Le donne nella medicina cinese, con divagazioni

Rosa Brotzu**, Giuliana Franceschini**, Valerio Sansone** Carlo Di Stanislao*

 “Che disgrazia, è il destino della donna,
Niente al mondo è meno vile d’ella.
I figli sono in piedi addossati alle porte,
Come degli dei caduti dal cielo.
I loro cuori lanciano una sfida ai quattro mari,
Ai venti, alle terre e alle migliaia di chilometri.
Ma la figlia, nessuno si rallegra della sua nascita.
La famiglia non realizza nessun guadagno con essa,
Quando cresce, si nasconde nella sua camera,
Nessuno la piange se sparisce dalla sua casa,
Repentinamente, come una nuvola che si scioglie dopo la pioggia.

Si morde le labbra,
Si curva e s’inchina e spesso manca di fierezza”

Fou Chwan

Se gli uomini hanno dominato l’universo delle parole, le donne hanno avuto potere sul mondo delle cose. La vocazione femminile per la medicina ha una storia lunga e affascinante, che ci riporta alle radici delle civiltà. Le donne sono da sempre le custodi dei segreti delle erbe e delle piante officinali, e sono per natura e sensibilità inclini alla cura. Sempre contrapposta alla scienza degli uomini, depositari della cultura dei libri e delle accademie, questa pratica femminile si caratterizzava per l’approccio empirico e l’espressione di conoscenze antiche e tramandate, dove accanto alle applicazioni di una medicina lecita coesistevano saperi più oscuri, quelli delle consuetudini proibite della contraccezione e dell’aborto, legate alla magia degli incantamenti amorosi e della fertilità. Qualche esempio? Circe e Medea, le due grandi maghe della cultura ellenica, usavano la conoscenza delle erbe per dominare e trasformare la realtà e la vita degli uomini a loro piacimento, ottenendo così quell’indipendenza così atipica nella società dell’epoca. Altro discorso per Metrodoro che in epoca bizantina scrisse il trattato Sulle malattie delle donne che ha aiutato a partorire molte donne, o ancora santa Redegonda che scelse di dedicarsi alla vita monastica per emanciparsi da un matrimonio imposto e dedicarsi alla cura dei bisognosi sfruttando le suggestioni della fede. Qui vogliamo limitarci al mondo della tradizione guaritoria sviluppatosi nell’antica Cina, ma per fare questo necessitano due parole, almeno, sul ruolo della donna nella Cina Tradizionale. La condizione della donna nella civiltà cinese è stata oggetto di grandi variazioni. In generale, possiamo affermare, che prima del periodo di Confucio, ella beneficiò di un certo rispetto. La Cina allora, era famosa per l’importanza che dava alla vita familiare. La ragione di ciò è da ricercarsi nel fatto che la madre cinese, costituiva l’asse attorno al quale, ruotavano tutti i membri della cellula familiare. La donna era, per di più, la sorgente dell’esistenza della famiglia e rappresentava, a questo titolo, l’autorità familiare. Nella Cina antica, infatti, l’individuo portava il nome della stirpe materna (matrilinea) e non paterna (patrilinea): il sistema d’identificazione era dunque matriarcale. Uno degli elementi che compongono il carattere cinese (ideogramma) significante “cognome” rappresenta la donna. Gli storici attribuiscono l’origine dei guai, per la donna cinese, all’avvento del regime feudale, durante il quale, la condizione della donna si deteriorò tragicamente. Abbassata ad un rango subalterno, la donna conobbe così tutti i tormenti dell’umiliazione e del disprezzo. Lo storico Will Durant spiega in questo modo il decadimento della situazione femminile: “Probabilmente il regime feudale cinese ha declassato la donna e ridotto il suo rango politico ed economico nel paese, perché il regime feudale stesso è fondato su di un sistema di vita rigorosamente patriarcale”. In effetti, i giovani, le loro spose con i bambini vivevano abitualmente con il primogenito della famiglia. I membri di questa, erano soggetti ugualmente ad un regime di comunità delle terre, e riconoscevano espressamente un’autorità totale al padre su tutta la famiglia e i suoi beni. L’autorità del padre si rinforzò ulteriormente con il Confucianesimo e divenne così quasi assoluta, in ogni campo. I cinesi considerarono allora la donna come merce che era possibile acquistare o vendere. Essa era debole e umiliata in tutti i campi. Peggio ancora, la sua nascita era considerata di malaugurio. I padri imploravano nelle loro preghiere che fossero loro dati dei figli maschi e una delle peggiori umiliazioni per una madre era di non possederne, perché essi erano più adatti al lavoro dei campi e più decisi nel combattimento. In più le figlie rappresentavano un peso per il proprio genitore giacché, così si pensava, dopo aver speso molti soldi e pazienza per allevarle, se ne andavano nella casa del marito.

L’uccisione delle femmine era praticata quando il loro numero superava quello del bisogno, in modo particolare se la famiglia si trovava in difficoltà. La figlia era sottomessa, secondo il momento a tre autorità: quella del padre, del marito e del fratello maggiore, in assenza del genitore, o anche del proprio figlio in mancanza del marito. In perpetua dipendenza dall’uomo, la sua vita scorreva nell’obbedienza, privata di tutti i diritti economici e sociali. Considerata come un minore a vita, non poteva rendersi indipendente e l’uomo le assicurava la sua tutela permanente in ogni campo. Non riceveva nessuna istruzione, consacrandosi totalmente ai lavori domestici. Doveva tagliare i capelli all’età di quindici anni e sposarsi a venti. Il padre sceglieva per lei lo sposo servendosi della mediazione di un sensale. Le donne vivevano nello spazio della casa a loro riservate e raramente si mescolavano agli uomini. L’attività sociale non le concerneva, fatta eccezione per qualcuna che apparteneva a quelle classi che tolleravano la promiscuità, in particolare quella delle cantanti e delle teologhe. La donna, quando si sposava, andava subito ad abitare dal marito e ne assumeva il cognome. Il suo dovere, in quel momento, consisteva nel servire i propri suoceri senza riserve, come prima era richiesto facesse per i genitori. La donna sposata si chiamava Fôu, cioè “sottomissione”, in riferimento alla totale sottomissione dovuta al suo sposo. Paradossalmente questi pensava a lei solo come alla madre dei suoi figli. Era fuori questione di onorare la sua bellezza o la sua cultura, si badava soltanto alla sua fecondità, alla sua capacità di accontentarsi e alla sua obbedienza. Il marito aveva inoltre l’abitudine di mangiare da solo, senza la moglie e senza i figli, salvo in circostanze speciali. Nel caso lo sposo morisse, la sua vedova non aveva il diritto di risposarsi, o peggio ancora, era possibile chiederle di farsi cremare in onore del proprio marito defunto.

È nella letteratura che troviamo le descrizioni della vita sociale, dei costumi e delle tradizioni tipiche di queste civilizzazioni. Gli storici hanno dovuto farvi ricorso per conoscere la miserabile situazione della donna. Ad esempio, gli scritti di Bân Houbân, donna dell’alta società che si espresse, in un messaggio diventato celebre, con parole di un’umiltà e sottomissione estrema, descrivendo così il vero livello sociale della donna: “Noi, le donne, occupiamo l’ultimo rango del genere umano. Siamo le più deboli creature dell’umanità ed è per questo che il nostro retaggio quotidiano è quello di compiere il lavori più vili… Valutate, con quale giustizia e verità, il codice familiare decide della nostra sorte, quando si esprime così: – Se una donna è unita in matrimonio ad un uomo che ama, dovrà dividere con lui tutta la sua vita, e se una donna è sposata con uno che non ama, dovrà ugualmente dividere tutta la sua vita con lui”. Così, quest’intellettuale dell’alta società, descrive l’umile situazione della donna, il suo livello, la sua debolezza e sottomissione al marito. Quanto alle donne appartenenti a classe sociali più basse, erano, sicuramente ancor più da compiangere.

Le concezioni teoriche di base nella cultura cinese rivelano che i due principi, Yin (quello femminile) e Yang (quello maschile), sono considerati alla pari e l’uno non può esistere senza l’altro. Il mondo delle “diecimila cose” è generato dall’unione tra yin e yang. I due elementi sono frammisti ed inseparabili. Questo rapporto dialettico tra i due elementi, tra le due polarità dell’universo, è presente in tutto il pensiero cinese, fino alle sue espressioni più recenti. Nei due principi opposti, eppure complementari, il pensiero tradizionale cinese ha visto la spiegazione del continuo divenire del mondo e di tutte le cose. I due principi, proprio perché complementari e necessari l’uno all’altro, sono concepiti su un piano di assoluta parità sostanziale.

Se questa sembra essere la base teorica, però in realtà nel corso della storia la donna ha subito, in Cina, segregazione ed oppressione. Una condizione le cui ragioni devono essere ricercate nelle basi della storia e della tradizione culturale e sociale della Cina. Il carattere che in cinese significa maschio consiste nell’unione di altri due caratteri, dei quali uno significa “campo” e l’altro “forza”. Suggerisce l’idea dell’impegno della forza fisica maschile nel lavoro dei campi e nell’agricoltura. Il carattere che significa donna è invece presente, quale elemento compositivo, in una serie di caratteri che hanno attinenza con il clan familiare, a cominciare da quello che significa “cognome” e che è costituito da “donna” e da “nascere”. La tranquillità, la pace, la sicurezza, è espressa, a sua volta, da un carattere che raffigura un tetto e da una donna. La sicurezza e l’ordine sono rappresentati quindi dal controllo che ha la donna su tutto ciò che è interno; la forza fisica dell’uomo invece si esercita all’esterno, nei campi. Ai due concetti di yin e di yang corrispondono, così, nei e wai, l’interno e l’esterno: si tratta di una bipartizione di sfere d’influenza che in Cina non ha mai cessato di esistere. Una volta realizzatasi questa bipartizione, la situazione si dovette cristallizzare sempre di più e, dato che le attività “esterne”, con il progresso delle attività economiche ad esse connesse, sono venute sempre più aumentando d’importanza, la donna, l’elemento yin al quale era riservato il nei, l’interno, si è trovata facilmente segregata, sottomessa, considerata come oggetto. I tentativi femminili di occuparsi di attività “esterne” quali la politica, dalle famose imperatrici dell’antichità fino al recente caso di Chiang Ch’ing, sono stati sempre condannati dai tradizionalisti ed in genere dall’opinione pubblica, anche se non tradizionalista, soprattutto perché rompevano un ordine costituito, debordando dall’ ”interno” all’ ”esterno”.Una volta verificatasi questa subordinazione femminile, troviamo in Cina i segni evidenti di essa in molti aspetti del costume: la donna vista come oggetto erotico al punto di essere costretta anche alla mutilazione fisica (piedi fasciati) per aumentare il suo richiamo fisico, l’infanticidio (in prevalenza femminile), la ricerca spasmodica dell’erede maschio, la prostituzione e la poligamia (per i ceti abbienti). Esempio chiaro di come la donna è considerata nella tradizione cinese, è quello relativo alla”fasciatura dei piedi”. La pratica di fasciare i piedi fu introdotta nell’uso un migliaio di anni fa, a quanto si dice, da una concubina dell’imperatore. La fasciatura dei piedi era un comodo mezzo per esprimere e rafforzare un nuovo concetto di castità femminile che la Cina era venuta sviluppando: una moglie casta doveva rimanere relegata in casa e non doveva farsi vedere nei campi e per la strada; e camminare con i piedi fasciati rendeva l’incedere penoso e difficile. Avere piedi così piccoli e deformati, causa di dolori costanti, limitava inevitabilmente il movimento, forzando a una segregazione domestica che escludeva la partecipazione della donna alla vita sociale. La fasciatura rivelava quindi la condizione economica di una famiglia: un uomo che aveva una moglie con i piedi fasciati provava a tutti che egli era abbastanza ricco da mantenere una donna con i suoi guadagni e che non aveva bisogno d’aiuto nei campi o nel negozio. Conseguentemente i piedi grandi, propri dell’altro sesso, erano indice di appartenenza ad una classe sociale povera. Serve e contadine avevano i piedi a grandezza naturale, come le donne delle minoranze etniche (soprattutto della Mongolia), mentre erano bendati quelli delle signore delle classi sociali più elevate, incluse naturalmente legittime consorti e concubine degli imperatori delle varie dinastie, a partire dagli Han (206 a.C. – 220 d.C.) – passando per la dinastia Tang, Song, Yuan e Ming – fino agli ultimi imperatori Qing (1644-1911).

Ufficialmente, con la nascita della Repubblica Popolare Cinese, nel `49, è stato vietato. L’usanza di fasciare i piedi, vivido simbolo della soggezione della donna, sopravvisse e fiorì per secoli. Il costume era parte integrante di una società patriarcale che inculcava nelle donne l’obbedienza. Una dama virtuosa accettava passivamente la sua condizione d’inferiorità intellettuale e rimaneva tagliata fuori dal mondo esterno. Opporsi alla fasciatura era cosa impensabile, significava ribellarsi alle tradizioni cinesi, che miravano a mantenere una netta divisione tra uomini e donne. Innamorarsi era considerato quasi una vergogna, un disonore per la famiglia; non perché fosse tabù – dopo tutto, l’amore romantico aveva in Cina una tradizione venerabile – ma perché si riteneva che i giovani non dovessero trovarsi esposti a situazioni in cui ciò potesse accadere, sia perché incontrarsi era giudicato immorale, sia perché il matrimonio era considerato innanzi tutto un dovere, un accordo tra due famiglie. Naturalmente era considerato altamente encomiabile che una donna si sottoponesse fin dalla prima infanzia al temuto dolore della fasciatura dei piedi con stoica rassegnazione e che trattenesse le lacrime per compiacere alla madre e conformarsi così ai canoni della bellezza sanzionati nei secoli. Il successo o il fallimento della fasciatura (fatta dalla madre stessa) dipendeva dall’abilità con cui veniva stretta la benda intorno a ciascun piede. La fascia, larga circa cinque centimetri e lunga tre metri, si applicava in questa maniera: se ne fissava un capo alla parte interna del collo del piede, veniva quindi fatta passare con forza sulle dita, a eccezione dell’alluce, in modo da ripiegarle sotto la pianta del piede. L’alluce non veniva fasciato. Si passava poi strettamente la benda intorno al calcagno in modo che tallone e dita fossero ravvicinati il più possibile. Si ripeteva quindi il procedimento fino a totale utilizzazione della fascia. Il piede delle fanciulle era soggetto a una forzata e continua pressione: lo scopo infatti non era solo quello di comprimere il piede, ma anche di curvare le dita, di ripiegarle sotto la pianta e di riavvicinare la pianta stessa al tallone fino al limite del possibile. Non solo alcuni uomini trovavano erotica l’andatura barcollante delle donne su quei piedi minuscoli, ma si dilettavano a giocherellare con i piedi fasciati, che erano sempre nascosti da scarpette di seta ricamata. Le donne non potevano togliere le fasciature neanche da adulte, perché i piedi avrebbero ripreso a crescere. Potevano solo allentarle temporaneamente di notte, e allora calzavano scarpette dalla suola morbida. Di rado gli uomini vedevano nudi i piedi fasciati, che di solito erano ricoperti di pelle putrescente e mandavano cattivo odore, una volta tolte le bende. Alla donna cinese dell’età imperiale si insegnava l’amore per la castità e il “loto d’oro” – cioè il piede piccolo – fu considerato un possesso esclusivo del marito. Perfino i parenti stretti evitavano di guardare i piedi rimpiccioliti; la loro manipolazione da parte dell’uomo era considerata un atto di grande intimità. La donna di buona educazione provava grande imbarazzo e vergogna – che poteva condurla sino al suicidio – quando ad accarezzarle il piede o a toglierle la scarpa era una persona diversa dal marito. Nei tempi antichi, quando era una pratica largamente diffusa e non osteggiata, la fasciatura dei piedi ebbe i suoi accaniti sostenitori, veri e propri amanti del loto d’oro.
Tra di essi spiccava un aristocratico di nome Fang Xun – probabilmente uno pseudonimo – che, autonominatosi “dottore del loto fragrante”, con esaltati slanci lirici elencò le componenti estetiche necessarie perché il piede rimpicciolito fosse degno di lode, riportò alcuni commenti critici e analizzò alcuni giochi che prevedevano per la cui esecuzione erano indispensabili le scarpine. Inoltre fissò nove categorie di bellezza, che comparò ufficialmente alle nove classi in cui era divisa la società cinese. Le prime tre erano: “Qualità divina”, “Qualità meravigliosa” e “Qualità immortale”. Vi era anche tutta una serie di termini per descrivere il piede, la scarpa e i suoi accessori. Si riteneva comunemente che il “loto d’oro” fosse lungo otto centimetri o meno, il “loto d’argento” da otto a dieci e il “loto di ferro” più di dieci. Le scarpe di queste donne dai piedi piccoli, confezionate su misura – di cotone per tutti i giorni e di seta ricamata per le ricorrenze – erano lunghe da 7 a 12 centimetri. La pratica di fasciare i piedi raggiunse la massima diffusione verso la fine della dinastia Qing (1644-1911), ma già allora erano evidenti i segni della sua decadenza. Le frequenti disposizioni imperiali contro il costume era la riprova della loro inefficacia. Nel sec. XVII i conquistatori mancesi della Cina furono i primi a combattere l’usanza che aveva ormai raggiunto la sua piena fioritura e andarono orgogliosi dei piedi grandi e naturali delle loro donne, differenziandosi così dai conquistati. Verso la fine del sec. XVIII e l’inizio del XIX, molto prima che giungessero in Cina le idee occidentali di uguaglianza dei sessi, i leader cinesi cominciarono a combattere per i diritti femminili, e ben presto la lotta si orientò anche contro la fasciatura dei piedi. Il movimento abolizionista incominciò ad avere l’appoggio dei critici cinesi progressisti, dei missionari occidentali e delle loro mogli. Questi ultimi, però, più che combattere per l’uguaglianza delle donne, si scagliavano contro l’innaturalezza del costume.
Il primo passo verso l’abolizione della fasciatura dei piedi fu un decreto imperiale del 1902 in cui si caldeggiava il divieto di fasciare i piedi durante l’infanzia; era questo infatti il sistema più umano per sradicare tale costume. Ma l’infelicità e l’amarezza causate alle donne adulte dall’interruzione della pratica erano tali che le misure adottate non sortirono gli effetti sperati. Venne proposta la moderazione per far sì che la fasciatura giungesse al suo epilogo naturalmente, senza causare inutili sconvolgimenti sociali. La tendenza a divorziare dalle mogli con i piedi rimpiccioliti venne bollata come atto barbarico, indegno d’una società civile e responsabile. Nell’agosto del 1928, il ministro degli affari interni emanò un’ordinanza articolata in 16 paragrafi contro la fasciatura e ingiunse a tutte le prefetture di farla scrupolosamente rispettare. Certo è che le donne con i piedi fasciati che vissero nel periodo di transizione soffrirono doppiamente. Nella prima fanciullezza dovettero sopportare il dolore e il disagio della fasciatura, solo per sentirsi dire, nella maturità, che le loro sofferenze erano state vane, dati i nuovi dettami della rivoluzione e i cambiamenti dei gusti estetici. Per il rivoluzionario cinese, lo sradicamento della pratica della fasciatura dei piedi e l’emancipazione femminile avevano il medesimo significato. L’eliminazione del costume era un obiettivo importante, ma difficile da raggiungere dato che le donne, relegate nell’intimità dei boudoir rimanevano inavvicinabili. La riforma conobbe i suoi primi successi nelle città e nei grossi centri. Verso la fine degli anni Venti la pratica della fasciatura era ormai in fase calante; ma la concezione maschile conservatrice, che vedeva nella donna un essere inferiore e un passatempo, era rimasta sostanzialmente inalterata. La donna cinese dovette attendere la definitiva ascesa al potere di Mao, per vedere distrutta totalmente questa pratica. In conclusione, si può dire che le donne cinesi per secoli sono state considerate inferiori, semplici fattrici di una discendenza possibilmente maschile. Durante tutta la storia le capacità della donna sono state imprigionate e bloccate da segregazioni, pregiudizi e sofferenze, ed anche l’emancipazione è stata forzata, passiva, diretta in modo sbagliato, con secondi fini e spesso pagata a caro prezzo.

