Il trattamento del dolore muscolo-scheletrico con l’iniettopuntura

Nicolò Visalli*

L’iniettopuntura, definita anche chimiopuntura, consiste nell’iniettare delle sostanze medicamentose nei punti di agopuntura.

In Cina vengono utilizzate a questo scopo, sia medicamenti derivati dalla farmacologia tradizionale, sia prodotti farmacologici chimici. L’iniettopuntura può essere impiegata sia successivamente sia congiuntamente al trattamento di agopuntura per amplificare l’effetto terapeutico o per stimolare maggiormente l’agopunto o addirittura per desensibilizzarlo. L’iniezione viene praticata su punti specifici dei Canali e Collaterali e/o Canali Extra, secondo i criteri fondamentali della Medicina Tradizionale Cinese, in rapporto all’azione energetica del punto stesso. Si può utilizzare perciò sia una semplice soluzione fisiologica, per stimolare uno o più agopunti, oppure si può iniettare per es. una soluzione di Salvia milthiorriza su 6PE (Neiguan) per favorire la circolazione a livello coronario. O ancora è possibile iniettare piccole dosi di steroidi negli agopunti localizzati nel dorso (13BL) a livello della 3a dorsale per favorire la disassuefazione dal cortisone nei soggetti asmatici, sotto terapia.

Questa metodica viene praticata elettivamente anche nella terapia del dolore con grandi benefici per le patologie osteoarticolari e muscolari.

Il meccanismo d’azione di questa metodica è certamente complesso, perché da una parte si promuove uno stimolo diretto della sostanza iniettata nell’agopunto, le cui peculiari azioni si esplicano tramite i molteplici legami con gli organi, i visceri, l’energia vitale, i tessuti, le ossa e le zone coinvolte dalla malattia. D’altra parte schematizzando estremamente, possiamo focalizzare l’attenzione su un meccanismo biochimico, tissutale, ed anche reflessogeno.

L’iniettopuntura negli ultimi anni si è sempre più affermata come tecnica da associare all’agopuntura, anche se deve essere ben distinta dalla mesoterapia, ovvero l’iniezione nel tessuto di origine mesodermica. La definizione più recente di mesoterapia è “Trattamento medico, attuato attraverso iniezioni loco-regionali di sostanze biologicamente attive, che sfrutta la particolare reattività del tessuto connettivo utilizzando il sinergismo esistente tra l’azione riflesso-terapica della microiniezione e l’effetto medicamentoso della sostanza iniettata”. Rispetto ad alcuni anni or sono nella meso sono meno utilizzati i multi-iniettori, mentre la lidocaina ha sostituito la procaina e spesso si usano pistole automatiche o manuali.

L’iniettopuntura si pratica in zone o più particolarmente negli agopunti, anche con micro-dosi di uno o più farmaci diluiti e dinamizzati (omeopatici). Con questa metodica si ottengono tre distinti effetti terapeutici:

1. Stimolazione dell’agopunto tramite la sostanza iniettata, per diffusione del farmaco nei tessuti oltre che nel punto interessato.

2. Stimolazione di tutto il tragitto del canale.

3. Efficacia aggiunta delle proprietà intrinseche del farmaco sia omeopatico sia fitoterapico, sia chimico.

In Medicina Tradizionale Cinese si dice che: nove malattie su dieci sono dolorose.

L’iniettopuntura è una metodica molto efficace nel trattamento delle patologie dolorose perché potenzia l’azione dell’agopuntura e con la somministrazione di sostanze in micro-dosi (omeopatiche) prive di effetti avversi, si ottiene in aggiunta l’effetto specifico della sostanza inoculata.

Di norma si utilizzano farmaci omeopatici con differenti proprietà per cui si scelgono secondo l’azione peculiare che sarà secondo le circostanze: antiflogistica, antalgica e/o trofica.

Secondo i principi della Medicina omeopatica i farmaci utilizzati derivano dal mondo vegetale come ad esempio Arnica, Rhus tox., Bryonia; dal mondo minerale come Aurum met., Silicea, Mercurius e dal mondo animale come Cartilago, Disci lumbales, Medulla. In quest’ultimo caso è possibile utilizzare medicamenti cosidetti organo terapici, la cui azione è esercitata sulle componenti strutturali dell’organismo.

Gli agopunti prescelti si determinano in base a:

– la differenziazione della sindrome algica, con gli agopunti ad azione generale;

– le zone cutanee specifiche, interessate dal dolore;

– i canali coinvolti nel processo patologico;

– gli agopunti locali;

– i punti dolorosi definiti Ashi points o/e Trigger points.

Con questa metodica si possono raggiungere risultati eccellenti non solo nel vasto campo delle patologie dolorose di pertinenza muscolo-scheletrico, ma è possibile applicare l’inietto-puntura anche in medicina estetica, nella paradontologia,nella caduta dei capelli, nell’acne, nella flebologia, nell’asma e nelle patologie bronco-polmonari, nella ginecologia, nelle cefalee, nell’impotenza, solo per citare i campi di maggior impiego.

Nella pratica generale l’iniettopuntura ha una efficacia dimostrata:

1. nella medicina sportiva: sui traumi acuti e sulle infiammazioni, come tutti i diversi tipi di tendiniti e/o borsiti e le patologie muscolari, la pubalgia.

2. nel dolore muscolo – scheletrico:

sulle rachialgie di diversa eziologia;

– le patologie dolorose del gomito;

– le patologie dolorose del polso e tunnel carpale;

– le patologie dolorose delle dita mani e piedi;

–  le gonalgie anche traumatiche sportive;

–  le patologie della caviglia in ambito sportivo.

– le patologie del piede in ambito sportivo.

Non bisogna comunque tralasciare le algie di diversa natura che coinvolgono altre distretti come:

– le cefalee e le emicranie a eziologia diversa;

– l’herpes zooster e sequele relative;

– le nevralgie facciali a eziologia diversa inclusa quella trigeminale e temporo-mandibolare;

– le nevriti di eziologia diversa;

– la sinusite fronto-mascellare;

– l’artrite gottosa;

– l’artrite reumatoide;

– la condromalacia;

– l’osteoporosi;

– la polimialgia reumatica.

 

I limiti dell’iniettopuntura

Poiché alcune malattie possono creare sequele più serie delle manifestazioni anche severe della patologia, è importante riconoscere i segnali e sintomi clinici delle malattie che non possono essere trattare con l’iniettopuntura. In tali casi, si ricorrerà ad un trattamento di altra natura.

L’iniettopuntura non è indicata nei seguenti casi:

1. nelle emergenze cliniche come lo shock settico, l’ebbrezza etc.

2. quando sono coinvolti organi vitali (meningite, pericardite, etc.)

3. nel caso di pazienti che necessitano di chirurgia, radioterapia o chemioterapia (con l’eccezione della terapia con iscador).

4. quando si tratta di gravi patologie psichiatriche

5. quando esistono gravi e avanzati difetti strutturali: Alzheimer, AIDS, cancro, depressione grave, diabete, epilessia, patologie genetiche, cirrosi epatica, enfisema polmonare, schizofrenia, tubercolosi ect.

Chiaramente si verificano alcune eccezioni nella pratica giornaliera perciò ogni caso dovrebbe essere valutato su base individuale.

Nei casi dubbiosi, è essenziale un approccio multidisciplinare come spesso avviene nella pratica clinica corrente. In alcuni pazienti, il trattamento convenzionale e il trattamento con iniettopuntura può essere convenientemente integrato.

In conclusione l’iniettopuntura può essere uno strumento ampiamente efficace ed offrire una valida opzione, lì dove:

– il trattamento terapeutico convenzionale delude nel risultato

– il trattamento terapeutico, qualunque sia, ha raggiunto il suo limite

– non esiste un trattamento convenzionale

– il trattamento convenzionale è controindicato

– il trattamento convenzionale è molto costoso

– il trattamento convenzionale non è tollerato e vietato a causa degli effetti collaterali.

 

Bibliografia

Kersschot J.,  Biopuncture and homotoxic medicine inspiration, Aartselaar, 2002

Italia E., De Bellis M., Manuale di omeomesoterapia, Guna Editore, Milano, 1995.

Visalli N., Pulcri R.,  Manuale di Agopuntura, Tecniche Nuove, Milano, 2003

Tian C., 101 Enfermedades tratadas con acupuntura y moxibustion, Ediciones en lenguas Extranjeras, Beijing, 1992

Deadman P., Al  Khafaji M.,  Baker K., Manuale di agopopuntura, C.E.A., Milano, 2000

Bernard H.,  Traité de medicine homeopathique, Vaden Broele s.p.r.l. Societé d’edition, Bruges, 1981

Dufilho R., Geografia omeopatica, C.E.A., Milano, 2000

Heel,  Ordinatio Antihomatoxica et Materia Medica, XIVa  Ed., Guna, Milano, 2006

Horvilleur A., Vademucum de la prescription en homéopathie IIa  Ed., Elsevier Masson, Issy – les – Moulineaux, 2011




Pallavolista e la sindrome del conflitto Sotto Acromio Coracoideo – caso clinico

Presentazione di un protocollo riabilitativo con il taping linfo-drenante

Stella Mariz Glowinski*, Rosario Bellia**

Questa patologia è caratteristica
delle attività dove la spalla riveste un ruolo determinante, specie nei movimenti con arto superiore in elevazione e rotazione interna o esterna e degli sport di lancio (nuoto, pallanuoto, ginnastica, pallamano, baseball, pallavolo, tennis, badminthon, ecc.).

La tendinite della cuffia dei rotatori spesso è la conseguenza più ricorrente per le continue sollecitazioni non equilibrate a cui vengono
sottoposte tutte le strutture capsulo-legamentose dell’articolazione scapolo-omerale.

Le sollecitazioni funzionali ripetute (overuse) associate a gesti sportivi over hand, gestualità sportive che comportano l’uso dell’arto elevato sopra il capo, espongono gli atleti al rischio di sviluppare varie patologie della spalla: tendiniti, sindrome da impingement ed eventualmente, instabilità articolare. Le strutture statiche di contenzione si indeboliscono progressivamente, permettendo una sublussazione anteriore gleno-omerale.

In un primo tempo, gli stabilizzatori dinamici riescono a compensare la modesta instabilità attraverso l’ipertrofia muscolare, però questi meccanismi di compenso spesso non sono
sufficienti e si verifica una sublussazione anteriore della testa omerale, che entra in contatto con il legamento coracoacromiale determinando un impingement sottoacromiale.

L’impingement glenoideo postero superiore può verificarsi anche perché la traslazione anteriore omerale permette alla superficie inferiore del
tendine dei muscoli sovra spinoso e sottospinoso di avere un punto di “frizione” contro la rima postero superiore della glenoide.

Sono molti gli stabilizzatori statici e dinamici dell’articolazione della spalla che provvedono al necessario equilibrio tra mobilità e stabilità.

Malgrado il contatto articolare gleno-omerale sia relativamente piccolo, la stabilità statica è assicurata dai sovrastanti tessuti molli e dal cercine glenoideo, che incrementando la superficie ed espandendo la profondità della fossa glenoidea, contribuiscono a migliorare la stabilità senza impedire l’articolarità.

La capsula articolare garantisce la stabilità della spalla grazie ad una selettiva resistenza delle fibre capsulari anteriori e inferiori, mentre i legamenti gleno-omerali intervengono durante l’abduzione omerale e la rotazione esterna.

Nella posizione di caricamento pre-lancio (novanta gradi di abduzione e massima extrarotazione) il legamento gleno-omerale inferiore e il cercine anteroinferiore sono le strutture passive di contenzione più significative a livello del margine glenoideo anteriore.

La stabilità dinamica è ottenuta attraverso l’azione sinergica dei muscoli della cuffia dei rotatori e di quelli rotatori della scapola. I muscoli della cuffia (sovra spinato, sottospinato, piccolo rotondo, sottoscapolare), che si inseriscono sul corpo della scapola, si inseriscono sulla grande e piccola tuberosità dell’omero. Questi muscoli
conferiscono stabilità provvedendo a mantenere la testa dell’omero centrata nella cavità glenoidea in maniera fisiologica. I rotatori della scapola (trapezio, dentato anteriore, romboidei ed elevatore della scapola) posizionano
la scapola (glenoide) in modo da garantire la migliore stabilità durante il completo movimento del gesto sportivo del lancio.
In visione biomeccanica scomponendo l’azione nei singoli movimenti possiamo evidenziare l’azione muscolare nelle varie fasi.

Durante la fase di “caricamento”, il muscolo deltoide abduce il braccio, mentre il muscolo infraspinato e il piccolo rotondo ruotano esternamente l’omero, il muscolo bicipite mantiene il gomito flesso a novanta gradi e il sottoscapolare modula decelerando la rotazione dell’omero. I muscoli grande pettorale, gran dorsale e tricipite forniscono la forza propulsiva di avanzamento durante la fase di accelerazione.
Nella fase di decelerazione, la contrazione muscolare eccentrica del muscolo piccolo rotondo, l’incrementata attività attività dei muscoli trapezio, dentato anteriore, e romboide, controllano la decelerazione delle estremità.

Una piccola carenza di un muscolo stabilizzatore, dinamico e statico, determina un effetto importante sull’intera funzionalità della spalla.

