciare nel buio di quelle notti beate e vi è chi assicura di averli intravisti. Tutti quanti li abbiamo nei cuori.

Al dilagare del suo atteso compito, Babbo Natale non poteva più porre i suoi tanti doni nelle calzette dei bimbi appese ad asciugare e a scaldarsi vicino al focolare, lo sviluppo sociale li aveva troppo accresciuti e poi gli anni passavano appesantendo anche lui.

Così fu lei, la Befana, a farsi carico dell’antica usanza che per altro, ancora si consideri, nella calza riempita di caramelle rifà puntuale la penetrazione fino al fondo, fino all’intimo basamento organici, i piedi.

E altre immagini del grande impatto planetario ancora ritornano in questa benedetta gobba vecchina che solca i cieli su di una logora scopa di saggina portando nel sacco ricolmo dolcetti e biscotti, e alcuni li ha preparati a forma di schegge di carbone. Si badi bene, carbone, guarda un po’, ma ora non è più il caso di riferirsi di nuovo alla teoria teiana, chi lo desiderava ha avuto ogni modo di comprendere che cosa intendiamo, meglio dire che cosa fantastichiamo.

La cara astuta megera ha escogitato questa curiosa beffa perché sulle prime alla vista il carbone sia cruda lezione e rimprovero arcigno per i bimbi birichini, noi compresi quindi purtroppo,  ma poi al gusto premi anche loro. Il palato non sbaglia e questo non è carbone ma caramello puro.

Evviva, la dolce nonnina ha perdonato anche noi, né potrebbe essere altrimenti, oggi è festa grande per tutti, per tutti quanti, anche voi e anche noi.

Che bello dire tutti, tutti insieme, intendiamo, e già e ancora e più è calda  gioia e pace e serenità vere.

E’ il nostro augurio per voi, la certezza.

 

 




Formule e strategie di “lunga vita” per il trattamento dei disturbi cognitivi e motori in età geriatrica

Carlo Di Stanislao*, Rosa Brotzu**, Maurizio Corradin***, Giuliana Franceschini****

 “Il grande Tao scorre ovunque, verso sinistra e verso destra. Ama e sostenta tutte le cose, ma non domina mai sopra di loro.”

Chuang Zu

 

Riassunto: In 50 secoli di storia documentata la Medicina Cinese ha elaborato molte strategie terapeutiche per contrastare l’invecchiamento e i disturbi correlati. In questo articolo si indicano e descrivono alcune formule e piante medicinali utili nelle più comuni patologie cognitive e motorie  geriatriche, oltre a definire cosa si intende, in senso taoista, per “lunga vita” e fornire integrazioni con altre pratiche di Medicina Naturale.

Parole chiave:  lunga vita, taoismo, Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Naturale

Summary: In 50 centuries of recorded history Chinese Medicine has developed many therapeutic strategies to counteract the aging and related disorders. This article will show and describe some formulas and medicinal plants useful in the most common geriatric cognitive and motor skills, as well as defining what is meant, in the Taoist sense, for “long life” and provide integrations with other practices of Natural Medicine. Natural Medicine

Keywords: long life, Taoism, Traditional Chinese Medicine, Natural Medicine

 

Il taoismo è un modello filosofico il cui fine è il raggiungimento della serenità interiore e della longevità, intesa come una vita ancora valida ed attiva fino a tarda età[i]. Per far ciò i saggi taoisti hanno elaborato tecniche meditative, ginnastiche, massaggi, prescrizioni sessuali e dietetiche, oltre a ricette mediche basate sull’uso di agopuntura e farmacologia[ii]. Conservare il Jing ed amministrare la Yuanqi, sono gli scopi di queste pratiche[1][iii]. Già personaggi mitici come Pen Tze, coevo di Huang Di, morto a 800 anni, avevano codificato tecniche e ricette di “lunga vita”, ovvero di vita piena anche a tarda età. Yang Chu[2], Fondatore della Scuola Edonista del Taoismo. vissuto tra il V- IV secolo a.C, sostenitore dell’appagamento dei sensi come approccio al Tao, elaborò molte ricette per la conservazione della salute e per la lunga vita [3] [iv] [v] [vi] [vii]. Il celebre Sun Si Miao[4], vissuto fra il 590 ed il 692 d.C. sostenne che la dieta, la terapia sessuale, gli esercizi ritmici e le formule erboristiche, possono assicurare la longevità[viii]. Egli riprese, in campo farmacologico, le formule per prevenire l’invecchiamento, redatte un secolo prima da Tao Hong Jing[5], celebre Autore del Ben Cao Jing Ji Zhu, contenente un commento con aggiunte del Ben Cao Gan Mu e che rubricava bel 730 rimedi fra minerali, animali e vegetali. Una serie di ricette e pratiche sessuali furono il segreto della longevità dell’ultimo grande taoista, Yang Sen, generale dell’esercito cinese che incontrò nello Szechuan il Maestro Lee Ching e studiò sotto di lui dal 1920 al 1930, prima di unirsi all’esodo nazionalista cinese nel Taiwan nel 1949. Praticò il Tao del sesso, usò “vino di sorgente” e “formule tradizionali” oltre ad un rigoroso regime dietetico che gli consentirono di morire (per cancro) a Taipei, a 98 anni[ix]. Certamente tutta la Medicina Cinese è orientata alla cura della mente, dello spirito e del corpo per apportare “vita agli anni”, ma altrettanto certamente sono stati i taoisti a tracciare le scelte migliori, più originali ed incisive. Ge Hong[6], celebre alchimista del IV secolo, autore del Pao Pu Tze (Colui che Abbraccia il Blocco non Scolpito), dopo una prima fase Confuciana, divenne Taoista e praticò le tecniche di “lunga vita” di questa disciplina[x] [xi]. In definitiva, egli scrive,  lo scopo del Taoismo è quello di entrare in sintonia con la natura e le sue leggi, superando ogni dicotomia tra bene e male, vita e morte, conciliando armoniosamente gli opposti, cercando da un lato di svelare i misteri della natura e dall’altro di consentire all’uomo di raggiungere quell’integrità psico-fisica che è vera garanzia di vita[xii] [xiii]. Per il taoista lo scopo delle pratiche esterne e interne è condurre ad una “immortalità spirituale” (xian[7]). Gran parte di queste convinzioni furono poi patrimonio della tradizione buddista tibetana[xiv]. Per il Taoismo attuale i “mondi mistici” degli “immortali”, sono luoghi raggiungibili con pratiche annose, dieta rigorosa e formule erboristiche ed alchemiche che beneficano sia il corpo che lo spirito. Molto spesso, invece, l’immortalità taoista è confusa con il tentativo di prolungare la vita fisica e ciò ha prodotto, nei secoli, la ricerca di formule alchimistiche o magiche e la credenza nel sovrannaturale sciamanico[xv]. Invece, la collezione principale degli scritti taoisti (il canone Daozang–[xvi] [xvii] [xviii] [xix], di cui rimane l’edizione dell’epoca Ming del 1445[8]) e il grande maestro Yang[xx] (395-335 a.C.), considerato come proto-taoista e condannato dai confuciani e dai moisti per l’eccessiva valorizzazione del sé, precisano che le formule non sostituisco i riti e, al massimo, possono aggiustare la forma (xing) del corpo (ti), consentendo la buona salute in tarda età, ma non certo l’immortalità dello spirito[xxi] [xxii] [xxiii] [xxiv]. Va qui ricordato, poi, che l’invecchiamento può essere definito come la manifestazione e la conseguenza di un decadimento biologico graduale e di entità variabile da persona a persona. Età cronologica e biologica di un anziano non sempre corrispondono: organi e sistemi invecchiano differentemente da persona a persona; e nella stessa persona alcune strutture e funzioni possono presentare un decadimento più grave di altre. Secondo la Medicina Cinese la progressiva decadenza del Jing causa un gran numero di danni legati all’età. Le ossa divengono fragili. Iniziano processi osteo-distrofici, tra cui osteoporosi (decalcificazione) associata a irrigidimento della colonna, dolori e debolezza della regione lombare, delle ginocchia e delle gambe. I denti, come le ossa, possono anch’essi decalcificare, cadere o creare altri problemi. I capelli ingrigiscono, diventano secchi, perdono vitalità e cadono (lao fan). Le orecchie sono disturbate dalla presenza di tinnitus (rumore); e vi può essere riduzione dell’acuità uditiva fino alla sordità (erbi). Il cervello (nao), se non adeguatamente nutrito, provoca comparsa di capogiri e vertigini e vari sintomi di decadimento dell’attività intellettuale, soprattutto difficoltà a memorizzare e a concentrarsi. Lishizhen, famoso medico internista dell’antichità[9], definisce il cervello “mare della consapevolezza”[xxv] [xxvi] [xxvii]. In questa età della vita possono insorgere crisi esistenziali, legate alla perdita del significato da attribuire alla propria persona e ai ruoli fin qua ricoperti nella famiglia e nella società. A causa del Vuoto della Yuanqi si creano i Tan, si riduce il Fuoco del Rene, si affievolisce la libido intesa sia come “forza sessuale” che come voglia di vivere, ed ascrivibile all’energia chiamata Tian Gui, che si attiva alla pubertà[10] [xxviii].  In questo modo il corpo è incapace di seguire lo spirito nel suo bisogno di cambiamento e di rinnovamento[xxix] [xxx] [xxxi]. Naturalmente lo stress protratto, lo stato cronico di paura o ansia, l’eccessivo lavoro, gli eccessi sessuali, una dieta irregolare e l’uso eccessivo di farmaci, alterando Yang, Yin e Jing, causano guasti più gravi e precoci[xxxii]. Senza entrare in complessi dettagli, qui di seguito esamineremo, brevemente, formule e principi attivi nelle più comuni affezioni geriatriche[xxxiii] [xxxiv]. Prima di ciò, comunque, va ricordato che l’alimentazione può peggiorare o migliorare l’evoluzione dell’invecchiamento[xxxv]. Nel Ling Shu, cap. 36 si legge: “Il Jing estratto dai 5 cereali raggiunge le ossa e nutre cervello e midolli”[xxxvi]. Alimenti utili per tonificare il Jing sono: i reni di manzo e di montone, la carne di pollo, il latte di pecora e, inoltre, la noce e il fieno greco. Verdura fresca, carne di agnello, pesce fresco sono utilissimi per questo scopo[xxxvii]. Se vi è vuoto di tutto lo Yin (Jing, Liquidi, Sangue), si daranno carne e midollo di maiale, carne di tartaruga, semi di loto, uva, noci e, ancora, orzo, brodo di carne, sedano, asparagi, mele, banane, lattuga, ostriche, riso, grano e germe di grano, funghi. Se invece il vuoto riguarda lo Yuanqi o tutte le espressioni Yang cereali, verdure profumate, carni rosse, pepe, peperoncino, miele[xxxviii]. Esaminiamo ora la farmacologia essenziale, e le altre terapie,  suddivisa per i disturbi cognitivi[xxxix] [xl] [xli]. Il Cervello[11] è il “Mare dei Midolli” e dipende dallo Yin e dal Jing dei Reni[xlii]. La sua funzione è legata, inoltre, allo Yang Puro della Milza. Nei disturbi cognitivi senili occorre dare, assieme, Liu Wei Di Huang Wan[12] (per lo Yin ed il Jing) e Bu Zhong Yi Qi Tang (per lo Yang di Milza). Quest’ultima formula, elaborata nel XII secolo da Li Dong Yuan[13], tratta il Vuoto di Yang puro contrassegnato da debolezza estrema delle estremità, vuoto mentale, difficoltà di concentrazione, ptosi palpebrale e viscerale. Questa la sua composizione percentuale[xliii]:

–       Huang Qi (Astragalus seu Hedysari radix)…25,5%

–       Bai Zhu (Atractylodes macrocephala rhizoma)…14,5%

–       Ren Shen (Ginseng radix)…14,5%

–       Dang Gui (Angelica chinensis)…12,7%

–       Curum radix)…10,9%

–       Sheng Ma (Cimicifuga rhizoma)…7,3%

–       Chen Pi (pericarpium Citri)…7.3%

–       Zhi Gan Cao (Glycyrrihiza radix preaeparatae)…7,3%

Oltre ad Astragalo e Ginseng, molto importante nella formula è la Cimicifuga foetida[14], che “eleva“ lo Yang puro di Milza[xliv]. Altrettanto importante l’agopuntura sui punti 6KI, 52BL (Jing), 17-20GV (Mare dei Midolli), 43ST Yang di Milza. Importanti, poi, i punti di Shou Shao Yang a livello della testa, che portano al Cervello lo Yang Puro. I più incisivi sono 8-9-13-18GB[xlv]. Molto interessante risulta l’impiego di elettroagopuntura su punti cranici. Uno studio multicentrico cinese effettuato su un ampio campione di individui anziani con demenza vascolare[15], per indagare l’efficacia dell’elettroagopuntura e che ha impiegato i punti Sishencong (EX-HN 1), Baihui (GV 20), Shenting (GV 24), Fengchi (GB 20), contro terapia medica con  nimodipina[16] orale per 6 settimane, ha dimostrato che l’elettroagopuntura è molto più efficace del farmaco nel migliorare le performance cerebrali superiori[xlvi].  Nel 2003, in un nostro lavoro basato su testi cinesi del Periodo Ming, abbiamo dimostrato che l’agopuntura semplice dei punti Yuan è molto efficace nelle forme demenziali. Questo il nostro schema[xlvii]:

esempio 17GV, 9BL, 19GB. La terapia viene poi rafforzata con un punto distale scelto tra gli Yuan, secondo i seguenti criteri:

–          prevalenza di disturbi motori:  Vescica (64BL);

–          prevalenza di inibizione psichica e di disturbi neurologici complessi, deficit di memoria: Rene (3KI);

–          prevalenza di disturbi affettivi e della parola: Cuore (7HT o 6PC)

–          prevalenza di rigidità psichica e neuromuscolare: piccolo intestino (4SI).

Secondo il Sowen cap. XI [xlviii] e gli studi di AA recenti[xlix] [l] sono molto importanti anche, in stimolazione forte, alcuni punti locali di Du Mai,  Zu Tai Yang e Zu Shao Yang.  Per le funzioni cognitive superiori trattare i punti posti fra GV20 e 24, con particolare riferimento a GB8-13 e BL3 e 4[li]. Come già detto lo stato di paura ed insicurezza, frequenti negli anziani, fragili e poco garantiti, causano un aggravamento del Vuoto di Yin e Jing. Molto utile, in questi casi, la terapia, a mesi alterni, con Fiori di Bach, 4 gtt 4 volte al dì lontano dai pasti. I rimedi da usare saranno[lii]: Aspen, Mimulus, Red Chestnut, Cherry Plum e Rock Rose. Ognuno di essi ha una sua caratteristica particolare, ad esempio Mimulus si distingue da Aspen, perché il primo riguarda le paure specifiche e precise (per esempio: gli animali, parlare in pubblico, il secondo quelle indefinite (per esempio, il buio). Red Chestnut è il fiore per coloro che hanno paura che succeda qualcosa alle persone care. Cherry Plum è il fiore per coloro che nei momenti di crisi hanno paura di perdere il controllo, mentre Rock Rose è il fiore per il panico, per quando ci si sente come bloccati e non si riesce ad essere pronti e lucidi. Naturalmente si possono associare (con dosaggio di 4 gtt ciascuno) sino a 4 rimedi fra loro[liii]. A volte l’invecchiamento è contrasegnato da distubi sia cognitivi che motori, questio ultimi legati al progressivo deterioramento dei neuroni del globo pallido[17] , che causa disturbi piramidali, mentre le anomalie dei gangli della base (nucleo nero di Sommering[18]), disturbi extrapiramidali noti come paralisi agitante o morbo di Parkinson. In Medicina Cinese le condizioni sui debbono a Vuoto di Jing di Rene e di Yin e Sangue di Fegato, con sviluppo di Vento Interno. Si utilizzano Liu Wei Di Huang Wan (vedi dopo) e Tian Ma Gou Teng Yin. Quest’ultima formula, da usare nlle forme con tremori a riposo molto evidenti, combatte il Vento Interno, è tratta dal testo Za Bing Zheng Zhi Xin Yi ed è così composta:

–       Tian Ma (rhizoma Gastrodiae elatae)…9g

–       Gou Teng (ramulus cum uncis uUcariae)…12-15g

–       Shi Jue Ming (concha Haliotidis)…18-24g

–       Zhi Zi (fructus Gardeniae jasminoidis)…9g

–       Huang Qin (radix Scutellariae baicalensis)…9g

–       Yi Mu Cao (herba Leonuri heterophylli)…9-12g

–       Chuan Niu Xi (radix Cyathulae officinalis)…12g

–       Du Zhong (cortex Eucommiae ulmoidis)…9-12g

–       Sang Ji Sheng (ramulus Sangjusheng)…9-24g

–       Ye Jiao Teng (caulis Polygoni multiflori)…9-30g

–       Fu Shen (sclerotium poriae cocos pararadicis)…9-15g

Per il trattamentio in agopuntura, come gà visto sopra nei disturbi cognitivi, prevede, come punti locali, quelli fra 16 e 20GV (Meridiani di Vescica e Vescica Biliare) e, punti a destra, i punti Yuan dei Meridiani Cuore, Piccolo Intestino, Rene e Vescica.