Anche nella società occidentale e non solo in Cina c’è ancora molto da fare per arrivare alla parificazione dei diritti fra uomo e donna, che non deve essere un’uguaglianza in tutto, ma un’uguaglianza di fatto, che sappia tener conto delle differenze e ne faccia tesoro, non le sopprima; bisogna rafforzare i diritti per giungere a una piena integrazione. Chi lo sa se una Cina segnata dal comunismo, divisa tra tradizione, storia e corsa all’occidentalizzazione estrema riuscirà a dare alle donne questo spazio, questa libertà e questa forza che esse attendono da tanto. Come visto il ruolo della donna in Cina è sempre stato subalterno e tenuto ai margini della cultura e della scienza. Ma, anche in Occidente, la storia delle donne nella cultura e nella vita civile è stata una storia di emarginazione fino alla fine dell’Ottocento e in gran parte ancora fino alla metà del Novecento, almeno nei paesi industrializzati. All’aprirsi del XIX secolo si affacciavano le istanze di riscatto delle donne “senza diritti”, nel tentativo di eliminare tante ingiuste diseguaglianze sociali. Negli stessi anni, però, la scienza medica proponeva un’unica lettura delle differenze fisiologiche di genere, dando solida credibilità alla ideologia naturalistica che sosteneva la “naturale” inferiorità della donna, accettata nella banalità di un sentire da non mettere in discussione. In questo articolo si ripercorrono certi tratti della medicina che, quando spiegava la fisiologia della donna, si impaludava in ambiguità, ristagnava in vecchie posizioni scientifiche e agiva sul senso comune. Le spiegazioni fisiologiche delle differenze tra uomo e donna venivano in aiuto a quanti, nel turbinoso itinerario del pensiero emancipazionista, radunavano le forze necessarie per opporvisi e contrastare le pretese di trasformazioni. Aggirandosi nella letteratura d’epoca, si comprende che i medici, spiegando le “naturali diseguaglianze” giustificative del comportamento privato e dell’agire sociale femminile, subordinato all’uomo, vivevano una loro sorta di pace interna e di tranquillo conformismo. Nel fisiologismo ottocentesco si trovano le descrizioni anticipatrici di certe presunzioni che poi fiorirono più diffusamente con tutti quelli che misuravano crani o pesavano cervelli, con le convinzioni di Lombroso e di Moebius, visionario propagandista della “assoluta sterilità mentale” della donna. In molti paesi in via di sviluppo, salvo rare eccezioni, le donne sono ben lontane non solo dall’aver raggiunto la parità con l’altro sesso, ma anche dal vedere loro riconosciuti i più elementari diritti di esseri umani. Quali possono essere le cause di questa situazione che risale indietro nei secoli? Forse già nelle epoche preistoriche, la forza fisica necessaria per sopravvivere, le numerose gravidanze e il lungo periodo di allattamento e di cura della prole hanno portato alla differenziazione dei compiti. Per secoli le donne che potevano avere accesso all’istruzione erano quelle rinchiuse nei conventi. Forse per questo le donne che sono emerse nel passato erano soprattutto umaniste, pittrici, scrittrici, poetesse, ma molto più raramente scienziate. Infatti chi ha attitudini artistiche o letterarie può emergere anche senza una preparazione specifica, mentre le scienze, e in particolare le cosiddette scienze “dure” come matematica e fisica richiedono una preparazione di base, senza la quale è quasi impossibile progredire. Solo quelle poche favorite dall’avere un padre, un fratello o un marito scienziato disposto a condividere le proprie cognizioni, potevano farsi una cultura scientifica. Basta ricordare che ancora all’inizio del XX secolo in molti paesi europei alle ragazze era precluso l’accesso alle università ed anche ai licei. Perciò le donne, escluse dalle università, escluse dall’educazione scientifica, sono emerse là dove potevano emergere. Così è sorto il pregiudizio secondo cui le donne sarebbero più adatte alle materie letterarie e linguistiche che non a quelle scientifiche. Le stesse ragazze crescono in mezzo a questi pregiudizi e se ne lasciano influenzare, e scelgono le facoltà umanistiche anche contro le loro naturali inclinazioni, contribuendo così a rafforzare i pregiudizi stessi. Comunque oggi cresce sempre di più il numero di ragazze che scelgono materie ritenute tipicamente maschili come ingegneria. Malgrado le difficoltà incontrate, non sono poche le scienziate che hanno portato importanti contributi allo sviluppo della scienza. La storia ci tramanda i nomi di alcune famose scienziate. Ce ne furono una ventina nell’antichità, fra cui emerge il nome della matematica Ipazia; solo una decina nel medioevo, soprattutto nei conventi, quasi nessuna tra il 1400 e il 1500, 16 nel 1600, 24 nel 1700, 108 nel 1800. Oggi solo nel campo dell’astronomia sono più di 2000, ed in ogni campo dei sapere le ricercatrici universitarie superano il 50%, con punte dell’80% nelle facoltà umanistiche, del 60% in quelle di scienze biologiche, dal 30 al 40% nelle scienze abiologiche, più dei 50% nelle matematiche, mentre sono ancora al di sotto dei 20% in facoltà come ingegneria e agraria. Fra le matematiche va ricordata Ipazia (370-415 d.C.), figlia del matematico e filosofo Teone. Diventò capo di una scuola platonica di Alessandria d’Egitto frequentata da molti giovani. Fu uccisa barbaramente da monaci, forse anche perché tanta genialità matematica in una donna poteva sembrare indice di empietà. Nel 1700 Maria Gaetana Agnesi (1718-1799) fu la prima donna ad essere chiamata a ricoprire una cattedra universitaria, all’Università di Bologna, e Sophie Germain (1776-1831) fu una riconosciuta esperta di teoria dei numeri e di fisica. Nel XIX secolo ci sono numerose grandi matematiche, fra le quali emergono soprattutto Sofia Kovaleskaja (1850-1891), professore all’Università di Stoccolma, e Emmy Noether (1882-1935), fondatrice dell’Algebra moderna. Fra le matematiche italiane di questo secolo ricordo Pia Nalli (1866-1964) professore ordinario di analisi matematica all’università di Cagliari e poi di Catania; Maria Pastori (1895-1975) ordinario di Meccanica Razionale all’università di Messina, Maria Cibrario Cinquini (1905-1992), ordinario di Analisi matematica a Cagliari e professore emerito dell’università di Pavia, Maria Biggiogero Masotti ordinario di geometria presso il Politecnico di Milano. Fra le fisiche e le astrofisiche vanno ricordate, naturalmente Marie Sklodwska Curie (1867-1934), premio Nobel per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1911, e prima donna professore alla Sorbona e la figlia Irene Curie (1897-1956) premio Nobel per la chimica nel 1935; Lise Meitner (1878-1856) premio Nobel per la chimica nel 1935; Lise Meitner (1878-1968) che scopre il fenomeno della fissione nucleare ed è la prima donna ad avere una cattedra universitaria di fisica in Germania; Marie Goeppert Mayer (1906-1972) premio Nobel per la fisica nel 1963 per la sua teoria sui “numeri magici” che determinano la stabilità degli atomi; Wu Chieng-Shiung (1913-1997), professore di fisica alla Columbia University, scopritrice della non conservazione della parità nelle interazioni deboli. Fra le astronome e astrofisiche va ricordata Caroline Herschel (1750-1848) che insieme al fratello William iniziò lo studio fisico del cielo, occupandosi di quello sfondo di stelle fino allora considerato poco più di uno scenario su cui si muovevano i pianeti. A loro si deve lo studio delle nubi interstellari, la scoperta di regioni apparentemente prive di stelle, che oggi sappiamo essere regioni ricche di polveri che ci nascondono le stelle retrostanti, e lo studio della distribuzione delle stelle sulla volta celeste. Maria Mitchell (1818-1889) è stata la prima famosa astronoma americana, docente di astronomia al Vassar College e direttrice di quell’osservatorio, che ha preso il suo nome. Un terzetto di astronome americane che hanno legato il loro nome a scoperte e ricerche fondamentali per la moderna astrofisica sono Henrietta Swan Leavitt (1868-1921), Anne Cannon (1863-1941) e Antonia Maury (1866-1952). La prima scoprì la relazione che lega il periodo di variazione di luce di una classe di stelle variabili dette “Cefeidi” al loro splendore assoluto, facendo di questa classe di stelle uno dei migliori mezzi per la determinazione delle distanze delle galassie. Alla seconda si deve la classificazione degli spettri di più di 225.000 stelle; il risultato del suo lavoro è raccolto nel poderoso catologo “Henry Draper” (dal nome dei finanziatone dell’opera) che è ancora oggi largamente consultato. La terza scoprì alcune caratteristiche degli spettri stellari, che permettevano di stabilire lo splendore assoluto di una stella, e quindi – misurato lo splendore apparente – risalire alla distanza. Essa ha anticipato di almeno due decenni il metodo di determinazione delle distanze dal semplice studio dello spettro. Una grande astrofisica, iniziatrice dei metodi di studio delle atmosfere stellari e della determinazione della loro composizione chimica è stata Cecilia Payne Gaposchkin (1890-1979). Iniziatrice dello studio dell’evoluzione chimica della Galassia è stata una giovane astrofisica, Beatrice Tinsley, scomparsa prematuramente una ventina di anni fa. Oggi sono numerosissime le astrofisiche di fama internazionale che guidano gruppi di ricerca nei più svariati campi, dalla fisica stellare alla cosmologia, e delle più svariate nazionalità. Si può stimare che in tutto il mondo rappresentino dal 25 al 30% di tutti gli astronomi e astrofisici. Altrettanto numerose sono le scienziate nel campo della biologia e delle scienze mediche, molte insignite di premio Nobel. Per tutte ricordiamo Rita Levi- Montalcini (1909) premio Nobel per la medicina nel 1986. Sebbene oggi i contributi delle donne alla scienza vengano riconosciuti, resta il fatto che le scienziate per emergere devono generalmente lavorare di più dei loro colleghi e devono ancora superare numerosi pregiudizi, che, contrariamente a quanto si crede, sono maggiori nei paesi anglosassoni che non in quelli latini. Torniamo alla Cina e alla Medicina di quel Paese. Certamente la più celebre fra le donne-medico nella tradizione cinese fu Bao Gu, moglie dell’alchimista Ge Hong, nota come “la dea della medicina”, la cui tomba si trova in un tempietto bianco, nella Città Proibita, a Pechino. Fu una famosa esperta di moxibustione e dermatologia, viaggiò in luoghi lontani, fu una ricercatrice assidua e scrisse, col marito, il testo Shijou Fang (施芳柔) o “Prescrizioni Tardive”. Nata nel Guangdong, nei pressi delle montagne Luofu, ivi studiò alchimia taoista (sotto la guida di Bao Liang) e, successivamente, si perfezionò in arti guaritorie viaggiando nelle città di Nanhai, Huiyang e Boluo. Ideò la combinazione di erbe per moxa nota come Hongjiao ed un tempio a lei dedicato, dettio Palazzo Sanyuan, si trova ai piedi del monte Yuexiu nel Guangzhou. È portata ad esempio dell’apertura della Medicina cinese anche alle donne. Ma altre grandi donne hanno attraversato la storia della Medicina Cinese, come Yi Shuo, della dinastia Han, Zhang Xiaoniangzi, della dinastia Song e Tan Yunxian, vissuta nel periodo Ming. Prima giudicare con dura severità la tradizione cinese, va comunque ricordato che, in Europa, solo la Scuola Medica Salernitana conferirà (1200-1300) la Laurea anche ai Medici appartenenti al gentil sesso e più tardivamente che in Cina.

 

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–             Levi-Montalcini R., Tripodi G., Ferri G.: Le tue antenate. Donne pioniere nella società e nella scienza dall’antichità ai giorni nostri, ed. Gallucci, Roma, 2008.

–             Maderna E.: Le Medichesse. La vocazione femminile alla cura, Ed. Aboca, San Sepolcro (AR), 2016.

–             Noble D.F.: Un mondo senza donne e la scienza occidentale, Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 1994.

–             Robinet I.: Histoire du taoisme des origines au XIVe siècle, Ed. Du Cerf, Paris, 1991.

–           Tugnoli Pattaro S.: A proposito delle donne nella scienza, Ed. CLUEB, Bologna, 2003.

–             Qizhi Z.: Traditional Chinese Culture, Ed. Foregein Linguages Press, Beijing, 2004.

–             Schimdt G.H.: Storia della Cina, Ed. Mondadoti, Milano, 2005.

–             Wei Kang F.: The story of Chinese Acupuncture and Moxibustion, Ed. Foregein Linguages Press, Beijing, 1975.

–             Zhen’guo W., Ping C.: History and Development of Traditional Chinese Medicine, Vol 1, Ed. IOS Press, New York, 1999.

 

 




Iniezioni epidurali di corticosteroidi: gravi disturbi neurologici

Dal momento che assai spesso mi capita che a pazienti affetti da sciatica o lombalgia che vengono alla mia osservazione siano stati consigliati dal “passaparola” ma anche da colleghi medici trattamenti della loro patologia attraverso iniezioni epidurali di cortisonici, mi sembra impostante informare i lettori di Olos e Logos delle conclusioni di questo articolo che segnala gli effetti avversi di questa metodica terapeutica.

Le conclusioni dell’articolo sono che: “il rapporto rischio-beneficio delle iniezioni epidurali di corticosteroidi nei pazienti con mal di schiena e sciatica non è favorevole. Se tale trattamento è comunque scelto, i pazienti devono essere informati della sua mancanza di efficacia dimostrata e dei rischi a cui saranno esposti.”