I sovraccarichi funzionali possono portare ad una compromissione delle strutture di contenimento anteriore, che darà origine ad una modesta traslazione anteriore gleno-omerale.
Inizialmente, gli stabilizzatori dinamici riescono a compensare questa modesta instabilità aumentando l’attivazione muscolare. Inseguito all’affaticamento di questi muscoli si può verificare una sublussazione della testa omerale, con la
traslazione anteriore si può arrivare al contatto diretto della testa dell’omero con l’acromion dando origine a impingement secondario.

L’obiettivo deve essere il ricentraggio della testa dell’omero, perché  a causa degli squilibri muscolari che si instaurano spesso si presenta un’anteposizione della testa dell’omero.

Per avere una completa visione del paziente è necessario un approfondimento generale della sua storia clinica. Riveste particolare importanza l’osservazione iniziale del paziente e l’attenta analisi della mobilità articolare generale della
spalla, in riferimento all’attività svolta dal paziente e quindi dell’identificazione del meccanismo lesivo specifico.

Tutte le informazioni raccolte sono necessarie per rendere completo il progetto riabilitativo, inoltre risulta importante l’osservazione posturale
generale per evidenziare eventuali compensi posturali.

Il paziente in esame presenta il seguente Esame
clinico:

“Il dolore, espressione di sofferenza dello spazio sub-acromiale, si manifesta tipicamente
con una irradiazione caudale: può raggiungere il gomito e l’aspetto radiale dell’anti-braccio fino al polso (Dott. G. di Giacomo; Dott. A. Costantini;
Dott. A. de Vita, 2008)

Referto RM.

– Sofferenza tendinosica del sovra spinato

– Borsite in sede subacromion- deltoidea ed anche a livello del cavo articolare gleno-omerale (più evidente nel recesso ascellare).

– Distensione fluida della guaina del tendine m. capolungo del bicipite in sede distale

– Modesta ipertrofia dell’articolazione acromion-clavicolare con sofferenza ossea intraspongiosa soprattutto sul versante claveare dell’articolazione.

Ecografia Tessuti Molli Spalla dx.

– Ispessimento e disomogeneità eco strutturale a carico del tendine sopraspinato.

– Presenza di edema a carico del bicipite.

– Ispessimento e disomogeneità eco strutturale anche a carico del m. sottospinato.

– Presenza di interessamento della borsa subacromiale di modesta entità con presenza di
parte fluida e parte corpuscolata e con aumentata attività vascolare come si osserva nelle infiammazioni croniche.

– Capsula indenne.

Test eseguiti:

– Per la borsite sub – acromiale il
test di Dawbarn. Il terapista posto dietro al paziente abduce il braccio e esercita una pressione nella regione della borsa sotto-deltoidea provocando il dolore.

L’esame obiettivo procede con un’analisi minuziosa di entrambe le spalle alla ricerca di asimmetrie, ipotonie muscolari, deformità ossee, riduzione di articolarità, crepitii, aree di
tumefazione localizzata o dolore.

Terapia Medica:

– Antinfiammatori per 10 giorni

– Antiedemigeni per 30 giorni

Protocollo Riabilitativo

Il paziente ha evidenziato i sintomi riferiti dopo un trauma durante una partita a pallavolo, però ha continuato a praticare sport senza fare nessun tipo di terapia. Solo dopo 3 mesi di dolore sempre crescente che inoltre si irradiava dalla spalla anche a tutto l’arto superiore fino alla mano, ha deciso d’iniziare la terapia riabilitativa.

La terapia fisica:

– ultrasuono con effetto di elettrolisi per diminuire l’edema,

– elettrostimolazione con effetto: antalgico
e drenante.

Taping kinesiologico decompressivo e drenante per due volte la settimana. Il bendaggio elastico ha un duplice obiettivo: drenare i liquidi infiammatori che si sono riscontrati nell’articolazione con gli esami diagnostici effettuati rilassando i muscoli
retratti ed inoltre stabilizzare l’articolazione durante i movimenti che risultano dolorosi.

Potenziamento muscolare specifico per ristabilire l’equilibrio del tono-trofismo.
Dopo un mese di terapia si aggiunge qualche esercizio per rinforzare la cuffia dei rotatori.

Gli esercizi proposti sono:

– Anteposizione – Retrazione delle spalle.

– Rotazione delle spalle in modo lento e senza dolore.

– Rotazione interna – esterna. L’esercizio si esegue impugnando un bastone con le braccia a 90°, muovendo solo l’avambraccio lentamente.

– Esercizio di estensione della spalla impugnando un bastone dietro la spalla, con le  mani rivolte all’insù.

– Esercizio di intra-rotazione con un elastico, mano sana su e arto leso giù.

– Esercizio a pendolo di Codman. Il paziente è appoggiato con la mano su un tavolo o lettino ed esegue movimenti di rotazione interna ed esterna con l’arto leso.

Taping elastico a livello neuro muscolare tecnica applicativa

Per il m.sovra spinato il nastro da 5 cm. sarà tagliato a Y con una base di 5 cm sull’inserzione omerale e le ali di 2,5 cm. che coprono sopra e
sotto la spina della scapola.

Per il m.deltoide il nastro da 5 cm. sarà tagliato a Y in base alla misura corporea con due code che arriveranno all’altezza del processo caracoideo. La base del nastro partirà sotto l’inserzione del m. deltoide.

Per il m.bicipite brachiale, il nastro da cm. 5 sarà tagliato a Y con 2 code da 2,5 cm. e verrà applicato con la base che si colloca sulla tuberosità del radio.

Taping linfatico

Per trattare la borsite in sede subacromion – deltoidea ed anche a livello del cavo articolare gleno-omerale si useranno 4 tape, due posizionati sul torace e due sul dorso.

Tutte e quattro i nastri verranno tagliati a forma di ventaglio con 4 code ciascuno.

Realizzazione dell’applicazione pratica:

– Il primo Ventaglio con base verso l’incavo ascellare omolaterale in modo di scaricare l’edema nei linfonodi ascellare

– Il secondo ventaglio verrà posizionato sopra il m. pettorale seguendo la anastomosi linfatica anteriore verso il cavo ascellare controlaterale (anastomosi linfatica anteriore detta axillo-ascellare, che si trova nei quadranti superiori delle mammelle, sec. M. Foldi).

– Il primo ventaglio posteriore avrà la base posizionata verso il cavo ascellare omolaterale posteriore.

–  Il secondo ventaglio posteriore verrà posizionato con la base nei m. paravertebrali usufruendo del beneficio della anastomosi linfo venosa posteriore situata a livello dell’area scapolare definita axillo ascellare o via di Mascagni. Viene utilizzata per evacuazione
dei liquidi depositati nella zona dorsale, partendo dalla zona affetta da edema verso la parte contro laterale sana, passando per il bordo superiore e medio delle scapole (Glowinski S. M. 2011)

Conclusione

Il paziente è in trattamento da un mese, e dalla

prima rilevazione della mobilità articolare scapolo-omerale eseguita con il goniometro ad oggi ha
avuto un recupero della ROM di 70°. Ancora presenta dolore ma i suoi movimenti migliorano notevolmente soprattutto dopo l’applicazione del taping kinesiologico. Da qualche giorno in forma autonoma esegue a domicilio degli esercizi di chinesiterapia in modo graduale, mentre si sottopone ancora a due trattamenti fisioterapici alla settimanali.

Bibliografia

G. di Giacomo; A. Costantini; A. de Vita. Clinica e indagini strumentali nella patologia della spalla.

Concordia Hospital for Special Sugery. Tipografia Miligraf s.r.l di Roma, 2008.

Glowinski, S. M.
Linfodrenaggio e taping linfatico nel linfedema, Roma 2011

Orlanducci M. Corso Bendaggio drenante e
propiocettivo e le sue applicazioni. Roma, 2010

Blow D. Corso Linfotaping. Genova 2010

Rosario Bellia – Il taping kinesiologico: un metodo molto efficace anche nel pattinaggio a rotelle specialita’ corsa.

Rosario Bellia – La sindrome del compartimento anteriore della gamba, un male che affligge tanti pattinatori.

Rosario Bellia, Trattamento riabilitativo dopo trasposizione del tendine rotuleo
secondo Fulkerson

Rosario Bellia – Fancisco Selva Sarzo – “ Il taping kinesiologico nella traumatologia sportiva manuale pratico di applicazione “ ed. Alea Milano – 2011

 




La ginnastica cinese e lo sport. Esercizi di qi gong pre e post agonistici: forme di apertura e chiusura, massaggio dei canali

Fernanda Biondi*, Lucio Sotte**

Introduzione

La ginnastica medica cinese può essere utilizzata per ottimizzare le condizioni dello sportivo prima e dopo la gara. Nella fase pre gara può esercitare contemporaneamente un effetto rilassante e tonificante che prepara l’atleta all’utilizzo ottimale delle sue risorse energetiche dandogli il giusto tono muscolare e nervoso che deve essere adeguato ad attivare al massimo le potenzialità, ma non eccessivo da disperderle. Nella fase post gara gli esercizi avranno lo scopo di favorire il recupero psicofisico ottimizzando, come affermano in Cina, la produzione e circolazione di qi e xue.

A questo scopo presentiamo alcuni semplici esercizi di cui raccomandiamo l’utilizzo: le forme di apertura e chiusura ed il massaggio dei meridiani.

 

Forme di Apertura e di Chiusura

Posizione di base

Assumere la postura di base del Qi Gong eretta, piedi divaricati ad una distanza equivalente a quella delle spalle, peso del corpo ben distribuito su tutta la superficie plantare.

La testa è come “appesa ad un filo” che collega il punto 20GV-baihui al cielo; ricordiamo che tale punto si localizza sulla sommità del cranio tra le ossa parietali ed occipitale, a livello della zona dove nel bambino si trova la grande fontanella. Gli occhi sono semichiusi, lo sguardo diretto in avanti, senza essere focalizzato in un punto preciso (si deve cercare di non concentrare lo sguardo su qualche particolare oggetto), il viso e la mandibola sono rilassati, così anche il collo e le spalle. Le braccia cadono naturalmente ai lati del tronco, le ascelle sono leggermente aperte e “vuote” «come se dovessero contenere un uovo al loro interno!», le mani sono aperte con le palme rivolte all’interno, verso le gambe.

Il dorso è eretto ed il torace rilassato, l’addome è appena rientrato. Questo atteggiamento dell’addome è favorito dalla posizione del bacino che deve essere mantenuto il più aperto possibile verso l’alto: si può immaginarlo come una coppa piena di liquido che non bisogna versare (questa posizione rinforza i muscoli glutei): in questa maniera si ottiene una rettineilizzazione della fisiologica lordosi lombare che favorisce la circolazione del Qi nella regione vertebrale e lungo i meridiani Du Mai e Vescica.

Figure 1-2

1.    Postura di base – visuale anteriore

2.    Postura di base – visuale laterale

Questa posizione del bacino e della colonna favorisce che le gambe siano diritte, ma non rigide, le ginocchia siano leggermente flesse e mantengano una certa morbidezza. I piedi debbono essere disposti con le piante tra loro parallele o addirittura con le punte leggermente rientrate. Le dita e tutta la pianta del piede debbono essere bene in contatto con il suolo.

 

Figura 3

Postura di base: la Y rovesciata con i punti 20GV-baihui, 1CV-huiyin e 1KI-yongquan

Occorre visualizzare una “Y” rovesciata che collega i punti 1KI-yongquan, destro e sinistro – posizionati sulla pianta dei due piedi tra i due cuscinetti plantari – con 1CV-huiyin  al centro del perineo – tra orifizio anale e scroto nell’uomo ed orifizio anale ed uretra nella donna – e 20GV-baihui all’estremità del capo in corrispondenza della zona dove nel neonato si localizza la grande fondatella.

Le mani sono incrociate sotto l’ombelico, sul Dantian mediano (mano destra coperta dalla sinistra per le donne e viceversa per gli uomini), sovrappo-nendo i due punti 8PC-laogong che si trovano al centro della palma della mano nel terzo spazio intermetacarpale. Secondo alcune Scuole la postura di base non prevede che le mani siano raccolte al Dantian mediano, ma che invece siano naturalmente rilassate ai lati del corpo con le palme rivolte all’interno.

Iniziare ogni esercizio con questa posizione di base e, prima di incominciare la serie, fare il “silenzio del corpo”, armonizzando respirazione, mente e corpo.

 

 

Modalità di esecuzione

Socchiudere gli occhi ed appoggiare la lingua sulla volta del palato con la punta dietro gli incisivi superiori. Deglutire lentamente la saliva, seguendo mentalmente il percorso della “rugiada celeste” fino allo stomaco.

Inspirando, “sigillare” contraendo i muscoli addominali e glutei e gli sfinteri uretrale ed anale ed alzare lentamente le braccia rilassate (i gomiti non debbono essere tesi) da ambedue i lati del corpo, fino ad aprirle completamente, senza superare tuttavia l’altezza delle spalle e avendo cura di mantenere le mani rilassate. Questo movimento di “apertura” e sollevamento degli arti superiori deve essere molto naturale e guidato dai polsi; è come se i polsi stessi fossero il fulcro del movimento di sollevamento delle braccia, mentre le articolazioni delle spalle, dei gomiti, delle dita subissero questo movimento rimanendo rilassate. Le braccia non debbono essere troppo distese e rigide alla fine dell’apertura e la posizione deve conservare sempre una sua “rotondità”.

Durante la manovra di sollevamento delle braccia occorre concentrarsi per visualizzare l’energia che sale dalla pianta del piede alla palma della mano percorrendo prima i tre canali yin del piede e poi i tre canali yin della mano.