 

Note

[1] Secondo Li Shi Zhen e gli AA giapponesi attuali (Matsumoto, Birsch, ecc.), poiché i problemi senili sono legati a carenze di Yuanqi e Jing, occorre trattare i Merdiani Curiosi e, fra i Principali, il Mediano del TR (ricco di Yuanqi), oltre al Merdiano della Vescica Biliare che agisce sui Visceri Curiosi e quindi sul Jing. Così avremo:

–        Coppia Ren Mai- Yin Qiao→problemi respiratori e cardiaci

–        Coppia Du Mai-Yang Qiao→turbe reumatiche degenerativi.

–        Coppia Chong Mai-Yin Wei Mai→turbe endocrino-metaboliche

–        Coppia Dai Mai-Yang Wei Mai- reumatismi con metereopatie e turbe psichiche ciclotimiche.

Circa gli altri punti trattare (in moxa) 4TB (Yangchi), punto Yuan del Triplice Riscaldatore. Per il Jing i punti di Zu Shao Yang (Vescica Biliare) fra il 34 ed il 39.

Per quanto attiene alla farmacologia piante particolarmente attive su Yuanqi e Jing sono Eucommia cortex (Du Zhong) e Rehmannia glutinosa radix preaeparata (Shu Di Huang). Circa la sessualità, accendere il desiderio attraverso l’innamoramento attiva la Yuanqi, mentre l’atto sessuale ben condotto giova al Jing.

[2] Statua raffigurante Yang Chu (ovvero Meng Sun Yang). Da: http://www.oldandsold.com/a1photos/confucius_rs.jpg.

[3] Queste tecniche vanno sotto il nome generale di Yang Shen (Nutrire la Vita). E’ storicamente documentato che già in epoca feudale (770-221 a.C.) grande importanza veniva attribuita ai cosiddetti “metodi per nutrire la vita” (yangsheng zhi dao), metodi che avevano lo scopo di promuovere un’esistenza longeva, salutare e completa dell’essere umano

grazie a ricette dietetiche, farmaceutiche, a esercizi ginnici e di coltivazione spirituale (come lo

studio, la poesia, la meditazione, ecc.).

[4] Da: http://www.chinesemedicine123.com/files/24_1.jpg. Autore di vari importanti testi e diverse monografie: Qianjin Yaofang, Beiji Qianjin Yaofang, Qianjin Yifang, Zhenzhong Sushu, Shesheng Zhenlu, Fulu Lun, Hui San Jiao Lun (Trattato sulle Tre Scuole Religiose), Jin Jing, Xuannu Fangzhong Jing (Trattato sulla Sessualità), Libro sulla Dietetica, Note su Lao Tzu, sullo Zhuangzi, sul Canone Taoista, sulle mappe del Mingtang, sul Canone del Maestro Sun, ecc.

[5] Da: http://images.google.it/imgres?imgurl=http://library.thinkquest.org/03oct/02088/images/lishi.jpg&imgrefurl=http://library.thinkquest.org/03oct/02088/history.html&usg=__xTl0rOrn-ltPj5-d3lGbAxCYpGI=&h=444&w=373&sz=51&hl=it&start=1&um=1&tbnid=aGARiOjFeeXpyM:&tbnh=127&tbnw=107&prev=/images%3Fq%3DLi%2BShi%2BZhen%26um%3D1%26hl%3Dit. Visse dal 456 al 536 d.C. e la sua iopera influenzò molto anche Li Shi Zhen.

[6] Da: http://www.taijichinesemedicine.com/images/doc14.jpg. Vissuto dal 284 al 354 d.C., nella contea di Danyang, pronicia dello Jiangsu, probabilmente il maggio studioso del periodo Jin. Vedi: http://www.chinaculture.org/gb/en_aboutchina/2003-09/24/content_26654.htm.

[7] Xianren o il più moderno shenxian indica il “saggio immortale della montagna”, prototipo ideale di ogni taoista. Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Xian

[8] La versione attuale del Daozangjiyao, è stata recuperata da studiosi cinesi fra il 1986 al 1993, esplorando oltre tremila testi che risalgono al periodo Qing.

[9] Da: http://www.taijichinesemedicine.com/images/doc21.jpg. Il cui vero nome fu Chai Zhou  , originario dell’Hubei, vissuto nel XVI secolo, autore dei Qi Qing Ba Mai Kao, del Binhu Maixue e del celebre Ben Cao Gan Mu, già noto in Europa alla finec del XVII secolo e con la descrizione di 1896 rimedi.

[10] Secondo gli AA cinesi attuali i punti che sostengono tale energia e da moxare spesso negli anziani, sono BL18/Ganshu, BL23/Shenshu, CV4/Guanyuan, CV3/Zhongji, e SP6/Sanyinjiao.

[11] Uno dei Sei Visceri Curiosi (), ricettali del Jing.

[12] Vedi nota 5.

[13]  Da: http://www.cultural-china.com/chinaWH/images/exbig_images/3c2d1227fc5809d51194187e9848edbc.jpg. Grande Medico della dinastia Jin-Yuan, fondatore della “Scuola della Terra”, autore del Pi Wei Lun

[14] Detta anche Actea racemosa. Da: http://www.homeophyto.com/images/MF2.jpg. Il genere Cimicifuga appartiene alla famiglia delle ranuncolacee. La Cimicifuga foetida è specie anche europea che produce le resine insettifughi. Shang Ma è piccante e caldo, agisce su Milza  e Stomaco ma, a lungo andare, può produrre Secchezza. Da: http://tcm.health-info.org/Herb%20Pictures/Sheng%20Ma.jpg.

La droga contiene:

–  glicosidi triterpenici, come acteina, 27-deossiacteina, 12-acetilacteina, cimigoside, racemoside;

–  alcaloidi chinolizidinici (n-metilcitisina);

–  tannini;

–  acido salicilico,

–  fitosteroli;

–  olio essenziale;

–  isoflavone, detto formononetina.

L’azione   principale   è   quella   estrogenosimile,   inibente   1′   LH   (ormone   luteinizzante);   la formononetina attiva i recettori estrogenici in modo diretto, mentre il cimicifugoside agisce sull’asseipotalamo-ipofisario.La sua azione può essere molto potente e selettiva su tutta una serie di disturbi correlati con le sindromi menopausali e nelle dismenorree. E’ utilizzabile anche nei preparati ove la sua azione ormonale ha una funzione “indiretta”, come negli stati colitici mediati da squilibri ormonali (che sono tuttavia spesso presenti). Non è da sminuire tuttavia l’intensa azione vasoprotettiva e flebotonica, che concorre alla situazionedi benessere nelle sindromi descritte e che può in ogni caso essere applicata anche solo in modo specifico (cioè anche solo su chi ha problemi circolatori).

 

[15] Dopo l’Alzheimer le forme vascolari sono la seconda causa di demenza senile o presenile. Attualmente si parla di demenza polinfartuale che ha sostituito il termine passato di demenza arteriosclerotica, che esprimeva l’idea corrente di una lenta e progressiva sofferenza dei neuroni corticali dovuta al diminuito apporto ematico da un sistema arteriolare in larga parte arteriosclerotico. Ma il termine “ multinfartuale” è fuorviante dato che gli infarti cerebrali non rappresentano l’unico fattore eziologico per lo sviluppo del quadro clinico. Quasi sempre, infatti, agli infarti lacunari sottocorticali si associa una diffusa distrofia della sostanza bianca che conduce alla sindrome demenziale con una progressione graduale nel corso degli anni. Infatti il susseguirsi di episodi infartuati specie lacunari causa deficit cognitivi e fisici con tendenza a sommarsi, peggiorando progressivamente il quadro clinico.

 

[16] Farmaco calcioantagonista appartenente al gruppo delle diidropiridine, al quale viene attribuita la capacità di determinare un aumento selettivo del flusso sanguigno cerebrale (per azione sulle arterie cerebrali), senza influenzare significativamente i parametri cardiocircolatori sistemici; è impiegato nella prevenzione e nella terapia dei disturbi neurologici dovuti a un insufficiente afflusso di sangue arterioso a livello cerebrale. Può determinare cefalea, disturbi gastrointestinali, vertigini, astenia. Può anche aumentare l’azione di altri calcioantagonisti o antipertensivi.

[17] Da: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/8/84/Gray718.png/180px-Gray718.png. La sostanza grigia del telencefalo è rappresentata dalla corteccia cerebrale, ma anche da un gruppo di nuclei immersi nella sostanza bianca centrale di ciascun emisfero, chiamati nuclei della base. Essi sono rappresentati soprattutto dai nuclei del corpo striato e da altri meno significativi. I nuclei del corpo striato sono il nucleo caudato e il nucleo lenticolare, a sua volta suddiviso in putàmen e nucleo pallido. Poichè funzionalmente i nuclei del corpo striato sono strettamente collegati al nucleo della sostanza nera (nucleo proprio del mesencefalo) e al nucleo subtalamico di Luys, queste tre formazioni vengono indicate (si ripete, dal punto di vista funzionale) come nuclei della base. Essi costituiscono un circuito complesso che collega a doppia via corteccia cerebrale e talamo e che utilizza il nucleo pallido come via finale di scarico dei messaggi per il controllo della motilità.

[18] O substanzia nigra o sostanza nera di Sömmering, è una formazione nervosa grigia laminare con significato di nucleo, che stabilisce il confine tra piede e callotta del mesencefalo. La degenerazione dei neuroni dopaminergici della sostanza nera compatta porta al morbo di Parkinson, in quanto viene a mancare il rigido controllo della via nigro-striatale sulla facilitazione del movimento. Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Substantia_nigra.

 

 

Bibliografia

[i] Tagliaferri A.: Taoismo, Ed. Newton & Compton, Roma, 1997.

[ii] Di Stanislao C.: Argomenti di Medicina. Il dialogo e l’integrazione fra culture e modelli, Ed. Fondazione Silone, Roma-L’Aquila, 2005.

[iii] Franceschini G.: L’invecchiamento e la sua patologia in Medicina Cinese, CD-ROM, Ed. AMSA-Xinshu, Roma, 2009.

[iv] Watts A.: Il Taoismo, Ed. Red, Como, 2008.

[v] Di Stanislao C., Bernardini D.: Lo Zhuangzi e l’arte di conservazione della vita, http://www.agopuntura.org/html/tesoro/cineserie/Lo_Zuangzi_e_arte_di_conservazione_della_vita.pdf, 2000.

[vi] Schweppe R., Schwatz A.: Immortale con gli esercizi taoisti, Ed. Macro Edizioni, Milano, 2000.

[vii] Tucci G.: Saggezza cinese. Confucio, Mencio, Mo-ti, Lao-tze, Yang-chu, Lieh-tze, Chuang-tze, Wang ch’ung, Ed. Astrolabio Ubaldini, Roma, 1999.

[viii] Di Stanislao C.: Cineserie. Nolte e appunti sulla Cina di ieri e più recente, Ed. CISU, Roma, 2007.

[ix] Andreini A., Scarpati M.: Il daoismo, Ed. Il Mulino, Bologna, 2004.

[x] Tucci G.: Apologia del taoismo, Ed. Luni, Milano, 2006.

[xi] Esposito M.: L’ alchimia del soffio. La pratica della visione interiore nell’alchimia taoista, Ed. Astrolabio Ubaldini, Roma, 1997.

[xii] Despeux C.: Taoismo e corpo umano, Ed. Riza, Milano, 2001.

[xiii] Palmer M.: Il taoismo. Conoscenza e immortalità, ed. Xenia, Milano, 1993.

[xiv] Tucci G.: Dei, demoni e oracoli. La leggendaria spedizione in Tibet del 1933, Ed. Neri Pozza, Milano, 2006.

[xv] Bromuro L.: Li Po e il Taoismo, http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/tao/bromuro.htm, 2000.

[xvi] Zhou L.: The Taoist canon : a historical companion to the Daozang, Ed. Duke Library, Bostock, 2008.

[xvii] Zanello F.: Taoismo segreto: scritti sapienziali di antichi maestri, ed.  Castelvecchi, Bologna, 2005.

[xviii]  Tawn K.: Gli esercizi superiori dei monaci taoisti, Ed. Luni, Milano, 2004.

[xix] Deng Ming D.: La via del saggio: lo spirito del Tao nella vita di ogni giorno, Ed.  Guanda, Milano, 1999.

[xx] Zhou L.: Daoist Iconography Project, Ed. University of Hawai, Manoa, 2008.

[xxi] Caspani F.: Cronologia del Pensiero Medico Cinese, http://www.agopuntura.org/html/mandorla/rivista/numeri/Marzo_2002/Cronologia_pensiero_medico_sinense.htm, 2002.

[xxii] Santangelo P.: Taoismo, http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/t/t010.htm, 2000.

[xxiii] Robinet G. : Meditazione taoista, Ed. Ubaldini, Roma 1984.

[xxiv] Maspero H.: Le taoïsme et les religions chinoises, Ed. Gallimard, Paris,  1971.

[xxv] Corradin M. et al. : Meridiani e Visceri Curiosi, Ed. AMSA, Roma, 2001.

[xxvi] Andrès G. Et al.: Meridiens Extraordinaires, Ed. Guy Tredaniel, Paris, 1997.

[xxvii] Matsumoto K., Birsch S.: Extraorduinary Vessels, Ed. Paradigm Publication, Seattle, 1987.

[xxviii] Marino V.,  Leung K.P.: Tian Gui. Fonti classiche e applicazioni cliniche in ginecologia, http://www.studioadelasia.it/documenti/ginecologia_tor_vergata_2_sito.pdf, 1997.

[xxix] Kikuka T.: Geriatric diseases and chinese medicine, Gerontology, 1999, 11:171-172.

[xxx] Bottalo F., Brotzu R.: I Fondamenti della MTC, Ed. Xenia, Milano, 1999.

[xxxi] Zhou D.H.: Preventive geriatrics: an overview from traditional Chinese medicine, Am. J Chin. Med., 1982,  10(1-4): 32-39.

[xxxii] Tak-Kwan K.: Geriatric Medicine in Hong Kong, Ger. J Hong Kong, 2000, 10:54-56.