SIF

Societa’ Italiana di Farmacologia

FarmacoVigilanza

(Luglio 2016)

http://www.farmacovigilanzasif.org

Iniezioni epidurali di corticosteroidi: gravi disturbi neurologici

Wasim Kharamba e Alessandra Russo. UOSD Farmacologia Clinica. AOU Policlinico “G. Martino”, Messina

Sulla rivista Prescrire International (1) è stato pubblicato un articolo in cui è stata focalizzata l’attenzione sulle iniezioni epidurali di corticosteroidi. I pazienti con mal di schiena e sciatica a volte sono trattati con iniezioni epidurali di corticosteroidi, anche se tali iniezioni non hanno dimostrato di avere una qualche efficacia al di là di un effetto placebo, né a breve né a lungo termine.

Alla fine del 2014, la Food and Drug Administration (FDA) ha pubblicato una revisione degli effetti avversi segnalati o pubblicati associati ad iniezioni epidurali di corticosteroidi. Sono stati inclusi 131 casi di gravi effetti avversi neurologici, tra cui 41 casi di aracnoidite. Il sito di iniezione era noto in 7 casi (1 iniezione cervicale, 4 lombari, 1 lombare/sacrale e 1 sacrale).

Gli altri effetti avversi includevano paraparesi e paraplegia, quadriplegia, infarto del midollo spinale, stroke, trombosi e tromboembolismo, disturbi sensoriali, cecità, lesioni nervose, convulsioni, disfunzione vescicale o intestinale e modifiche comportamentali o psicologiche. Cinque pazienti sono deceduti, tra cui due suicidi in pazienti con aracnoidite. L’analisi delle segnalazioni suggerisce che l’uso di tecniche di imaging per guidare l’iniezione non elimina il rischio di effetti avversi neurologici gravi.

In pratica Il rapporto rischio-beneficio delle iniezioni epidurali di corticosteroidi nei pazienti con mal di schiena e sciatica non è favorevole. Se tale trattamento è comunque scelto, i pazienti devono essere informati della sua mancanza di efficacia dimostrata e dei rischi a cui saranno esposti.

Bibliografia

  1. Prescrire International 2016; 25: 69.

 

 




Le acque lunari, la medicina cinese e la donna

Lucio Sotte*

È un vero piacere presentare ai lettori di Olos e Logos: Dialoghi di Medicina Integrata quest’ultima opera di Alessandra Gulì che completa il panorama della letteratura scientifica italiana di medicina cinese con un volume dedicato alla ostetricia e ginecologia cinesi.

Conosco Alessandra da tanti anni e so quanta passione e dedizione ha speso nello studio, nella pratica clinica, nella didattica della materia ostetrico ginecologica sotto la guida dei suoi maestri cinesi di Nanjing.

Questo volume è il brillante esito di un lungo ed appassionato lavoro offerto al mondo medico ed accademico italiano per approcciare ed approfondire per la prima volta questa complessa materia delle patologie femminili.

Le acque lunari – le mestruazioni – sono il cuore della fisiologia della donna e sono al centro delle terapie proposte dalla medicina tradizionale cinese, che ne interpreta i ritmi e i messaggi a partire dai quali si possono affrontare numerose disarmonie.

Il ritmo che regola l’avvicendarsi delle varie fasi del mestruo come anche quello dei tempi della gravidanza è studiato in medicina occidentale a partire dai complessi equilibri neuro-ormonali che collegano l’ipofisi e gli organi genitali. La medicina cinese insegna che questo ritmo collega la donna anche al macrocosmo: non è un caso che la durata del ciclo e quella della gravidanza siano collegate con la durata delle fasi lunari che influenzano le energie dell’essere vivente.

Il materiale teorico e pratico presentato in questa nuova edizione di Le acque lunari, attraverso un’ampia analisi della fisiologia e delle patologie specifiche femminili, costituisce una ricca fonte di consultazione per le donne e per ogni terapeuta.

Il volume inizia con una prima parte dedicata alla presentazione dei principi della medicina cinese: yin-yang, wu xing, qi, sangue, fluidi, essenza, i tre tesori. Si passa poi ad analizzare il sistema degli organi e visceri e quello dei visceri straordinari per arrivare infine alla teoria dei canali, principali, secondari e straordinari.

Inizia poi la seconda parte del volume che è dedicata in maniera più specifica ad affrontare la fisiopatologia e la diagnostica dell’universo femminile.

La terza parte del volume è dedicata alla clinica ed affronta la disarmonia e regolazione del ciclo mestruale, le alterazioni del ritmo, della quantità e della durata, il dolore mestruale, i sanguinamenti uterini, l’assenza del mestruo, i disturbi intermestruali e mestruali ed infine la menopausa e l’infertilità. Quest’ultimo argomento è affrontato con i contributi di Carlo Maria Giovanardi (evidenze scientifiche), di Umberto Mazzanti (effetti e meccanismi di azione dell’agopuntura) e di Eleonora Marche (auricoloterapia per la fertilità).

Attraverso la proposta di una cura naturale e consapevole – a volte alternativa ai percorsi della medicina occidentale, altre volte sinergica ad essi – completata da prescrizioni erboristiche e descrizioni dei punti specifici di agopuntura, l’autrice, medico occidentale ed esperta di medicina tradizionale cinese, mette a disposizione la sua ampia conoscenza ed esperienza, maturate in una pratica più che trentennale, in un’opera tecnica ed allo stesso tempo di gradevole lettura.

Sessualità, ciclo mestruale, aspetti culturali, elementi psichici, metodiche di conoscenza del proprio corpo, menopausa, infertilità e svariate patologie sono i temi affrontati in una chiave completa, che mette in relazione ritmi naturali e stili di vita, fornendo indicazioni dettagliate sui comportamenti salutari per influire sulla guarigione e offrendo uno sguardo sulla fisiologia femminile diverso e carico di spunti di riflessione creativi e vitali.




Esperienze cliniche in agopuntura dell’addome e dell’ombelico

Lucio Sotte*

L’addominoagopuntura o agopuntura addominale, costola primaria della somatoagopuntura, nasce in Cina circa venticinque anni fa sulla base della conoscenza della «tartaruga sacra» e consente di trattare con successo pazienti resistenti alle tradizionali terapie e affetti da patologie osteoarticolari.

La sua “scoperta” è correlata agli studi del dott. Bo sul sistema dei punti addominali e alla sua messa a punto della mappa somatotopica che fa corrispondere precisi punti addominali alle varie regioni del corpo.

L’addominopuntura è certamente molto interessante da vari punti di vista: in primo luogo per la sua efficacia, in particolare nelle patologie articolari della colonna ed in quelle degli arti superiore ed inferiore, ma anche nelle patologie di interesse neurologico correlate alla compromissione delle radici nervose che sono alla base di sciatiche e radicoliti.

Un secondo motivo di interesse è correlato alla sua “ripetibilità” che fa si che, a differenza di altre metodiche di trattamento agopunturistico in cui il trattamento è assai personalizzato, possa essere sottoposta facilmente a studi controllati e randomizzati sulla sua efficacia terapeutica.

Un altro grande pregio dell’addominopuntura è la sua caratteristica di essere praticamente indolore sia per le modalità di infissione dell’ago che per la manipolazione che debbono essere precise e delicatissime. D’altra parte anche le dimensioni e soprattutto il calibro modestissimo degli aghi (0,20/0,25 mm) sono un motivo di attenuazione di qualsiasi sintomo algico durante l’esecuzione della terapia.

Da ultimo la mia esperienza di addominopuntura mi suggerisce che la sua pratica possa essere particolarmente utile anche nel primo approccio terapeutico con un paziente agofobico perché sia i buoni risultati come anche la sua pratica assenza di effetti collaterali fa prendere confidenza con l’agopuntura anche al paziente più pavido. Una volta superato lo scoglio iniziale sarà molto più semplice utilizzare e far accettare al paziente anche metodiche più complesse di terapia.

Gemma D’Angelo si dedica da molti anni a questa metodica di terapia. Non è un caso che avessi affidato proprio a lei l’incarico di trattare il tema dell’addominopuntura nel 14° capitolo del volume Agopuntura Cinese pubblicato nel 2007 di cui riporto in figura la pagina iniziale.

Si tratta del Terzo Volume del Trattato di Agopuntura e Medicina Cinese Medicina Cinese edito dalla Casa Editrice Ambrosiana alla realizzazione del quale ho dato il mio contribuito come editor di Volume e di Collana.

L’ombelicoagopuntura, invece, si basa su una descrizione complessa del rapporto tra uomo e natura, dove le regole sono dettate in primo luogo dal seguire uno stile di vita il più vicino possibile agli insegnamenti del tao, e in secondo luogo da variabili più complicate, che vengono prese in considerazione e valutate dal medico mediante una scelta precisa riguardante ambiti differenti.

Il ba gua, lo schema della trasformazione yin yang basato sugli otto trigrammi, è alla base di questa seconda metodica di terapia che ha il pregio, come la precedente, della recente messa a punto e della modesta sensazione dolorifica associata.

In questo testo, Gemma D’Angelo introduce il lettore alla teoria e alla pratica di entrambe le metodiche descrivendo la sua esperienza nell’utilizzo clinico e presentando protocolli clinici con le differenti possibilità terapeutiche, suddivisi in una sezione di base, che comprende protocolli applicabili a più patologie, e in una specialistica, dove le patologie sono differenziate per competenza clinica.




Volontariato in agopuntura a Zamboanga, esperienze estive

Paola Poli, Carlo Moiraghi*

Eccoci rientrati da un nuovo viaggio di volontariato con agopuntura.

AGOM, Agopuntura nel Mondo, questa volta si è diretta a Zamboanga, una cittadina su un’isola all’estremo sud delle Filippine, nel Mindanao, poco sopra la Malesia. Una terra di rapimenti, di guerre e di scontri. Nel 2013 per diversi mesi la città è stata devastata da una vera e propria guerra, i musulmani ribelli di Abu Sayyaf e sovvenzionati da Al Qaida, volevano rendere il Mindanao e l’annesso arcipelago delle isole Sulu un Califfato mussulmano indipendente dalle Filippine, così filippini e americani hanno duramente reagito, bombardamenti a tappeto. Ora la guerra è terminata ma non regna la pace. Si vive in uno stato di allerta. Numerosi i rapimenti sia di stranieri che di filippini soprattutto a scopo di riscatto ma non solo. Le persone la sera col buio non escono di casa. Le strade sono presidiate da posti di blocco con militari armati. L’unico Occidentale che vive lì a Zamboanga dal 1977 è Padre Sebastiano D’ambra, missionario del PIME che ogni giorno porta avanti e costruisce il suo messaggio di pace. Lui è il mediatore tra i ribelli e l’esercito. Padre Sebastiano è stato di fondamentale importanza nella risoluzione del conflitto armato del 2013, lo è ogni qual volta avviene un rapimento e ancora lo è ogni giorno per la convivenza di persone di religioni diverse. Padre Sebastiano porta avanti il dialogo tra le religioni, non evangelizza, costruisce vita comune nel pieno rispetto di tutti. Crede che i musulmani debbano essere aiutati a divenire musulmani migliori e i cristiani debbano essere aiutati a divenire cristiani migliori, e gli uni e gli altri a convivere in pace. A chi gli dice che è pericoloso per lui vivere lì nel mezzo delle discordie, a chi gli ricorda che già tante volte per un soffio si è salvato da attentati rivolti alla sua persona, mentre non pochi suoi confratelli sono morti risponde deciso, Padayon, Andiamo Avanti.

All’inizio dell’estate, attraverso vie tanto impreviste quanto precise, come solo le vie della vita sanno essere, Padre Sebastiano ha ricevuto una nostra email in cui dicevamo di volere praticare volontariato medico con agopuntura nelle Filippine e domandavamo disponibilità. Da otto anni il Padre attendeva di potere far seguire un corso di agopuntura alle sei esperte di medicina cinese che lavorano all’ Holistic Center Silsilah Harmony Village di Zaboanga da lui fondato, per potere aggiungere l’agopuntura alle cure necessarie durante le eventuali guerriglie e per i poveri di ogni giorno. Durante la guerra l’Ospedale era stato sfollato e lui aveva accolto i pazienti che non potevano essere trasferiti da altre parti, le cure servono, tanto, tutte. Al Centro Olistico le nostre future allieve già praticavano shiatsu, riflessologia e avevano una conoscenza di base dei punti e dei canali di agopuntura e di medicina cinese, oltre ad essere esperte in cure tramite la somministrazione di erbe e piante medicinali locali. Il Padre ci ha subito invitato assicurandoci che se stavamo con lui e ci attenevamo alle sue raccomandazioni non correvamo pericolo. Così è stato. Non siamo mai usciti da soli né abbiamo mai camminato per più di dieci metri per strada. Un’ora dopo il nostro arrivo abbiamo iniziato ad insegnare agopuntura e lo abbiamo fatto senza sosta per le due settimane di permanenza. Ogni mattina curavamo gratuitamente i detenuti del City Jail, il carcere di Zamboanga, le persone del General Hospital e del Ministero della salute. Ogni pomeriggio visitavamo al Centro Olistico del Silsilah Harmony Village fondato da Padre Sebastiano. Abbiamo fatto 460 trattamenti, intervallati alle lezioni e con grande gioia le nostre allieve gli ultimi giorni erano in grado di effettuare semplici ma adeguati trattamenti di agopuntura in autonomia. L’agopuntura a Zamboanga è dunque ora una realtà. I cittadini, i poveri, i detenuti, gli sfollati delle baraccopoli continueranno a ricevere agopuntura gratuitamente e non solo per le due settimane in cui noi siamo stati sul posto e questo è il vero successo di questo nostro periodo ed impegno. A Zamboanga probabilmente non torneremo e sicuramente non manderemo altri medici agopuntori, è davvero un luogo rischioso, l’ISIS è radicata nelle isole vicine, ma ormai un primo avvio all’agopuntura c’è stato. Ora le esperte che abbiamo formato seguiranno un altro corso per avere l’abilitazione locale ma già hanno ricevuto un diploma oltre che da noi anche dal Ministero della Salute di Zamboanga che ne ha osservato il lavoro per due giorni ed ha visto i risultati ottenuti dai 70 trattamenti da loro effettuati proprio lì al Ministero.

I casi che abbiamo trattato sono diversi. In carcere abbiamo trattato solo gli uomini, per le donne la direzione carceraria ha di continuo rimandato per negarci l’autorizzazione all’ultimo. Alcuni di questi detenuti ci sono stati presentati come paralizzati dalla vita in giù e pertanto venivano portati in spalla da altri detenuti per poter ricevere i trattamenti di agopuntura. Di base in questi casi abbiamo utilizzato punti di rene e di vescica biliare ma anche di milza, dati i polsi vuoti e le lingue pallide e gonfie. In particolar modo ci siamo avvalsi della puntura di R1, R3, VB39, M6, GI4. Sorprendente è stato osservare come già dopo un trattamento questi malati migliorassero, il primo passo era lo sguardo che si faceva più presente. Dal terzo trattamento generalmente camminavano in autonomia. Abbiamo così scoperto che questi uomini erano si paralizzati, ma dalla paura, non da lesioni fisiche. Un sostegno sul rene, sulla milza e sulla vescica biliare era sufficiente a ridare loro la volontà di camminare, di trovare la forza per farlo, di ripercorrere in autonomia il sentiero della vita. Altro problema del carcere erano le ulcere. Molte erano state provocate dall’eccessivo utilizzo di droga o dal diabete e il carcere non è certo il luogo adatto alla rimarginazione delle ferite. I detenuti nelle celle sono tanto ammassati che per dormire devono fare i turni, alcuni riescono a sedersi, ben pochi hanno lo spazio per sdraiarsi, i più vivono e dormono in piedi addossati fra loro. Un ragazzo per poter stare disteso la notte si ricoverava nelle latrine. Dunque ulcere e problematiche della pelle a non finire. Anche in questo caso i risultati in due o tre trattamenti consecutivi sono stati sorprendenti. Abbiamo trattato le ferite con aghi a stella intorno alle lesioni e utilizzando punti dei canali interessati sopra e sotto all’area ulcerata, prediligendo l’utilizzo dei punti Jing. Gli arti copliti si sgonfiavano, il dolore diminuiva immediatamente sino a cessare del tutto, l’essudato infetto si asciugava e la cute iniziava a ricrescere. Ricordiamo in particolare un ragazzo con l’occhio destro con il canto interno gonfio in una sorta di flemmone purulento. Abbiamo utilizzato punti classici attivi sull’occhio, F3, V2, ST3, VB 14, VB1, GI4, l’abbiamo trattato per la prima volta un sabato mattina e ritrovato il lunedì, con l’occhio recuperato, appena arrossato. Alleghiamo due immagini. Sicuramente il fatto che queste persone non assumono praticamente mai medicine secondo noi giustifica la rapidità e l’intensità dei risultati e rende ancor più importante il praticare ed il diffondere l’agopuntura in questi posti dimenticati del mondo. In questo mondo proiettato verso lo sviluppo e il progresso, l’agopuntura, medicina dei poveri, deve ritrovare il più ampio spazio proprio tra i poveri. Con 100 aghi si trattano dieci persone, la spesa è minima, i risultati spesso stupefacenti. Invitiamo tutti i medici agopuntori esperti a concepire in futuro le proprie ferie così, andando per il mondo a mettersi a disposizione, ad aiutare con gli aghi chi è nel bisogno e nella necessità. Partite con noi.

www.agopunturanelmondo.com

agopunturanelmondo@gmail.com

Paola Poli, Carlo Moiraghi

 




La Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese, la principale testata italiana di MTC 1985-2008

Lucio Sotte*

Summary

Italian Journal of TCM was founded in 1985 and is Italian edition of Journal of TCM edited in Beijing.