Il percorso dell’energia è il seguente: il Qi sale dalla pianta dei piedi (punto 1KI-yongquan) e dall’alluce lungo i tre canali yin del piede (Milza-Pancreas, Fegato e Rene) passando per la superficie interna del piede, della caviglia, della gamba, del ginocchio e della coscia; penetra poi nel perineo e raggiunge l’addome dove si collega ai rispettivi Organi, continua a salire nel tronco e, giunto al torace, prende contatto con gli Organi toracici (Polmone, Pericardio e Cuore), percorre poi i rispettivi tre canali yin della mano, andando dalla regione sottoclaveare e toracica laterale e dal cavo ascellare a raggiungere la faccia volare del braccio per proseguire sulla superficie volare del gomito, dell’avambraccio, del polso, fino alla palma della mano ed alle estremità delle dita.

Durante la visualizzazione di questo tragitto che partendo dalla pianta del piede arriva alla palma della mano, il Qi della Terra prende contatto con gli organi che corrispondono ai canali percorsi: prima Rene, Fegato, Milza-Pancreas a livello sottodiaframmatico e poi Cuore, Pericardio e Polmone in regione toracica.

Questa fase termina con una breve pausa inpiratoria durante la quale si trattiene il respiro e si ruotano le palme delle mani (che erano rivolte in basso) di 180° rivolgendole verso l’alto.

Con l’inizio dell’espirazione successiva, si raccolgono le  mani davanti al volto flettendo i gomiti fino a che le palme non sono nuovamente rivolte verso il basso, si fanno poi scendere le mani lentamente, sempre palme in giù, facendole passare davanti al collo, al torace ed all’addome per portarle infine nella loro posizione naturale ai fianchi.

 

Figura 4

Fase inspiratoria 1 e pausa inspiratoria 2 della forma di apertura

Durante la rotazione delle palme delle mani a braccia aperte il Qi, passando per le estremità delle dita, raggiunge la superficie dorsale della mano e percorre i tre canali yang della mano (Intestino Tenue, Triplo Riscaldatore, Intestino Crasso), lungo la faccia esterna e posteriore della mano, del polso, dell’avambraccio, del gomito, del braccio e della spalla, passa poi per il punto 14GV-dazhui, sotto l’apofisi spinosa della settima vertebra cervicale, raggiunge quindi il collo, il volto e gli occhi, dove i meridiani yang della mano si continuano in quelli yang del piede. Il Qi continua, quindi, la sua discesa lungo i tre canali yang del piede (Stomaco, Vescicola Biliare, Vescica) lungo la regione posteriore e laterale del capo, del collo, del tronco prima e, successivamente, lungo la faccia esterna e posteriore dei glutei, delle cosce, delle gambe e dei piedi, fino ad arrivare al tallone, alle ultime quattro dita ed alla pianta del piede. Durante questo percorso di discesa dal dorso della mano al piede viene preso contatto con i visceri citati: prima Intestino Tenue, Triplo Riscaldatore e Intestino Crasso e successivamente Vescica, Vescicola Biliare e Stomaco.

 

Figura 5

Fase espiratoria della forma di apertura

 

In genere si concludono la Forma di Apertura e quella di Chiusura veicolando il Qi al Dantian. Per ottenere questo scopo, una volta terminata l’inspirazione e condotto il Qi alla palma della mano, si inizia l’espirazione come già descritto portando alla fine le mani a coprire il Dantian nella zona sottombelicale (uomini destra sopra la sinistra e donne sinistra sopra la destra) invece che ai fianchi come già descritto. Contemporaneamente al movimento di riunione delle mani al Dantian si realizza la visualizzazione della concentrazione del Qi raccolto alla palma della mano fino al Dantian. Dal Dantian il Qi si diffonde poi a tutto il corpo.

Molti maestri cinesi suggeriscono di visualizzare questa sua diffusione attraverso un movimento a spirale.

 

Forme di regolarizzazione

La Forma di Regolarizzazione“Tiao-Xi” si esegue come la parte iniziale della Forma di Apertura, portando alla fine le mani prima sul Dantian e poi ai fianchi e visualizzando la discesa del Qi fino alla pianta del piede.

 

Effetti

Questa procedura molto semplice agisce contemporaneamente sui 12 canali e viene usata anche come preludio alla meditazione Qi Gong. Aiuta a calmare la mente ed armonizzare la respirazione e, lo ricordiamo ancora, va eseguita prima e dopo ogni esercizio, per ricondurre il Qi al Dantian.

 

Massaggio lineare dei meridiani degli arti inferiori,  superiori e del tronco

Il massaggio dei canali deve essere fatto precedere da una Forma di Regolarizzazione “Tiao Xi” e deve essere coordinato mentalmente tramite la visualizzazione dei canali massaggiati. La fine dell’esercizio viene scandita da una nuova Forma “Tiao Xi”.

Si parte dalla normale postura eretta a piedi divaricati con una distanza tra loro pari alla larghezza delle spalle. In espirazione si flette la regione lombare e si massaggia con le palme delle mani, consensualmente al movimento di flessione, il percorso dei canali yang del piede che scende dalla regione dorsolombare verso il piede passando per il gluteo, la regione posterolaterale della coscia, del ginocchio, della gamba, della caviglia e del piede stesso.

 

Figura 6

Massaggio lineare dei canali degli arti inferiori e  superiori e del tronco – versione completa 1-2

Arrivati alla regione laterale del piede si raggiunge quella interna passando per l’estremità delle dita ed inizia la fase inspiratoria che si svolge massaggiando la regione interna del piede, della caviglia, del ginocchio, della coscia. Arrivati alla regione inguinale, mentre prosegue il raddrizzamento della colonna, si aprono entrambe le braccia con le palme rivolte in alto e si visualizza il percorso terminale dei canali yin del piede che confluisce con quello dei canali yin della mano che arriva, infine, alla palma della mano. Si portano infine le mani in alto con le palme rivolte in avanti e si rivolge lo sguardo in alto. Termina a questo punto la fase inspiratoria ed inizia la nuova fase espiratoria che, mentre le mani scendono massaggiando la regione nucale ed il collo e poi la regione dorsolombare e l’arto inferiore, si realizza attraverso un nuovo movimento di flessione lombare.

Figura 7

Massaggio lineare dei canali degli arti inferiori e  superiori e del tronco – versione completa 3

 

Esiste di questo massaggio una versione semplificata che non prevede un ampio movimento di flessione lombare ma una semplice visualizzazione dei canali yang e yin dell’arto inferiore associata ad una minima flessione. In questo caso la fase espiratoria inizia come la precedente con  un massaggio cervicale e dorsolombare che termina una volta che le mani sono discese naturalmente ai fianchi con una visualizzazione dei meridiani yang fino al piede. A questo punto inizia la fase inspiratoria che senza un reale massaggio dei canali yin del piede ne visualizza il percorso fino a livello inguinale; giunti a questo punto le manovre di apertura delle braccia proseguono come già descritto in precedenza.

 

Forma di Chiusura

Occorre terminare con una forma di chiusura concentrando il Qi al Dantian e veicolandolo da qui a tutto il corpo.

 

Questo articolo è tratto dal volume Ginnastiche Cinesi Qi Gong Cea edizioni

 

 




Lo stile di vita quale prevenzione del processo involutivo da invecchiamento

Alfredo Calligaris*

Le società avanzate dei paesi ricchi, probabilmente, per il consolidarsi di una forma di immaturità collettiva, condividono l’assunto che la condizione normale dell’uomo, comprese le donne, ovviamente, debba essere quello di godere di buona salute, di vivere il più a lungo possibile, nel pieno controllo della propria vita e d’essere in buone condizioni materiali.

In parte il problema del prolungamento del vivere è stato risolto, e l’aspettativa di vita si è quasi raddoppiata nel giro di un cinquantennio, ma il fenomeno della longevità si è amplificato più per l’intervento terapeutico sulle patologie provocate dall’invecchiamento, che è dimostrato dal fatto che anche oggi abbiamo dedicato i quattro quinti del convegno alla trattazione delle evenienze fisiopatologiche che lo contrastano, piuttosto che per il miglioramento dello stile di vita. Vale a dire, per la diffusione dell’aspetto culturale che attiene a questo fondamentale atteggiamento comportamentale.

È probabile che l’immortalità non sia sconosciuta al nostro patrimonio genetico e la ricerca per la sua identificazione avanza a passo spedito. La morte potrebbe dipendere, effettivamente, da errori di trascrizione del DNA, ma probabilmente anche l’errore deve far parte della cultura biologica dell’uomo. Jeremy Rifkin sostiene che l’uomo è sacro proprio per la sua imperfezione.

Due nostri amici dell’International Center for Genetic Engineering and Biotecnhology di Trieste, Carlo Rubbia e Claudio Schneider, sono convinti, però, che il “Progetto Faust”, ce ne sono più d’uno, non galleggi più sulle nuvole del futuribile, ma sia già futuro. E negli incontri dei biologi di “formula 1” si parla già del prolungamento della vita ben oltre i due secoli e che, forse, proprio grazie o a causa della genetica, siamo alle soglie della conquista dell’eternità. Perché la scienza, fortunatamente o purtroppo, quando impara a fare una cosa la fa.

Ricordiamo, però, che nonostante tutti i progressi, nessun uomo del XX secolo è vissuto più di quanto viveva un longevo nell’antica Roma e che, oggi, l’arco della vita termina, mediamente a 85 anni. Spesso, confondiamo i dati statistici sulla così detta “speranza di vita”, che cresce mediamente di 1 anno ogni 5 anni, con il prolungamento della vita, verso quell’eternità, cui la scienza ambisce.

La legge biologica è apodittica, ed afferma che “ciò che ha avuto un principio deve avere una fine”, anche se i molti profanatori della stessa, Pasteur, Koch, Fleming, Salk, Sabin hanno contribuito in maniera decisiva al prolungamento della vita umana.

Gli esperti di futuro hanno fatto, a volte, previsioni che si sono dimostrate errate perché campate in aria, altre volte, invece, si sono dimostrate errate per l’eccesso di prudenza speculativa con cui erano state proposte. Una loro valutazione, nel pro e nel contro, sarebbe interessante, ma troppo lunga e troppo complessa per essere trattata in questa circostanza.

In genere, i ricercatori più giovani lottano senza porsi limiti, mentre i più vecchi, sono più accorti e cercano soluzioni meno imprevedibili. I giovani non hanno paura di morire, perché il pensiero della morte è del tutto assente dalle loro considerazioni esistenziali e da ciò deriva l’atteggiamento di sfida nei confronti del pericolo. I vecchi, invece, non hanno paura di vivere, perché desiderano godere a lungo il regalo della vita e questo li rende prudenti e previdenti.

I due estremi di sfida e di prudenza si compendiano, per entrambi, in quell’elemento comune che li rende capaci di agire, lo stato di salute.

Salute che non è solo un bene individuale, ma un bene collettivo che implica il diritto-dovere di conservarla per le complesse implicazioni etiche, morali ed economiche che il perderla comporta.

Tutto questo giustifica l’opportunità, meglio la necessità, dell’applicarsi ad un ragionevole comportamento igienico in genere e ad una corretta pratica fisica e sportiva per favorire il mantenimento di quella quota d’efficienza psicofisica e d’autosufficienza motoria che è l’espressione dello stare bene.

Comportamenti igienici e motori che si compendiano nell’atteggiamento individuale del vivere quotidiano, che abbiamo scelto di definire “stile di vita”, consapevoli che la definizione non deve esaurirsi in uno sterile significato pseudoestetico.

Contro l’ineluttabilità dell’invecchiamento, possiamo opporci, volontariamente, attuando procedure comportamentali igieniche e motorie che garantiscano l’attuarsi di un preciso ruolo preventivo e conservativo.

Le cause dell’invecchiamento sono molte, non del tutto chiare, interpretabili come entità che determinano un deterioramento complessivo del Sistema Uomo, tra le quali predominano:

– la tesi dell’origine genetica della senescenza,

– quella del reiterarsi di errori informazionali nella gestione dell’attività biologica individuale,

– quella dell’azione di deterioramento delle strutture cellulari da parte di agenti esterni.

Sarebbe interessante trattarle tutte per soddisfare la nostra curiosità conoscitiva, ma il farlo ci distoglierebbe dal compito che ci siamo prefissati. Che è quello di offrire suggerimenti d’igiene di vita, ed in particolare quelli sull’orientamento al perseguimento di una pratica fisica abitudinaria, quale criterio di gestione della longevità.

Il concetto filosofico di longevità è cambiato gradualmente, passando dall’accettazione passiva del decadimento strutturale ad un atteggiamento di contrasto prima e di superamento poi utilizzando tutte le indicazioni esperite dalle scienze biologiche e cognitive.

Invecchiare comporta il verificarsi di progressivi decadimenti organici e funzionali, che compromettono il contenuto quantitativo e qualitativo delle disponibilità comportamentali dell’individuo.