[xxxiii] Singh S., Ernst E.: Aghi, pozioni e massaggi. La verità sulla medicina alternativa, Ed. Rizzoli, Milano, 2008

[xxxiv] D’Annibale P., Greco P., Wong M.: Antichi segreti di guarigione taoista, Ed. Nuova Ipsa, Palermo, 1995.

[xxxv] Eyssalet J.M., Giullaume G., Chieu M.: Dietetique et Medicine Trasdittionnelle Chinoise, Voll I-II, Guy Tredaniel, Paris, 1984.

[xxxvi] Wong M.: Ling Shu. Pivot d’Esprit, Ed. Masson, Paris, 1987.

[xxxvii] Bologna M., Di Stanislao C., Corradin M. et al.: Dietetica Medica Scientifica e Tradizionale. Curarsi e prevenire con il cibo, Ed. CEA, Milano, 1999.

[xxxviii] Flaws B.: The Tao of Healthy Eating, Ed. Blue Poppy Press. Boulter, 2008.

[xxxix] Zhufan X., Jiazhen L.: Chinese Internal Medicine, Ed. Foreign Languages Press, Beijing, 2002.

[xl] Ody P.: I segreti della medicina tradizionale cinese, Ed. Logos, Roma, 2008.

[xli] Zhufan X.: Practical Traditional Chinese Medicine, Ed. Foreign Languages Press, Beijing, 2000.

[xlii] Di Stanislao C., De Berardinis D., Corradin M.: Visceri e Meridiani Curiosi, Ed. CEA, Milano, 2012.

[xliii] Di Stanislao C.: Le metafore del corpo: dal simbolo alla terapia, Percorsi integrati di medicina naturale, Wed. CEA, Milano, 2004.

[xliv] Auteroche B., Navailh P. et al.: Matiere Medicale Chinoise, Ed. Masson, Paris, 1994.

[xlv] Simongini E., Bultrini L.: Le Lezioni di Jeffrey Yuen – Volume III I visceri curiosi. L’invecchiamento, Ed. AMSA, Roma, 2002.

[xlvi] Zhang H., Zhao L., He C.Q., Hu K.M., Liu J.: Clinically multi-central randomized controlled study on scalp electroacupuncture for treatment of vascular dementia, Zhongguo Zhen Jiu, 2008, 28(11):783-787.

[xlvii] Di Stanislao C., Brotzu R.. Manuale didattico di agopuntura, Ed. CEA, Milano, 2008.

[xlviii] Husson A.: Nei Jing Sowen, Ed. ASMAF, Paris, 1973.

[xlix] Shudo D.: Finding Effective Acupuncture Points, Ed Eastland Press, Seattle, 2003.

[l] Yitian N.: Navigating the Channels of Traditional Chinese Medicine, Ed Oriental Medicine Center, San Diego, 1996.

[li] Simongini E., Brotzu R., Di Stanislao C., D’Ammassa C., Navarra M., D’Onofrio T.: La demenza  polinfartuale dell’anziano: trattamento con i visceri curiosi, http://www.agopuntura.org/html/mandorla/rivista/numeri/Settembre_2003/demenza_multinfartuale.htm, 2003.

[lii] Ernst E: Flower remedies: a systematic review of the clinical evidence, Wien. Klin. Wochenschr.,  2002, 30, 114(23-24):963-966.

[liii] Liebl H.: Fiori di Bach, ed. Tecniche Nuove, Milano, 2000.

 

 




I Commentari di Padre Matteo Ricci: un resoconto della Cina del 1600 attualissimo per gli europei del III millennio – capitolo VI

1. Scehoamti degli Zzin, Tamerlano (?) e Homu dei Mim; governo sempre monarchico. 2. Successione dei Re e fedeltà dei sudditi nelle rivoluzioni. 3. Codice di leggi dell’Imperatore Homu e titoli assunti dagli Imperatori. 4 Statuto legale e privilegi dei Principi di sangue e degli altri nobili nel codice Homu. 5. Il potere esecutivo tutto in mano dei mandarini. 6. Favori imperiali da concedersi pel tramite dei mandarini. 7. Rendite dell’Imperatore e dell’impero; stipendi e spese pubbliche. 8. Liste quindicinali dei magistrati. 9. Descrizione           particolareggiata dei sei ministeri o lieu pu e dei loro alti funzionari. 10. Numero, attribuzioni e occupazioni dei Cancellieri imperiali o Colao. 11. I due Censori imperiali Ccoli e Taoli; loro attribuzioni e coraggio. Due esempi di ciò. 12. L’Accademia Imperiale; sua composizione, dignità e attribuzioni. 13. La capitale trasportata da Nanchino a Pechino; privilegi di Nanchino. 14. Amministrazione civile e penale delle province e delle città di diversa grandezza e importanza. 15. Due alti magistrati provinciali nominati dalla Corte; il Tuttam o Vicerè che ha sede fissa nel capoluogo, e il Ciaiuen o Commissario che è mandato ogni anno. 16. Diversi mandarini minori e mandarini militari. 17. I nove ordini e il magro stipendio dei funzionari. 18. Copricapo, vestito, cintura, insegne, ombrelli e mezzi di locomozione dei mandarini secondo i loro gradi. 19. Principali differenze tra i Cinesi e gli Europei. 20. I cinesi non sono                conquistatori ed essi non hanno mai conquistato l’India. 21. I letterati sono arbitri di tutto, anche della guerra. Poca stima delle armi. 22. Grande senso, subordinazione e rispetto della gerarchia su tutta la scala sociale. 23. Cambiamento di uffici ogni tre anni e sua ragione politica. 24. Rigoroso esame triennale o quinquennale di tutti i funzionari dell’Impero; severe punizioni dei colpevoli. 25. I mandarini civili non restano nella loro provincia, mentre vi restano i mandarini militari; ragione di questa differenza. 26. Freddissime relazioni con tutti i paesi stranieri, anche se tributari, come la Corea. 27. I Cinesi non portano mai armi, se non in tempo di guerra. 28. I Principi di sangue sono confinati in una città che non sia Pechino. Loro cause penali.

 

Non toccarò di questa materia se non quanto viene al proposto di questo sommario; percioché proseguirla come essa richiederebbe esattamente sarebbe cosa da farsi in molti capitoli.

In questo regno non si usò mai altro che di governo monarchico di un suolo signore, senza aver notizia di altro. E nel principio, ancorché fusse un solo Re e Signore, con tutto vi erano anco molti signori soggetti al Signore universale, sotto varij titoli, come tra noi, di duchi, marchesi e conti. Ma, da 1800 anni in qua, fu sempre senza questi stati particolari; sebene, e prima di questo tempo e di poi, vi furono tra loro molte guerre e si divise anco in molti regni; ma mai fu signoreggiato da forastieri tutto intiero.

Solo nell’anno del Signore 1206 venne dalla Tartaria un grande capitano che, per congetture assai chiare, ci pare fosse il Tamorlano, o qualche suo successore, scrivendosi di lui che si chiamava Tiemor, e che conquistò anco la Tartaria e la Persia. Questo in brieve tempo si fece Signore di tutta la Cina, e così la governò ne’ suoi successori sino all’anno 1368, nel qual tempo, infiacchite le forze del Tartaro, e non potendo sopportare i Cinesi essere governati da forastieri barbari, si ribellarono in diverse parti sotto la direzione di diversi capi.

Il più valente e astuto fu uno della famiglia Ciu, che chiamano Humvu, che vuol dire grande capitano, il quale, attraendo al suo agiuto altri huomini valenti, di un povero soldato venne ad avere tanto potere che, non solo scacciò fuora di questo stato il Re tartaro e suoi capitani, ma anco con grande felicità vinse tutti gli altri ribelli, e si fece absoluto Signore di questa monarchia, e la tiene sino al giorno di hoggi ne’ suoi successori e posteri, chiamandogli Tamin.

 

Il modo di farsi Re in questo stato, lasciando doi o tre Re fra gli antichi che lasciorno il regno non a’ suoi figliuoli ma ad altri che parevano più atti per il governo, sebene non avessero seco altro parentesco, tutti gli altri erano figliuoli o parenti dello Re passato a chi per heredità apparteneva. Ma accadde anco che molte volte governavano i Re sì male che il popolo non lo poteva soffrire; e così si ribellavano, e si alzava quello che havesse più forza e valore, e si faceva Re dello Stato; et dipoi era tenuto anco questo per Re legittimo. Ma è cosa da lodare molto tra loro che inanzi al Re passato perdere lo Stato, sono i Cinesi tanto fedeli al Re antico, che molti più tosto si lasciano amazzare che volere obedire al novo. Et  è detto de’ letterati che dice: «La buona donna non è moglie di doi mariti, et il buon vassallo non serve a doi Signori».

 

figura 1 trascrizione cinese di Matteo Ricci dei primi cinque comandamenti

 

Per quanto nella Cina non vi sono leggi antiche, come le nostre imperiali, o le antiche delle dodici Tavole, per le quali si governino, il primo Re di quella famiglia sempre fa nove leggi, le quali sono obbligati i Re suoi successori a guardare, e non possono facilmente mutare le prime leggi stabilite e riceute.

Per questa causa le leggi et ordini che adesso si osservano nella Cina non sono antiche, ma tutte fatte da Humvu novamente, pigliando pure e lasciando quanto gli pare degli altri antichi legislatori: nelle quali la principal mira che hebbe fu la pace e quiete del regno, et il perpetuare lo Stato ne’ suoi successori.

E, conciosia cosa che per la grandezza di questo regno e per il puoco che questi letterati sanno delle altre nationi, sempre pensorno che il Re della Cina era Signore legittimo de tutto il mondo, chiamorno e chiamano sempre il re Thienzu, che vuol dire Figliuolo del Cielo. E per essere il Cielo il loro supremo nume, puoco manco è tra loro dire Thienzu, come fra noi sarebbe Figliuolo di Iddio. Ma il nome commune di che si chiama è Hoanti, che tanto monta come Imperatore o Supremo Monarca. Agli altri Re del mondo chiamano Guan.

Oltre il valore, questo Humvu hebbe anche grande ingegno e giudicio; e così fece molti belli ordini del governo de’ quali porrò qui alcuni de’ più principali.

 

Perché si vede chiaro nelle historie antiche che tutte le famiglie reali si persero o per ribellioni di parenti del Re o di altri stati particolari, per stare grande parte del governo nelle loro mani, ordinò che nessuno parente del Re avesse mai nessun governo nel regno, né di città né di soldati.

E a quei che lo agiutorno a conquistare il regno, diede solo governo de’ soldati per sé e per i suoi successori. Et, accioché per altra parte restassero contenti, fece che a tutti figliuoli del Re si desse titolo di Guan, che è come regolo, con rendite grandissime, non di terre ma di danari che se gli dessero dell’erario publico ogn’anno; e che tutti i magistrati gli riverissero come Re, senza essere nessuno soggetto a loro. E i figliuoli e nepoti di questi, sino a tutte le generationi, che si gli desse un altro titolo un grado manco, et anco con rendita competente e honore che se gli facesse, sino in certo termine più lontano di nipoti, ai quali se gli dà tanto che gli basta per vivere molto honestamente, senza far nessun arte o mercantia. Provide anco che a tutti questi parenti gli fussero meritate le loro figliuole con buona rendita per sé e per i suoi mariti, con varie differentie di più o manco, conforme alla vicinità di parentesco che avessero al tronco reale.

Agli compagni del Re Humvu nella conquista del regno, non solo diede grandissime rendite, ma anco grandi titoli, come di duchi, marchesi e conti, che loro chiamano cum, heu, pa, per sé e per i suoi successori, et varij privilegij e capitanie de’ soldati, ma in tutto soggetti ai pubblici magistrati.

Un privilegio, inusitato tra di noi, per i primogeniti di questi stati è una piastra di ferro, come un coppo, nella quale stan sculpiti i fatti heroici che fece il primo avo in quella casa in servitio del Re per ordine de Humvu, per i quali comanda che in qualsivoglia delitto, etiandio degno di morte, per tre volte gli sia perdonato mostrando questa piastra al Re, il quale per ogni volta che perdona fa sculpire in esso un segno per memoria. Questo se intende se non fosse caso di ribellione, percioché allora perde lo Stato per sé e per tutti i suoi posteri. Questi simili Stati e rendite, e con l’istessa conditione, si dà ai generi e soceri del Re et anco ad alcuno che di poi facesse qualche cosa memorabile et insigne alla corona reale e Stato della Cina.

 

Quei dunque che hanno nella mano tutto il governo del regno sono assunti puoco a puoco dai dottori e licentiati fatti per lettera et essame, come dicessimo nel Capitolo precedente. E per conseguire questi magistrati non hanno necessità di nessuna gratia o favore, non dico de’ magistrati, ma né anco dello stesso Re; percioché tutto si dà per essami di lettere, prudentia, virtù et habilità che mostrano avere negli offitij passati. Sebene fare, con tutto il Re non fa altra cosa che approvare e riprovare quello che gli propongono, e quasi mai fa niente sopra qualche negocio senza l’essergli proposto prima da’ magistrati che hanno cura di quello. E così mai fa nessun favore o gratia a nessuno, se non gli fusse proposto da’ magistrati esser degno o meritevole di tal gratia o favore. E nei memoriali che gli dànno i particolari, che sono molto puochi, percioché tutti hanno da passare et esser revisti per i magistrati che sono Presidenti di tali memoriali, il Re quando vuol far qualche cosa di quello che gli chiedono o propongono, non fa altro che scrivere in esso: «Tal magistrato essamini questo negocio e mi dia aviso di esso». Et è cosa certa, nella quale ho fatto diligentia per saperla bene, che non potrebbe il Re dare ad uno a chi egli volesse bene, un presente di danari o altra cosa, né fargli un favore di qualche offitio, o aumentargli il grado, se qualche magistrato non glielo propone; il quale non si metterà di nessun modo a far questo, senza qualche custume che vi fosse o lege per farlo. Questo non si intende che il Re non dia presente quando vuole agli eunuchi del suo palazzo e parenti che stanno dentro, et ad alcuni magistrati grandi che entrano là dentro nel suo palazzo, come fa molte volte, per esser questo custume e come lege antiqua; et è come ciascheduno dare quello di sua propria casa e non beneficio publico.

 

Le rendite, tributi e gabelle del regno, che montano senza dubio (a) più di cento e cinquanta milioni l’anno, non entrano nell’erario del suo palazzo, che possa egli spenderli a sua voglia; ma tutto, o sia in argento, che è la sua moneta, o in gran riso, che è il vitto ordinario di questa natione, si raccoglie negli erarij e granari dello Stato.

E di essi si pagano il vitto ordinario per l’istesso Re, Regine, figliuoli e parenti, eunuchi et altri officiali con splendidezza et abundantia regia, ma né più né meno di quello che le leggi gli assegnarono.

Del resto pagano tutti i magistrati, i soldati e gli publici officiali del regno, che è una cosa molto magiore di quello che i nostri Europei possono pensare.

Di questo anco fanno le fabriche dei palazzi del Re e de’ suoi parenti et altri publici edificij, e si spende nelle guerre et apparecchi di armi, fortezze e muri, che in un regno sì grande mai mancano; tanto che con essere il danaro e vettovaglia in tanta copia, alcuni anni non basta e si impongono novi tributi.