Riassunto

La Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese viene edita dal 1985 ed è l’edizione italiana del Journal of Traditional Chinese Medicine edito a Pechino.

Gli Anni ’80: gli inizi dell’agopuntura

La Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese viene fondata nel 1985 a Forlì come organo scientifico della Scuola Italiana di Medicina Cinese del “Gruppo di Studio Società e Salute” che – dopo essere aver iniziato la sua attività a Milano alla fine degli Anni ’70 organizzando i primi Corsi di Agopuntura presso l’Istituto di Farmacologia della Facoltà di Medicina – si trasferisce nei primi anni ’80 a Bologna dove continua i suoi Corsi presso il Policlinico S.Orsola.

Il primo direttore della Rivista è il dott. Giorgio Di Concetto coadiuvato nel suo lavoro dal Comitato di Redazione composto dai dottori Lucio Sotte, Lucio Pippa, Emilio Minelli, Massimo Muccioli, Camillo Schiantarelli, Renato Crepaldi, Ettore De Giacomo, Lorenzo Adami, Riccardo Grazzini, Oddone De Lorenzi e Francesco Pastore.

Negli Anni ’70/’80 l’agopuntura italiana è agli inizi della sua introduzione e diffusione ed è debitrice di quella francese che si è sviluppata maggiormente e più velocemente approfittando degli stretti contatti che la Francia ha nei decenni precedenti sia con la Cina che, e soprattutto, con i paesi dell’Indocina come il Vietnam (che era una colonia francese) dove la medicina cinese è assai utilizzata e diffusa.

La Scuola Italiana di Medicina Cinese intrattiene stretti rapporti con il mondo dell’agopuntura francese, in particolare con il Centro di Documentazione dell’Agopuntura Tradizionale di Marsiglia diretto dal dott. Nguyen Van Nghi, il medico vietnamita, naturalizzato francese, che è senza ombra di dubbio il personaggio più significativo per la prima diffusione dell’agopuntura in Francia, in Spagna, in Italia ed in molti altri paesi europei negli Anni ’60-’70-’80 .

Il primo numero della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese pubblicato nel 1985

È per questo motivo che, al suo esordio, la Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese è gemellata con la Revue Française de Mèdecine Traditionelle Chinoise edita a Marsiglia come organo scientifico del Centro di Documentazione dell’Agopuntura Tradizionale.

Un fascicolo della Revue Française de Mèdecine Traditionelle Chinoise gemellata con la rivista

 Per lo stesso motivo, per tutti gli Anni ’80 la rivista continua ad essere l’edizione italiana della rivista francese: ovviamente vengono pubblicati anche articoli che sono il frutto del lavoro condotto in Italia dai medici del comitato di redazione e dagli allievi dei Corsi di Agopuntura della Scuola Italiana di Medicina Cinese di Bologna e di altre Scuole italiane che nel frattempo si sviluppano al Nord, al Centro ed al Sud del nostro paese.

Un fascicolo della Rivista del 1989 dedicato alle Cefalee in Medicina Tradizionale Cinese

 Questo è il periodo in cui la rivista, nonostante si fregi del titolo di “Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese” si interessa prevalentemente di agopuntura dedicando poco spazio alle altre metodiche terapeutiche.

Il testo sul Massaggio Cinese opera di Lucio Sotte e Fu Bao Tian pubblicato nel 1988

 Questo fatto accade per il concatenarsi di vari motivi: a differenza delle altre metodiche di terapia della medicina cinese la conoscenza dell’agopuntura era stata introdotta già in precedenza, fin dal ‘700, in Italia ed Europa ed era dunque già nota al mondo medico occidentale nonostante non fosse affatto diffusa. Molti medici ritenevano che la medicina cinese consistesse nella sola agopuntura e non possedesse altre metodiche di terapia. I contatti con la Cina erano assai scarsi negli Anni ’70 anche a causa del fatto che la Rivoluzione Culturale era terminata da poco tempo ed il paese si stava appena riprendendo dal lungo periodo di violenze, incertezze ed interruzione delle attività didattiche e cliniche di molti centri e delle stesse Università di Medicina Tradizionale Cinese.

Gradualmente la rivista, proseguendo le sue pubblicazioni bimestrali negli Anni’80, inizia a dedicare una certa attenzione all’affronto di argomenti monografici attraverso l’edizione di alcuni numeri speciali in cui inizia a comparire un certo interesse anche per le metodiche di terapia cinesi diverse dall’agopuntura: vanno ricordati a questo proposito tre opere: un volume sul Massaggio Cinese nel 1988, un numero monografico intitolato Le cefalee ed il loro affronto con agopuntura, massaggio e farmacologia edito nel 1989 ed un altro numero monografico dedicato al Massaggio Pediatrico Cinese pubblicato nel 1998.

Nel frattempo, tramite dei contatti iniziati a Pechino nel novembre del 1987, in occasione del Congresso Mondiale della Federazione Mondiale delle Società di Agopuntura, nel 1990 viene perfezionato un accordo con l’Accademia di Medicina Tradizionale Cinese di Pechino per editare in Italia in lingua italiana il Journal of Traditional Chinese Medicine, l’organo ufficiale in lingua inglese dell’Accademia stessa. Questo accordo è l’occasione per un grande salto di qualità che mette i lettori della rivista in contatto con la pratica clinica, la ricerca clinico-sperimentale e la didattica di medicina cinese praticate in Cina.

 

Gli Anni ’90: la scoperta della medicina cinese

L’inizio degli Anni ’90 è caratterizzato dallo spostamento della direzione, redazione ed edizione della rivista da Forlì a Civitanova Marche quando il dott. Lucio Sotte assume la responsabilità della direzione stessa e dalla messa a punto del rapporto con l’Accademia di Medicina Tradizionale Cinese di Pechino. Tale rapporto viene ufficializzato attraverso la firma siglata a Pechino il 10 gennaio del 1991 di un Memorandum di intesa tra la Scuola Italiana di Medicina Cinese di Bologna rappresentata dal dott. Sotte e l’Accademia di Medicina Tradizionale Cinese di Pechino. Alla visita a Pechino fa seguito la visita del dott. Wei Yuan Ping, direttore dell’edizione inglese del Journal, in Italia l’anno successivo; parteciperà al Congresso annuale della Scuola che si tiene presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Bologna ed all’inaugurazione del nuovo anno accademico presso l’Ospedale Maggiore di Bologna.

Il rapporto con la Cina è l’occasione per la messa a punto di una nuova strategia della rivista che, in armonia con i nuovi interessi della Scuola, inizia a pubblicare articoli che riguardano non soltanto l’agopuntura, ma si allargano anche alle altre tecniche di terapia della medicina cinese come il massaggio e la fisiochinesiterapia, la farmacologia cinese e la dietetica. Negli stessi anni infatti la Scuola Italiana di Medicina Cinese di Bologna inizia ad organizzare i primi corsi di Massaggio Cinese (Istituto Rizzoli, 1988) e di Farmacologia Cinese (Policlinico S. Orsola 1989) curati da tre insegnanti della Scuola: Lucio Sotte e Lucio Pippa e Massimo Muccioli.

Un altro interessante versante dei lavori dei primi Anni ’90 riguarda i contatti con altre riviste straniere, in particolare con il Journal of Chinese Medicine edito in Inghilterra e diretto da Peter Deadman, la Revue Française d’Acupunture in Francia, il Pacific Journal of Oriental Medicine diretto da Harley Gale in Australia, il Dutch Folia Sinotherapeutica diretto in Olanda da Luc Vangermeersch.

Contestualmente vengono presi dei contatti internazionali con famosi personaggi del mondo

della medicina cinese praticata in Occidente come Giovanni Maciocia in Inghilterra, Ted Kaptchuck negli Stati Uniti, Paul Unschuld in Germania, che vengono accolti come membri del Comitato di Redazione e partecipano al lavoro della rivista con il loro significativo contributo attraverso la pubblicazione di una serie di articoli. Continuano e si espandono anche in contatti avviati in Cina dopo la firma siglata a Canton nel 1991 con l’Università di Medicina Tradizionale Cinese di Canton per l’insegnamento della farmacologia cinese in Italia.

Interessanti sono anche gli scambi con la rivista di Pechino che fanno si che nel 1992 compaia sul Journal of Traditional Chinese Medicine un articolo scritto in Italia sul “Trattamento delle cefalee in agopuntura e medicina tradizionale cinese” presso le ASL di Faenza e Civitanova Marche.

Un’ulteriore iniziativa dei primi Anni ’90 è l’attivazione dei Quaderni di Medicina Naturale della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese: si tratta di volumi monografici su argomenti vari di medicina cinese che vengono editi allo scopo di fornire del materiale didattico per gli allievi della Scuola Italiana di Medicina Cinese ed i medici italiani interessati sulle varie discipline della medicina cinese stessa.

I primi due volumi sono opera di Giorgio Di Concetto e riguardano la “Terapia Clinica in Agopuntura e Medicina Cinese”, vengono poi editi un Quaderno dedicato all’”Agopuntura Cinese”

opera di Camillo Schiantarelli ed Ettore De Giacomo ed uno dedicato alle 150 più importanti ricette di farmacologia cinese intitolato “Ricette Cinesi” scritto da Lucio Sotte.

Seguono dei Quaderni opera di un folto gruppo di insegnanti della Scuola Italiana di Medicina Cinese dedicati alla “Diagnostica Cinese” ed alla “Semiologia Cinese” che colmano il vuoto editoriale italiano del settore.

Un volume un po’ originale viene edito nel 1995 ed è dedicato ai “Commentari sulla Cina” scritti agli inizi del 1600 da Padre Matteo Ricci, il missionario gesuita che iniziò l’evangelizzazione della Cina e diede vita al primo vero dialogo culturale Oriente-Occidente; non è un volume di medicina cinese ma è un’opera un po’ profetica che anticipa di qualche anno la nascita della Fondazione Matteo Ricci.

La seconda metà degli Anni ’90 è dedicata alla presentazione di una serie di volumi sulle ginnastiche mediche cinesi intitolati “Ginnastica Cinese 1- Qi Gong” e “Ginnastica Cinese 2 – Tai Ji Quan” curati da Lucio Sotte e Lucio Pippa per introdurre in Italia questo interessante aspetto della prevenzione e terapia della medicina cinese. Nel frattempo anche nella Scuola Italiana di Medicina Cinese venivano introdotti seminari e corsi di studio sulle ginnastiche cinesi.

Altri volumi dei Quaderni di Medicina Naturale, a cura di Massimo Muccioli, Margherita Piastrelloni e Attilio Bernini, affrontano per la prima volta l’argomento della dietetica cinese: “Dietetica Cinese 1” e “Dietetica Cinese 2”. Segue la pubblicazione di volumi degli stessi autori dedicata alla clinica ostetrico-ginecologica ed alla fisiologia e patologia dello psichismo.

L’obiettivo di tutta questa produzione scientifica è duplice: da una parte presentare per la prima volta in Italia argomenti inediti di medicina cinese, dall’altra fornire agli allievi della Scuola Italiana di Medicina Cinese degli strumenti agili e chiari attraverso i quali iniziare a studiare queste discipline.

Nel frattempo la rivista acquisisce un’ulteriore prestigiosa collaborazione con la rivista edita dall’Università di Medicina Tradizionale Cinese di Nanchino in Cina a seguito del protocollo d’intesa siglato dal dott. Sotte e dal Presidente dell’Università di Medicina Tradizionale Cinese di Nanchino prof. Xiang Ping a Nanjing nel novembre del 1996 per la collaborazione dei due enti nell’insegnamento e la diffusione in Italia del massaggio e delle ginnastiche mediche cinesi.

Nel 1998 la Scuola Italiana di Medicina Cinese del “Gruppo di Studio Società e Salute” e l’Associazione Medici Agopuntura Bolognesi danno vita a Bologna alla Fondazione Matteo Ricci: da questo momento la Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese diventa l’organo scientifico della Fondazione e continua ad essere redatta e pubblicata a Civitanova Marche. Ovviamente si arricchisce anche il comitato di redazione che aggiunge Carlo Maria Giovanardi, Umberto Mazzanti, Sotirios Sarafianos e Marco Romoli allo staff precedente composto da Annunzio Matrà, Lucio Pippa, Giorgio Di Concetto, Massimo Muccioli, Ettore De Giacomo, Camillo Schiantarelli, Carlo Fiocca.

 

Gli anni 2000: l’istituzionalizzazione

Da questo momento in poi la rivista si apre a nuovi interessi che potremmo definire “politici e sindacali”, che sono correlati alle esigenze del momento ed anche al fatto che il dott. Carlo Giovanardi viene eletto Presidente della Federazione Italiana delle Società di Agopuntura ed il dott. Lucio Sotte Tesoriere della stessa Società. È il momento in cui il mondo istituzionale inizia ad osservare con curiosità prima e con interesse sempre maggiore poi il fenomeno dell’agopuntura e della medicina cinese italiane. Il primo segnale di questo interesse delle istituzioni è un Congresso organizzato a Roma dall’Istituto Superiore di Sanità il 26 aprile del 1999 dal titolo “Efficacia degli Interventi Sanitari, Paradigmi Scientifici, Terapie Non Convenzionali e Libertà di Cura” che si svolge alla presenza dell’allora Ministro della Sanità Rosi Bindi. Il dott. Sotte è invitato a questo congresso a nome della Fondazione e della Rivista a presentare una relazione su “Agopuntura e Medicina Cinese”.

L’attività della rivista continua aprendosi alle sempre più impellenti necessità di dimostrare alla luce della Evidence Based Medicine l’efficacia e le indicazioni dell’agopuntura e delle altre metodiche di medicina cinese; a questo scopo viene aperta una rubrica apposita curata dal dott. Attilio Bernini per riportare le novità che compaiono nella letteratura internazionale a proposito di ricerca clinica e sperimentale su argomenti di medicina cinese.

Continua l’edizione dei Quaderni di Medicina Naturale con dei volumi dedicati alla ginnastiche mediche (“Il Volo della Fenice” di Lucio Sotte e Lucio Pippa), ai microsistemi in agopuntura (“I Microsistemi” di Camillo Schiantarelli), ai principi di medicina cinese (“Qi-Xue-Jinye” di Annunzio Matrà) ed alla prima traduzione italiana di un classico di medicina cinese del III secolo dopo Cristo (“Shang Han Lun” curato da Attilio Bernini).

Il 2004 è il ventennale della rivista che viene festeggiato a Civitanova Marche con un congresso al quale partecipano i personaggi più importanti dell’agopuntura e della medicina cinese italiane. Il congresso è inaugurato dall’On. Giuseppe del Barone, Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri FNOMCeO. Tutti i fascicoli della rivista del 2004 presentano in copertina un’immagine di Matteo Ricci per ricordare la sua appartenenza alla Fondazione Matteo Ricci ma anche la sua dedizione al metodo ricciano: «Esaminate ogni cosa e trattenete il valore».

Il lavoro della rivista nel nuovo millennio si indirizza anche ad un altro obiettivo: uniformare la terminologia di medicina cinese in Italia.

Nel nostro paese infatti Scuole diverse, provenienti da esperienze diverse di apprendimento dell’agopuntura e della medicina cinese, tendono ad utilizzare termini differenti per tradurre la stessa denominazione cinese. Ad esempio il termine “tan” talvolta viene tradotto con “catarro”, in altri testi con “catarri”, in altri ancora con “flegma” ed in altri con “mucosità”. Questa molteplicità di termini crea confusione e disagio negli allievi che debbono imparare la medicina cinese e scarsa possibilità di dialogo tra gli esperti della disciplina. Il “Dizionario Pratico di Agopuntura e Medicina Cinese” edito tra i Quaderni di Medicina Naturale si pone il compito di iniziare a dipanare questa complessa matassa fornendo in maniera semplice e chiara le traduzioni condivise dalle più importanti Scuole italiane: un dizionario che si può considerare anche una sorta di “bignamino” dell’agopuntura e della medicina cinese italiana.