Alcuni dati indicano che:

– il V02 max si riduce fino al 20% del massimo raggiunto,

– il polso d’ossigeno aumenta gradualmente,

– la F.C. max sotto sforzo diminuisce (circa 220-età),

– la differenza a-v è maggiore, ma diminuisce sottosforzo,

– la gittata sistolica diminuisce, progressivamente, da circa 6 l a 3.5 l,

– le funzioni respiratorie diminuiscono, invece, così:

a- la C. V. diminuisce del 50%

b – la V. M. V diminuisce del 60%,

c – il valore residuo aumenta fino al 100%,

– diminuiscono gli scambi gassosi in genere,

– la forza si riduce del 30-40 % negli arti superiori e del 40-50% per gli arti inferiori,

– la mobilità articolare si riduce del 30-40%

Le capacità cardiorespiratorie diminuiscono:

35 anni      –   3.00 %

45 anni      – 10.48 %

55 anni      – 21.40 %

60 anni      – 28.08 %

65 anni      – 35.38 %

70 anni      – 42.70 %

oltre:          – in crescendo.

Tutti questi dati ci suggeriscono osservazioni importanti.

– la prima, che quanto più consistenti sono i valori acquisiti in gioventù, tanto minori sono i cali,

– la seconda, che i soggetti che si allenano mantengono valori più alti,

– la terza, che la velocità di decadimento aumenta con l’età.

Per quanto attiene la muscolatura

– diminuisce la massa,

– diminuisce il volume,

– diminuisce il peso,

– diminuisce l’acqua intercellulare,

– cresce l’acqua extracellulare,

– aumenta la rigidità del tessuto,

– aumenta l’ipotrofia delle fibre,

– aumenta la componente grassa,

– aumenta il tessuto connettivo.

In termini biochimici, tutto il dispositivo ormono-enzimatico ed immunitario si depaupera dai 30 agli 80 anni per cui si denota:

– una ridotta capacità a produrre proteine per fare fronte alle esigenze metaboliche,

– l’attività enzimatica (ATPasi) si riduce del 50%,

– diminuisce l’entità degli acidi nucleici (DNA e RNA), il che comporta una diminuzione della forza e la perdita della coordinazione neuromuscolare,

– diminuisce l’attività degli ormoni tiroidei,

– diminuisce la glicemia a digiuno,

– diminuisce la velocità di conduzione nervosa (enzimi cellulari),

– diminuisce l’indice cardiaco a riposo,

– diminuisce la capacità vitale,

– diminuisce il flusso ematico renale,

– diminuisce la capacità respiratoria max,

– diminuisce il ritmo di lavoro massimale in rapporto alla massima assunzione di ossigeno

Cosa possiamo fare?

Le più recenti acquisizioni in tema di attività fisica per l’anziano indicano che i programmi devono essere correlati con le differenti situazioni individuali e deve essere sviluppato uno specifico atteggiamento culturale che deve essere regolato sugli:

– obiettivi da perseguire,

– indicazioni e controindicazioni,

– definizione dei contenuti,

– motivazioni operative,

– metodologie e tecniche applicative

L’uomo attuale è prevalentemente un sedentario e necessita sicuramente di una qualificazione motoria meno importante di un tempo, ma non sappiamo se i livelli di decadenza siano dovuti ai processi naturali d’invecchiamento, che sono irreversibili, o alla mancanza di movimento la cui applicazione renderebbe i fenomeni  reversibili

La riduzione progressiva della quantità e qualità della pratica motoria dipende, spesso, dall’atteggiamento che assumiamo nei confronti del movimento, vale a dire, del rapporto che s’instaura tra l’abitudine alla pratica di una certa quota di attività fisica, anche agonistica, e la disponibilità più mentale che fisica a realizzarla.

Troppo spesso ci si convince che le sollecitazioni delle strutture organiche e muscolari debbano essere ridotte progredendo con l’età, il che facilita proprio quel decadimento dello stato di “forma” che si vorrebbe mantenere e che ci fa stare bene. Importante in questa situazione è incentrare l’attenzione sulla qualità piuttosto che sulla quantità applicativa.

L’attività fisica contenuta nei limiti delle potenzialità possedute e soddisfacendo un livello d’impegno che sentiamo, e che dobbiamo assolutamente imparare a sentire, essere “piacevole” deve essere perseguito “vita naturale durante”.

Perché la macchina corporea si deteriora se non è usata.

La pratica fisico-sportiva di prevenzione e di mantenimento deve essere orientata alla soddisfazione di esigenze globali piuttosto che soddisfare formule motorie che preferenziano di volta in volta l’impegno di settori corporei specifici, magari seguendo mode che lasciano il tempo che trovano e distolgono dal compito principale che è quello del perseguimento dello stato di benessere generale.

Riteniamo superfluo suggerire essere fondamentale l’analisi della situazione individuale prima di affrontare qualsiasi programma formativo, preventivo o di mantenimento, mentre la frequenza applicativa, pur dipendendo dalla disponibilità temporale individuale, non deve ridursi alla pratica estemporanea ed occasionale, ma deve essere parte di un comportamento abituale e regolata, quindi, sui sintomi soggettivi di affaticamento o, rispettivamente, di piacere esecutivo.

Consideriamo, comunque, che anche la pratica ridotta al minimo sia valida nella sicura convinzione che anche poco sia meglio di niente.

Metodologicamente bisognerà orientarsi all’acquisizione di quelle qualificazioni che più rispondono alle esigenze di vita dell’individuo e puntare al mantenimento della mobilità articolare e della scioltezza piuttosto che al conseguimento della forza e della resistenza o di condizionamenti organici o muscolari che soddisfino solo l’aspetto morfologico del soggetto.

Nella prassi :

– preferire gli impegni di tipo aerobico,

– evitare gli esercizi strenui,

– preferire le ginnastiche dolci,

– preferire gli esercizi di rilassamento,

– applicarsi anche agli esercizi di forza con pesi leggeri,

– applicarsi ad esercizi di danza, individuali, in coppia, collettivi

– giuochi

Paradossalmente, teniamo conto che la sola attività fisica che può fare veramente male è quella che non si fa.




I Ching e medicina tradizionale cinese: parte seconda, la divinazione induttiva

Alessandro Mazzocchi*

La divinazione medica classica rientra nel gruppo delle divinazioni induttive, che si basano sulle interpretazioni dei segni e presuppongono la conoscenza di arti e scienze da parte dell’indovino; al contrario, nella divinazione intuitiva o ‘ispirata’, la rivelazione è soprannaturale e ammette soltanto una predisposizione naturale ed innata del veggente.

Riguardo la divinazione medica, il dottor Miki Shima ha raccolto in un testo, recentemente tradotto anche in lingua italiana, alcuni casi clinici ricavati dallo studio della Cina e del Giappone arcaici e risolti da leggendari maestri, interrogando proprio l’I Ching. Il Dr. Shima spiega come sia fondamentale, nella divinazione medica, il confronto fra il primo esagramma ottenuto, interrogando il testo, e quello secondario (o nuovo) sviluppatosi, a partire dal primo, in seguito al  mutamento spontaneo delle linee cosiddette mobili (linee cioè che essendo all’apogeo dello Yang o dello Yin possono convertirsi nel loro contrario). Per esempio l’esagramma 7 – Shi (l’esercito) – ha la seconda e la sesta linea mobili, e quindi può originare l’esagramma sviluppato 23, Po, lo Sgretolamento. Nella divinazione medica, l’esagramma sviluppato esprime l’andamento della malattia e quindi la prognosi. Altre informazioni, riguardanti soprattutto l’eziologia (o radice) della malattia, venivano ottenute dal Saggio esaminando gli esagrammi intrinseci o occulti, racchiusi all’interno degli esagrammi originali e rivelati da uno scorporo delle linee più centrali: la seconda, terza, quarta e quinta linea vanno a formare due trigrammi intrinseci e quindi un nuovo esagramma. La divinazione medica, utilizzando l’I Ching, segnò il passaggio dallo sciamanesimo (trance, cerimonie totemiche, scapulomanzia e quant’altro), e da una mantica intuitiva, a quella deduttiva, fondata sull’interpretazione dei segni, che presuppone la conoscenza delle regole auree della sapienza medica cinese: la legge dei 5 elementi, le 8 regole diagnostiche (yin-yang, interno – esterno, freddo-caldo, deficit-eccesso), la semeiotica fisica tradizionale (osservazione, auscultazione, interrogazione,  palpazione). In Cina, per centinaia di anni il procedimento diagnostico è stato dapprima incentrato sulla teoria dei  livelli energetici, degli strati, dei tre riscaldatori e dei canali (principali e collaterali), mentre nella Cina moderna è rispettata la diagnosi differenziale secondo il sistema degli organi e dei visceri (per citare un famoso medico cinese, Leung Kwow-Po). Ciò relegherebbe ormai la divinazione medica, basata sull’I Ching, nell’ambito della superstizione e dell’irrazionalismo. In realtà, la questione è notevolmente più complessa. Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung ricevette nel 1930 dal suo amico Richard Wilhelm copia dell’I Ching e ne curò, anni dopo, la prefazione. Jung rimase affascinato dalla possibilità di un nesso fra lo stato psichico e il lancio casuale delle monete (o degli steli di millefoglio) e definì il metodo di divinazione come un parallelismo non-causale, ovvero sincronico: “a differenza della causalità, la sincronicità si dimostra un fenomeno connesso principalmente con processi che si svolgono nell’inconscio, Alla psiche inconscia spazio e tempo sembrano relativi, ossia la conoscenza si trova in un continuum spazio-temporale in cui lo spazio non è più spazio e il tempo non è più tempo. Se quindi l’inconscio sviluppa e mantiene un certo potenziale, alla coscienza nasce la possibilità di percepire e conoscere eventi paralleli”. Questa visione remota permetterebbe di percepire eventi paralleli, altrimenti non disponibili, in quanto conoscibili non attraverso l’uso della ragione prigioniera dell’ego, bensì tramite l’emergenza di contenuti inconsci ad elevato significato simbolico: gli archetipi. Può essere utile ricordare che il chimico Von Stradonitz nel 1865 scoprì la disposizione ad anello dei sei atomi di carbonio nella molecola di benzene dopo un sogno, in cui era emerso un archetipo: un serpente che si mordeva la coda, formando un cerchio. Per oltre trent’anni Jung si interessò alla filosofia cinese e sperimentò le tecnica oracolare del libro per sé e per i pazienti. Rimase colpito dalla cosmologia cinese, la quale si fonda su un modello che nasce dal cosiddetto pensiero correlativo e traccia corrispondenze sistematiche fra diversi ordini di realtà, come per esempio fra il corpo umano e i corpi celesti. Tali corrispondenze sono simboliche, dipendendo da legami di significato che non devono essere connessi e costretti entro un modello fisico (almeno fino a prova contraria, come vedremo più avanti), ma piuttosto decifrati e letti attraverso l’intuizione, propria dello scienziato e dell’artista. Per Jung, profondamente influenzato dal pensiero orientale, la realtà dell’universo è il risultato di una sincronica compenetrazione tra l’uomo (quindi la mente o psiche) e la materia, e il sostrato comune diventa l’inconscio collettivo, vale a dire un Sé allargato (= la struttura egoica, Io, con gli oggetti del mondo e gli archetipi), da cui emergono miti e archetipi. Si viene così a costituire un diagramma psico-fisico, in cui l’inconscio collettivo (continuum psichico) e la sincronicità vanno a bilanciare il continuum fisico spazio-temporale e la causalità classica in un modello quaternario dell’universo, già noto agli alchimisti medievali. Gli avvenimenti sincronici che scaturiscono da questo modello, secondo il fisico britannico David Bohm, sono il risultato di una trasmissione non locale di informazioni simile a quella che permette a una coppia di particelle gemellate (entangled), e poi separate, di comunicare a distanze infinite, ad esempio, il loro angolo di polarizzazione (spin).  Lo stesso concetto di ordine implicato di Bohm parrebbe assimilabile a quello junghiano di inconscio collettivo e ricorda anche l’universo psicofisico postulato da altri fisici come Tesla e Todeschini. Quest’idea di uno strato profondo di energia sottile (vuoto quantico o vuoto unificato) che sottende l’universo fisico è sorta nel corso del ventesimo secolo: semplificando al massimo, queste teorie suggeriscono che nell’universo non vi siano soltanto materia, energia, spazio e tempo, ma anche un ‘quinto elemento’ in grado di collegare e mettere in relazione il tutto: coscienze, organismi e ambiente (una sorta di etere di aristotelica memoria). Il genio matematico Tesla riteneva che l’aspetto decisivo dell’universo fosse una sorta di campo di forze che diventa materia quando l’energia cosmica – prana – agisce su di esso. Le intuizioni di Tesla caddero nell’oblio, ma successivamente sono state ripresa in considerazione da altri scienziati: Casimir, allievo di Pauli e scopritore della forza che prende il suo nome, Harold Puthoff (interazione delle particelle col vuoto) e David Bohm. L’ordine implicato teorizzato da Bohm, informa – attraverso un ‘campo informativo’ istantaneo, quindi non locale, denominato potenziale quantico (o operatore Q che Bohm inserì nell’equazione di Schroedinger) – l’ordine esplicato, che rappresenta la realtà visibile nella quale viviamo. Per il fisico britannico, i fenomeni sincronici (quali anche la visione remota e la chiaroveggenza) possono essere considerati come manifestazioni di quella coscienza universale risiedente nell’ordine implicato. Bohm li considerò ‘evidenze sperimentalizzabili’ di fenomeni non locali generati dal potenziale quantico. Bohm, come sottolinea Teodorani, si sforzò per rendere intelligibile filosoficamente e scientificamente il Diagramma psico-fisico elaborato da Pauli-Jung a metà del secolo scorso. Se ciò non bastasse, studi recenti di fisica teorica hanno riportato in auge la teoria della Sincronicità. Basti qui sottolineare che la moderna teoria dei campi quantistici sembra gettare una nuova luce su quelle ‘azioni a distanza’ capaci di connettere, a velocità superluminari, l’uomo a tutte le cose dell’universo. In questa teoria, l’universo appare costituito da un insieme di campi quantistici ai quali si applica il principio di indeterminazione di Heinsemberg. Nel campo (la struttura spazio-temporale di un sistema fisico), il prodotto del numero dei quanti per l’incertezza della fase (la sua oscillazione) deve essere pari almeno alla costante di Plank. Il numero di quanti e la fase non possono quindi essere definiti simultaneamente. Come scrive il fisico teorico Del Giudice, la situazione in cui si rinuncia a conoscere il numero dei quanti a favore della connessione cosmica favorita della “fase”, sarebbe alla base dei fenomeni sincronici. A tal proposito, si leggano attentamente le parole di Del Giudice, estratte dalla sua intrigante prefazione al testo I King Illustrato di Li Yan: è possibile che, rinunciando a contare il nostro gruzzoletto di quanti e lasciandosi invece andare nell’universo della fase, uno riesca a dialogare attraverso i potenziali elettromagnetici con le altre parti dell’universo, scambiandosi i messaggi a velocità infinita?