 

Ma venendo più al particolare, sono i magistrati tutti di doi generi, sì quei de’ soldati come quei che governano le terre: l’uno è curiale che sta nella corte e prisiede tutto il regno; l’altro è fuori della Corte, che solo governa qualche provincia o luogo particolare. D’ambedoi generi vanno per tutta la Cina cinque o sei libri mediocremente grandi che ogni mezzo mese si ristampano di novo in questa Corte, nei quali non vi è scritto altra cosa che gli officij de’ mandarini più gravi del regno, et il nome, patrie e grado di quei che al presente lo tengono. E per essere tanto numero, e necessariamente, o per morte alzarsi o abbassarsi ad altri officij, o morte de’ suoi progenitori, o altra causa, farsi continuamente molte mutanze, e stare nella Corte continuamente gente aspettando luoghi vachi per entrare negli offitij, non si può lasciare di ristamparsi tante volte.

Imperò qui non farò altro che toccare alcuni più communi, de’ quai nel discorso di questi libri si parla, lasciando però tutti i capitani de’ soldati per essere anco più breve.

 

figura 2 trascrizione cinese di Matteo Ricci dei secondi cinque comandamenti

I principali tribunali della Corte; ne’ quali si sostenta tutto il governo, sono sei che loro chiamano Pu.

Il primo è Lipu, che vuol dire de’ magistrati, che (è) il maggiore e più eminente di tutti gli altri, per distribuire tutti gli magistrati et offitij che si danno per lettere, che sono i magiori sì dentro come fuori della Corte; tutto per essame di compositioni che in questo tribunale si fa. E tutto per suo ordine, cominciando tutti da’ più piccoli offitij et andando ascendendo ad altro magiore, conforme alle legi e statuti, e conforme alle informationi che hanno del modo che lo fece negli officij precedenti, et abbassando anco e privando degli offitij quei che lo fecero male. Et è certo che quando un letterato entra in offitij, sempre va montando d’uno ad altro sino alla vecchiezza, e mai senza causa perde totalmente l’offitio; ma, perdendolo una volta per colpa, già mai può entrare in quello, né in nessuno altro offitio, tutta sua vita.

Il 2° è Hupu, che vuol dire degli  erarij, che tien conto degli erarij e granari publici, cioè di ricevere i tributi e le gabelle che si pagano al Re, e di essi pagare agli offitiali e fare la spesa nelle cose publiche dello Stato, come sono soldati, fabriche et istrumenti bellici.

Il 3° è Lijpu, che vuol dire delle cortesie e riti. Questo ten conto de’ sacrifici publici, de’ templi e de’ loro sacerdoti; degli maritaggi dei Re e sua famiglia reale; degli essami che si faccino a suo tempo e secondo il rito, e delle schuole e suoi Presidenti; delle congratulationi che tutto il regno fa in certi tempi e casi al Re; de’ titoli che si hanno da dare a’ benemeriti; de’ medici e matematici e suoi essami, e degli eunuchi che servono al Re; degli ambasciatori che vengono a dare obedientia e presenti al Re, e di ricevergli e rimandargli con le sue solite cortesie e ritorno di presenti, e lettere che si hanno da scrivere ai Re sotto la loro obedentia; perché il Re mai scrive nessuna lettera a nessuno né fuora né dentro del suo Stato.

Il 4° è il Pinpu, che vuol dire de’ soldati. Questo dà tutte le capitanerie de’ soldati, e le toglie a quelli Il 5° è di Compu, che vuol dire delle fabbriche che questo manda fare. Et ordina tutte le fabbriche publiche de’ palazzi del Re e de’ suoi parenti e de’ magistrati; fa i navilij che servono al publico uso o alle guerre; rifà i ponti, le mura della città, le armi et instrumenti di guerra.

Il 6° è Hinpu, che vuol dire de’ castighi, che risponde ai nostri giudici criminali, che dà il castigo a tutti (i) delinquenti del regno, et è superintendente di tutte le carceri.

Tutte le cose di tutto il regno dipendono da questi sei tribunali. E così in tutte le provincie e città tengono mandarini e notarij publici loro respondenti con grandissima communicatione e subordinatione; e così sono assai occupati.

Ma in ognuno di essi stanno molti mandarini gravi, e per ciascheduno di questi sei tribunali tiene uno principale e come presidente di consiglio, che si chiama Sciansciu, e doi altri collaterali, uno a man destra e l’altro alla sinistra, che si chiama Scilan.

E questi sono i principali offitij e magiori mandarini che habbino tribunale della Corte.

Dopo questi, ogni tribunale sta diviso in varij offitij di quel tribunale o in varie stanze, secondo il numero delle provincie della Cina; et in ogni offitio e stanza hanno molti compagni per fare bene il loro offitio, oltre gli notarij et altri officiali, ministri e servitori per il ministerio della loro Corte.

 

figura 3 un’antica riproduzione del volto di Padre Matteo Ricci

Sopre questi sei tribunali vi è un altro, che è il più alto di tutta la Corte e di tutto il regno, che è di Colao, che sono tre o quattro e possono essere sino a sei. Questi non tengono offitio particulare, ma sono come conseglieri del Re, e sono soprintendenti di tutto, i quali ogni giorno entrano nel palazzo del Re. E anticamente parlavano spesse volte con l’istesso, stavano con lui sedendo e trattando i negocij anco a bocca. Adesso che il Re mai esce dall’audientia, solo stanno là dentro tutto il giorno, et a tutti i memoriali che si dànno al Re pongono la speditione che se gli deve dare, e dipoi li tornano a mandare al Re, il quale o approva, o riprova, o muta quello che sta scritto, e di sua mano la pone nel proprio memoriale per esseguirsi.

 

Oltre questi officij, ve ne sono doi altri assai diversi da’ nostri, per lasciar altri molti che sono in qualche modo simili a’ nostri. L’uno se chiama Choli, l’altro Tauli, e d’ambedoi offitio sono più di sessanta dottori e gente scelta in sapere, prudentia e fidelitate. Questi doi offitij sono per varij usi, dentro e fuora della Corte, conforme a quello che il Re gli comanda, con grande potere; e così sono assai rispettati e temuti. Ma, fra l’altre cose, hanno offitio di sindichi, di avvisare al Re di tutto quanto sanno di male, non solo de tutti (i) magistrati, gradi e piccoli, ma anco dell’istesso Re e sua casa reale per pubblico memoriale; offitio molto simile a quello degli ephori di Lacedemonia, se non fosse che questi non hanno altro potere che di parlare o piutosto di scrivere, non potendo far niente se non gli è concesso dal Re. Ma fanno sì bene il loro offitio che ci fa meravigliare, percioché mai cessano di parlare o latrare con i loro memoriali. Conciosiacosaché nel vero mai manca materia, e non perdonano né a Sciansciu, né a Colao, né all’istessa persona del Re, quanto manco ad altri mandarini dentro e fuora della Corte; e tutto con molta libertà, interezza e dimostratione di desiderio del bencommune. E, sebene il Re si adira molte volte con loro e, perché toccano molto al vivo in sua persona et i magistrati grandi, e gli priva di ogni offitio e rendita, o abassa, o castiga molto atrocemente; con tutto ciò loro non cessano di una e più volte tornare a riprendere la stessa cosa, mentre gli dura l’offitio, e mentre non si dà qualche rimedio al male che vedono farsi al buon governo. Questo possono anco fare tutti i magistrati et anco altri senza offitio, per legge del regno, come lo fanno. Ma questi lo fanno per offitio proprio, e così di essi si fa magior caso. E perché de tuti i memoriali che ogni giorno si danno al Re e sue risposte, si fanno molte migliaia di copie da grande numero di copiatori, che tutto il giorno non fanno altra cosa, e si danno per puoco prezzo a tutti i mandarini dentro e fuora della Corte a quei che gli vogliono, che sono tutti i più gravi, subito quanto si fa nella Corte si divulga per tutte le parti, e dipoi si stampano ne’ libri et, conforme ai negocij, nelle historie del regno, come si fanno tra noi di qualche bella oratione.

Puochi anni sono, volendo questo Re eleggere per principe herede del regno un suo figliuolo, di manco età del primogenito, per esser figliuolo di una regina che egli più amava, furno tanti i memoriali di questi mandarini et altri, e con tanta libertà et animo, che furno castigati più di cento mandarini, e privati o abassati ad altri offitij piccoli. Sino che un giorno tutti i magistrati se ne furno al palazzo del Re, e, deponendo tutte le loro insigne de magistrati, mandorno a avisare il Re, che, se quello faceva, non volevano fare più nessun offitio e si volevano ire alle loro case tutti; per la qual causa il Re lasciò di far quello che far voleva.

E puoco tempo è che, facendo il principal Colao pigliano il grado sotto di qualche essaminatore resta tutta la vita suo discepolo e sempre lo riverisce, presenta e serve come a maestro.

 

Questi et altri offitij di questa Corte di Pacchino, eccetto quei di Colao, sono nella corte di Nanchino, sebene con assai meno di autorità. La causa di questo fu che Humvu fece la sua corte in Nanchino. Ma doppo la sua morte un suo nipote, detto Iunlo, che stava nelle parti del settentrione con titolo di regulo, come habbiamo detto, e con un buono esercito per resistere ai Tartari, novamente cacciati fuora di questo Stato, vedendo il primogenito di Humvu herede del regno esser huomo di puoco sapere, determinò pigliare il regno per sé. E, facendosi con facilità dar obedientia delle provincie settentrionali, fu con grande esercito a Nanchino, e con forza di armi, di presenti e lusenghe, soggettò le altre provincie, e scacciò fuora di Nanchino il suo zio, facendosi Signore di tutta questa monarchia. E perché il suo potere principale era nelle parti settentrionali, e quivi vi era grande pericolo de’ Tartari ritornare a recuperare il regno, volse far la Corte in queste parti, nell’istesso luogo dove la tenne il Re tartaro, e la chiamò Pacchino, che vuol dire Corte del settentrione. E, per non far dispiacere alle parti australi, lasciò anco la Corte del mezzogiorno, che questo vuol dire Nanchino, con gli stessi magistrati, offitij e privilegij, come prima stava.

 

Vengo adesso al governo fuori delle Corti.

 

Le città delle due provincie curiali sono governate come le altre; ma le appellationi si fanno direttamente alla loro Corte. Il governo delle altre tredici provincie tutto dipende d’un magistrato che chiamano Pucinsu, che governa il civile, ed un altro che chiamano Nnganzasu, che governa il criminale; questi risiedono sempre nella città metropolitana della sua provincia con grande stato. Et in ambedue questi tribunali, vi sono molti collaterali, come colleghi e compagni, pur grandi mandarini, che chiamano Tauli, i quali alle volte stanno fuori della metropoli, per ciascheduno di essi esser soprintendente di molte città e voler stare più presso a esse.

Tutte le provincie sono partite in diverse regioni che loro chiamano fu, e così in ogni regione vi è un proprio Governatore, che loro chiamano Cifu. Le regioni sono partite in ceu et in hien, che sono come città magiori o communi; per questo in ciascheduna di esse vi è il suo Presidente che si chiama Ciceu o Cihien. Così questi Presidenti, come il Cifu, tiene quattro collaterali, che sono come auditori, che lo agiutano nelle cause della loro iurisditione.

Ma perché il Governatore di una fu o regione risiede in una delle città della sua iurisditione, la magiore o più commoda di tutte, et sì il palazzo dove sta e iudica le cause, come egli stesso, si chiama con l’istesso nome della fu che governa, verbi gratia il Governatore della fu, detta Nancian, e il palazzo in una città della regione di Nancian, sempre si chiama Nanciamfu, vennero molti a pensare che il luogo dove risiede il Governatore fusse la città propriamente, e le altre, che chiamiamo ceu o hien, fossero terre o ville. Il che è molto falso, percioché l’istesso luogo, dove il Governatore sta, tiene il proprio nome di hien e tiene il suo Presidente e collaterali proprij, come tutte le altre, et il Cifu non tiene in quel luogo più autorità di quello che tiene nelle altre; e non tiene altro governo che delle prime appellationi, che si fanno da Ciceu e Cihien al Cifu, che è il superiore di tutte. E l’ultima sententia nella 2a appellatione in casi gravi si dà dal Pucensu o Nnganzasu e da’ suoi collaterali con molto grande subordinatione.

 

E per quanto tutto il governo delle provincie fuora della Corte è subordinato alla Corte di Pacchino, per questa causa sopre tutti questi mandarini in ogni provincia, vi sono altri doi magistrati suppremi della Corte, uno che sempre risiede nella provincia, che si chiama Tutan, l’altro che ogni anno viene di Pacchino e si chiama Ciaiuen. Il Tutan, per avere grande potere sopre i magistrati e subditi, e intendere ne’ soldati e cose principali dello Stato risponde al nostro offitio di Vicereè. Il Ciaiuen, è come un Commissario; ma perché viene dalla Corte mandato dal Re a rivedere tutte le cause delle provincie, visitare tutte le città, far inquisitione di tutti i magistrati, e molti manco principali castiga per sè e priva dell’offitio, e degli altri dà subito aviso al Re de como la fanno, et anco per solo questo poter far iustizia di pena di morte nella provincia, è molto temuto e riverentiato da tutti.

 

Oltre questi ve ne sono altri con varij offitij, sì nel governo delle stesse città et altre terre e ville soggette a esse, come anco capitani di soldati, che in ogni parte, e massime ne’ luoghi marittimi e confini del regno, ve ne stanno sempre molti, e veggiano di giorno e di notte nelle mura, porte, porti e fortezze, come se stessero con guerra, facendo a’ suoi tempi le sue rassegne tutti insieme.

 

Tutti questi officij e magistrati della Cina, sì delle terre come de’ soldati, si dividono tutti in nove ordini di dignità di offitio. E conforme al ordine di che è tal offitio, quello che l’ottiene riceve il suo salario, ovunque si ritruova, dall’erario pubblico in danari et in gran riso di mese in mese. Questo nel vero è molto puoco, e nessuno, sia quanto grande si vuole e dell’ordine supremo, arriva a mille scuti l’anno. Et in questo i mandarini di soldati, eguali nell’ordine a quei di lettere, ricevono l’istessa paga quanto all’ordinario; percioché l’estrordinario, quello de’ letterati, è molto maggiore.

 

Tutti i mandarini, grandi e piccoli, di armi e di lettere, tengono l’istesso cappello di velo nero e con doi ale ornate d’una parte e l’altra del cappello, che facilmente si cadono; e questo per obbligarli ad andare sempre dritti e modesti con la gravità che a’ magistrati si conviene. Hanno anco tutti una forma di vestito, e stivali di foggia propria, di pelle scamosciato nero, con un cinto assai largo con varij quadratetti e rotondi, pur proprio di magistrati, e doi quadrati ricamati con varie figure, uno nel petto et altro nelle spalle. Nel cinto et in questi quadrati vi è grande differenza, e per essi si distinguono i loro ordini maggiori e menori, e se sono de arme o di lettere, per varij animali, quadrupedi e volatili, che in essi ricamano con varij fiori molto artificiosamente. I cinti anco sono diversi, conforme alla dignità, o di legno, o di corno di alicornio, o di calambà, o di argento, o di oro, o di iaspe, che è il più grave. Si distinguono anco con il colore de’ ombrelli che gli portano sopre, quando vanno per le strade e cuoprono dal sole, essendo alcuni di colore azzurro, o turchino, o giallo, o leonato, con due doppie o con tre, et alcuni sono che ne possono portar seco più di uno. E finalmente si distinguono nell’hire a cavallo per le strade, che sono i più bassi, o andare in sedia, che sono i più gravi, hora portata da quattro persone, hora da otto, conforme alla dignità; oltre anco varie insigne di arme, di bandiere, di catene, di turibuli et altra gente che gli accompagnano e precedono con grandi grita, che mandano a tutti ritirarsi e non apparire nelle strade per dove passano con grande magnificientia, conforme allo stato di ciascheduno.