Gli ultimi Quaderni di Medicina

Naturale sono dedicati alla presentazione della medicina cinese ai nostri pazienti (“Agopuntura e Medicina Cinese, Come, Perché, Dove” a cura degli insegnanti della Scuola Matteo Ricci 2004), alla auricolterapia (“La Terapia Auricolare in Medicina Tradizionale Cinese” di Lucio Pippa 2005), alla dietetica cinese (“ABC della Dietetica Cinese”, di Lucio Sotte, 2006).

Una grande rivoluzione avviene per la rivista nel 2006-2007: si cambia formato, si cambia veste editoriale, si cambia modalità di edizione e diffusione.

La Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese termina le sue pubblicazioni sotto la mia direzione con il numero 114 nel dicembre del 2008 in parallelo con la fine dell’esperienza della Fondazione Matteo Ricci.

Un bilancio finale

A distanza di quasi un decennio dal termine di queste pubblicazioni mi sembra utile tentare un bilancio di questa esperienza.

La Rivista è stata certamente uno strumento molto importante in primo luogo da un punto di vista didattico: ha introdotto e diffuso per la prima volta in Italia argomenti fino ad allora inediti:

  • nella seconda metà degli Anni ’80 la “teoria degli zang fu”, il tuina massaggio cinese ed i primi rudimenti di farmacologia cinese;
  • negli Anni ’90 la dietetica, la farmacologia, la ginnastica medica cinesi con i rispettivi Quaderni di Medicina Naturale;
  • alcuni Classici della medicina cinese inediti in Italia come lo Shang Han Lun;
  • agli inizi degli Anni 2000 l’omologazione del linguaggio medico cinese italiano attraverso il Dizionario di Agopuntura e Medicina Cinese.

Un altro importante ruolo svolto dalla rivista attraverso le sue collaborazioni internazionali prima con la Revue Française de Mèdecine Traditionelle Chinoise e poi, a partire dal 1990, con il Journal of Chinese Medicine di Pechino è stato quello di portare per la prima volta in Italia del materiale inedito relativo alla ricerca scientifica in agopuntura e medicina cinese.

Da ultimo le collaborazioni internazionali con le altre riviste europee come il Journal of Chinese Medicine edito in Inghilterra, la Revue Française d’Acupunture in Francia, Dutch Folia Sinotherapeutica in Olanda e di oltre oceano come il Pacific Journal of Oriental Medicine in Australia hanno permesso un dialogo scientifico che ha illuminato e maturato il mondo dell’agopuntura italiano.

 




Il qi nella filosofia cinese taoista e confuciana e nel pensiero filosofico occidentale

Lucio Sotte*

Il qi ed il dao nel pensiero taoista

Lao Zi è certamente il personaggio che comunemente è identificato con l’inizio, l’avvio del pensiero taoista. La biografia di questo archetipico “vecchio uomo” vissuto nel periodo delle “Primavere ed Autunni” si trova nel Shi Ji, il Classico della Storia, opera dello storico Si Ma Qian.

In breve alcuni cenni sulla sua storia.

C’era un uomo chiamato Li Er o anche Lao Dan che era stato il custode della libreria ufficiale dello stato di Lu. Dopo aver lavorato per molti anni raggiunse la vecchiaia e decise di ritirarsi dalla vita sociale scegliendo di vivere da eremita. Mentre stava per attraversare la frontiera tra lo stato di Lu e la regione selvaggia che lo circondava, un guardiano gli chiese di fissare per i posteri i suoi pensieri perché potessero essere studiati dalle generazioni successive. Il vecchio acconsentì alla richiesta del guardiano, si sedette e scrisse i 5000 caratteri del Dao De Jing, il Classico della Via e della Virtù che esprimevano la sua concezione del mondo.

Successivamente il Dao De Jing fu arrangiato in 81 capitoli.

Il pensiero di Lao Zi è difficile da afferrare, basta pensare che il Dao De Jing comincia con una frase che si presenta come un’ammonizione a coloro che vorranno studiarlo e introdursi in questo sentiero mistico: «Il dao che può essere detto non è l’eterno dao. Il nome che può essere nominato non è l’eterno nome».

Nel capitolo XXV troviamo una sottolineatura sulle difficoltà paradossali associate alla conoscenza del dao: «C’è un elemento reale, nato prima del cielo e della terra. Così silenzioso. Così vuoto. Unico e senza cambiamenti. Circola incessantemente, può essere chiamato la madre di tutte le cose sotto il cielo. Non conosco il suo nome. Lo chiamo dao».

Il dao è elusivo ed evanescente. Il dao è vuoto e non può essere drenato. Il dao è scuro, vacante, ma contiene l’essenza vitale. Questa essenza e molto reale e può essere osservata.

Il Dao De Jing descrive il dao dell’origine ed afferma che esso è alla base di tutte le creazioni. Per chiarire questo fatto andiamo ad una citazione dal capitolo XLII: «Il dao origina l’uno. L’uno origina il due. Il due origina il tre. Il tre origina i 10.000 esseri».

Negli Annali delle Primavere ed Autunni a proposito del dao si afferma: «Il dao è essenza sublime che non può essere formalizzata. Non può essere nominato, ma per nominarlo anche controvoglia (possiamo affermare che) esso è il Grande Uno».

Nel capitolo XXXIX compaiono numerose affermazioni che approfondiscono e contestualmente per certi versi contraddicono il passaggio appena esaminato: «In tempi passati l’Uno si è manifestato come segue: il Cielo raggiunse l’Uno e divenne chiaro, la Terra lo raggiunse e si posò, gli spiriti lo colsero e divennero divini, le valli lo raggiunsero e divennero capaci di generare. Tutto il reale lo raggiunse ed acquistò la vita, i re ed i funzionari lo raggiunsero e rappresentarono l’ortodossia del mondo vivente». Per approfondire ulteriormente la sua conoscenza ci si può riferire ad una frase degli Annali delle Primavere ed Autunni che afferma: «Il dao è essenza sublime e non può essere esplicitato. Non può essere nominato. Ma se proprio lo si vuol definire si può solo dire che è il Grande Uno».

La relazione esistente tra qi e dao viene spiegata in epoca Ming in un passaggio del Xing Ming Gui Zhi o Strumenti per Identificare lo Scopo dell’Esistenza è utile per approfondire la conoscenza: «Il dao sta tra Cielo e Terra, rivela il sole e la luna, origina le cinque fasi. Le sue manifestazioni sono infinite come i grani di sabbia del fiume Heng.…

È chiamato dao se è nel caos e le cose ritornano ad una confusione infinita.

È chiamato dao quando il pivot della creazione raccoglie tutte le anime dal limbo per liberarle.

È chiamato dao quando la conoscenza si raccoglie nella mente senza manifestazione di nulla.

È chiamato dao quando è piccolo e polveroso.

È chiamato dao quando contiene l’intero universo. Puoi parlarne con 5000 volumi ed utilizzare 5000 parole per descriverlo. Così noi nominiamo il dao, ma cos’è? Per utilizzare una sola parola è il qi

Questo passo continua con una descrizione assai vivida degli avvenimenti che portarono a quel fenomeno che i moderni cosmologi chiamano Big Bang, il primo istante della creazione dell’universo: «Originalmente c’era un solo qi, una nebbia che si raccoglieva su di sé. C’era il caos che si distendeva all’infinito, in continuo cambiamento, una nebbia in continuo dinamismo che conteneva in sé il movimento. In essa si raccoglieva ogni intelligenza ed ogni meraviglia sublime.

Era chiamata il Grande Uno “tai yi”.

È l’inizio del non essere. Così tutto inizia: il dao. Così è chiamato ciò che non ha inizio.»

Ed ancora: «La nascita del Cielo e della Terra inizia con il moto del qi turbolento.

Il vuoto inizia ad aprirsi e sussultare.

Lo yin e lo yang interagiscono attraverso la confluenza del bianco e del nero, la confluenza ed il congelamento di qualcosa e del nulla, esplodendo attraverso il vuoto per penetrare l’uno nell’altro, mescolare il caos ed il vuoto pulsante. Così l’uomo di virtù sublima.

Qui sono contenute le meraviglie ed i cambiamenti misteriosi dell’illuminazione del mentale.

Questo è il grande cambiamento “tai yi”.

È l’inizio di ciò che ha inizio.

Ciò che si esplicita quando si afferma che il dao genera l’uno.»

Sarebbe azzardato pensare che il fenomeno cosmologico sia esaurientemente esplicitato attraverso le citazioni che abbiamo riportato.

Tuttavia un dato è certo: esiste una relazione reciproca tra dao, qi e creazione.

Per i taoisti il dao è l’Uno, l’Uno è il qi, conseguentemente esiste uno stretto rapporto tra dao e qi, che tende allo loro unificazione e rappresenta contestualmente la causa prima del reale.

Tuttavia non si può affermare che ci sia una vera e propria equivalenza tra dao e qi perché il dao nella gerarchia della creazione viene prima del qi. Potremmo per certi versi affermare che in questa gerarchia viene prima il dao e che il qi è l’agente intermediario tra dao e creazione: «Il dao è vuoto e non può essere riempito. Come è profondo! È l’ancestrale del reale».

Come il dao anche il qi non ha forma tuttavia esso è presente nelle sostanze essenziali ed in ogni fenomeno esistente. La creazione dell’uomo e la sua esistenza dipendono dal qi.

Per approfondire ulteriormente questo argomento riportiamo una frase del Zhi Bei You o Zhi Viaggia a Nord di Zhuang Zi, un altro famosissimo filosofo taoista che afferma: «La vita dell’uomo è una concentrazione di qi. Questa concentrazione crea la vita. Se si disperde accade la morte. Se vita e morte appartengono alla stessa categoria perché me ne dovrei preoccupare? Così i diecimila esseri sono un’Unità. Ciò accade perché tutto ciò che esiste nell’universo non è che un qi. Il saggio conserva l’Uno.»

 

Il qi ed il li nel pensiero confuciano

La scuola di pensiero confuciana ha esercitato ed esercita tutt’ora una grandissima influenza sulle civiltà e cultura cinesi.

Uno degli aspetti fondamentali del pensiero confuciano è definito dal termine “ren” che possiamo tradurre come “benevolenza”, “umanità”. Cheng Man Ching, uno dei più famosi filosofi cinesi che hanno iniziato a trasferire in Occidente il pensiero confuciano, ha sintetizzato in una frase i concetti correlati al termine “ren” affermando che Confucio poco prima della sua morte abbia affermato: «non desideravo essere un Buddha o un Dio, ma soltanto ed unicamente un “uomo”».

Dal momento che il pensiero confuciano è indirizzato soprattutto alla pratica della benevolenza e dell’umanità esso si richiama raramente al termine qi che presenta spesso molti elementi che potremmo definire esoterici, tuttavia il qi è presente in qualche maniera “sotto mentite spoglie”. Mentre i taoisti erano costantemente concentrati sull’idea di coltivare, accumulare, concentrare il qi, i confuciani all’incontrario pensavano che per agire sul qi occorresse prima subordinare la vita dell’uomo al li, cioè ad una “serie di riti” che sono sostanzialmente delle norme che regolano i rapporti umani. Queste regole messe a punto nel corso della civilizzazione cinese a partire dall’antichità sono definitivamente fissate e stabilite da Confucio nel V secolo a.C.

Il pensiero taoista appare molto sofisticato e difficile da comprendere ed assimilare per la maggior parte delle persone non adeguatamente introdotte e si diffonde attraverso un modesto gruppo di adepti. Al contrario il pensiero confuciano è indirizzato direttamente a tutto il popolo e si fonda sull’applicazione delle regole del li che ogni uomo deve applicare nel corso della sua vita. Conseguentemente è più facilmente trasmissibile e divulgabile del taoismo ed è forse questo il motivo della sua diffusione e della fortuna che ha avuto nel corso della storia della civilizzazione cinese.

D’altra parte mentre lo stesso Lao Zi, ormai molto anziano, decise di ritirarsi ad una vita eremitica, Confucio tentò per tutta la durata della sua esistenza di impiegare le sue energie a vantaggio dell’organizzazione dello “stato”. Ad ironia della sorte – nonostante egli sia considerato il maggior saggio dell’antichità cinese – non riuscì mai a mettere in pratica i suoi insegnamenti che furono divulgati soltanto ad un piccolo gruppo di adepti e vagò per tutta la vita di stato in stato alla ricerca di un governante che gli permettesse di attuare concretamente i suoi principi filosofici e sociali. Inoltre non scrisse mai nulla che potesse essere tramandato e ciò che rimane del suo pensiero è raccolto nei Classici che però furono compilati daisuoi allievi e nei numerosi testi di commento a questi Classici scritti nel corso della lunga storia della civilizzazione cinese.

Zhu Xi, un suo commentatore del periodo della dinastica Song, raccolse tutti i testi attribuiti alla scuola confuciana nei cosiddetti 4 Classici Confuciani Si Shu: il Da Xue o Grande Dottrina, lo Zhong Yong o Dottrina del Centro, il Lun Yu o Analetti, e per ultimo un testo che porta il nome del più famoso discepolo di Confucio, il Meng Zi o Mencio.

In realtà anche il pensiero di Zhu Xi non fu molto apprezzato dai suoi contemporanei che vivevano in un periodo della storia assai turbolento e funestato dalle invasioni barbariche di popolazioni centroasiatiche, da carestie, da instabilità politica e sociale. Zhu Xi sintetizzò e divulgò il pensiero confuciano attraverso una sorta di razionalismo e materialismo oggettivo. La sua opera divenne molto popolare diversi decenni dopo la sua morte diventando lo standard per l’educazione della classe dirigente cinese insieme con i Cinque Classici antichi.

Per centinaia e centinaia di anni il razionalismo sistematico di Zhu Xi è stato la base dell’educazione dei funzionari dello stato. Il nocciolo del suo pensiero è la teoria del tian li o “razionalismo celeste” che si fonda sul razionalismo e sul qi. Zhu Xi postulò che alla base della creazione ci fosse un principio razionale definito li. Nella sua epistemologia li precede il qi anche se sia la teoria yin-yang che quella del qi sono presenti nel suo pensiero.

Nel Zhu Zi Yu Lei o Quotazioni e Referenze di Zhu Xi si afferma: «Non esiste qi senza li. Né esiste li senza qi. Se qualcuno chiedesse se esiste prima il li e poi il qi la risposta sarebbe che all’inizio non c’era alcuna discussione su quale termine fosse primo o secondo. Ma se si dovesse veramente rispondere a questa domanda occorrerebbe affermare che il li occupa la prima posizione. D’altra parte il fatto che occupi la prima posizione non significa che esso possa esistere senza qi o che ne sia indipendente. Se non esistesse il qi il li non avrebbe una sostanza alla quale collegarsi».

In altre parole li è l’ordine implicito che noi osserviamo nelle manifestazioni del qi, quell’ordine che emerge dal caos come inizio dell’esistenza del reale.

Zhu Xi chiarisce ulteriormente nel Wen Li o Libri Raccolti questo fenomeno: «Tra Cielo e Terra esiste li e qi. Li è il dao della metafisica, è la radice della materia. Qi è lo strumento della fisica, l’utensile che dà la nascita alla materia, dà la vita all’uomo e alle altre creature che è allacciata al li. Ma essi hanno le loro caratteristiche individuali che sono collegate al qi. In questa maniera ogni essere assume la sua forma definita. La natura e la forma, il pensiero anche all’interno di ogni singolo corpo riflettono la differenziazione tra dao, li e qi. »

Altre citazioni dal Da Xue Huo Wen o Domande sulla Grande Dottrina possono approfondire la conoscenza di questo argomento: «Il dao del Cielo circola con forza. Dà origine e supporta i diecimila esseri. Il creatore di ogni cosa e lo yin-yang ed il wu xing (cinque movimenti) ma anche yin-yang e wu xing sono sotto la legge del li e del qi. Accade per tutto il reale che è il risultato di una aggregazione di qi per assumere aspetto e forma ma contemporaneamente occorre recepire il li.

Sostanzialmente nel pensiero di Zhu Xi la creazione risulta da una sinergia tra li e qi. D’altra parte questa sinergia tra la filosofia del dao e il concetto di un ordine razionale implicito del reale e della società è contenuta anche nei testi di Confucio. Zhu Xi utilizza il concetto di ordine razionale per dare spiegazione del fenomeno intrinseco dello yin-yang. Nei Suoi Scritti Raccolti afferma: «Generalmente parlando lo yin-yang è un qi. Quando yin qi circola con forza diviene yang. Quando yang qi si consolida e congela si trasforma in yin. Ciò non significa tuttavia che si tratti di due elementi distinti.»

 

L’influenza del qi nella filosofia e scienza occidentali: Leibniz, Bohr e autori contemporanei

L’influenza della vita e dell’opera del fisico Niels Bohr nel mondo contemporaneo è certamente eguagliata da pochi altri scienziati e superata forse solo da quella esercitata da Albert Einstein con la sua teoria della relatività.