In base a questa teoria, un potenziale vettore informatico, che trasporta informazioni e non energia, potrebbe collegare regioni lontane, ma coerenti, dell’universo, coinvolgendo solo le “fasi”, al di là di qualsivoglia misura parcellare.

Le ipotesi citate, se convalidate in un prossimo futuro, potrebbero rivoluzionare il paradigma newtoniano-cartesiano, fornendo una spiegazione matematica alla teoria della Sincronicità. Dei rapporti epistemologici fra medicine tradizionali e paradigmi scientifici ci siamo occupati in un precedente lavoro, al quale si rimanda il lettore. A onor del vero, va detto che gli studi dello psicologo sperimentale Rao, condotti per diversi anni nei laboratori della Duke University di Durham, non hanno consentito di giungere a risultati univoci riguardo i fenomeni ESP (percezione extrasensoriale quale, per es., la visione remota). La teoria della Sincronicità rimane pertanto un’affascinante teoria descrittiva non ancora in grado di spiegare la visione remota e gli altri fenomeni paranormali. A questo punto, al di là di congetture ritenute ancora pseudoscientifiche almeno in un’ottica falsificazionista a la Popper, lasceremo senza risposta l’affascinante quesito posto da Del Giudice e ci occuperemo, nell’ultima parte, dei rapporti fra il Libro dei Mutamenti e l’agopuntura.

 




Il favoloso mondo di Laozi parte seconda: i concetti di Wu xing e Wu wei

Roberto Favalli*

Vuoto, senza forma Wu Xing 无形

Il termine Wu Xing può essere tradotto come “senza forma”, “senza materia”: evoca l’idea dell’assenza, del vuoto.

Il nostro pensiero occidentale, illuminista, ha un’impostazione positivista, dando importanza a “ciò che è”, che si vede, si tocca, si misura, si quantifica. Il vuoto, il nulla, la mancanza, hanno spesso un’accezione non positiva e vengono indicati con il segno “meno”. Noi occidentali privilegiamo la parte mezza piena del bicchiere.

Secondo il pensiero daoista, la forma, “ciò che è”, la materia, determina la struttura dell’oggetto, ma la vera essenza delle cose è lo spazio, il vuoto che la materia circoscrive, “ciò che non è”. La bottiglia ha la sua forma ed è utile perché può contenere, ma è solo grazie al suo vuoto interno che può servire allo scopo, è lo spazio circoscritto dalle pareti materiali che rende la bottiglia utilizzabile. Le case e i palazzi sono costituiti da materia: i muri portanti e le tramezze divisorie che ne costituiscono la forma, la struttura. Essi sono indispensabili affinché l’edificio si regga, ma è lo spazio vuoto delle stanze, delimitato dalle pareti, a renderlo utilizzabile. Queste stanze, a loro volta, sono accessibili grazie ad un altro vuoto, la porta che si apre nella parete, e sono fruibili grazie ad altri vuoti nella materia, le finestre.

 

Nel capitolo XI del Daodejing si legge:

Convergon nel mozzo trenta raggi

Eppur è quel “nulla” (dove cosa non v’è) che rende il carro utilizzabile.

Argilla si cuoce per farne vasi,

Eppur è quel “nulla” che rende il vaso utilizzabile.

Porte e finestre s’aprono,

Eppure è quel “nulla” che rende la stanza utilizzabile.

Pertanto, è ciò che le cose “sono” o “hanno” a renderle utili,

È ciò che “non sono” o “non hanno” a renderle utilizzabili.

Laozi, Daodejing, capitolo XI

Il concetto di Vuoto vale non solo per le entità statiche, lo spazio, i volumi, ha valore altresì per gli elementi dinamici. Il fiume può accogliere nuova acqua che proviene da monte perché lascia scorrere l’acqua verso valle. Se si crea un ostacolo, l’acqua si accumula e tracima.

Il cuore può riempirsi di sangue, dilatandosi, perché al battito precedente si è svuotato, contraendosi. Se il cuore non si svuota completamente, non riesce ad accogliere nuovo sangue e tutto il sistema circolatorio a monte s’ingorga: i polmoni congesti si riempiono di liquidi e compare l’edema polmonare, il fegato si dilata, le gambe si gonfiano. È il quadro clinico conosciuto come scompenso cardiaco congestizio, potenzialmente letale.

Il cuore, però, non è solo la nostra centrale idraulica, è anche la nostra centrale affettiva. In tutte le epoche ed in tutte le culture il cuore è sempre considerato la sede degli affetti. Secondo il pensiero daoista, il Cuore, Xin, così come accoglie e non trattiene il sangue, altrettanto deve fare con i sentimenti. Il Cuore deve accogliere tutto senza trattenere nulla, per rimanere sempre vuoto, accogliente, in quiete. Se coltiviamo sentimenti quali risentimento, invidia, rancore, oppure desideri eccessivi ed ambizioni smodate, il Cuore sarà ingolfato, congesto, inquieto. Questo concetto, saldamente radicato nella cultura cinese, viene espresso molto efficacemente anche nella scrittura. Il carattere (impropriamente chiamato ideogramma) corsivo di Xin, Cuore, infatti, si scrive così:

 

 

 

 

 

Il carattere cinese Xin, Cuore

 

Il carattere è aperto in alto, dove sono indicati tre tratti che potrebbero corrispondere in senso anatomico all’aorta e agli altri vasi sanguigni, ma che si potrebbero interpretare, in senso affettivo, come i sentimenti che “calano” nel cuore. Al centro, il carattere è vuoto, per poter svolgere le sue perenni funzioni di accoglienza e rilascio del sangue e delle emozioni.

La filosofia daoista ci invita a vivere tutto con piena passione e sereno distacco, lasciando tutti gli accadimenti della vita quotidiana al di là di un sottilissimo diaframma impermeabile che deve proteggere il nostro io più intimo, il nostro Cuore. Si può ottemperare a questa esortazione vivendo la vita di tutti i giorni, svolgendo le proprie mansioni con impegno e soddisfazione, senza la necessità di allontanarsi dal mondo, chiudersi in un monastero o vivere in meditazione come vorrebbe invece il pensiero buddhista. Sul concetto di Vuoto, il Daoismo e il Buddhismo cinese trovano un forte elemento comune, ma poi si differenziano nettamente sul metodo. Il Buddhismo richiede pratica, applicazione, rigore, sacrificio, mentre per il Daoismo, almeno nella sua componente filosofica originaria (Dao Jia), è sufficiente seguire le regole naturali che ognuno ha dentro di sé per riuscire nello scopo.

A tal proposito, una storiella daoista narra di un vecchio che viveva in uno sperduto villaggio dell’antica Cina e considerato da tutti un grande saggio. Egli, però, non aveva messo in atto nulla volontariamente per meritarsi questo titolo: svolgeva la sue mansioni di tutti i giorni, dava da mangiare ai polli, dava da bere all’orto, badava alle sue piante da frutto, ma coloro che lo vedevano percepivano in qualche modo la sua grandezza spirituale. Come avveniva in quei tempi, spargendosi la sua fama, arrivarono i discepoli, desiderosi di apprendere l’arte del grande Maestro. Il vecchio saggio, però, non cambiò la sua vita, continuando imperturbabile nelle sue attività quotidiane, senza dare relazione ai seguaci, né tenere lezioni o discorsi. I suoi allievi imparavano dal suo esempio. La storia vuole che un giorno, mentre il vecchio stava riposando all’ombra di un grande albero, uno dei suoi discepoli, il più ardito o forse il più impaziente, osò rivolgergli la parola: “Maestro, dimmi, come hai fatto a diventare così grande!”; e il vecchio: “Non lo so, mangio quando ho fame e dormo quando ho sonno” (cioè “mi conformo alle regole naturali che ho dentro di me”).

 

Agire senza agire, Wu Wei

È uno dei concetti cardine della filosofia daoista, e mette a dura prova la logica ed il rigore razionale del pensiero occidentale. Wu è il termine di negazione, significa “non; essere senza”, e Wei significa “fare, agire, adoprarsi”. Usualmente viene tradotto come “non-agire”, oppure “agire senza agire”. Lontano dal significare rinuncia, ritirata, inattività, è invece la condizione e la forza stessa dell’azione autentica ed efficace. È il modo daoista di concepire l’azione

Il “non-agire”, non significa restare in uno stato passivo, statico, fisso, non muoversi, oziare, lasciarsi vivere, non è quindi “non fare nulla” bensì arrivare ad un’azione adeguata, efficace nella misura in cui si conforma alle leggi della natura. L’esempio classico è la barca che naviga sull’acqua. La barca non sa, non decide di galleggiare, eppure galleggia, l’acqua non sa, non decide di trasportare, eppure trasporta. Entrambi gli elementi, la barca e l’acqua, esercitano un’azione senza sforzo, senza forzature, semplicemente rispettando un equilibrio dettato dalla natura. Le leggi naturali che reggono l’intero universo sono perfette, per un semplice motivo: perché non sono state inventate dall’uomo. La natura è perfetta proprio perché non è frutto della mente limitata dell’uomo, ma è l’espressione tangibile di un Essenza superiore, dell’Entità creatrice di tutto l’universo.

Un’altra suggestiva traduzione di Wu Wei è “agire inconsapevolmente” lasciare che le cose maturino da sole, se ve ne sono i presupposti, senza interferire nello svolgersi spontaneo e naturale degli eventi. È un modo di agire non interventista.

Ognuno di noi può trovare nella propria vita innumerevoli esempi che confermano questa esortazione. Quando io mi sono accostato alla lettura del Daodejing ho cercato di soddisfare un desiderio personale, l’ho fatto per un’esigenza interiore, per il piacere della lettura in sé. Non avevo certo programmato che quella lettura mi avrebbe poi permesso di scrivere questo articolo o di tenere delle lezioni: questi sono obiettivi creatisi spontaneamente, senza una decisione programmata, sono azioni inconsapevoli. Mentre sto scrivendo questo elaborato, probabilmente sto gettando le basi per eventi futuri a me del tutto ignoti. Si potrà obiettare che l’agire inconsapevolmente rappresenta il frutto di un’azione consapevole, razionale, programmata, e questo è vero. L’aspetto veramente importante, però, è che tanto più siamo in grado di dare voce al nostro io profondo, tanto più le nostre azioni consapevoli sono espressione di nostre vere esigenze interiori, di pulsioni profonde, di vocazioni intime, tanto più si verranno a creare spontaneamente i presupposti per la realizzazione delle nostre vere aspirazioni.

Questa affermazione daoista, espressione della presa d’atto di una legge naturale, si può facilmente rintracciare in molteplici aspetti della nostra vita.

Leggiamo, ad esempio, una poesia a mio avviso profondamente daoista anche se non è di un poeta cinese dell’antichità. È una poesia di W. B. Yeats, poeta irlandese del secolo scorso, che, mentre narra un momento della vita di un uomo, inconsapevolmente, credo, illustra pienamente il concetto di “agire senza agire”.

 

Nel giardino dei salici, di W. B. Yeats

Nel giardino dei salici ho incontrato il mio amore;

là lei camminava con piccoli piedi bianchi di neve.

Là lei mi pregava che prendessi l’amore come viene, così come le foglie crescono sugli alberi.

Così giovane ero, io non le diedi ascolto;

così sciocco ero, io non le diedi ascolto.

Fu là presso il fiume che con il mio amore mi fermai, e sulle mie spalle lei posò la sua mano di neve.

Là lei mi pregava che prendessi la vita così come viene, così come l’erba cresce sugli argini del fiume;

ero giovane e sciocco ed ora non ho che lacrime.

 

La poesia, mirabilmente tradotta da Luisa Zappa e messa in musica dal marito Angelo Branduardi, è interamente pervasa di spirito daoista (Là lei mi pregava che prendessi l’amore come viene; Là lei mi pregava che prendessi la vita come viene…), ma in due passaggi è espresso con chiarezza il concetto di “agire senza agire” o di “agire inconsapevolmente: “così come le foglie crescono sugli alberi…; così come l’erba cresce sugli argini del fiume”. Le foglie e l’erba non sanno di crescere, eppure lo fanno; non sanno cosa sono le stagioni, eppure non sbagliano mai: spuntano, crescono, appassiscono e cadono inconsapevolmente, senza sforzo, senza tribolazioni, seguendo una legge naturale. Non hanno bisogno di apprendere, di studiare, di imparare: tutto ciò che a loro serve è già innato nel loro stessa esistenza.