 

Per conchiudere questo capitolo, e dichiarar meglio questa materia del loro governo, porrò anco brevemente alcune altre cose che fanno molto a proposito al loro modo per il buon governo, et in che sono anco più diversi da’ nostri di quel che sono in nessuna delle sopradette.

 

Il primo è che, essendo questo regno sì grande e ripieno di gente, e fornito di vettovaglia e materia per fare legni, artigliaria et altri instrumenti di guerra, con che potrebbono facilmente soggettar al loro dominio almanco tutti questi regni vicini, con tutto questo né gli Re né gli sudditi si curano né trattano di questo, e stanno contenti con il suo, senza volere quello degli altri. Certo assai diverso dalle nostre nationi, le quali soventemente perdono i proprij regni per volere signoreggiare agli altrui e che, per la insatiabile voglia di alargare lo imperio, mai potero conservare il suo originale centinaia o migliaia di anni, come fecero i  Cinesi. Et è cosa certa che, se qualche regno fuora del suo se gli volesse soggettare di sua propria voglia, non lo riceverebbono, e, se fusse ricevuto, non si ritruovaria nessuna persona letterata e grave che lo volesse ire a governare. E così penso esser cosa favolosa quello che scrivono alcuni nostri autori, che i Cinesi nel principio cominciorno a conquistare i regni circonvicini, et arrivorno sino all’India. Percioché, avendo io ricercato con molta diligentia le loro historie di più di 4000 anni, mai potetti ritrovare né un piccolo indicio di questo, né loro si preggiano di ciò; perché, domandandone ad alcuni litterati, mi rispuosero che né era vero, né poteva questo esser vero.

 

2°) Tutto il regno si governa per letterati, come di sopra ho detto, et in essi sta il vero e misto imperio, ai quali sono soggetti tutti i soldati e loro capitani; di tal modo che non vi è capitano nessuno, sia di quanto valore, di quante migliaia di soldati sotto di sé volete, che non trema e non si abassi inanzi ad un dottore e mandarino di lettere. E molte volte sono da lui battuti pubblicamente, come tra noi i putti delle scuole: e in tutte le guerre sempre vanno a esse i mandarini letterati, dai quali i capitani sono in tutto governati e diretti nelle battaglie, negli assalti, et in tutto quanto hanno da fare. Oltre che i danari della paga de tutti, soldati e capitani, e le vettuaglie dell’esercito, tutto sta in mano de’ letterati; e di questi fa più caso il Re che di quanto dicono tutti i soldati e capitani, i quali puoco entrano in conseglio di cose di guerra.

E da qui viene che nessuno huomo di animo virile si dà alle armi, e più tosto vuole essere un piccolo mandarino di lettere che di arme; e nel vero, e nella stima e nel giadagno e rispetto che ognuno gli tiene, è assai magiore. E, quello che più ci fa maravigliare, è che nel vero sono i letterati di molto più nobile animo e fedeli dello Stato, e che più facilmente nei pericoli morrono per la patria e per il loro Re, che quei che attendono alla guerra; o sia perché le lettere innobiliscono più l’animo loro, o sia che dai loro primi principij questo regno sempre avesse in più riputatione le lettere che le armi, per non esser dati a conquistare altri regni, come furno sempre i nostri popoli più all’occidente.

 

3°) La grande subordinatione che un magistrato inferiore tiene al suo superiore, e quelli fuori della Corte ai curiali, e tutti insieme al loro Re. La qual subordinatione dimostrano non solo nell’obedire molto apuntino, ma anco nel rispetto esteriore che gli mostrano, visitandoli a suo tempo e dandoli presenti, e quando vanno alle loro audientie, et in ogni luogo, parlandoli inginocchioni e con parole assai humili. E l’istesso fanno i sudditi ai suoi Governatori e Presidenti, ai quali parlano anco di ginocchioni nelle loro audientie, sebene sappino esser persone che puochi giorni o mesi avanti non erano niente, figliuoli di lavoratori et artegiani di molta bassa sorte.

 

4°) Nessuno può stare più di tre anni in un offitio senza esser di nuovo confirmato dal Re nello stesso offitio. Ma l’ordinario è trasferirlo in altro offitio maggiore, o in altra parte. E questo si fece per non dar occasione di farsi molto amica e benevola qualche parte principale, specialmente con grandi officij, e potere machinare qualche ribellione, come n’ tempi passati era accaduto.

 

5°) I capi de tutti (i) magistrati, come Pucensu, Nnganzasu, Cifu, Cicheu, Cihien e altri, sono obligati, di tre in tre anni a comparire tutti insieme personalmente in Pacchino alla audientia reale e dar obedientia al Re. Nel qual tempo nelle Corti si fa un essame et inquisitione universale di tutti i mandarini della Cina fuora delle Corti, sì di quei che sono obligati a venire alla Corte, come di tutti gli altri, con molto rigore, di como fanno il loro offitio. E conforme a quello che si ritruova di essi, o sono lasciati nell’offitio, o sono abassati ad altri più bassi, o sono totalmente privati, o sono castigati, senza nessuna remissione o scusa. Et ho advertito che in questo essame generale, ne (mmeno) il Re ardisce a mutar niente di quello che i  deputati giudicorno; e non sono puochi quei che patono in questo essame qualche pena. Perché nell’anno 1607, che fu per ordine l’anno della aidientia reale e dell’essame, furno castigati quattromila mandarini, come contassimo d’un libro molto grande che sempre si stampa di questo.

I condennati si distinguono in cinque classi. Nella 1a stanno quei che vendettero la giustitia per danari, usurporno cose del publico o de’ particolari; questi sono privi de ogni offitio publico, e de poter vestire più l’insegne e vesti del su offitio, e suoi privilegij; e sono fatti venire alla Corte, quei che non stanno presenti, a udire la sententia della loro condennatione che si fa conforme alla colpa. Nella 2a stanno i molto rigorosi e crudeli ne’ castighi; questi sono privi pure di ogni offitio, e dell’uso delle vesti, e rimandati a sua casa senza nessun privilegio. Nella 3a stanno i vecchi puoco sani e remessi nelli castighi; questi sono rimandati a sua casa senza offitio; ma con l’uso delle vesti et insegne de’ loro offitij e suoi privilegij. Nella 4a stanno i precipitosi nelle sententie e di puoco giuditio; questi sono mutati o a offitio minore o a altro luogo di manco negotij. Nella 5a stanno i puoco cauti e riguardati in sua persona o quei di sua casa; questi sono privi di offitij e privilegij.

De’ magistrati della Corte si fa l’istesso essame e con l’istesso rigore, ma solo di cinque in cinque anni.

Lo stesso stile si osserva ne’ mandarini di arme negli stessi anni e con l’istesso rigore.

 

6°) Nessuno può tenere nessun governo nella sua provincia, se non fosse capitanie de’ soldati; quei accioché per amicitia o parentesco non faccino qualche ingiustitia, e questi accioché l’amore della patria inciti a combattere più fedelmente. E, mentre i mandarini del governo stanno nell’offitio, nessuno de’ suoi figliuoli o servidori di casa esce mai fuora a trattare con altri, ma tutto il servitio di fuora gli è fatto dalla città con persone publiche che servono a tutti i mandarini; laonde, quando escono di casa, sigillano sempre le porte delle loro habitationi e del palazzo dove fanno audientia.

 

7°) Non lasciano vivere nella Cina nessuno forastiero che habbi da ritornare a sua terra o che tratti con regni di fuora; anzi il custume è non lasciare entrare nessuno forastiero nella Cina; del che, sebene non ho visto nessuna loro legge che parli di questo, con tutto vi è un custume antiquissimo et un aborrire e tener paura de’ forastieri, che è peggior che legge. E questo, non solo de’ forastieri a loro puoco conosciuti, o sospetti et inimici, ma anco ai loro molto amici, e che ogn’anno gli pagano tributo, come è la Coria, la quale stando così vicina e regendosi quasi tutta per le leggi della Cina, con tutto questo non potei vedere un Coriano che vivesse nella Cina, se non fusse qualche schiavo che menò seco un capitano che stette molti anni nella Coria. E se qualche forastiero vi entra di nascosto non lo amazzano, come pensano i nostri, ma non lo lasciano più ritornare a sua terra, accioché non vadi là a machinare qualche male alla Cina. Et tra loro è cosa così sospettosa trattare con forastieri fuora del regno senza ordine del Re, che sarebbe gravemente punito qualche Cina, di chi si provasse che scriveva lettere a forastieri in altri regni. E nessuno huomo grave vuole uscire fuora del suo regno. E, quando alcuni mandarini sono mandati ad alcuno de’ regni vicini, che danno obedientia a questo regno, per investire i Re del regno, nessuno vi vuol ire, e non vanno se non per forza e piangendo con tutta la loro casa, come chi va a morire. E dipoi ritornano, subito gli dànno un offitio molto grande, come a persona che fece un’obedientia molto difficile a farsi.

 

8°) Nessuno porta armi per la città, se non i soldati quel giorno che vanno a fare la rassegna, o quei che accompagnano i mandarini più grandi. Anzi nessuno lo tiene in casa, se non fosse qualche storta, di quelle che alle volte portano per il viaggio per difendersi da qualche assassino; e con questo si va alla mano al ferirsi o ammazzarsi nelle risse che tra loro accadono. E questo non solo i letterati, ma anco i capitani di guerra non vestono armi, se non nel tempo della guerra attuale. E come tra noi par bella cosa vedere un huomo armato, così tra loro pare male et hanno paura di vedere cosa così horribile. E così non vi sono tra loro le fattioni e tumulti, che sono tra di noi, di vendicarsi di ingiurie con armi e morti, ma quello che fugge e non vuol ferire a altro, è tenuto per il più honorato.

 

9°) Nessuno figliuolo del Re doppo la morte di suo padre, né altri parenti, possono stare nella Corte, fuora del Re herede del regno; e posti in una città, non possono uscire di essa, e molto manco andare ad altre provincie, e ciò, parte accioché non si uniscano tutti i parenti in un corpo e machinino qualche tumulto, parte accioché non faccino qualche male ad altra gente con il rispetto che gli hanno per esser parenti del Re. Questi, nel luogo dove stanno, sono governati dal principal parente che vi sta, in tutte le liti e controversie che tra loro occorrono; ma, quando tengono qualche cosa con altre persone, sono obligati ad ire ai tribunali ordinarij, come qualsivoglia del popolo, ponendosi di ginocchioni ai mandarini della terra e soggettandose ai castighi e pene che gli dànno.

 

 




Riconoscimento del self non self in medicina integrata

Elisa Muscarella*

 Secondo la visione integrata MO-MTC, le componenti cellulari sono inquadrate secondo la Legge dei Cinque Movimenti. Vediamo quindi che il nucleo (contenente DNA, RNA, proteine, nucleolo), statico, depositario del “progetto di vita” (DNA) cellulare, è il centro di comando, da cui dipende la vita stessa. E’ lo Shen, il Cuore, l’Imperatore. La cromatina (complesso di DNA, proteine cromosomiche e RNA), contenuta al suo interno, rappresenta il Rene, mentre il DNA, molecola che necessita di altre strutture (RNA, nucleolo) per mettere in atto le sue funzioni, rappresenta il Jing. L’RNA costituisce la duplicazione fedele del DNA, identico ma dinamico. Si trova sia all’interno del nucleo che nel citoplasma. Per mezzo di nucleolo e ribosomi è deputato alla sintesi proteica (proteine, enzimi, ecc). Rappresenta le funzioni della cellula ed ha la possibilità di attuare il programma di base (DNA) grazie alle sue caratteristiche di “movimento e azione”, riassumendo così il concetto di Yuan Qi. Il nucleolo ed i ribosomi costituiscono gli effettori dell’ RNA: il nucleolo produce l’RNA per il nucleo e il citoplasma, mentre i ribosomi presiedono alla sintesi proteica con consumo di energia (ATP). Queste due componenti cellulari rappresentano quindi il Fegato. I mitocondri costituiscono il cosiddetto apparato respiratorio della cellula: sono i produttori di energia cellulare attraverso la demolizione, in presenza di ossigeno, di composti policarboniosi fino a CO2 e H2O. L’energia liberata da questa catena di reazioni viene accumulata sotto forma di legami fosforici (ATP). I mitocondri rappresentano pertanto il Polmone.

I lisosomi, l’apparato di Golgi e il reticolo endoplasmatico si trovano nel citoplasma (sede delle funzioni metaboliche della cellula) e rappresentano il sistema “digestivo” cellulare: i lisosomi contengono enzimi litici (capaci di demolire proteine, acidi nucleici, carboidrati, etc.) e rappresentano la Milza quindi la Ying Qi, l’apparato di Golgi (complesso di cisterne con vescicole e vacuoli) e il reticolo endoplasmatico hanno proprietà evacuative. Il primo rappresenta il Grosso Intestino e il secondo l’Intestino Tenue e la Vescica. La membrana cellulare infine, rappresenta il “confine” tra cellula ed ambiente esterno e permette appunto gli scambi interno-esterno. E’ costituita da un doppio strato fosfolipidico e molecole proteiche con funzione recettoriale e antigenica e può possedere ciglia o flagelli. Rappresenta la pelle e peli, la Wei Qi, il Polmone. Il So Wen al capitolo 33 afferma che “lo Xie (Agente Patogeno) affluisce là dove vi è Vuoto di Qi”. Al capitolo 10 si trova “Ogni tipo di Qi si ricollega al Polmone”, “l’epidermide è associata al Polmone, essa è attaccata per prima dallo Xie”. Qualsiasi antigene estraneo al nostro organismo ha una sua natura immunogenica intrinseca, verso il quale il sistema immunitario risulta avere una certa sensibilità e capacità di reagire al fine di eliminarlo. Talvolta però il SI “sbaglia” il riconoscimento degli antigeni estranei, provocando le cosiddette reazioni di ipersensibilità, caratterizzate da un’aberrante risposta immunitaria: o nei confronti dell’antigene estraneo, o diretta verso gli antigeni autologhi, come risultato della mancata tolleranza verso il self. In ogni caso, si ha l’insorgenza di un danno tissutale. Le allergie, definite con il termine ipersensibilità immediata (o di tipo I), sono un tipo di risposta Th2, causate dalla produzione di IgE specifiche per antigeni ambientali o chimici (allergeni) da parte dei linfociti B. Una volta prodotte, le IgE si legano ai recettori presenti sulla superficie dei mastociti (reazione di sensibilizzazione). Il loro successivo contatto con l’allergene (reazione scatenante), innesca la degranulazione delle vescicole citoplasmatiche contenenti specifici mediatori chimici, responsabili dei processi di infiammazione, vasodilatazione e contrazione della muscolatura liscia.