Bohr diede origine alla meccanica quantistica che si fonda sulla teoria duale della descrizione del mondo subatomico. Dai suoi scritti risulta che egli aveva intuito che la sua scoperta era stata anticipata nell’antico pensiero cinese dal principio yin-yang tant’è vero che volle inserire l’emblema del tai ji tu, cioè della trasformazione yin-yang, all’interno del suo stemma nobiliare.

Viene da porsi una domanda.

Come mai il tai ji tu che occupa un posto centrale nel pensiero filosofico e scientifico cinese per migliaia di anni viene adottato dal padre della fisica moderna? Certamente perché Bohr aveva verificato la correlazione tra la filosofia del dao e la struttura intima della materia espressa attraverso la meccanica quantistica. L’emblema del tai ji tu esprimeva in maniera ideale il concetto di complementarietà che è alla base della sua teoria fisica.

Anche se solo con Bohr si ha una così netta rivalutazione dei fondamenti del pensiero cinese è assai probabile che la diffusione in Occidente della teoria yin-yang abbia esercitato un’influenza nel mondo scientifico europeo anche in molti altri autori e pensatori dei secoli che precedettero le scoperte dei primi anni del XX secolo.

L’influenza dei principi del qi, del dao, dello yin-yang iniziarono a diffondersi in Europa nel XVII secolo, dopo che numerosi missionari gesuiti e francescani iniziarono a studiare il pensiero cinese e ad trasferirlo mano a mano in Occidente. In particolare molti missionari si soffermarono sul pensiero neo-confuciano e su quello taoista.

Uno dei pensatori occidentali che fu certamente influenzato dal pensiero cinese è stato Gottfried Wilhelm von Leibnitz, il fondatore della monadologia e del calcolo binario, modalità di calcolo che è stata adottata nel XXI secolo per supportare le tecnologie del mondo digitale. Leibnitz lesse certamente lo Yi Jing o Classico delle Mutazioni che rappresenta un’espressione straordinaria della teoria yin yang applicata matematicamente e metaforicamente per interpretare la realtà che ci circonda. Alla base dello Yi Jing c’è infatti un modello di calcolo binario applicato alla predizione del futuro, all’interpretazione del passato e soprattutto alla esplorazione del reale che ci circonda. Lo Yi Jing si fonda su degli algortmi matematici che derivano dall’interelazione e trasformazione dello yin nello yang e viceversa. Il linguaggio binario creato da Leibnitz è correlato proprio dalle sue riflessioni ed elaborazioni sulla teoria yin yang.

Anche il famoso chimico Lavoiser si rifece a concetti mutuati dal pensiero filosofico cinese quando affermò che: «in una reazione chimica nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Si tratta di una riscrittura della continua ed incessante trasformazione yin-yang che era stata espressa dalla famosa sentenza di Zhu Xi «nell’universo esiste un solo qi». Lavoiser condusse numerosi esperimenti che portarono alla formulazione del secondo principio della termodinamica che asserisce che né la materia né l’energia possono essere create o distrutte, esse vanno incontro semplicemente a cambiamenti di stato.

A dispetto del fatto che storicamente questa “scoperta” è attribuita al pensiero occidentale del XVIII secolo, essa era ovvia, conosciuta e diffusa in Cina da almeno due millenni. È molto probabile che la diffusione dei principi del pensiero cinese in Europa a seguito degli scambi culturali iniziati dopo il XVII secolo abbia creato i presupposti per una rivisitazione della filosofia, della fisica e dell’impostazione generale delle scienze.

Uno sguardo aperto ai numerosi lavori comparsi in Occidente negli ultimi anni su questi argomenti rivela che sta crescendo un interesse sempre maggiore da parte del mondo scientifico ed accademico sul pensiero cinese che non solo ha anticipato di secoli molti problemi che la scienza contemporanea si sta ponendo, ma ha anche suggerito numerose interessanti risposte. Il Tao della Fisica di Fritiof Capra è il primo esempio di un’opera che affronta da un punto di vista scientifico il metodo binario applicato all’analisi e conoscenza del reale. Negli Anni ’70 un’altra interessante opera affrontò il tentativo di coniugare l’antico pensiero cinese con quello occidentale contemporaneo nell’analisi del reale: The Dancing Wu Li Masters di Gary Zukav.




Diagnostica bio-energetica in riflessologia corporea


Paolo G. Bianchi*

L’energia che ci governa

Fin dagli albori dell’umanità gli uomini si sono interessati al ricercare, definire e magari quantificare quell’energia che creava la vita, che li governava e che tracciava le sorti della loro esistenza.

Sciamani e religiosi di svariati credo religiosi si sono alternati cercando di dare risposte e pur chiamando questa energia con nomi e modalità differenti tutti concordando su un unico punto: tutti ne siamo pervasi e più questa energia compenetra e possiede le persone tanto più queste sono in salute e sono felici.

Da ciò possiamo dedurre che l’energia vitale, comunque la si voglia definire, è la fonte della salute e del benessere.

Chi controlla questa energia ha potere e lo può esercitare sugli altri: poterla gestire e ridistribuire crea sudditanza e dipendenza definendo standard sociali, caste e ruoli anche se spesso l’energia vitale allo stato puro viene confusa con quella più squisitamente materiale.

Il monoteismo ha definito l’energia vitale come un’elargizione della divinità e non come la divinità stessa proponendo alle persone, per il raggiungimento del proprio benessere o della propria salvezza una ricerca spirituale più profonda in grado di portarle alla radice, al principio di creazione di questa stessa energia.

È la ricerca spirituale che molti oggi praticano cercando di ricompattare quella separazione “corpo, mente, anima” che millenni di forme religiose hanno creato e idealizzato per poter meglio definire i ruoli tra uomo, mediatori e divinità.

È nell’antica India che si parla per la prima volta del sistema energetico umano e di energia vitale. Il termine che tutti conosciamo e che riassume questi antichi saperi è la parola “aura”.

Secondo la riflessologia olistica il corpo fisico di ogni essere umano è circondato da una “energia vibratoria” che lo pervade e che a sua volta ne trae ricarica continua.

Per convenzione l’aura, nel mondo olistico, viene suddivisa in livelli o strati e ognuno di questi a sua volta corrisponde a un grado di consapevolezza. Gli strati hanno il potere di cambiare la vita delle persone per esempio influenzando la percezione che queste possono avere del mondo, delle sue manifestazioni, della vita di tutti i giorni. Più i livelli sono alti e maggiore è l’evoluzione che la persona raggiunge.

Quando questi strati sono tra loro perfettamente in armonia e in equilibrio anche la persona lo è con se stessa e con il mondo circostante: è in ottima salute e gode di benessere psicofisico tramite una vita piena e realizzata. Al contrario, quando questi strati sono in disequilibrio si manifestano malattie e psicosomatismi che vanno ad influire negativamente anche sul mondo esterno, sulla qualità e sul tenore della vita stessa.

Secondo le scuole riflessologiche, poiché l’aura alimenta e si autoalimenta, lavorare sui punti riflessi significa rinforzare il campo bioenergetico dell’aura riequilibrandone gli assetti cosmici per raggiungere benefici sia fisici che psicologici. Per ottenere ciò il riflessologo deve compiere un lavoro di sblocco energetico individuando i punti nei quali questa energia viene trattenuta e bloccata spesso a causa di una cattiva gestione delle proprie emozioni e dei propri sentimenti.

Ma come avviene questo lavoro da parte del riflessologo e soprattutto come può effettuare una diagnosi di questi blocchi?

 

La riflessologia

La riflessologia, riconosciuta ed elencata tra le discipline bionaturali rientra nelle riflessoterapie somatotopiche. Questo significa che per il riflessologo una specifica parte del corpo rappresenta in scala tutto il corpo umano nella sua completezza.

In altre parole, intervenendo su alcuni specifici punti e in alcune parti del corpo il riflessologo è in grado di sbloccare, proprio come premendo un interruttore, le energie stagnanti su organi, visceri, ma anche strutture come per esempio quella ossea o nervosa.

Questo principio, conosciuto come “principio olografico” è una caratteristica comune a tutte le terapie non convenzionali ed è uno dei passaggi ardui da fare comprendere alle persone che si sottopongono alle sedute di riflessologia corporea.

Come è possibile che un punto su un piede, su una mano o sull’orecchio possa influenzare energeticamente un organo, un viscere o risolvere un dolore cervicale?

Il principio olografico su cui si basano le terapie non convenzionale e le discipline bionaturali ritiene che ogni singola parte del corpo contenga l’informazione del tutto: anche la più piccola cellula rappresenta l’intero organismo perché racchiude in sé le informazioni di tutta la persona. A sua volta ogni singola parte vibra costantemente influenzando quelle vicine e venendone a sua volta influenzata in un dialogo armonico di reciprocità continua.

La conseguenza di questa analisi è che il disturbo o il malessere non è circoscrivibile ad una singola parte, ma coinvolge tutto l’organismo per cui il compito del riflessologo non è di intervenire in maniera specifica sull’arto o la parte dolente (compito deputato ad altre professionalità medico-sanitarie), ma di ricercare la causa scatenante del malessere spesso riconducibile a un’emozione o un sentimento male gestito o male manifestato.

L’obiettivo del riflessologo, dunque, non è di guarire, ma di intervenire in modo da permettere alle energie di tornare a fluire con armonia in tutto l’organismo, di avviare i normali processi di autoguarigione e soprattutto di determinare un piano armonico nel quale la stimolazione di una zona riavvii quella vibrazione di cui abbiamo parlato a proposito del principio olografico tale per cui sia in grado di innescare di nuovo un solido stato di benessere generale.

Non mi soffermerò qui a parlare della storia della riflessologia in quanto ho già dedicato un mio precedente articolo all’argomento pubblicato sul n. 12, inverno 2015 sempre su Olos e Logos.

Certo è che l’interesse e lo studio sui punti riflessi sono andati via via scientificizzandosi sempre più e stabilendo, in certi casi e in certe scuole, dei veri e propri protocolli e mappe basati su sperimentazioni precise, raccolta di dati e soprattutto risultati ottenuti hanno permesso l’inserimento della pratica riflessologica tra le “terapie” della medicina alternativa alla stessa stregua della chiropratica, della chinesiologia, ma anche dei più noti Taiji Quan o dell’osteopatia.

In ogni caso, parlando di pratiche olistiche, non si può generalizzare; le stesse scuole riflessologiche hanno visioni differenti sia sotto il profilo tecnico e manuale che delle finalità e degli obiettivi da raggiungere. È l’esperienza che il riflessologo acquisisce sul campo a fare la grande differenza esperienza che gli permette quella sana personalizzazione che equivale al principio olistico di vedere ogni singola persona nella sua totalità e a lavorare sempre sugli aspetti “sani” del proprio assistito e non su quelli che lo possono caratterizzare come “malato”.

 

10 linee e tante zone

 

Ho parlato di protocolli e mappe che il riflessologo è chiamato a utilizzare per dare un apporto scientifico al suo operato e non lasciare nulla al caso.

Se vogliamo riferirci alla riflessologia moderna dobbiamo parlare dell’opera del dr. William H. Fitzgerlad che agli inizi del 1900 cominciò a delineare, sulla base di antichi trattati ispirati soprattutto alla medicina tradizionale cinese, una riflessologia più moderna, orientata al mondo occidentale più pragmatico e meno spirituale di quello orientale.

Le sue sperimentazioni si basavano su un lavoro di pressione soprattutto sulle dita delle mani e dei piedi dei suoi pazienti con lo scopo di alleviare il dolore.

La sua scoperta principale è stata quella di capire che l’intensità del dolore dei suoi pazienti differiva da persona a persona nonostante la comunanza con un’unica malattia. Fece risalire questa diversità alle differenze qualitative e quantitative dei campi energetici presenti nelle persone e, nel suo metodo, “terapia Zonale” cominciò a identificare 10 linee longitudinali immaginarie, le “linee di Fitzgerald” appunto, che hanno inizio sulla testa, giungono alle mani e ai piedi e dividono il corpo anteriormente e posteriormente in 10 zone diverse da loro.

Le linee immaginarie che delimitano le diverse zone sono a loro volta collegate tra loro da un particolare flusso energetico riconducibile a una energia vitale primordiale. Ciò permette a due parti di influire una sull’altra in modo continuo. Fitzgerald tracciò 5 linee immaginarie anche su ognuno dei piedi sempre in corrispondenza a quelle corporee aggiungendo però in questo caso 3 linee orizzontali (una alla base delle dita, la seconda a metà della parte superiore del piede e una oltre la parte superiore). La delimitazione della zona era per Fitzgerlad importante per determinare il lavoro riflesso su organi, visceri, articolazioni e apparato nervoso.

La differenza tra queste linee e quelle dell’agopuntura sta nel fatto che lo scopo di Fitzgerald era suddividere il corpo e non indagare il funzionamento dei meridiani e dei punti distribuiti su di essi. Vi è poi una linea mediana verticale che attraversa tutto il corpo identificando a destra e a sinistra altre 5 zone che vengono correlate alle dita delle mani e dei piedi.

Differente invece fu il lavoro della terapista Eunice Ingham che spinse l’applicazione delle teorie di Fitzgerald non solo alle mani ma soprattutto ai piedi, esplorando vari punti ipoteticamente sensibili e mettendoli in relazione con le parti anatomiche del corpo. Diciamo che è con lei che nascono le rivisitazioni moderne delle mappe riflessologico-podaliche oggi utilizzate in molte sale di consultazione e proposte in molte scuole.

Riassumendo potremmo definire la disciplina riflessologica una terza via di intervento per il benessere della persona; il primo è quello tipico della medicina occidentale basato sull’indagine del sistema nervoso e il secondo quello orientale basato sul metodo cinese dei meridiani e tuttora utilizzato dagli agopuntori.

Il metodo riflessologico occidentale si basa quindi sulla percezione di queste energie sottili presenti in ogni singola parte dell’organismo in una particolare zona della pelle che è direttamente correlata a una parte vitale. L’azione digitopressoria del riflessologo, pur seguendo le terminazioni nervose e metameriche, ristabilisce gli equilibri perduti tra queste energie sottili agevolando lo stato di benessere e prevendo, molto spesso, situazioni di malessere e disagio psicofisico.

 

La diagnosi in riflessologia corporea

 

Più che di diagnosi ogni buon riflessologo parlerebbe di indagine.

Gli approcci possono essere differenti, proprio sulla base delle scuole di provenienza così come la pratica. Esistono riflessologi che preferiscono lavorare in assoluto silenzio, altri invece che prediligono il dialogo orientato sugli aspetti diagnostici, verso le emozioni o i sentimenti che ritengono abbiano bloccato il flusso bio-energetico a causa di una loro cattiva gestione.

Personalmente ritengo che nella fase di indagine gli approcci possano essere fondamentalmente quattro e che debbano essere usati in modo consequenziale per la preparazione di una buona sessione.

 

1: dialogo

E’ fondamentale per capire l’evolversi dell’esperienza soprattutto quando la persona assistita stia frequentando sessioni che si prolungano nel tempo. Di solito in questi casi è la persona stessa a fare delle richieste specifiche al riflessologo. Queste possono essere di svariata natura, ma se il riflessologo ha lavorato bene non si focalizzeranno solo su aspetti fisici (dolore), ma soprattutto su aspetti più bioenergetici (stanchezza, stress, tensioni, necessità di rilassamento o di rienergizzazione).

Quando si è in prima seduta è bene capire la storia della persona, le motivazioni che la spingono a ricercare soluzioni nella riflessologia, aiutare a comprendere che la riflessologia non è una pratica medica, ma salutistica e che il parere dei professionisti della salute non va mai sottovalutato, anzi è importante per il riflessologo per poter operare bene. Ogni disturbo è legato a sentimenti ed emozioni quindi è bene comprendere quanto la persona ritenga importanti questi aspetti, come li gestisca e soprattutto come li viva nei momenti di tensione. Molto importante in questa fase è l’essere chiari, il non creare aspettative di guarigioni miracolose, ma aiutare la persona a capire che in ogni percorso è lei la vera protagonista e che per il riflessologo ogni informazione di carattere extra-medico è fondamentale per aiutare a riattivare il processo energetico.

Il dialogo che deve stabilirsi tra il riflessologo e il suo assistito deve avere un tenore molto confidenziale, legato chiaramente alla privacy e soprattutto molto differente dal dialogo medico-paziente dove c’è una maggiore necessità di rispondere a esigenze di causa–effetto.