Per raggiungere i nostri obiettivi, quelli veri, profondi, insiti nel nostro essere, non è necessario applicarsi in maniera esasperata, affannarsi senza requie, anzi, così facendo c’è il rischio di perdere di vista la nostra rotta ideale, disperdendoci compulsivamente in mille attività banali e senza importanza.

Al passo XXXXVIII del Daodejing si legge:

Chi allo studio si vota, di giorno in giorno accumula,

Chi della Via (il Dao) ha sentor, di giorno in giorno sottrae.

Sottrae e ancora sottrae, Fino a cessare d’adoprarsi.

In tal modo non vi sarà cosa che non sarà fatta.

Se conquistar il mondo intendi, sempre evita d’adoprarti.

Finché affaccendato resterai,

Il mondo non potrai certo far tuo

Laozi, Daodejing, cap. XXXXVIII

Alcune precisazioni: “chi allo studio si vota…” è probabilmente un accenno polemico nei confronti dei confuciani che vedevano nello studio rigoroso e perseverante una delle regole fondamentali per realizzarsi nella vita. Secondo la visione daoista, invece, una volta acquisiti gli strumenti didattici adeguati, non è più necessario continuare ad applicarsi costantemente sui libri, ma è preferibile lasciare crescere spontaneamente la conoscenza dentro di noi. Questa raccomandazione vale anche per la medicina. Per imparare ed esercitare la Medicina Occidentale scientifica bisogna continuamente studiare e aggiornarsi; la Medicina Cinese, invece, va studiata approfonditamente nei suoi elementi di base, poi la si può far maturare lentamente. Si dice che la Medicina Occidentale va “studiata”, la Medicina Cinese va “meditata”.

Una definizione a dir poco perfetta di Wu Wei si deve ai già citati professori Andreini e Scarpari: “Wu Wei è l’assenza di un agire, nella piena consapevolezza che un agire esiste già al di là del nostro eventuale non agire.”

Bibliografia essenziale

Andreini A., a cura di, “Laozi-Genesi del “Daodejing”, Biblioteca Einaudi, 2004

J. J. L. Duyvendar, a cura di, “Tao Te Ching, il libro della Via e della Virtù”, Adelphi, 1973

Liou Kia-hway, a cura di, “Zhuang-zi [Chuang-tzu]”, Adelphi,1982

Tomassini F., a cura di, “Lieh-tzu”, Editrice TEA, religioni e miti, 1988

Fung Yu-Lan, “Storia della filosofia cinese”, Arnoldo Mondatori Editore, 1956

Larre C., Berera F., “Filosofia della Medicina Tradizionale Cinese”, Milano: Jaca Book, 1997

Grigg R., “Il Tao della barca”, casa editrice Corbaccio, 1994

Muccioli M., Piastrelloni M, “Gli Shen. Il mondo delle emozioni nella pratica clinica tradizionale cinese”, introduzione del dott. Lucio Sotte, Quaderni di Medicina Naturale XIII-XIV. Supplemento della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese n°76 (2-1999).

Altri contributi

“Laozi e il Daodejing”, da: “Uomini e profeti”, trasmissione radiofonica di Rai Radio Tre, a cura di Gabriella Caramore, con Attilio Andreini e Maurizio Scarpari, del 17-24 aprile, 1-8 e 15 maggio 2005. www.uominieprofeti.rai.it

“Branduardi canta Yeats – dieci ballate su liriche di William Butler Yeats”, Angelo Branduardi, EMI Italiana. CD musicale ristampato nel 1992

Angelo Branduardi, “Nel giardino dei salici”, brano tratto da “Le Grand Echiquier”, concerto parigino dedicato alla “Médecine Française”, autunno 1986. Video proposto da CHalsace e visionabile in YouTube

 

 




Il “tui na” massaggio cinese nella pratica sportiva: il rilassamento e la tonificazione post agonistici

Lucio Sotte*

Introduzione

Il massaggio ha una storia certamente molto antica, si può con certezza affermare che è stata la prima tecnica di terapia che l’uomo ha utilizzato per il trattamento delle malattie. La sua storia si confonde con quella del genere umano.

A partire dalle epoche più antiche il massaggio e soprattutto l’automassaggio rappresentarono istintivamente il più immediato metodo di terapia; quasi automaticamente si è infatti portati ad esercitare, tramite la manipolazione manuale, un’azione analgesica sulle parti dolenti del nostro organismo.

In Cina la massoterapia viene attualmente definita con due termini: il primo Tui Na è un’antica locuzione risalente al periodo anteriore alla dinastia Ming; questo termine è composto da due ideogrammi: il primo Tui significa spingere, spinta, il secondo Na significa afferrare, tenere. Il secondo è An Mo; una locuzione successiva alla dinastia Ming. Anche in questo caso abbiamo due ideogrammi: il primo An significa pressione, premere, il secondo Mo significa sfiorare, frizionare. I due motti Tui Na ed An Mo vengono attualmente usati indifferentemente nel linguaggio comune, anche se esistono delle leggere differenze. An Mo equivale ad un uso più leggero delle manipolazioni, Tui Na suggerisce delle manipolazioni più pesanti, associate a delle mobilizzazioni articolari.

Il massaggio cinese si differenzia da quello in uso in Occidente soprattutto per due motivi: la lunghissima documentazione storica che lo collega ai primordi di quest’antica civiltà ed il fatto di essere stato generato nell’ambito di una medicina diversa dalla nostra. La caratteristica che la rende particolarmente interessante dal punto di vista della massoterapia si collega con il principio dei meridiani prinicipali e secondari: questi canali energetici collegano l’esterno dell’organismo con l’interno, gli organi ed i visceri con la superficie cutanea, l’alto con il basso, la regione posteriore con quella anteriore.

L’immensa rete energetica di questi collegamenti spiega perché la stimolazione di un qualsiasi punto di agopuntura sia in grado di determinare effetti locali, conosciuti anche in Occidente, ed effetti a distanza, spiegabili soltanto con il sistema dei meridiani.

La teoria dei canali energetici fornisce al massaggio cinese una marcia in più rispetto a quello occidentale: la possibilità di rivolgersi a patologie degli organi e visceri e non soltanto a quelle dell’apparato locomotore o a quelle di origine nervosa.

Tutto ciò può essere abilmente sfruttato sia in ambito preventivo e terapeutico tradizionale che nel vasto settore della medicina dello sport.

Modalità d’azione del massaggio cinese

La lunga storia della pratica clinica di questo metodo di cura e la straordinaria documentazione scientifica raccolta e conservata nella tradizione medica cinese danno un quadro di estrema chiarezza che illumina sulle possibili indicazioni del massaggio cinese.

L’efficacia del massaggio dipende dalla sua capacità di armonizzare lo yin e lo yang, di regolare gli organi ed i visceri, i meridiani principali e secondari, di migliorare la circolazione dell’energia, del sangue, dei liquidi organici e di favorire la mobilità articolare.

L’azione di questa tecnica di terapia si fonda su tre principi fondamentali che analizzeremo brevemente:

– il riequilibrio funzionale dell’organismo;

– il rafforzamento delle difese organiche;

– la stimolazione della circolazione del sangue.

 

Il riequilibrio funzionale dell’organismo

Secondo la  medicina cinese la salute dell’individuo è il risultato dell’equilibrio energetico tra yin e yang, tra energia vitale Qi e sangue Xue, tra gli organi Zang, ed i visceri Fu; questo equilibrio si ottiene con il concorso del sistema dei meridiani principali e secondari Jing Luo, che collegano l’interno Li, di natura yin, dove alloggiano organi e visceri, con l’esterno Biao, di natura yang.

La malattia compare quando l’uomo, microcosmo inserito nel macrocosmo, non è in equilibrio energetico; essa è una disarmonia tra le varie parti del nostro organismo e/o tra tutto l’organismo e l’ambiente che lo circonda. La terapia deve quindi avere lo scopo di armonizzare yin e yang, energia e sangue, agendo sugli organi e visceri tramite i punti di agopuntura inseriti lungo il percorso dei  meridiani.

Il massaggio agisce a livello della superficie cutanea ed ‘ quindi in grado di trattare direttamente la zona affetta in periferia: problemi muscolari, ossei, legamentosi, articolari ecc.

Attraverso i collegamenti esistenti tra la pelle, i punti di agopuntura ed il sistema dei meridiani, il massaggio può avere effetto anche sugli organi interni.

In questa maniera è possibile agire dall’esterno per ottenere un riequilibrio energetico globale.

La stimolazione manuale dei territori cutanei corrispondenti ai punti di agopuntura può indurre fenomeni locali e generali. Questi ultimi (stimolazione a distanza o stimolazione riflessa) sono stati  studiati sperimentalmente e si è visto che possono essere ascritti a modificazioni umorali, del sistema dei neurotrasmettitori, del tono di attivazione o inibizione di varie strutture nervose corticali e sottocorticali (endorfine, enkefaline, sistema noradrenergico, attivazione dei sistemi reticolari inibitori, teoria del gate-control ecc.).

 

Il rafforzamento delle difese organiche

Il Nei Jing afferma che: «l’uomo di costituzione robusta non soffre facilmente di malattie». Il buon equilibrio yin-yang e la corretta produzione e distribuzione  dell’energia sono alla base del buon funzionamento del sistema immunitario. La massoterapia cinese è in grado di promuovere tutti i processi atti a stimolare la corretta produzione e circolazione dell’energia e del sangue; questi fenomeni  aumentano la resistenza dell’organismo alle malattie.

Sono stati eseguiti degli studi sperimentali  stimolando, con manipolazioni di massaggio, dei punti cutanei scelti per attivare il sistema immunitario e controllando i risultati mediante esami isto-chimici.

La stimolazione, effettuata su pazienti in buona salute, dei punti Shudel dorso con la tecnica di pressione e di spinta, ripetuta per circa 10 minuti, è capace di indurre sperimentalmente le seguenti modificazioni:

– incremento numerico dei granulociti neutrofili e dei linfociti;

– aumento dell’indice di fagocitosi batterica dei granulociti;

– aumento del titolo del complemento.

Le modificazioni degli esami isto-chimici si mantengono per circa 4 ore, poi tutti gli indici tendono a ritornare gradualmente ai livelli normali; le difese immunitarie sono dunque specificamente stimolate dalle tecniche di manipolazione effettuate sui territori adatti.

In termini di medicina cinese i risultati ottenuti sono la conseguenza di un rafforzamento della energia corretta Zheng Qi e dell’energia difensiva Wei Qi in pazienti in precedenza immunodepressi.

 

La stimolazione della circolazione del sangue

Il massaggio promuove la circolazione dell’energia e del sangue, può disperdere i ristagni e attivare le funzioni dei meridiani principali e secondari; in questa maniera anche gli organi ed i visceri, collegati con l’esterno tramite i meridiani, possono essere stimolati e si promuove il riequilibrio dell’intero organismo. Il massaggio determina, nella zona in cui viene effettuato, un’azione antinfiammatoria, analgesica e di stimolazione della circolazione ematica; gli stessi effetti, ed in particolare la stimolazione della circolazione, vengono realizzati anche a livello generale.

 

Il massaggio cinese applicato allo sport

Da quanto affermato fino ad ora si evince la straordinaria ricchezza del patrimonio di esperienze del massaggio cinese; questa enorme messe di conoscenze è ovviamente utilizzabile anche in medicina dello sport.

In senso più restrittivo si può usare il massaggio cinese per sfruttare le sue conoscenze nell’ambito della traumatologia sportiva; in senso più estensivo lo si può utilizzare per rispondere allo scopo principale dello sport: la riappropriazione dell’integrità psico-fisica dell’individuo.

Non vogliamo dilungarci troppo sugli aspetti teorici di queste considerazioni; pensiamo dunque che sia meglio offrire ai lettori un esempio pratico prendendo in considerazione le tecniche di rilassamento indicate per il recupero dopo lo sforzo muscolare.

 

 

 

Le tecniche generali di rilassamento per il recupero dopo la pratica sportiva

Questa sequenza di manipolazioni può essere utilizzata dopo la gara per accelerare e facilitare il recupero muscolare. Le manipolazioni esercitano anche un effetto sedativo e possono essere usate la sera prima delle manifestazioni agonistiche per facilitare ed indurre il sonno.

 

Impastamento al punto Extra Tai Yang

Il medico si trova dietro al paziente (che è generalmente seduto) ed appoggia indice e medio al punto Extra Tai Yang; effettua quindi dei movimenti di impastamento in senso orario con delicatezza e decisione.

 

Divisione e frizione

Il medico si trova dietro al paziente, appoggia le mani con la loro superficie volare sulla testa del paziente, con i polpastrelli delle dita verso la linea mediana; effettua poi la manovra di divisione e strofinamento facendo scivolare le mani dal centro verso il basso e lateralmente.

Questa manovra si deve eseguire diverse volte andando dal punto 24GV Shen Ting al 16DM Feng Fu.

La manovra deve essere ripetuta almeno 30 volte; fino a che il paziente avverte una sensazione di calore.

 

Frizione al punto 7BL Tong Tian

La posizione del paziente e del medico è la stessa della manovra precedente; in questo caso si esegue una frizione a due mani partendo dalla regione temporale ed arrivando al punto 7BL Tong Tian.