In MTC, le reazioni di ipersensibilità e le allergie sono dovute ad una risposta esagerata del SI nei confronti di sostanze Yin estranee, di variazioni ambientali Xie Qi di situazioni psicoemotive definite Cinque Emozioni, Sette Sentimenti (Wu Zhi/Qi Qing). Le sindromi allergiche sono un’anomala risposta immunologica generalmente a carico di cute, mucose delle vie respiratorie ed apparato digerente. Vi sono coinvolti i Movimenti del Legno e del Metallo. Il Metallo è sottoposto agli stimoli esogeni delle Sei Energie Cosmiche (Liu Qi) che impattano su pelle, mucose, vie respiratorie, colon, quindi a livello di contatto, inalazione, assunzione transmucosa. Le affezioni oculari e le reazioni psicosomatiche sono di pertinenza Legno, sede di origine di Wei Qi in quanto il Fegato rappresenta il “Ministro della Difesa”. Le allergie sono attribuite alla presenza anomala di Vento (Feng), perciò presentano caratteristiche migranti e polimorfe. Si parla di Feng esogeno o endogeno, a seconda che l’eziologia sia esterna (ambientale) o interna (causa innata, costituzione atopica), o derivante da turbe psicoaffettive o dei Sette Sentimenti (Qi Qing). L’irruzione del Vento può essere semplice o complessa, ed è responsabile dei diversi scenari clinici, in cui il “denominatore comune” è costituito dalla presenza di prurito, segnale specifico del Vuoto di Xue, di Zheng Qi con coinvolgimento di Xue e dello Yin, con “fuga” dello Yang di Wei Qi. Le reazioni immunitarie verso il self possono invece innescarsi per effetto del cosiddetto molecular mimicry: alcuni antigeni patogeni possiedono cross-reattività ed elevata omologia di sequenza nei confronti degli antigeni self, per cui il sistema immunitario può attivarsi e reagire erroneamente contro questi ultimi, innescando la malattia autoimmune. L’eziogenesi delle malattie autoimmuni è legata sia alla presenza di specifici tipi di HLA (detti alleli) che di specifiche mutazioni in geni non-HLA che conferiscono, in generale, una certa suscettibilità genetica allo sviluppo della malattia. A questo quadro predisponente la malattia poi si aggiunge di solito un “fattore ambientale” scatenante, come ad esempio un’infezione, che innesca il processo autoimmune per “rottura” del meccanismo di tolleranza verso il self. Di conseguenza, si ha l’attivazione dei linfociti B (secernenti gli anticorpi) e T autoreattivi (Th1, responsabili della citotossicità). Le malattie autoimmuni insorgono per un “difetto” di riconoscimento del self. In particolare, il sistema immunitario riconosce le cellule proprie dell’organismo (self) come estranee (not self) e, come tali, le aggredisce fino a distruggerle con decorso più o meno lento ma progressivo. E’ un tipo di risposta aberrante da parte dei linfociti Th1/Th2, responsabili dell’effetto citotossico, e dei linfociti B che producono anticorpi reattivi contro il self (autoanticorpi). Le malattie autoimmuni sono definite malattie croniche, a tutt’oggi non curabili in termini di risoluzione completa della malattia. La Graft-versus-Host Disease infine, nei pazienti che subiscono trapianto di cellule staminali di midollo osseo, è una patologia considerata di natura “autoimmune” in cui le cellule immunitarie trapiantate del donatore possono aggredire i tessuti sani del ricevente a livello di cute, fegato e intestino.

Secondo la MTC, gli “errori” del SI sono indotti da abnormi segnali degli antigeni, dal genoma (Yuan Qi) che conferisce la costituzione atopica, da stimoli ambientali psicodinamici. Tali “errori” deformano la Wei Qi causandone una disfunzione e si ripercuotono su tutte le altre attività del Qi umano, da cui deriva l’insorgenza delle malattie autoimmuni.

L’immunocarenza si verifica quando il SI è inadeguato per deficit di Wei Qi, derivante a sua volta da uno stato di “ipoergia Qixu”, per cui insorgono gli stati di deficit immunologico. In generale, un crollo di Qi (Qixuo) provoca depauperamento delle funzioni del Jiao Medio (apparato gastro-digestivo e assimilativo) con turbe nutrizionali, della circolazione Qi/Xue con Stasi (e conseguente insorgenza di fenomeni dolorosi), del sistema “costruttivo” di autodisintossicazione-autoriparazione, detto Rong Qi, e dell’apparato “motorio-aggressivo” detto Wei Qi. Il crollo di Qi provoca, in ultima analisi, un declino combinato dello Yin/Yang, aprendo così la strada all’insorgenza di malattie degenerative, tumorali, settiche (da iper-recettività con iporeattività), ecc. Le malattie autoimmuni coinvolgono i sistemi di riconoscimento macromolecolare sulla membrana cellulare (Wei Qi-Polmone), ossia la caratterizzazione antigenica degli organi (Yuan Qi) attraverso gli antigeni di istocompatibilità che si trovano a livello del Reticolo Endoplasmatico e sulla membrana cellulare. Possono però coinvolgere altri antigeni e quindi distretti cellulari come ad esempio il Reticolo Endoplasmatico (Intestino Tenue–Vescica) e la membrana nucleare (Maestro del Cuore). Le cellule coinvolte nell’insorgenza e nella sintomatologia della risposta autoimmune sono i linfociti ed altre cellule del sistema immunitario, che si ritrovano nei distretti colpiti dalla patologia, producono citochine e si riversano nel torrente circolatorio attraverso il dotto toracico per parecchie volte al giorno (circolazione di Wei Qi).

Se Yuan Qi è perturbata, Wei Qi riceve un segnale errato, per cui può innescarsi il meccanismo di aggressione del self, con formazione di autoanticorpi contro organuli cellulari e interessamento di diversi distretti o apparati. Gli autoanticorpi aggrediscono l’organulo, Wei Qi aggredisce lo Zang corrispondente. Un’errato ordine di Yuan Qi pertanto, che compete all’organo Rene, fa innescare un meccanismo che porta alla formazione di autoanticorpi che appartengono generalmente alla classe delle IgG. Secondo l’Energetica dei Sistemi Viventi di Mussat, corrispondono al gruppo Nord-Shao Yin-Rene. Nel Lupus Eritematoso Sistemico, gli autoanticorpi di più frequente riscontro sono quelli anti-DNA (Rene) e anti-Nucleo (Cuore). Le lesioni organiche più frequenti sono a livello del Rene e si esprimono con depositi glomerulari e del Cuore che si manifestano con pericardite ed endocardite. Nella Sclerodermia (o Sclerosi Sistemica Progressiva), si trovano invece gli autoanticorpi anti-nucleo (Cuore), anti-membrana cellulare (Polmone), anti-collagene (Milza). Le lesioni organiche più frequenti sono alterazioni fibrotiche di Cuore, Cute e Polmoni e dell’apparato gastroenterico. L’Energia Difensiva circola sulla pelle di giorno per difenderci dalle malattie, dalla testa lava con la sua azione la superficie della pelle, chiude i pori cutanei rendendo efficace l’omeostasi dei liquidi e della temperatura corporea. L’equilibrio di Acqua e Fuoco che si instaura a livello della pelle e ancora in gran parte sconosciuto nei suoi meccanismi fisiologici, è la chiave dell’azione dell’Energia Difensiva Wei. Susanna Taccola ci insegna che le malattie autoimmuni derivano dalla “rottura” dell’asse Cuore-Rene. Secondo J. Yuen, le malattie autoimmuni sono un gruppo di malattie che preservano l’individuo dal contrarre malattie molto più gravi, anche letali. Il corpo presenta strutture esterne ed interne, collegate tra loro attraverso il sistema dei Meridiani. In MTC, l’autoimmunità rappresenta una mobilizzazione di Wei Qi nei confronti di Yuan Qi (da cui si origina, attaccando perciò se stessa) nel tentativo di combattere un processo patogeno localizzato o che ha raggiunto lo strato di Yuan Qi. Di conseguenza, si instaura un deficit immunitario con eccessivo consumo (fino ad arrivare al deficit) di Yuan Qi responsabile a sua volta, in ultima analisi, alla carenza di Energia Vitale Zheng Qi.




Il counselling sessuologico dopo un tumore

Luciano Latini*, Luigi di Vitantonio**, Lucia Montesi***

 “Devo continuare a vivere e riuscire a non pensare più a ciò che mi manca. Fare in modo che questo senso di mancanza sparisca per sempre. Il tempo sarà mio amico. Mio compagno                                                           

Tahar Ben Jeollum

 

Quando pensiamo al nostro futuro vediamo un percorso lineare fatto di progetti ed aspirazioni, ipotizziamo la presenza di ostacoli, ma quasi mai questi sono riferiti alla nostra salute; vediamo il nostro corpo solido ed inattaccabile. Questa visione viene completamente rivista quando una malattia minaccia il nostro senso di benessere soggettivo e complessivo. Se poi la malattia si chiama cancro, la persona che ne è colpita si sente facilmente smarrita fino ad arrivare alla disperazione, in una condizione catastrofica che Franco Fornari (1985) ha definito come perdita di speranza.

Sempre Fornari parla del cancro come un “nemico” che influisce sugli affetti tanto da penetrare le emozioni e i pensieri fino a modificare i comportamenti della persona colpita, sia a livello personale che relazionale.

Veronesi, conversando sul tumore, dichiara che è una delle poche malattie che riassume in sé diversi e rilevanti aspetti: “sociale, per la sua gran diffusione; scientifico, per la sua complessità biologica; diagnostico, per la necessità di un’identificazione precoce della neoplasia; terapeutico, per i vari metodi multidisciplinari di cura; psicologico, per l’enorme impatto sulla popolazione femminile; riabilitativo per la necessità di recupero familiare e sociale delle pazienti”. In realtà Veronesi si riferisce al tumore della mammella, ma visti i continui progressi nelle terapie e il prolungamento dell’aspettativa di vita, possiamo allargare tale concetto a tutte le neoplasie.

 

Quando arriva una malattia

La persona colpita inizialmente centra i pensieri ed i sentimenti sul fatto di voler (soprav)vivere; avvia i trattamenti, che variano a seconda del tipo di patologia e dell’estensione della malattia. Nel corso della terapia emergono spesso nuove domande sul futuro: “Come sarà la mia vita?” “Tornerò ad essere la persona che ero in passato?” “Avrò dolore?”, ma anche: “Come sarà la mia sessualità?”

La medicina ha fatto passi importanti nel tentativo di preservare una funzione così importante: si sono perfezionati metodi di cura che fanno utilizzare procedimenti come la chirurgia solo quando altre prassi non sono più praticabili; gli stessi interventi mirano a preservare gli organi ed essere il meno possibile demolitivi, come nel caso della quadrantectomia per i tumori al seno e della tecnica nerve sparing per i tumori della prostata. Si sono perfezionati metodi che permettono più velocemente il recupero delle complicanze come il linfedema o l’incontinenza urinaria e che consentono la ricostruzione delle parti, come la mammella o le protesi peniene. Si pensa anche alla fertilità con la preservazione dei gameti.

Si tratta di rimedi adeguati e necessari che aiutano efficacemente nella salvaguardia della funzione sessuale, ma tali interventi vanno integrati con un supporto che permetta di far emergere  pensieri ed emozioni di pazienti e partners. Non basta ad esempio permettere all’uomo di recuperare l’erezione per ricreare una buona atmosfera di coppia: serve una riflessione sulle insicurezze che si sono innestate, ma anche fornire le necessarie informazioni sui possibili cambiamenti ed indicare strategie per superarle o per adattarsi ad esse.

L’evento traumatico va trattato dal punto di vista della persona interessata, ma va coinvolto anche il partner perché “l’intimità è un processo personale del confrontarsi con se stessi e contemporaneamente aprirsi al proprio partner” (Scione, Argenta 2010). L’intimità è un terreno dove la coppia confronta aspetti positivi e negativi, ansie, speranze e delusioni. L’intimità non è un processo lineare e senza conflitti, ma ha bisogno di aiuto ed etero conferma. L’intimità comprende la relazione con se stessi e quella con il partner, “di conseguenza la sessualità è un aspetto della relazione che non riguarda solo la genitalità di due corpi, ma è l’incontro tra due persone” (Scione op. cit.).

Un tumore cambia le prospettive di vita e i progetti, fa emergere difficoltà in precedenza latenti e potrebbe segnare la fine di una relazione di coppia. Nelle coppie che invece proseguono si rileva che esiste una dualità di comportamenti: da una parte si verifica un avvicinamento a livello affettivo, i partners si mostrano solidali e capaci di ascolto, i rapporti personali si fanno più teneri e affettuosi; dall’altra si nota un forte calo dell’intimità sessuale dovuto a diversi fattori: calo del desiderio, difficoltà di eccitazione mentale e genitale, problemi di orgasmo e una complessiva insoddisfazione per la qualità dell’intesa erotica (Graziottin 2009).

Gli stessi pazienti sono spesso in difficoltà a parlarne, sia perché il desiderio sessuale è calato e quindi non è effettivamente ricercato, sia perché si sentono in imbarazzo a pensare al sesso quando l’urgenza è la guarigione.

Le difficoltà sessuali potrebbero inoltre dipendere dall’età di insorgenza del tumore, età in cui la sessualità è già passata su un piano diverso e non è più una priorità, ma il calo avviene anche nelle coppie sessualmente attive.

Il 25% delle donne affette da cancro mammario non è ancora in menopausa al momento della diagnosi. Molte lo affrontano quando una parte importante del loro ciclo vitale è ancora in divenire: perché stanno cercando una relazione stabile, oppure non hanno ancora avuto il primo figlio o hanno figli piccolissimi (Graziottin 2009).

 

Le difficoltà sessuali

Vediamo alcune possibili difficoltà nelle coppie sessualmente attive:

Impossibilità ad avere rapporti sessuali completi: la sede della malattia, gli interventi chirurgici demolitivi, le varie terapie possono impedire in maniera definitiva un rapporto penetrativo.

L’immagine corporea appare modificata, si prova disagio nel guardarsi nudi e ciò spinge molti ad evitare i rapporti o a coprire le parti del corpo durante l’approccio; si tende a sottrarsi a qualsiasi stimolazione della zona interessata, riducendo ulteriormente la componente ricettiva del desiderio sessuale.

Galimberti (1983) dice che il corpo è lo sfondo di tutti gli eventi psichici: noi sentiamo, proviamo, viviamo un’infinità di esperienze in primis col e nel nostro corpo; è il primo veicolo della nostra identità, è il luogo nel quale si sedimentano le prime esperienze da bambini, che se “armoniche”, “sicure” e “appaganti” possono permettere un’ intima connessione col corpo, e un’identificazione perfetta tra questo e l’Io. Nella malattia questo rapporto si rompe e il corpo diventa il nemico, qualcosa che non si riconosce più come proprio, e che porta, di conseguenza, a un non riconoscimento di Sé, a causa delle modificazioni che i trattamenti terapeutici comportano e che, inevitabilmente, si ripercuotono a livello psichico.

Calo del desiderio sessuale, che dipende da vari aspetti:

– dal fatto che prioritaria è la cura della malattia e quindi la sessualità passa in secondo piano.

– dalla depressione che spesso accompagna la diagnosi di tumore. Molte sono le conseguenze sulla vita quotidiana, come la perdita del ruolo sociale e familiare; uno dei pensieri dominanti potrebbe essere: “Non sono più buono/a a niente!”, l’autocommiserazione e l’autosvalutazione potrebbero prendere il sopravvento con normali ripercussioni sulla sessualità

– dalla variazione del dosaggio ormonale, ad esempio per la menopausa iatrogena, terapie ormonali o l’asportazione di un testicolo: la modificazione di tale dosaggio potrebbe colpire le basi neurobiologiche del desiderio, dell’eccitazione mentale e fisica.

– da sensazioni fisiche ridotte, o distorte, o spiacevoli. Il 44% delle donne con mastectomia parziale e l’83% di quelle con ricostruzione della mammella riferiscono che il piacere provocato dalle carezze è diminuito (Schover et al. 1995); lo stesso si può dire per altri tumori. Ciò può contribuire a un’ulteriore riduzione del desiderio sessuale e dell’eccitazione mentale e periferica non genitale.

Difficoltà dell’erezione: i tumori della zona pelvica, se trattati con chirurgia o radioterapia, possono dare deficit dell’erezione, temporanea o definitiva. Successivamente agli interventi nerve sparing, nel tumore alla prostata, è possibile la ripresa dei rapporti dopo un periodo che permetta ai nervi deputati all’erezione di riprendersi dallo shock. Fino a quel momento è importante che l’uomo si procuri l’erezione attraverso l’uso di farmaci, iniezioni di prostaglandine o attraverso l’uso del vacuum device. Queste pratiche non sempre sono accettate perché appaiono artificiali, prive di naturalezza e a volte anche dolorose: quindi vengono abbandonate o neppure iniziate. Quello che molti uomini non sanno, è che per facilitare la ripresa “naturale”, è importante mantenere attivi i vasi sanguigni e le arterie del pene: potrebbero irrigidirsi i corpi cavernosi o chiudersi i vasi, procurarando la disfunzione erettile quando invece i nervi sono pronti a trasmettere l’ordine erettivo.