Il dialogo si presenta come una straordinaria occasione per delineare una visione olistica del proprio assistito, in modo da rispondere alle sue esigenze nella forma più adatta e stabilire una modalità operativa pratica e consequenziale per le sessioni successive, una relazione nella quale non c’è chi cura e chi guarisce, ma un operatore che altro non è che un tramite attraverso cui la persona che si sottopone a riflessologia, può giungere spontaneamente allo stato di benessere desiderato. Questa tecnica detta “metamorfica” è la stessa praticata dagli agopuntori dove si insegna che l’ago è solo un’antenna ricettiva e che la volontà di azione del medico agopuntore richiama le energie adatte ad avviare la guarigione. Per il riflessologo non è molto diverso, se non che non utilizza aghi e che non si occupa della parte malata, ma proprio attraverso il dialogo inziale presuppone quello stato energetico cosmico capace poi di convogliarsi attraverso il punto toccato verso l’obiettivo da raggiungere.

La parola è quindi fondamentale e si presenta come lo strumento guida per tessere dialogo e diventare strategia operativa, per stabilire fiducia reciproca e soprattutto per diventare strumento pedagogico per il rinnovamento di stili di vita e relativi approcci, rendendoli già di per sé più funzionali equilibrati e allineati alle aspettative.

 

2: approccio sensoriale

Capita spesso, soprattutto dopo diverse sessioni con la stessa persona, che il riflessologo acquisisca la capacità di individuare i punti dolenti sul corpo del proprio assistito solo appoggiandovi le mani.

Questo non fa di per se del riflessologo un veggente.

Dato che stiamo parlando di energie e di metodologie olistiche dobbiamo uscire per un momento dagli schemi tradizionali.

L’approccio sensoriale è legato alla sensibilità che l’operatore acquisisce con l’esperienza e che affina con l’arco degli anni anche tramite le difficoltà delle richieste dei suoi assistiti.

È fuori dubbio che un operatore che abbia una maggiore sensibilità, e capacità di ascolto unita all’abilità di estraniarsi dai problemi personali per concentrarsi sugli obiettivi da raggiungere, abbia maggiore successo.

Occupandoci poi di energie sottili è evidente anche il fatto che più si sta a contatto con le persone nelle sessioni riflessologiche più si acquisisca anche una ipersensibilità alle esigenze degli assistiti.

A volte, proprio a causa dello stress della vita moderna, è anche facile individuare aree corporee tipicamente legate a questo disturbo (come per esempio lo stomaco o l’intestino) oppure, allo stesso modo, è intuitivo alle tensioni come la zona renale nel caso di tensioni. Tuttavia l’aspetto sensoriale non è mai da sottovalutare.

Nel mondo delle terapie tradizionali sono molti i professionisti che hanno cercato di immedesimarsi nelle problematiche dei loro pazienti. Famosissimo era Milton Erickson: quando praticava l’ipnosi ai suoi pazienti andava lui stesso in trance con lo scopo di poter condividere in modo più nitido le loro visualizzazioni.

Ritengo che, pur operando in un ambito differente, il riflessologo debba sapersi calare nei panni dei suoi assistiti, capirne i disagi, le motivazioni e saperli condividere in modo adeguato, pur sempre mantenendo quel lucido distacco che lo rendano padrone delle tecniche, delle metodologie acquisite e abile nell’orientare alle soluzioni senza imporre le proprie visioni o idee.

Nella realtà l’approccio sensoriale è molto più semplice di quello che possa sembrare. I maestri più preparati insegnano agli allievi già durante i percorsi di formazione a sapersi estraniare dal mondo esterno, a concentrarsi sul presente, sul fatto, a non soffermarsi sulle opinioni fuorvianti e sulle condizioni limitanti, ad essere tutt’uno con la persona da trattare, ma soprattutto a divenirne tutt’uno con il cosmo.

Possono sembrare aspetti poco rilevanti, al limite delle favole, ma non dobbiamo dimenticare che, per quanto occidentalizzate, molte delle discipline bionaturali sono di origine orientale, hanno millenni di storia alle spalle, sono state spesso tramandate da maestro ad allievo.

Molte di queste pratiche, mancando di letteratura scritta, vengono corroborate di aneddoti, sensazioni ed emozioni che ogni allievo raccoglie dal maestro e che diventano parte integrante del metodo applicativo stesso.

Ho sentito maestri citare fatti ed eventi con maggior enfasi rispetto alle tecniche stesse; di certo c’è il fattore che abbiamo perso molta della nostra capacità di ascoltare, ma non sto parlando di quella semplicemente auditiva, ma di quella più profonda che ci lega uno all’altro in una catena indissolubile fatta di anima.

 

3: approccio corporeo:

È indubbio: il corpo ci parla e soprattutto non mente mai.

È importante per una buona indagine che il riflessologo sappia leggere il corpo delle persone e nei suoi segni ne sappia interpretare la sua storia.

Gli psicosomatismi presenti nel corpo di ognuno di noi sono indelebili e tracciano in noi solchi che spesso non possiamo colmare.

Così come dolori più o meno evidenti ci indicano la necessità di cambiare stile di vita, correggere la rotta attraverso, per esempio, una dieta più adeguata o delle posture più idonee o anche semplicemente cercando di migliorare le nostre relazioni extrapersonali.

Tutto il nostro corpo è come un’immensa carta geografica dove è possibile leggere i confini che abbiamo tracciato nel corso della nostra vita, le battaglie che abbiamo combattuto, vinto o perso.

Le lezioni che l’esistenza ci ha impartito sono evidenti e bastano per farci capire le motivazioni delle nostre stanchezze fisiche o morali.

A volte basta osservare i tacchi delle nostre scarpe per capire che quel mal di schiena potrebbe derivare da una postura errata, da un passo troppo pesante o dal portare il peso del corpo in modo disarmonico.

Tutti i segni evidenti che vanno letti con attenzione perché è lì che il riflessologo dovrà andare a riattivare energie ostacolate. Per questo è molto importante non solo una buona conoscenza della psicosomatica, ma anche della posturologia e della fisiologia.

Molti pensano che la riflessologia sia semplicemente una tecnica di massaggio: niente di più errato. Il trattamento riflessologico in molti paesi orientali è una vera e propria scienza medica e questo è dovuto al fatto che per gli orientali siano molto più importanti gli aspetti di benessere globale che di salute fine a se stessa.

A volte basta semplicemente analizzare il piede della persona per capire come sta camminando nella sua vita: se la sua strada è spianata e il suo passo spedito, se ha difficoltà e quindi arranca o se il suo percorso esistenziale è tutto in salita. E naturalmente non sto parlando di strada fisica, ma di quella più profonda, psichica che ognuno di noi deve fare.

Il piede viene letto dal riflessologo tenendo in considerazione svariati aspetti: forma, colore, odore, struttura, posizionamento delle dita, aspetto delle unghie, squamatura della pelle; calli duroni, cicatrici ed ematomi così come le pieghe della pelle ci parlano della vita della persona e di come questa stia affrontando i suoi problemi.

I piedi solo la parte del corpo che trascuriamo maggiormente; una delle motivazioni è che non è quasi mai in vista.

Il piede destro corrisponde alla nostra parte razionale, quello sinistro a quella emozionale-irrazionale: è per questa ragione che a volte esercitando la digitopressione sul piede destro o sinistro abbiamo, pur toccando gli stessi punti speculari, risultati differenti. Come sempre basta saper guardare con attenzione e ogni segno sarà già l’anticamera della soluzione.

 

4: approccio tecnico

Solitamente questo approccio è quello che il riflessologo esperto utilizza come conferma del quadro energetico dell’assistito che ha delineato.

La metodologia è relativamente semplice e si basa sull’effettuare una digitopressione più o meno accentuata su determinati punti: se il risultato è una fitta dolorante, la sua analisi è stata corretta e potrà procedere in modo sicuro andando a rienergizzare quel viscere,  quell’organo o quella parte muscoloscheletrica. Ciò vale soprattutto per la riflessologia dorsale dove l’analisi viene svolta direttamente sulla colonna vertebrale facendo scorrere le dita: se i segnali lanciati sono doloranti l’emozione bloccata è recente per cui leggendo qual è la zona interessata si va a trattare gli organi corrispondenti. Al contrario, se le dita si bloccano l’energia è ferma da lungo tempo e la sedimentazione ha già prodotto effetti psicosomatici più o meno evidenti che saranno molto più difficili da rienergizzare.

Molti riflessologi che conoscono anche i punti dell’agopuntura utilizzano le mappe della medicina cinese anche se la maggior parte dei maestri non lo ritiene strettamente necessario.

In ogni caso, sia le mappe antiche che quelle più moderne sono sufficientemente precise per poter effettuare un’analisi approfondita e stabilire il metodo di lavoro.

Le tecniche comunque vanno padroneggiate con estrema sicurezza in tutte le fasi di utilizzo: per ottenere buoni risultati non ci si deve affidare mai al caso. Ciò non significa che il riflessologo debba attenersi agli insegnamenti di un’unica scuola. Sotto questo aspetto ritengo che approcci integrati permettano una maggiore risoluzione delle problematiche, aumentino le competenze dell’operatore e, soprattutto, lo rendano più competente negli approcci.

È molto importante che l’operatore non standardizzi mai, ma cerchi di personalizzare il più possibile il suo trattamento, stabilisca uno schema di lavoro ben preciso per più sessioni ed effettui i dovuti correttivi al variare delle situazioni che l’assistito gli segnala di volta in volta. Molte zone devono sempre essere trattate perché sono di vitale importanza per il corretto funzionamento bioenergetico nell’organismo.

Nella fase di indagine è fondamentale che il riflessologo renda edotto il suo assistito della possibilità di trovare zone doloranti così come alla fine del trattamento si potrebbe avere una accentuazione delle problematiche per qualche ora o giorno, oppure si potrebbe manifestare un naturale senso di rilassatezza o stanchezza fisiologica.

Del resto la riflessologia è spesso proposta come metodologia antistress, utile per avviare il processo di autoguarigione contro l’ansia, l’insonnia o altre patologie ben definite. In questo caso è il medico che può prescriverla per queste specificità e sarà cura dell’operatore collaborare e mettere a disposizione tutto il suo sapere per attenersi alla prescrizione medica nell’interesse stesso dell’assistito.

 

Bibliografia

AAVV: “Il libro dei simboli riflessioni sulle immagini archetipe”, Taschen ed. 2013

– AAVV: “La riflessologia origini benefici terapia del piede e della mano”, Gaia ed. 2011

– Ming Wong, Alessandro, Conte, On Zon Su: “Il massaggio del piede per la salute”, Mediterranea ed. 2009

– Michel Odul: “Dimmi dove ti fa male. Elementi di psicoenergetica”, Punto d’incontro ed. 2013

– Ming Wong, Alessandro Conte: “Le mappe segrete dell’ On Zon su applicazione dei massaggi antichi alla riflessologia del piede”, Mediterranee ed. 2012

– Osvaldo Sponzilli: “Auricoloterapia”, Tecniche nuove ed. 2013

– Patrizia Sanvitale: “La mano che cura”, Marsilio ed. 2011

– Alejandro Lorente: “Digitopressione”, Armenia ed. 2009

– George Stefan Georgieff:  “Il massaggio coreano della mano”, Macro ed. 2012

– Claudio Santoro: “Riflessologia plantare”, Macro ed. 2012

– Gabriella Artioli: “Manuale di riflessologia plantare”, Xenia ed. 2008

– AAVV: “Enciclopedia del massaggio”, Giunti ed. 2005

– Giovanni Leanti,  La rosa: “Messaggeri della salute”, Il segno dei Gabrielli ed. 2005

– Marco Lorusso: “Riflessologia plantare”, Macro ed. 2007

– Chen You Wa: “Digitopressione”, Tecniche Nuove ed. 2013

– Dwight C. Byers: “La riflessologia del piede”, Mediterranee ed. 2012

– Iona Masaa Teeguarden: “Guida completa alla digitopressione jin shin do”, Mediterranee ed. 2012-2013

– Huang Ti, Nei Ching Su Wen: “Testo classico di medicina interna dell’imperatore giallo”, Mediterranee ed. 2012

– Bino Francesca: “Riflessologia”, Idea libri ed. 2011

– Banis Reimar: “Guarire con la medicina energetica”, Macro ed. 2015

 

 

 




All’origine del “qi”: i significati dell’ideogramma


Lucio Sotte*

Cominciamo con l’esaminare i numerosi significati che l’ideogramma qi possiede. Questo lavoro è molto utile per avvicinarci ad una buona comprensione di questo termine ed anche per prendere dimestichezza con un aspetto tipico della lingua cinese che non è contemplato in nessuna lingua occidentale.

Sappiamo tutti che i cinesi non hanno un alfabeto ma scrivono con gli ideogrammi che sono caratterizzati da una grande polisemanticità: nel caso del termine qi i significati che gli vengono attribuiti sono più di 20, alcuni simili tra loro, altri assai differenti.

Quando si scrive in cinese è naturale che la frase selezioni tra questi numerosi significati quello maggiormente inerente il contesto a seconda degli ideogrammi che precedono o seguono l’ideogramma dato. Tuttavia questa selezione non è assoluta per cui ogni ideogramma si identifica ed evoca in secondo piano tutti gli altri significati ad esso correlati. È per questo che ogni traduzione dal cinese ad una qualsiasi lingua occidentale è in realtà una sterilizzazione di contenuti, perché sceglie una sola soluzione tra le molteplici possibili ed impedisce di cogliere quelle sfumature che sono forse la più grande ricchezza della lingua cinese.

Il Grande Dizionario dei Caratteri Cinesi Han Yu Da Zi Dian contiene 23 definizioni e significati del termine “qi”. È necessario conoscerle per iniziare ad entrare nel grande arcobaleno di senso che questo termine ha acquisito nel corso dei secoli.

1.       Qi delle nuvole. Lo vedremo più avanti, qui lo anticipiamo. Nelle prime fasi della strutturazione dei tratti dei pittogrammi e degli ideogrammi cinesi l’antenato dell’ideogramma “qi” esprimeva l’idea del “vapore che sale a formare le nuvole”.

2.       Qi è il nome comune che si da ai gas di ogni genere. Questo significato esprime l’idea di qualsiasi sostanza in forma gassosa

3.       Tempo nel senso di fenomeno naturale e tempo atmosferico. Questo significato è correlato al fatto che fin dai primordi il qi è la forza invisibile in atto nel processo di trasformazione dell’acqua in vapore che poi sale in alto a formare le nuvole, il cui vapore si trasforma di nuovo in acqua che cade sotto forma di pioggia. Il qi è la forza che regge i processi di trasformazione che sono alla base di questi fenomeni atmosferici.

4.       Un concetto filosofico dell’antica filosofia cinese.

5.       Un termine della medicina tradizionale cinese.

6.       Un termine dell’antica critica letteraria.

7.       Termine solare. Antica definizione del calendario cinese.

8.       Collera, ira, scatto, turbamento. È attraverso la liberazione di qi che queste emozioni si esprimono all’esterno e contestualmente esse sono correlate ad un’agitazione interna del qi.

9.       Attimo, momento. In relazione in particolare agli aspetti psicologici ed emotivi di un momento.

10.     Stile, abitudine. In particolare nel caso di cattive abutudini.

11.     Volere, volontà, cospirazione. Cospirazione nel senso che il volere di più uomini messo insieme può creare le condizioni per una cospirazione.

12.     Spirito, temperamento, sensazione.

13.     Respiro. Anche questo significato è correlato al fatto che i gas atmosferici che respiriamo rientrano nel significato di qi e quindi “per associazione” qi può significare l’atto del respirare. Ma c’è anche un altro motivo per cui qi può significare respiro ed è correlato ad un fenomeno della lingua cinese che va sotto il nome di tong jia zi e consiste nel fatto che parole che hanno suoni simili possono essere scambiate l’una per l’altra ed acquisire l’una il significato dell’altra. In cinese il termine qi ha un suono molto simile al termine xi che significa precisamente “respirare”.

14.     Odore, profumo, aroma, fragranza. Anche in questo caso occorre ricordare che il profumo, l’odore, l’aroma si trasmettono attraverso un veicolo gassoso che è l’aria e si percepiscono attraverso l’atto del respirare che permette di annusare.

15.     Annusare, odorare.

16.     Atmosfera, abitudine, umore, stato d’animo.

17.     Fenomeno meteorologico.

18.     Forza.

19.     Qualità varie della natura o di oggetti.

20.     Destino, fortuna, fato, vita.

21.     Dialetto.

22.     Suffisso che conferisce alle parole uno dei vari significati elencati sopra un altro nome.

23.     Un utensile.

I 23 significati del termine qi rappresentano una sorta di insieme semantico assai complesso che viene evocato con tutte le sue sfumature ogni volta che si scrive questo ideogramma o si pronuncia il suo suono (ricordiamo che qi si pronuncia “ci” con una “c” molto dolce). È per questo motivo che ormai da anni evito di assegnare al termine qi un preciso significato occidentale perché così facendo ne “isolerei” uno solo dei numerosi che possiede. Inoltre alcuni di questi significati corrispondono a concetti assai complessi che si sono sviluppati in Cina nel corso dei millenni e che necessitano di anni di studio e pratica per poter essere compresi ed apprezzati. La fatica del lavoro semantico che stiamo svolgendo sarà abbondantemente ripagata dalla soddisfazione di allargare la propria comprensione del reale.