La manovra deve essere ripetuta circa 20-30 volte.

 

Pinzettamento ed impastamento del collo

Il paziente è seduto ed il medico si trova lateralmente al paziente; appoggia una mano sulla fronte del paziente ed afferra con l’altra la regione posteriore del collo, a livello della zona servita dal meridiano principale della vescicola biliare; esercita quindi delle manipolazioni di impastamento per circa 2 minuti.

 

Pinzettamento del punto 21GB Jian Jing

Il punto 21GB Jian Jing viene afferrato e premuto reiteratamente per circa 30 volte.

 

Pinzettamento ed impastamento della spalla

La manipolazione consiste in una serie di prese seguite da impastamento; deve essere eseguita a due mani, partendo dal punto 21GB Jian Jing ed andando verso il collo e verso la spalla per circa 30 volte.

 

Pinzettamento della parte esterna degli arti superiori

La manipolazione si esegue afferrando il polso del paziente con una mano ed effettuando reiteratamente una manipolazione di pinzettamento con l’altra mano lungo il percorso dei meridiani Yang della mano; andando dunque dalla spalla del paziente verso la sua mano, per circa 20 volte.

Pinzettamento della parte interna dell’arto superiore

Tutto si esegue come nella manovra 7; in questo caso si deve trattare la zona interna dell’arto superiore che corrisponde ai meridiani yin.

 

Rotazione del polso

Si afferra il polso del paziente con due mani, con i pollici dalla parte dorsale e le altre dita dalla parte volare e si fa ruotare l’articolazione per circa 1 minuto.

 

Trazione del polso

Si afferra il polso come nella manovra precedente; si esercita poi una trazione del polso e quindi anche del braccio per circa 10 volte.

 

Spinta al polso

Con le mani come nella manovra precedente si effettua una manipolazione di spinta con i pollici in senso centripeto per circa 10 centimetri.

 

Trazione delle dita

Con una mano si afferra il polso e con l’altra si effettua una trazione e uno scuotimento di ogni dito.

 

Spinta ed impastamento sul dorso

Il paziente è prono ed il medico effettua una spinta ed impastamento a livello dorso-lombare scivolando con la superficie volare della mano dall’alto verso il basso secondo tre linee:

– una linea mediana; da 14GV Da Zhui a 1GV Chang Qiang;

– una linea paravertebrale; dal 21GB Jian Jing a 54BL Zhi Bian;

– una linea ascellare posteriore; dalla parte esterna della scapola al 30GB Huan Tiao.

Questa manovra deve essere eseguita per circa 3-5 minuti.

 

Pinzettamento dell’estremità inferiore

Il paziente è in decubito prono; il medico effettua la manovra di pinzettamento andando dall’anca alla caviglia lungo la regione posteriore della coscia e della gamba.

La manipolazione deve essere ripetuta circa 20 volte.

 

Pinzettamento ed impastamento dell’arto inferiore

La manovra si esegue sullo stesso percorso della precedente, cioè dall’anca al tendine di Achille, con una manipolazione di pinzettamento ed impastamento.

 

Pinzettamento del tendine di Achille

La manovra consiste in una presa reiterata del tendine di Achille che deve essere afferrato  con delicatezza e decisione.

 

Pressione ed impastamento della regione anteriore del tronco

Il paziente è in posizione prona ed il medico esegue delle manovre di pressione ed impastamento con la superficie volare della mano secondo tre linee:

– linea mediana anteriore; da 22CV Tian Tu al 6CV Qi Hai;

– linea paramediana; dal 27KI Shu Fu al 30ST Qi Chong;

– linea ascellare anteriore; dall’ascella all’anca.

La manovra deve essere ripetuta 20-30 volte.

 

Pinzettamento ed impastamento dell’arto inferiore nella zona esterna ed anteriore interna

La manovra si esegue andando in senso medio-distale, partendo dall’anca ed arrivando al piede per circa 20 volte.

Durante ogni manipolazione occorre dividere 4 fasi:

– nella prima la manipolazione deve essere molto leggera;

– nella seconda deve essere un pò più forte;

– nella terza si deve esercitare una forte pressione;

– nella quarta la manipolazione deve essere dolce come nella prima fase.

Se si vuole ottenere un buon effetto sedativo la manipolazione deve concentrarsi in particolare nella zona inferiore seguendo la regola della medicina cinese che insegna che le malattie dell’alto si trattano con tecniche che stimolano il basso.

Occorre che il medico sappia distinguere le forme da “eccesso” da quelle da “deficit”: le prime si trattano concentrando l’azione dall’alto verso il basso e le seconde con un metodo contrario.

Le manipolazioni degli arti inferiori debbono durare almeno 5-10 minuti.

 

Bibliografia

Sotte L., Il Massaggio Cinese, Edizioni Mediterranee, Roma, 1992

Sotte L., Fu Bao Tian: Teoria e Pratica del Massaggio Cinese, Supplemento al numero 1-1988 della Rivista Italiana di Medicina Tradizionale Cinese, Civitanova Marche aprile 1988.

Sotte L. Pippa L., Il Massaggio Cinese, CEA edizioni, Milano, 2009

Sotte L. ed Altri, Trattato di Massaggio, Fisiochinesiterapia e Ginnastiche Mediche Cinesi, UTET, Torino, 1998

Z. Mingwu, S. Xingyuan: Chinese Qi Gong Therapy, Shan Dong Science and Technology Press, Jinan 1985.

The Chinese Way to a Lolg and Healthy Life, The People’s Medical Publishing House, Beijing 1986.

Cho Ta Hung, Knocking at the Gate of Life, Rodale Press, Emmaus, Pennsylvania 1985.

L. Pippa, L. Sotte: L’attività fisica nella Medicina Tradizionale Cinese come Pratica della Longevità, Atti del Congresso di Medicina dello Sport, Chieti 1989.

 

 

 

 

 




“Le basi della medicina cinese” edito da Pendragon: “lo shen in relazione ai cinque organi, formazione, distribuzione e funzione dello shen” – II parte

Massimo Muccioli*

 Lo shen in relazione ai cinque organi

Con l’imporsi della teoria dei cinque elementi, lo sguardo venne spostato sui singoli organi,1 potenze vitali che si esprimono però in funzione del cuore, e dunque di un volere unico. Ogni organo ha il suo proprio volere, la sua natura, la sua tendenza e interagisce con le cose della vita presentando poi al cuore la propria elaborazione, frutto delle proprie caratteristiche e attività funzionale. Il cuore alla fine tutto riceve e valuta: ciò che accoglie lo abiterà, costituirà il suo shen e darà direzione alla vita intera. Tali aspetti non sono in opposizione rispetto ai precedenti, ne sono semplicemente un’elaborazione successiva in cui i dati s’innestano l’uno sull’altro ma ad un livello più articolato.

 

pensiero (si 思)

 

All’interno dei cinque elementi alla milza si associa il proposito (yi) e il pensiero (si) che da esso scaturisce. La milza produce un vapore che, estratto dai cibi, sale a nutrire il cuore dove viene trasformato in sangue. È attraverso il sangue che la milza presenta al cuore tutto ciò che ha estratto dalla memoria, dai ricordi, dalla sua cosciente elaborazione dei pensieri: ciò che il cuore accetta diventa parte integrante del suo shen, del funzionamento del suo spirito. È possibile dire che il proposito (yi) è lo shen della milza.

Al rene è affidato il volere (zhi), questa determinazione e persistenza dell’intenzione che ben si adatta alle sue qualità di solidità e tesaurizzazione. La prima determinazione che abita ogni vita è il voler vivere, attributo dello zhi che si associa spontaneamente al rene, organo in cui è preservato e tesaurizzato il jing, l’essenza stessa della vita. Il jing è l’essenza primaria da cui prende forma ogni cosa e ogni energia, è in sé potenzialità di cambiamento e trasformazione, proprietà che ancora una volta lo accomunano al volere (zhi). Per tali motivi il volere (zhi) è lo shen del rene.

Il fegato è correlato agli hun, la cui naturale e intensa tendenza diffusiva ben si associa alla funzione di quest’organo che ama la dispersione. La tendenza dello hun a elevarsi trova corrispondenza nel decorso del meridiano di fegato, che decorre dal basso verso l’alto sino a raggiungere GV20-bai hui,  il punto più elevato del corpo dove convoglia lo yang dell’organismo. Il fegato è un organo legato al qi e allo yang e per mantenere il suo equilibrio funzionale ha necessità di essere riempito da una grande quantità di sangue2 (yin): di questo si giovano gli hun che, immateriali e dotati di una spinta diffusiva che potrebbe portarli lontano dal corpo, trovano alloggiamento proprio nel sangue di fegato che dona loro radicamento e stabilità. L’identità tra hun e fegato sarà tale da attribuire all’organo le capacità proprie degli hun come immaginazione, fantasia, intuizione, ecc. Gli hun rappresentano dunque lo shen del fegato.

Il polmone legato funzionalmente ai liquidi e alla discesa è associato ai po, spiriti che con l’organo condividono le stesse relazioni e tendenze. Il polmone è un organo vuoto, capace per questo di ricevere aria e qi: tale condizione serve ai po che, legati alla materia, si giovano del rapporto con il qi per contrastare la loro tendenza ad infossarsi. Al polmone saranno attribuite le funzioni proprie dei po, tra cui il mantenimento della vita istintiva che avviene attraverso la respirazione e la circolazione.3 Per questo i po sono lo shen del polmone.

Al cuore viene infine correlato lo shen in sé. Insieme cuore e shen governano il corpo e ne dirigono il qi, convogliano cioè energia e risorse dell’organismo al servizio del volere (zhi) del cuore, qualunque esso sia. L’uomo è formato dall’incontro delle energie di cielo (tian) e terra (di): dall’uno riceve gli spiriti (shen), dall’altra le essenze (jing). È la luce degli spiriti (shenming) che consentirà all’uomo l’elaborazione di un’intelligenza e uno sviluppo spirituale altrimenti non possibili ad altre creature che possiedono un diverso jingshen. Se l’uomo saprà seguire questa luce interiore potrà compiere il proprio naturale destino (ming):4 divenire egli stesso uno spirito. È su tali elementi che poggia la teoria taoista dell’immortalità. Perseguita solo inizialmente come non morte del corpo, l’immortalità coinciderà sempre più con questa identificazione dell’uomo al suo essere spirito. Il cammino dell’uomo consiste dunque nell’abbandonare passioni e desideri, nel non nutrire il proprio ego che a poco a poco si sgretolerà e svanirà per lasciare posto, in questo cammino di identificazione con il principio stesso della vita, a una progressiva purificazione sino ad ottenere un corpo di luce.5

Gli spiriti si manifestano sulla terra nell’ordine naturale della vita, nel variare delle stagioni, nella spontanea e continua modulazione dei fenomeni della natura, occorre pertanto – secondo i taoisti – semplicemente fare il vuoto, occorre “non fare” (wuwei) per aprire dentro sé uno spazio dove tali spiriti possano lavorare, esprimersi e esistere pienamente. In tal modo, così come dirigono ordinatamente la natura, gli spiriti dirigeranno ordinatamente i flussi di qi e sangue nel corpo, mantenendo vigore e salute. L’immortalità dello spirito diventa così al tempo stesso benessere e longevità del corpo, poiché corpo e spiriti durante la vita fisica dell’uomo prosperano e convivono insieme. Si è già affermato che per i confuciani l’obiettivo poteva essere raggiunto solo grazie all’impegno dell’uomo, all’applicazione nella conoscenza e nello studio, all’esecuzione dei riti che aiutavano la persona a porsi nel giusto atteggiamento e orientamento. Per tutti, taoisti e confuciani, era però necessario procedere liberandosi da passioni e desideri, poiché lo shen della persona è sostanzialmente definito da ciò che è presente nel suo cuore e dunque anche da ciò che responsabilmente vi si pone all’interno. A tal proposito Mencio, continuatore dell’opera di Confucio, afferma: “I pori e gli orifizi corporei sono le porte e le finestre degli spiriti vitali (jingshen), energie (qi) e voleri (zhi), sono i portinai dei cinque organi. Quando gli occhi e le orecchie si lasciano penetrare dai piaceri dei suoni e dei colori, i cinque organi, fortemente scossi, perdono la loro stabilità. Con gli organi scossi e destabilizzati, sangue e qi si agitano e escono dal luogo della loro dimora a riposo. Sangue e qi agitati, debordano senza sosta e gli spiriti vitali (jingshen) galoppano perdutamente all’esterno abbandonando la loro funzione di guardiani all’interno”. A dirigere sangue e qi è pertanto il cuore, che agisce in relazione agli spiriti (shen) che lo abitano. Gli spiriti (shen) che sono nel cuore dell’uomo diventano il suo cuore.

Shen è dunque in definitiva ciò che abita il cuore dell’uomo, che è al tempo stesso la luce interiore proveniente dagli spiriti del cielo ma anche ciò che l’uomo sceglie di porre nel suo cuore durante la vita. Ciascuno può dunque assecondare gli spiriti originali del cielo o contrastarli, ma questo comporterà inevitabilmente conseguenze sulla sua vita, sulla sua salute e sul suo destino.

 

Formazione dello shen

Si è già visto come lo shen possa essere considerato un dono del cielo giunto ad animare e dare vita alla materia in formazione sin dal momento del concepimento. Possiamo considerare questo dato come proveniente dal cielo anteriore, dal jing innato.