Difficoltà di lubrificazione con secchezza vaginale e dolore ai rapporti (dispareunia) fino a renderli impossibili. Dipende in gran parte dagli effetti negativi della carenza di estrogeni dovuta alla menopausa (spontanea o iatrogena); anche in questo caso è opportuno un approfondimento informativo sia con la donna che con il partner, affinché ci sia un comportamento utile allo scopo del piacere sessuale e rispettoso delle difficoltà della donna.

Disturbi dell’orgasmo: difficoltà a raggiungere l’orgasmo per il dolore o l’inadeguatezza delle fasi di eccitazione e desiderio e possibilità di orgasmo retrogrado nell’ablazione della prostata.

Insoddisfazione sessuale: la ferita sulla sessualità che il tumore ha creato, porta frustrazione e depressione sia per sè, che per i problemi che questa può creare anche alla relazione di coppia, specie in quelle più giovani. Tentativi maldestri di riattivare la sessualità portano a possibili fallimenti: il dolore o le difficoltà erettili sono esperienze che minano le sicurezze personali e rendono deludenti i rapporti. Le persone tendono allora ad evitare il solo pensare alla sessualità, oppure  rimangono talmente concentrate su loro stesse e sulle prestazioni, che viene a mancare la giusta tranquillità per lasciarsi andare, tanto da rischiare di raggiungere il risultato opposto a quello desiderato.

 

Il counselling

È possibile che persone adulte e da molti anni attive sessualmente, non abbiano mai parlato esplicitamente di sesso. Jannini (2007) nel suo decalogo per il counselling del paziente oncologico, mette al primo punto il tema del “setting” cioè la possibilità di “creare un ambiente clinico confidenziale e rispettoso della privacy” in cui sia il singolo che la coppia possano discutere delle proprie difficoltà.

In un percorso consulenziale è importante affrontare direttamente il tema della sessualità e, dovendo parlare di “sesso”, risulta evidente che possano emergere imbarazzi o timori che ostacolano una libera conversazione. L’inibizione può essere presente nel paziente, ma anche nell’operatore che deve essere consapevole delle proprie difficoltà, e saperle gestire.

Il vocabolario dell’operatore deve essere corretto, ma non eccessivamente tecnico perché potrebbe non essere comprensibile dal paziente. Quest’ultimo potrebbe usare allusioni ed eufemismi per nascondere l’imbarazzo; è quindi necessario creare una complicità che permetta l’esposizione, ma che non si basi solo su metafore o luoghi comuni, bensì sia fondata sulla chiarezza (Rifelli 2010).

Il sanitario deve porre questioni esplicite, perché la comunicazione sia completa e le informazioni siano chiare;  egli fornisce inoltre un modello in cui si afferma la piena dignità ad affrontare determinate tematiche.

Il percorso di couselling può essere individuale o di coppia ed ha l’obiettivo di aiutare le persone a superare le difficoltà, ma anche di fornire una educazione sia sulla sessualità in generale, che sulla sessualità dopo l’impatto con la malattia e le cure. Sono presenti molti “miti” nelle opinioni delle persone, infatti spesso si rappresenta la donna come “ricettiva” e l’uomo che deve essere sempre “pronto”! È necessario quindi porre i termini su questioni reali piuttosto che rimanere in credenze che non aiutano il proprio benessere: in primo luogo, va ribadito che la sessualità non è solo un incontro tra due genitali, ma un incontro tra persone.

Un’altra intenzione del counselling sessuologico è quella di ri-attivare la comunicazione all’interno della coppia. Molti sono i fantasmi che aleggiano nella mente delle persone e non sempre vengono svelati. Il “malato” sta facendo i conti con la propria accettazione, fatica a riconoscersi e pensa di non essere desiderabile né capace di soddisfare l’altro. Il partner è spesso in difficoltà, non trova le parole o i gesti adeguati, magari anche perché l’altro evita ogni riferimento al sesso.

Molto spesso è l’uomo a non esprimere i propri pensieri riguardo la sessualità e di conseguenza non è facile per la partner connettersi: come fa lei a capire, se lui non comunica? Da parte sua la donna può, talvolta, mettere più facilmente in secondo piano la sessualità.

È importante quindi cercare di confrontare il significato, emotivo e cognitivo, che ognuno attribuisce alla malattia, alla menomazione, se presente, ed alle difficoltà.

Nella prassi è utile svolgere all’inizio un colloquio individuale con i partner, che consente un contatto più confidenziale con i singoli membri della coppia. Infatti è possibile che uno o entrambi abbiano difficoltà nell’esprimere un pensiero o raccontare un evento in presenza del partner.

Successivamente gli incontri di coppia sono orientati a facilitare la verbalizzazione di pensieri e sensazioni, ma anche a sperimentarsi nella scoperta di modi diversi di approcciarsi ai propri corpi e a quello del partner, far scoprire altre zone del corpo e togliere alla genitalità il primato che aveva in precedenza.

Un aspetto importante è lavorare sull’idea che la sessualità potrebbe non tornare alle modalità precedenti l’evento malattia. Il corpo è cambiato: è necessario riconoscere i cambiamenti intervenuti, sperimentare le eventuali modificazioni sensoriali e funzionali. Nello stesso tempo accorgersi, o meglio riaccorgersi, che il rapporto di coppia è fatto anche di altro. In un certo senso è come ritornare ad una nuova adolescenza ed alla scoperta della sessualità. La malattia, l’intervento o le terapie hanno alterato le percezioni del corpo, si rende quindi necessario un nuovo apprendimento. Si torna a riscoprire la relazione con se stessi e con l’altro. Così come nei primi appuntamenti da adolescente, non si parte con un rapporto sessuale completo, ma si mette in atto tutta una serie di avvicinamenti graduali che permettono ai singoli di imparare a comprendere i cambiamenti, iniziare a conoscere le sensazioni fornite dal proprio corpo e da quello del compagno, (ri)scoprire ciò che piace e ciò che invece non si gradisce, individuare altre zone del corpo sensibili da cui trarre piacere.

Non sempre è possibile ripristinare una genitalità completa: può dipendere  dai danni causati dai vari elementi che intervengono, ma anche dall’atteggiamento con cui si affronta la malattia. Paura e disperazione mantengono tutta l’attenzione rivolta alla malattia e quindi restano poche risorse da destinare ad altro.

Chiedere aiuto permette invece di uscire dall’atteggiamento solipsistico nel quale ci si chiude con la malattia ed apre uno spiraglio verso l’altro.

Se le persone rimangono legate a quello che manca, rischiano di vivere di nostalgia e non riescono a superare il lutto della perdita dell’efficienza. Se invece iniziano a vedere la possibilità di adattarsi, potrebbero mettere in atto strategie utili a vivere una sessualità nuova, fatta di attenzioni, di relazione, di rispetto, principalmente verso se stessi, che sono gli ingredienti di un amore maturo.

 

Bibliografia

–   AAVV. (2005), Il cancro e la sessualità maschile, Una guida della Lega contro il cancro, Lega svizzera contro il cancro.

–   AAVV. (2006), Il cancro e la sessualità femminile, Una guida della Lega contro il cancro, Lega svizzera contro il cancro.

–   Biondi M., Costantini A., Grassi L., (2003) , Manuale pratico di psico-oncologia, ed. Masson

–   Fornari F., (1985), Affetti e cancro, Collana di psicologia clinica e psicoterapia, 10, Cortina, Milano.

–   Galimberti U., (1983), Il corpo, Feltrinelli, Milano.

–   Graziottin A. (2000), Immagine corporea e sessualità in perimenopausa In: AA. VV., Proceedings of the 76° National Congress of the Italian Society odf Obstetrics and Gynecologists, Naples, June 4-7 2000, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 29-40

–   Graziottin A. Sessuologia medica: maschile e femminile In: Di Renzo G.C. (a cura di), (2005) Ginecologia e Ostetricia, Verduci Editore, Roma, 1462-92

–   Graziottin A. Castoldi E., (2000), Sexuality and breast cancer: a review In: Studd J. (ed), The management of the menopause. The millennium review, New York, Parthenon Publishing, 211-220.

–   Graziottin A. (2009) Women’s sexuality after breast cancer State of the art lecture , XIX World Congress of Gynecology and Obstetrics, organized by the International Federation of Gynecology and Obstetrics (FIGO), October 4-9, Cape Town, South Africa

–   Jannini E.A., Lenzi A. ,Maggi M., (2007), Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia e medicina della sessualità. Masson Edra.

–   Jeollum T. B., (2014), L’ablazione, Bompiani editore.

–   Rifelli G., Moro P. (a cura di), (1995), Sessuologia Clinica: consulenza e terapia delle disfunzioni sessuali, Clueb editore, Bologna

–   Rifelli G., Rifelli G., (2010), Impotenza maschile, impotenza femminile e di coppia, Scione editore, Roma.

–   Schover L.R. Yetman R.J. Tuason L.J. et al., (1995), Partial mastectomy and breast reconstruction. A comparison of their effects on psychosocial adjustement, body image, and sexuality Cancer; 75 (1): 54-64

–   Scione G., Argenta R. Attaccamento intimità e sessualità nella relazione di coppia” in Rifelli G., Rifelli G., (2010), Impotenza maschile, impotenza femminile e di coppia, Scione editore Roma

 

–   Veronesi U., (1998), Presentazione, in Quaderni di Psichiatria Pratica, vol. 9 p. 3

 




Testimonianza

Carlo Moiraghi*

Uno è in carenza e uno è in eccesso. Differenza su differenza  si rigenera il ciclo – significa:  I cicli si succedono senza fine.

Yang Xiong. Taixuenjing, 2° segno intercalare

 

Muoviamo da una notizia di pochi anni fa, un evento non molto raro ma molto chiaro. Il 22 agosto 2011 i telescopi astronomici hanno individuato una nuova stella nella galassia chiamata M 101, una supernova chiamata PFT 11kly. Il giorno prima non c’era e il  giorno dopo invece si.

Da fine agosto è stata visibile anche con un normale binocolo un poco all’esterno di una delle ruote del Grande Carro, l’Orsa Maggiore, poi è svanita. Quel nuovo punto di luce nel firmamento indicava, ci assicurano, l’esplosione di un astro. Una stella nana bianca appartenente pare a un sistema binario si è dapprima condensata e concentrata sempre più risucchiando forse materia da una stella compagna finché, superato il limite di massa di stabilità, è esplosa. È avvenuto, ancora ci assicurano, a circa ventuno milioni di anni luce dalla terra, una distanza abbastanza piccola in termini celesti ma enorme in termini umani. Dato che l’anno luce, la distanza che la luce percorre nel corso di un anno, corrisponde a poco meno di diecimila miliardi di chilometri, ne deriva che in termini spaziali l’esplosione è avvenuta a poco più di duecento miliardi di chilometri dalla terra, mentre in termini temporali è avvenuta appunto ventuno milioni di anni fa. Dunque siamo stati testimoni di un evento appartenente ad un trapassato remoto terrestre, l’epoca del primo  Miocene, lo stadio Aquitaniano, quando i dinosauri erano estinti da oltre quaranta milioni di anni e il pianeta era pressoché spoglio di grandi animali, popolato però da minuscoli esseri, gasteropodi e foraminiferi. Fra i primi, marini e terrestri, molluschi e chiocciole e lumache e conchiglie, fra i secondi protozoi marini planctonici e betoniani, precisa l’enciclopedia. Durante quell’ancestro planetario dunque, ventuno milioni di anni fa, quando in una galassia lontana quella stella nana esplose, sulla terra non c’erano occhi in grado di vedere né cervelli capaci di annotare e memorizzare.

Nel tempo sarebbero venuti alla luce. Da quel vivere muto e minuto fu infatti la vita ad esplodere, era infatti in piena evoluzione, da sempre e per sempre lo è, ed elaborava lenta ma decisa una rivoluzione arcana e grandiosa, lunghissima marea di progressive differenziazioni e moltiplicazioni e sviluppi che da allora attraverso i quasi venti milioni di anni restanti del periodo  miocenico avrebbe popolato il pianeta di vite sempre più simili alle odierne. In quell’arcaico remoto aquitaniano noi uomini eravamo ancora parecchio lontani dal nascere. Giungemmo alla vita solo quindici milioni di anni più tardi, sei milioni di anni fa come ominidi, due milioni e mezzo di anni fa come genere umano, a confronto delle datazioni precedenti praticamente ieri.

Tutto questo dimostra ciò che già ben si sa, ogni notte il firmamento testimonia il passato, ce lo riporta splendente e ce lo racconta. Le stelle non mostrano ciò che è in realtà, lo stato delle cose celesti per come è, ma per come era, talune le vediamo ma non ci sono più mentre altre, come la supernova  PFT 11kly che prima di fine agosto 2011 non vedevamo, esistevano da ben prima che la vita planetaria si facesse aquitaniana. Il firmamento è dunque lo specchio e il racconto celeste del tempo.

Lo stesso accade in noi, da sempre infatti l’esterno si riflette nell’interno, anche nel cielo dentro di noi filogenesi e ontogenesi coincidono,  cromosomi e pensieri, anche in noi il passato si riflette in presente.

Così il passato è presente e il presente è passato, il cielo ne illumina ogni notte e il cuore ne pulsa ogni giorno. E il futuro? Quell’identico evento è il futuro, il passato trasposto allo specchio del presente è il futuro.

Quell’esplosione anziana centinaia di milioni di anni ma invisibile fino ad agosto 2011 è il futuro, da sempre già avvenuta eppure del tutto ignota, perché è già avvenuto il futuro, già è e accorgersene, prenderne coscienza, testimoniarlo lo rende presente. Così noi, venuti infinite ere più tardi, fra agosto e settembre 2011 siamo stati testimoni dell’esplosione aquitaniana e questo chiarisce il significato della vera testimonianza che è viva compiuta partecipazione per la quale l’essere o meno presenti e neppure contemporanei all’evento testimoniato non è dato sensibile. La vera testimonianza trascende la tripartizione del tempo in presente e passato e futuro, la vera testimonianza è da sempre e per sempre e comunque.

Altra nota circa quell’antico scoppio stellare è che l’evento vero era  quell’arcaico cielo prima della fine di agosto 2011 quando la stella non c’era, non dopo quando è apparsa nel firmamento. L’evento vero era cioè quando ancora quella remota esplosione ancora non era visibile. Era quella la testimonianza straordinaria, essere senza saperlo in diretto contatto con un firmamento che in realtà non esisteva più da ere infinite, un cielo arcaico, privo della supernova PFT 11kly.