Quello che a noi interessa direttamente è il qi della medicina cinese, tuttavia, come ho già anticipato, la conoscenza degli altri numerosi significati di questo ideogramma allarga le sfumature con cui questo termine è percepito nella lingua cinese e ci permette di coglierne il senso più profondo.

 

L’ideografia cinese e la sua descrizione del reale

Alla fine degli Anni ’70, quando ho iniziato ad interessarmi di agopuntura e medicina cinese, mi sono reso conto che questa era veramente una “medicina dell’altro mondo” non solo per i risultati talvolta insperati che la mia iniziale esperienza clinica metteva sotto i miei occhi, ma soprattutto perché l’ambito culturale nel quale era stata concepita e si era sviluppata era così diverso da quello occidentale al quale ero abituato. È così che è partito un lungo lavoro condotto insieme a numerosi colleghi medici che, come me, erano incuriositi dal fatto che un’antica medicina che nel terzo millennio ha un bacino di utenti di quasi due miliardi di persone fosse sostanzialmente sconosciuta nel nostro paese. Il suo punto di partenza è una visione antropologica ed epistemologica diversa da quella in uso in Occidente e basata su una “descrizione del reale” e dunque anche del “problema salute-malattia dell’uomo” che utilizza simboli a noi sconosciuti che rappresentano una “modalità di lettura” così differente da risultarci del tutto incomprensibile: l’ideografia.

Utilizzare gli ideogrammi invece che i grafemi del nostro alfabeto significa assumere un’ottica diversa attraverso la quale “leggere” e dunque “de-scrivere” il reale. Quando uso il termine “ottica” lo intendo in senso fisico, “oculistico” potremmo dire. È veramente come se si inforcassero degli occhiali forniti di lenti diverse dalle nostre che “leggono il reale” deformandolo a partire dalle loro intriseche caratteristiche. Perché comunque ogni trascrizione o descrizione è in qualche maniera una interpretazione.

La “lente occidentale” dei nostri molteplici alfabeti  (greco, latino, ebraico, cirillico, arabo etc) legge il reale attraverso l’antica visione “atomistica” della filosofia greca che informa da millenni le nostre culture. La realtà è concepita come un aggregato di “atomi”. Il compito dello scienziato è quello di studiarla attraverso un’analisi (che letteralmente significa “scomposizione”, “elisione” dei rapporti tra gli elementi del reale) che permetta di arrivare a conoscere (dopo numerose e reiterate “analisi-elisioni”) l’ultimo elemento conoscibile che non può essere ulteriormente suddiviso, l’“a-tomo” (che, come afferma la parola, è l’elemento che non può essere ulteriormente diviso, cioè scomposto). Il principio che sta alla base della nostra filosofia della scienza parte dal presupposto che, una volta conosciuto l’atomo, si è conosciuto il reale perché non è niente altro che un “aggregato” di “atomi”.

Leggere la realtà attraverso gli ideogrammi invece che attraverso le lettere del nostro alfabeto costringe i nostri neuroni ed i nostri complessi sistemi cerebrali ad organizzarsi secondo una logica completamente nuova che cerherò di presentare brevemente qui di seguito perché è alla base del metodo scientifico della medicina cinese.

 

Figura 1

Pittogramma di sole

La scrittura cinese si fonda sui “pittogrammi” che sono disegni degli elementi che compongono il reale: i “pittogrammi” sono “simboli” che suggeriscono per “analogia” tutti gli oggetti del mondo naturale: ad esempio il sole, la luna, l’uomo, la donna, un tavolo, una sedia, un albero, una foglia etc. È possibile “disegnare” e dunque “de-scrivere” attraverso i “pittogrammi” tutti questi elementi. I nostri cartelli stradali sono un esempio semplice di un “pittogramma occidentale”: “curva a destra”, “cunetta”, “incrocio” sono espressi con dei tratti che sono intuitivamente comprensibili per chiunque.

 

Figura 2

Pittogramma di luna

Figura 3

Pittogramma di donna

 

Ma come si fa a disegnare i “concetti”? La risposta cinese a questa domanda non è più il pittogramma ma l’“ideogramma” che è un insieme di più “pittogrammi in rapporto tra loro” che diventano i suoi “radicali”. Dal loro reciproco rapporto èvocato il significato finale.

L’ideogramma “an” rappresenta una “donna” che sta in casa sotto un “tetto” ed il suo significato nasce dal rapporto tra questi due elementi: “donna” e “tetto”, tetto nel senso di copertura ma anche di casa. “An” è stato associato al significato di “pace” perché nell’antica cultura cinese non c’era metafora migliore del senso dato alla parola “pace” di quella di una donna che governava il focolare domestico, la casa, la manteneva, la custodiva.

Ma “an” possiede, come abbiamo già visto per “qi”, numerosissimi altri significati: come verbo può significare tranquillizzare, calmare, mitigare, installare, collocare, aggiustare, adattare, albergare, nutrire, soddisfare, formulare accuse, come sostantivo tranquillità, come aggettivo pacifico, calmo quieto, salvo, sicuro, fuori pericolo, come avverbio dove, come. Inoltre “an” può significare addirittura “ampere”.

 

Figura 4

Ideogramma “an”: una donna sotto un tetto: tetto azzurro chiaro in alto e donna azzurro scuro in basso

 

Figura 5

Ideogramma “ming”: il sole e la luna. Sole azzurro chiaro a sinsitra e luna azzurro scuro a destra

 

L’ideogramma “ming” è un altro esempio. Esso esprime il concetto di luminosità, brillantezza in senso fisico ma anche figurato, accostando i pittogrammi del “sole” (la luce del giorno) e della “luna” (la luce della notte). Ma “ming”, come tutti gli ideogrammi, possiede una grande polisemanticità e dunque numerosissimi significati. Può essere un sostantivo e significare vista o assumere il valore di un verbo e significare conoscere, sapere, essere consapevole, discernere, oppure essere un aggettivo con il senso di luminoso, brillante, lucente, leale, onesto, franco, esplicito, prossimo nel senso “che segue immediatamente nel tempo” o un avverbio con il senso di ovviamente, chiaramente; inoltre può significare “senza sotterfugi”, ma anche dinastia Ming etc.

Dal momento che, come nel caso di “qi”, “an”, “ming”, ogni ideogramma possiede una grande polisemanticità, come si fa a conferirgli il suo significato finale? Esso dipende dalla frase in cui l’ideogramma è inserito; il suo significato finale è definito a partire dagli altri ideogrammi che lo precedono e che lo seguono nella frase.

La conclusione del ragionamento fatto fino ad ora sulla scrittura cinese è che questa “descrive” il reale in base ai suoi ideogrammi che a loro volta acquisiscono il loro significato a partire dalle “relazioni” tra gli elementi del reale: si tratta delle “relazioni” tra gli ideogrammi all’interno di una frase e delle “relazioni” tra i radicali all’interno di ogni singolo ideogramma.

Si tratta di quelle stesse “relazioni” che vengono “analizzate” cioè “eliminate”, “tagliate” dal metodo di lettura “analitico” o “atomico” tipico del mondo occidentale che le elide allo scopo di scomporre il reale per arrivare a conoscere e definire l’a-tomo, l’ultimo elemento indivisibile.

Proseguendo questo ragionamento possiamo affermare che mentre lo sguardo “occidentale” è particolarmente attento allo studio del particolare, quello cinese, essendo fondato sulle “relazioni”, coglie maggiormente il senso di unità della realtà.

È per questo motivo che quando debbo descrivere in due parole le differenze tra medicina cinese ed occidentale utilizzo spesso un paragone “fotografico” e affermo che la prima osserva l’uomo con il “grandangolo” distorcendo la realtà pur di coglierla nella sua globalità attraverso lo studio dei “rapporti” tra gli organi, visceri, tessuti, apparati ed i loro costituenti e la seconda con il “teleobiettivo” perché, nella sua ricerca sempre più approfondita del particolare, corre il rischio di approfondire così tanto da perdere di vista le “relazioni” che collegano l’insieme.

Credo che si possa affermare che il punto di sintesi tra questi due mondi sia la moderna PNEI, psico-neuro-endocrino-immunologia, che guarda al nostro organismo come ad una realtà estremamente complessa composta di parti molteplici costantemente integrate tra loro in un continuo dialogo ionico, elettrico, magnetico, molecolare, cellulare, endocrino, immunitario etc.

Avendo studiato e conosciuto entrambe queste medicine sono convinto che la loro differenza di visuale non solo non ne escluda un uso integrato, ma anzi lo solleciti perché le “ottiche” che le sottendono non solo non si oppongono, ma sono tra loro estremamente sinergiche.




Alimentare la sorgente della vita: riflessioni sul qi e sulla medicina cinese in Occidente

Lucio Sotte*

Il “concetto di salute” è andato gradualmente evolvendosi nel corso del XIX e XX secolo e nei primi decenni di questo terzo millennio. L’evoluzione è avvenuta per effetto di numerose concause: il miglioramento delle condizioni di vita di sempre più larghi strati della popolazione sia nei paesi sviluppati, come in quelli in via di sviluppo e del cosiddetto terzo mondo, la sempre più vasta diffusione ed applicazione di massa delle nuove scoperte scientifiche mediche che hanno debellato o contenuto gravissimi eventi morbosi (come ad esempio è accaduto con i vaccini e gli antibiotici), i sempre più stretti contatti internazionali che hanno messo a confronto negli ultimi decenni l’antropologia ed epistemologia occidentali con quelle di altre antiche antiche civiltà (come ad esempio quelle indiana e cinese).

Si è passati gradualmente da una concezione della salute al negativo “come assenza di malattia” tipica della fine dell’ ’800 e dei primi decenni del ’900 a quella assai più complessa formulata nel 1948 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha portato in primo piano fattori psichici, sociali e culturali: “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità”.

Da allora l’evoluzione delle conoscenze mediche, le ulteriori recenti scoperte scientifiche, gli ultimi effetti dei processi di globalizzazione hanno spinto ad una rielaborazione di questa definizione che possiamo sintetizzare come ha suggerito A. Seppilli: “La salute è una condizione di armonico equilibrio, fisico e psichico, dell’individuo, dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale”. Con questa frase si introducono elementi che offrono una chiave di lettura innovativa con il concetto di “armonico equilibrio” in una nuova dimensione dinamica dello “stare bene”. L’equilibrio diventa una costante giocata tra l’interno e la nostra “capacità di controllo” e l’esterno inteso come “situazione favorevole o sfavorevole dell’ambiente” reale o percepita.

È in questo nuovo contesto che avviene un’ulteriore evoluzione delle strategie di promozione della salute che possiamo sintetizzare con la definizione data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1986 nella “Carta di Ottawa”: “La promozione della salute è il processo che conferisce alle popolazioni i mezzi per assicurare un maggior controllo sul loro livello di salute e migliorarlo. Questo modo di procedere deriva da un concetto che definisce la salute come la misura in cui un gruppo o un individuo possono, da un lato, realizzare le proprie ambizioni e soddisfare i propri bisogni e dall’altro, evolversi con l’ambiente o adattarsi a questo. La salute è dunque percepita come risorsa della vita quotidiana e non come il fine della vita: è un concetto positivo che mette in valore le risorse sociali e individuali, come le capacità fisiche. Così, la promozione della salute non è legata soltanto al settore sanitario: supera gli stili di vita per mirare al benessere“.

È a partire dalle considerazioni appena esposte che è necessario procedere ad un riorientamento del modello biomedico dominante tuttora saldamente ancorato ad un concetto di salute definito al negativo come “assenza di malattia” ormai ampiamente superato nella semplice costatazione della realtà dei fatti oltreché nelle formulazioni che mano a mano l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha prodotto nel corso degli ultimi 60 anni.

Occorre passare da una medicina che è concentrata sulla malattia e si disinteressa della salute (che tende ad identificare, nel suo specialismo sempre più esasperato, l’individuo con una sola “parte” che poi è l’“organo” o il “viscere” o il “tessuto” malati) ad una scienza che abbia come suo orizzonte la globalità della persona inserita nel contesto naturale e sociale in cui la vita si manifesta. Ciò non significa ovviamente trascurare o marginalizzare la traumatologia, la chirurgia, le tecniche di rianimazione e tutti quegli “atti medici” che per ovvi motivi hanno come primo impatto la cura “empirica o altamente tecnologica” della “parte”, significa invece inserire questi atti in un contesto più ampio il cui orizzonte ultimo è l’in-dividuo, che, come suggerisce lo stesso termine, non può essere “separato” nelle sue parti. La persona è un’unità inscindibile che non può essere intesa se non nella nella sua globalità.

 

Viene da ricordare a questo proposito – applicandolo alla medicina – l’apologo di Menenio Agrippa: «Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.» Menenio Agrippa applica al corpo sociale una metafora organicistica: la società è come un organismo, il cui buon funzionamento complessivo permette la sopravvivenza di tutte le sue parti; se uno dei suoi organi incrociasse, per così dire, le braccia, non verrebbe meno solo l’organismo, ma anche l’organo che avesse preteso di far valere il proprio interesse particolare contro quello della totalità. Questo apologo, però, ha una caratteristica singolare: Menenio Agrippa intende richiamare i plebei alle loro presunte responsabilità nei confronti del tutto, ma, nel far questo, non applica una metafora organicistica alla società, bensì, piuttosto, una metafora sociale all’organismo. I nostri organi sono tali perché lavorano in interazione coll’organismo e non possono entrare in sciopero in nome di loro ipotetici interessi particolari, perché ogni “parte” trova significato nel “tutto” cui appartiene. Vedremo che questa idea del corpo come società al cui benessere partecipano tutte le parti che lo compongono appartiene anche alla medicina cinese che spesso utilizza il termine “governare” come sinonimo di “curare”.

 

È necessario lavorare perché il pensiero medico si apra ad una nuova visione più olistica della scienza della salute che sia in grado di recuperare in primo luogo la iato psiche-soma attraverso una rivalutazione della medicina psico-somatica e della moderna psico-neuro-endocrino-immunologia e contestualmente lo iato individuo-ambiente.

Il concetto di salute globale per il quale è tempo di lavorare porta con sé una concezione della persona come unità psico-fisica interagente con l’ambiente circostante che è il presupposto di una “promozione ed educazione alla salute” e di “medicina della persona” nella sua “totalità”.

In questo contesto l’incontro ed il confronto con le concezioni della medicina cinese mi sembrano particolarmente interessanti a partire dall’antico concetto di “armonico equilibrio” sviluppatosi in Cina negli ultimi 3000 anni. La teoria yinyang insegna che la salute è “equilibrio interno” alla persona che si mantiene attraverso una serie infinita di meccanismi a feedback che garantiscono l’omeostasi ed è contestualmente “equilibrio tra il microcosmo dell’uomo ed il macrocosmo naturale e sociale” in cui la vita si manifesta.

Il bilanciamento yin-yang è dunque il “metronomo” che scandisce i tempi del rapporto microcosmo-macrocosmo nella relazione tra l’uomo e l’ambiente in cui vive e tra i numerosi microsistemi interni ad ognuno di noi che garantiscono il nostro stato di salute attraverso il perpetuarsi dei loro reciproci equilibri.

Il punto di sintesi tra medicina cinese e biomedicina è certamente la PNEI: la psico-neuro-endocrino-immunologia è la constatazione che l’attività degli organi e dei visceri, degli apparati e dei tessuti (cioè le parti) del nostro organismo non è fine a sé stessa ma è l’esito ed il fine di un dialogo incessante che avviene con meccanismi cellulari (ad esempio la sorveglianza immunitaria dei linfociti o la distribuzione di ossigeno degli eritrociti), molecolari (ad esempio le immunoglobuline, gli antigeni, le endorfine, le citochine, l’interferone, gli ormoni etc), fisici, chimici, ionici (ad esempio gli elettroliti, lo scambio sodio-potassio) ed infine energetici (ad esempio la produzione di ATP ed il suo consumo). Lo sfondo in cui questo enorme lavoro si muove è certamente ciò che in medicina occidentale si definisce “omeostasi” che la medicina cinese da millenni interpreta attraverso le sue antiche teorie come bilanciamento yin-yang e produzione, trasformazione e circolazione del “qi”. Quest’ultimo termine “qi” è, a mio modo di vedere, il “bandolo della matassa”. Un termine intraducibile in una qualsiasi lingua occidentale perché le nostre regole alfabetiche e sintattiche sono così rigide da costringere ogni tentativo di traduzione entro confini troppo stretti da sterilizzare la straordinaria capacità evocativa che il termine ha se è espresso nella sua formulazione originaria attraverso l’ideogramma con cui si identifica nella scrittura e nella lingua cinesi.

Questo volume è precisamente dedicato a parlare del “qi” per presentare questo illustre sconosciuto al mondo medico ed accademico e per aiutarci a capire come “dialogando su di lui” sia possibile mantenere la salute alimentando la “sorgente della vita”.