Infine la supernova in questione, dopo avere brillato per qualche giornata, si è esaurita, ha smesso di illuminare, quell’esplosione di luce ha mostrato infatti la sua fine, la sua morte, così dopo poco è scomparsa. Siamo così stati testimoni di un momentaneo fenomeno avvenuto  nell’arcano remoto, come imbattersi in una soglia già superata da sempre  eppure ancora lì, davanti a noi, un varco vecchio e passato eppure ancora presente appena superato è scomparso, rientrato nel nulla. Il precedente, il presente, il seguente, l’assente si sono così tutti rivelati coincidere adeguati all’evento, secondo i singoli sguardi e i riferimenti prescelti. Davvero si è trattato di una testimonianza evidente di come tutti i tempi  della grammatica, dal trapassato remoto al futuro anteriore condizionale compreso, derivino da quell’infinito che trascende ogni tempo e a quello stesso infinito ritornino rivelando il presente, l’infinito presente, quel cielo stellato lassù, il firmamento. Testimonianza vera non è dunque solo testimonianza di presenza, di ciò che è, ma è anche, e forse soprattutto, testimonianza di ciò che non è, di ciò che manca, testimonianza di assenza, testimonianza di ignoto.  Così concepita, testimonianza vera è dunque ogni istante, dato che sempre e comunque qualcosa, qualcuno, è assente, forse non c’è mai stato, non è ancora arrivato, non c’è ancora, non lo si conosce, non lo si ricorda, non lo si concepisce neppure, oppure non c’è più, se ne è andato, è svanito, scomparso, è sconosciuto, ignoto. Testimonianza vera non chiede dunque presenza per essere attuata, né la coscienza di attuarla. Fino a fine agosto 2011 guardavamo le stelle e non vedevamo la supernova  PFT 11kly anzi l’ignoravamo del tutto e tutto ci sognavamo meno che di essere testimoni di uno iato dilatato centinaia di milioni di anni. Erano piuttosto quei luminosi miliardi di occhi lassù a scrutarci, i testimoni attenti e puntuali di quel nostro composto fiatare sdraiati sul prato a osservare, e identici saranno stanotte, uguali da sempre e per sempre, quali che possano essere siano qua o là andare e venire di supernove e comete nel cielo. Scopriamo così come testimonianza vera altro non sia che un modo dell’esistenza, anzi è il modo dell’esistenza, costante e stabile via, portante vita, la nostra, tua e mia.

Non sempre luminosa e splendente come fino ad agosto 2011 la brillante  supernova PFT 11kly, l’esistenza è dunque testimonianza sincera e affidabile, e spesso i chiaroscuri e le ombreggiature, le penombre di cui le nostre vite sovente risuonano, rivelano e insegnano le connotazioni del reale ben più di quanto non li rappresenti e disegni il fascio di luce abbagliante. Questa esistenza è così, a volte la troppa evidenza finisce nei fatti con il mimetizzare e nascondere, come certe notti d’estate, la dovevi tenere ben d’occhio la luna o rischiavi di continuo di perderla di vista e confonderla, tante erano le stelle, tante erano le lucciole, tante erano le voci.

 

 Cantico del sempiterno albero vivo

 

È pianta antica.

È pianta antica, pruno e mimosa, olmo e betulla,

melograno, vite. Attraversa i viventi. Ha radici in terra

e in cielo. Deserti e sassi e zolle, paludi e fiumi e mari,

nuvole, lampi e cieli azzurri, del cuore, intendo.

Innumerevoli forme, foglie.

Bambù e querce e steli, e specie vegetali e animali infinite,

e razze e persone, burrasche e brezze e bonacce,

e guerra e pace, e fiori. Sai di che parlo.

 

Fa coincidere ordinario e straordinario,in pensieri e

parole e opere, e omissioni e remissioni e ravvedimenti.

Ha cortecce e linfe, e pollini. Ascolto e contatto,

umiltà e misura, libertà e rispetto,

accettazione e adeguamento e direzione,

fiducia e certezza, e debolezza, meditazione e contemplazione,

volontà e intento e decisione, e rituale, 

incanto e celebrazione e ringraziamento.

 

Conosce il tesoro, cogliere il vento sacro,

e lo realizza ogni istante, qui, altrove, dovunque. Crea,

e creatore e creazione e creato e creatura coincidono.

Ha rami e fronde, tanti quanti i viventi,

i vivi e i morti, tutti quanti gemelli, tutti quanti neonati,

e gemme e frutti, profumi e sacre figure,

palpitanti immagini, ideazioni e elaborazioni.

Unico tronco, vuoto e aperto, centrato e retto,

unico lignaggio, l’amata voce segreta,

 

Per essa in ogni luogo ogni istante

il Due si fa Uno, si accorge da sempre di esserlo 

e così lo diventa, Uno di Due.

Penetra in quell’altro se stesso e lo diventa, Uno di Due.

Si apre e cede e abbraccia e accoglie

quell’altro se stesso, già lo è,

ne fa esperienza e lo diventa, Uno di Due.

Ancora per essa, per  quella benedetta voce ineffabile e lieta,

l’Uno incessantemente si scopre felice Molteplice,

naturalmente lo è, e si esprime e si manifesta

indivisibile Uno Molteplice.

 

Un solo libro, la tradizione antica,

che ogni brezza della mente del cuore accarezza,

e sfoglia e rivela, E’ verde virgulto,

tradizione ritrovata, tradizione rinnovata,

pura fresca linfa, trasparente e intatta tradizione nuova.

E tieni per certo che la tradizione antica da sempre e per sempre

protegge e dispiega e nutre la tradizione nuova,

anche e soprattutto oggi. Anche e soprattutto oggi.

 




Kung-Fu-Tze e il Confucianesimo

Paolo Bascioni*

L’opera di Confucio si inserisce nel contesto di una profonda crisi politica e sociale che nel V secolo a.C. vede l’antico sistema feudale cinese sgretolarsi in una specie di piccoli stati indipendenti che si fanno guerra. Quello in cui visse Confucio fu uno dei periodi più burascosi della storia cinese antica. Il governo centrale che è in mano all’antica dinastia Chou non riesce a controllare l’immenso paese e di conseguenza l’anarchia imperversa dovunque. I grandi maestri cinesi, Kung-Fu-Tse, Lao-Tse e Mo-Tse operarono in quaesto contesto, presso a poco nel periodo in cui Buddha in India proponeva come via di salvezza il suo ottuplice sentiero.

Confucio, nome latinizzato di Kung-Fu-Tse, significa il “maestro Kung” o il “filosofo Kung”. E’ pressochè impossibile risalire alla sua famiglia di origine. Sappiamo che nasce nel 551 a.C.; così almeno generalmente concordano gli studiosi.  In età giovanile, addirittura adolescente, la tradizione dice a 15 anni, si dedica alla riflessione ed allo studio attento, continuo e profondo delle grandi questioni umane. Sempre secondo la tradizione, a 19 anni si sarebbe sposato ed avrebbe poi avuto più figli. Dai 22 anni fino alla morte avvenuta nel 479 a.C., avrebbe svolto continuamente opera di insegnamento, non solo teorico e dottrinale, ma anche pratico ed esistenziale; si potrebbe forse meglio parlare di opera di formazione con il fine di preparare i suoi “discepoli” alla vita concreta, specialmente a ricoprire cariche pubbliche nella società e nello Stato, cioè nella sfera politica. Il suo insegnamento fu raccolto dai discepoli in un’opera detta “Analecta” che si compone di quattro parti: Il Grande studio, L’invariabile mezzo, I dialoghi, Il Mencio.

Confucio considera il suo insegnamento tutto di origine umana e naturale e rivolto esclusivamente a costruire o rafforzare l’ordinamento terreno e la vita presente degli uomini. In questo compito e per questo fine è come ispirato da due principi fondamentali: il rispetto per la tradizione e la costituzione di una società che abbia a fondamento la razionalità e la giustizia. A Confucio sta a cuore la condizione degli uomini sulla terra; vuole rispondere al desiderio di felicità che essi portano necessariamente dentro se stessi. Tale felicità non può essere rimandata ad un dopo la vita o ad un altrove che non sia questo mondo, ma deve essere raggiunta qui sulla terra. Confucio possiede dunque vivo il senso della concretezza e di ciò che interessa ora. Non portato per le speculazioni teoriche, può essere definito “pensatore essenzialmente politico” che vuole realizzare e fondare il “buon governo”. Il buon governo è quello che si preoccupa di rendere felice il popolo e riesce in questo compito, perché se non riesce non è un buon governo. Con i suoi insegnamenti Confucio volle rinnovare lo Stato; a questo fine girò per le corti feudali della Cina cercando di convincere i sovrani e coloro che con essi partecipavano al governo della cosa pubblica. Si fece promotore di un rinnovamento radicale nel modo di governare, ma il suo rinnovamento non intendeva essere una novità, bensì una continuazione rispetto al passato, un richiamo all’antica saggezza. In concreto Confucio propone un modello di società e di Stato fondati sul potere e sulle funzioni svolte dall’imperatore il quale riceve la sua autorità dal “Cielo”, di cui è figlio e ciò lo obbliga continuamente alla ricerca del miglior bene dei sudditi. Tutto è incentrato sul dio-Cielo. L’imperatore è il suo rappresentante per tutto il territorio dello Stato; i feudatari, sotto l’imperatore, lo rappresentano nei loro feudi; il padre, sulla scia degli antenati, lo rappresenta nella famiglia. Si può forse dire che questa è una impostazione basata sul concetto della “monarchia sacra”, però con molte cautele, perché l’imperatore più che signore e padrone è “ministro” del Cielo di cui deve rispettare la volontà, e deve anche essere ossequioso della volontà degli anziani e degli antenati. Dal canto suo l’imperatore deve essere rispettato ed amato dai sudditi.

 

 

 

Tutti i rapporti che si realizzano all’interno della società, a parere di Confucuio, debbono avere a modello i rapporti familiari. Secondo la tradizione le relazioni sociali sono cinque: tra padre e figlio; tra fratello maggiore e fratello minore; tra marito e moglie; tra amico ed amico; tra Signore e suddito. Le prime tre di queste relazioni si vivono all’interno della famiglia e riguardano i rapporti familiari. Le ultime due debbono essere interpretate e vissute alla stessa maniera che nella famiglia: il rapporto tra Signore e suddito va interpretato e vissuto come quello tra padre e figlio, mentre il rapporto tra amico ed amico come quello tra fratello maggiore e fratello minore. Confucio è convinto che questo sistema di rapporti che ha garantito la società cinese nei secoli e nei millenni precedenti debba essere rafforzato; egli intende giustificare il tradizionale ordinamento che ha nel culto degli antenati il suo aspetto di sacralità e di religiosità. Questo sistema di relazioni, a parere di Confucio, deve essere a fondamento della famiglia e dello Stato e può garantire il buon governo e la felicità terrena degli uomini. Nella sostanza Confucio non fa altro che richiamarsi a ciò che era presente in Cina fin dall’epoca della dinastia Hsia (2201-1766 a.C.) e rapportarlo alle condizioni sociali e politiche del suo tempo.

Confucio dunque non è stato l’iniziatore di un sistema filosofico nuovo ed originale, come non è stato neppure il fondatore di una religione. La dimensione religiosa è presente nel pensiero di Confucio in quanto serve da fondamento e da garanzia per il suo disegno politico. Egli fa propria nella sostanza la religione tradizionale cinese in una prospettiva che non la separa e neppure la distingue dal sistema politico e sociale di cui è parte integrante ed essenziale. Egli non indaga sulla natura della divinità e degli spiriti, non è un riformatore religioso. Accetta la credenza tradizionale nel Cielo, negli dei, negli spiriti del cielo e della terra, come accetta il culto degli antenati. Le tradizioni religiose più antiche della Cina, riguardanti il culto del “Cielo” reso dallo Stato, il culto degli antenati praticato nelle famiglie, ed il culto degli spiriti proprio della vita contadina, sono fatte proprie da Confucio; mentre però in passato esse esistevano quasi indipendenti l’una dall’altra, Confucio cercò di amalgamarle ed interpretarle in maniera organica così da farne il fondamento della vita degli individui, delle famiglie e dello Stato. Si determina in questo modo una visione unitaria, anche religiosamente, il cui punto di partenza è il “Cielo”, inteso forse in maniera impersonale o come principio cosmico panteistico, che attraverso l’imperatore che lo rappresenta sulla terra, arriva ai principi, alle famiglie ed ai singoli individui; il tutto in funzione di una convivenza civile armoniosa ed ordinata in uno Stato caratterizzato dalla disciplina e dalla collaborazione.

Confucio accetta anche il “Tao”, concepito come principio e regola dell’agire morale, sia personale che politico e sociale. Anche i due principi, Yang e Yin, sono da lui fatti propri. In campo religioso quindi Confucio non è un novatore e tanto meno il fondatore di una nuova religione; se mai per le questioni religiose egli ha mostrato un certo distacco e disinteresse, tutto preso dai problemi politici e sociali per la soluzione dei quali però neppure propone forme di governo e di amministrazione nuove o che non siano fondate sulla tradizione del popolo cinese. Egli volle essere in tutto un continuatore rispetto al passato, uno che attualizza l’insegnamento degli antichi. Proprio in questo modo la sua opera ebbe una grande efficacia riformatrice e Confucio fu un vero riformatore; i suoi insegnamenti rafforzarono e resero efficaci i principi e i valori morali e politici sui quali nei secoli futuri si reggerà la vita del popolo cinese, sia nella dimensione familiare che nella organizzazione della società e dello Stato. Confucio ha dunque esercitato una influenza profonda e duratura; nessun altro pensatore cinese è stato determinante ed efficace quanto lui sul modo di pensare e di agire del popolo cinese fino ai nostri giorni. Neppure il comunismo maoista, nel secolo XX, nonostante il suo attacco duro e continuato per decenni sembra essere riuscito a sradicare il “Confucianesimo” dal cuore e dall’anima dei cinesi; oggi si  avvertono addirittura i segni di un cambiamento di rotta da parte del governo, tendente ad accettare il dato di fatto, che cioè il pensiero, si potrerbbe dire lo spirito, di Confucio permea la civiltà cinese in ogni suo settore e non può essere cancellato, ma bisogna comunque tenerne conto.

Resta un ultimo aspetto a cui fare almeno un rapido accenno. Confucio non fu il fondatore di una religione, non pretese di presentarsi come un inviato di Dio, né tanto meno rivendicò per sé natura divina. Il Confucianesimo è pertanto una dottrina sapienziale con orientamenti prevalentemente sociali e politici. Tuttavia in un certo periodo della storia cinese nel Confucianesimo si sono inseriti elementi tendenti a trasformarlo in religione. Si può dire che l’operazione non sia riuscita, però esistono oggi anche dei modi di vivere il Confucianesimo in maniera religiosa. Il processso di trasformazione in questo senso iniziò sul principio del secondo secolo avanti Cristo. Sembra infatti che nel 195 a.C. un imperatore compisse il primo pellegrinaggio nel luogo dove era sepolto Confucio e lì offrisse a lui sacrifici e gli tributasse un culto religioso. La strada che conduce il Confucianesimo ad assumere volto religioso non si arrestò più. Nel secondo secolo dopo Cristo, Confucio è considerato “dio” in alcuni scritti caratterizzati da eclettismo religioso, e dal terzo secolo dopo Cristo gli saranno anche dedicati dei templi. Questa che potremmo chiamare una forma di religione confuciana, ma in senso piuttosto improprio, è in realtà molto vaga; non sono mai esistiti ministri deputati al culto di Confucio. I sacrifici in suo onore erano offerti dall’imperatore, dai suoi rappresentanti o dal capo della famiglia. La divinizzazione di Confucio raggiungerà la massima espressione nel 1907, quando la dinastia Manciù, che stava per essere rovesciata dal trono, proclamerà lo stesso Confucio uguale al “Cielo”. Confucio è il Cielo. Qusto atto si comprende se si tiene conto che l’impero cinese era giunto al tracollo e il tentativo di salvarlo era disperato. Si voleva resistere alla penetrazione dell’occidente e così si propose Confucio come il “Salvatore cinese” per impedire che si diffondesse la fede in Gesù Cristo considerato il “Salvatore occidentale”. Anche questa operazione non riuscì e non servì per nulla rispetto allo scopo che si proponeva. Nel 1912 la Cina diventerà una repubblica, forzatamente aperta ai traffici dell’Europa e degli Stati Uniti d’America.