 

forma xing 形

 

È dal jing che si forma lo shen. Il jing costituisce la sostanza fondamentale dalla quale si struttura inizialmente sia il corpo fisico che l’attività mentale e spirituale. Dal jing deriva la forma (xing) che dona un corpo allo spirito (shen), a sua volta lo spirito (shen) attiva la forma (xing). L’esistenza della forma condiziona lo shen: se la forma corporea perde vigore, lo spirito si indebolisce. Lo shen segue ed è inevitabilmente condizionato dalle differenti fasi di evoluzione del corpo, è ritmato dai suoi equilibri e dalle varie fasi della vita: crescita (fayu), maturità (chengzhang) e declino (xiapolu).

Nella vita autonoma post-natale il corpo per vivere deve poter produrre lo shen, quest’energia sottile e vitale essenziale al dinamismo della vita. Naturalmente è la presenza degli spiriti del cielo anteriore a consentire all’uomo di poter sviluppare – su tale modello – il proprio shen del cielo posteriore. L’uomo non può vivere senza shen, senza ricostruire continuamente dentro sé ciò che deve guidare la sua vita.

Non va dimenticato che, in senso medico, shen è una delle cinque sostanze vitali e come tale è una produzione del corpo che trae origine dalla attività metabolica dell’organismo. È in tal senso che il Lingshu afferma “Shen è l’energia essenziale (jingqi) degli alimenti”. Il testo fa riferimento al jing acquisito, sostanza estratta dal cibo e dalle bevande. Questo jing è direttamente utilizzato dagli organi per la loro attività funzionale e metabolica, mentre il suo eventuale sovrappiù si deposita nel rene.

Ogni organo ha dunque una parte attiva nell’elaborazione del jing che è all’origine stessa della formazione dello shen. A loro volta gli organi ricevono poi lo shen e lo plasmano e coniugano in base alle loro caratteristiche funzionali: è così che si formano i “cinque Spiriti”, cioè le energie psichiche dei cinque zang.

In un diverso approccio è possibile affermare che ciascun organo (zang) produce il proprio spirito (shen): il fegato produce gli hun, il polmone i po, la milza lo yi, il rene lo zhi. Tutti giungono al cuore che vaglia e dirime: ciò che il cuore accoglie e integra diventa lo “shen” del cuore, cioè il proposito, il volere e la direzione che il cuore assumerà. Il cuore è infatti l’imperatore di tutto l’organismo, governa il corpo e dirige i flussi di qi e sangue a seconda delle sue finalità. Il Lingshu afferma al proposito: “lo shen è generato dai cinque organi, è nei cinque organi ma è sotto il dominio del cuore”.

 

Distribuzione dello shen

Il cuore alloggia lo spirito (xin cangshen) ed è per questo il centro delle attività vitali dell’intero organismo. Al tempo stesso il cuore regge il sangue e i vasi (xinzhu xuemai), frase che sottende il legame del cuore con la funzione circolatoria.

La vita è dinamismo, movimento e gli spiriti (shen), che fanno la vita dell’uomo all’interno del suo cuore, diffondono insieme al sangue in ogni parte del corpo. È naturalmente la forza vitale del cuore a dare impulso al sangue e alla diffusione degli shen: con essi diffonde la coscienza, la vitalità, la possibilità di percepire, di raccogliere sensazioni, di esprimerle, ecc.

Quando gli organi espletano regolarmente la loro attività, il cuore è ben nutrito e potrà a su a volta operare in piena efficienza, sarà capace di dirimere e scegliere ancora meglio cosa accogliere dentro sé conformandosi al giusto stile di vita, conseguentemente qi e sangue fluiranno e diffonderanno con regolarità nutrendo a loro volta gli organi: si chiude così un circolo virtuoso che porta profondo benessere alla persona.

Al contrario il cuore, non nutrito dagli organi, potrà più facilmente essere preda di passioni e desideri: questi faranno perdere equilibrio allo shen, i flussi di qi e sangue ne saranno turbati e disturbati, gli organi perderanno il loro equilibrio e la loro attività ne risentirà sino a determinare un ulteriore alterato nutrimento e supporto per il cuore, con comparsa di disturbi sempre più profondi e articolati.

Anche se lo shen è ubiquitario e diffonde in ogni parte del corpo con il sangue, esso è particolarmente concentrato e rappresentato nel cervello.6 Questo viscere curioso viene definito dal Lingshu “mare del midollo” poiché costituisce una vera e propria concentrazione di jing, ma nel cervello il jing è strettamente unito e associato allo shen.7 Per questo al cervello sono associati pensiero e intelligenza, proprietà che appartengono per definizione allo shen. A tal proposito  si suole affermare che il cervello regge il pensiero (jingshen zhisiwei). Nel Bencao beiyao si afferma: “ Ogni volta che l’uomo ricorda le cose del passato, egli chiude gli occhi per riflettere. Ciò significa che l’idea si produce nella sua testa e nel suo cervello allorquando lo spirito si concentra”.

 

Funzione dello shen

Si è visto come lo shen sia legato al jing e alla vita sin dal suo esordio, ne è tanto legato che l’esaurirsi e il venire meno di jing e shen determina la morte dell’individuo.8 Shen sono infatti gli spiriti che animano l’uomo, esprimono la sua interiorità, la direzione che egli dona alla sua vita e tramite l’azione del cuore condizionano la diffusione di qi e sangue.

Shen sono anche le complesse attività mentali (jingshen) dell’uomo, la sua elaborazione di pensieri e sensazioni, la progettualità, il saper fare, l’intelligenza, la logica, la creatività, la capacità di ideazione e astrazione, la fantasia, la riflessione, i sentimenti e le emozioni, la determinazione, la volontà, la tenacia, le reazioni istintuali, la consapevolezza e la percezione di sé e delle cose e degli altri, la capacità di immedesimazione e di comprensione, ecc. Tutto ciò che è legato al mentale e alla sua attività logica, intuitiva o emotiva è retto dallo shen. In tale contesto il cervello è funzionale alla attività dello shen, ma non se ne identifica: come concentrazione di jing egli è depositario delle esperienze di vita, ma lo shen elabora tali esperienze organizzandole, collegandole, dando loro un significato, le ricrea.

Accade così che il qi attiva e dinamizza, i liquidi umidificano, il sangue nutre, il jing sostiene la vitalità del corpo, ma è lo shen che anima la vita, le dà sapore e colore, la riempie di significati. Ciascuna delle sostanze indicate è indispensabile al vivere, ma è solo lo shen a dare all’uomo quella intelligenza, interiorità e spiritualità che lo rendono unico tra tutti gli esseri viventi.

Per ben comprendere il modo con cui lo shen si esprime nel corpo, è necessario ricordare che è una sostanza eterea, quanto mai immateriale, di natura yang. Proprio per tali caratteristiche, lo shen trova radicamento nello yin e in modo specifico nel sangue di cuore con cui diffonde nell’intero organismo. Gli equilibri corporei condizionano inevitabilmente l’esprimersi dello shen: un deficit di sangue gli toglie radicamento e lo rende instabile, la presenza di calore o fuoco ne eccita la natura yang e causa agitazione, il freddo e la stasi ne deprimono espressività e vitalità.

Ogni condizione corporea e energetica ha pertanto un suo riflesso sullo shen, per contro, governando i flussi di qi e sangue, ogni alterazione dello shen avrà ripercussione sugli equilibri energetici e somatici dell’organismo. Ancora una volta la medicina cinese afferma l’inseparabilità degli equilibri fisici e mentali: si condizionano vicendevolmente e appaiono complementari e sinergici, espressione ancora una volta del binomio yin yang.

 

Note

1 Le relazioni che si descriveranno tra shen e organi troveranno il loro naturale completamento nello studio delle caratteristiche funzionali dei singoli organi (vedi capitolo specificatamente dedicato agli  zangfu).

2 Il fegato è la “riserva di sangue” di tutto il corpo

3 Nella interpretazione della medicina cinese, il polmone aiuta il cuore nel far circolare il sangue

4 In realtà ogni uomo nasce con il proprio destino (ming) definito in qualche modo a priori, legato   sostanzialmente al proprio jing e dunque sia alla propria famiglia di origine, sia alle energie celesti che sono intervenute al momento del suo concepimento.

 

destino ming 命

destino yun 運

 

Sino all’epoca Song il destino era ritenuto non modificabile, poi si è a poco a poco fatto strada il concetto che esso dipendeva in modo decisivo dalla disposizione interiore della persona: cambiando riferimenti e valori la persona può infatti mutare in modo decisivo la direzione data alla propria vita e dunque il proprio destino. Accanto a un destino iniziale ming, è posto allora nelle mani dell’uomo un secondo tipo di destino denominato yun che significa “far girare”. In senso generale, il destino ultimo e naturale di ogni uomo, inscritto nel suo cuore sin dal momento del concepimento, è divenire spirito per unirsi in tal modo armonicamente allo shen cosmico universale.

5 In riferimento al concetto di immortalità esistono significative differenze nel tempo e nelle tante diramazioni del taoismo, ma tutte le scuole lavorano, a loro modo, sulla purificazione per il raggiungimento di un “corpo di luce”.

6 Nel taoismo alchemico l’illuminazione si raggiunge attraverso fasi progressive di raffinazione del jing facendolo salire dal basso verso l’alto, sino a raggiungere il cervello e il punto GV20 (bai hui) zone identificate come dantian superiore. Per questo al cuore si è attribuito il nome di piccolo shen e al cervello quello di grande shen. I due shen sono naturalmente parti diverse della stessa entità e devono essere in comunicazione tra loro. Il piccolo shen appare in tale visione maggiormente legato alla individualizzazione e alla predestinazione personale, il grande shen al pensiero, alla elaborazione delle esperienze, alla possibilità di raggiungere l’illuminazione.

7 Il termine che identifica il cervello è nao ma nel

 

il cervello è nao 腦

definirlo come unione di jing e shen è usato il termine jingshen 精神.

8 Dal jing originario si struttura la forma del corpo (xing) che rappresenta ciò con cui il cuore nasce, la natura propria dell’individuo ma anche la forma che fornisce allo shen un luogo dove manifestarsi. Al tempo stesso lo shen anima e attiva la forma seguendone le diverse fasi di trasformazione dalla nascita alla crescita, dalla maturazione alla morte. Con la morte la parte più pura e eterea dello shen torna al cielo confondendosi con gli altri spiriti celesti. Una loro discesa al momento del concepimento consentirà una nuova vita e il ripetersi del ciclo. Tali concetti furono ripresi, elaborati e valorizzati con la penetrazione del buddismo in Cina.

 

2° parte – la prima parte è comparsa nella rivista numero 5 primavera 2013




Energia e materia: la medicina tradizionale cinese e le concezioni della fisica moderna – prima parte

Renata Mersica*

Panorama

La filosofia cartesiana, che considera spirito e materia come due realtà distinte, ha profondamente plasmato il pensiero occidentale portandolo ad approfondire quasi esclusivamente l’aspetto materiale osservabile sperimentalmente. Il corpo come una macchina, la natura un nemico da domare, l’universo un perfetto e immenso meccanismo governato da leggi fisse. Queste concezioni meccanicistiche e riduzionistiche hanno favorito secoli di innegabili progressi nella conoscenza degli esseri viventi e nel trattamento delle loro patologie e un enorme e impensabile sviluppo tecnologico.

Nel Novecento i fisici affrontarono sperimentalmente il problema della natura intima della materia, alla ricerca dei suoi “mattoni” elementari; fu così verificata l’esistenza dell’atomo e vennero scoperti i suoi costituenti, nucleo ed elettroni, i componenti del nucleo, protoni e neutroni, e molte altre particelle subatomiche.

Il “sogno atomistico”, i “mattoni fondamentali”, la descrizione scientifica delle componenti ultime della materia (gli atomi e le molecole che interagivano seguendo le leggi della meccanica newtoniana) che avrebbero dovuto spiegare e quindi permettere di controllare ogni aspetto del mondo e del comportamento degli esseri viventi, e poi si sono infranti di fronte alla teoria della relatività di Einstein e alle sconvolgenti implicazioni della fisica quantistica. L’universo non è formato da mattoni elementari che interagiscono fra loro secondo le semplici leggi del moto e della termodinamica, e gli esseri viventi non sono il risultato di un’insieme di reazioni chimiche riproducibili in laboratorio.

L’universo è una globalità indivisa interagente con se stessa, dove sono le proprietà del tutto a determinare il comportamento delle parti, e non viceversa. È un universo dove il tempo rallenta in presenza di masse gravitazionali e cessa di scorrere all’interno dei buchi neri, dove null’altro avviene se non continui cambiamenti della curvatura dello spazio-tempo (Einstein), dove la materia ne rappresenta un inquinamento (Prigogine); è un universo che noi vediamo abitato da particelle subatomiche, che particelle non sono, che possono essere pacchetti d’onda, che non sono né l’uno né l’altro o possono essere tutte e due contemporaneamente……

Lo studio della realtà, anche quella medica, non può avvenire se non attraverso la ricerca delle interrelazioni delle diversi componenti, comprese quelle dell’osservatore, che non è astrattamente obbiettivo e questo approccio è esattamente quello che la Medicina Tradizionale Cinese (MTC) ha proposto storicamente nella sua teoria ed attuazione.

I fenomeni sopraccennati danno vita nella realtà a complessi campi di forze che formano gli esseri viventi e i loro corpi fisici, i quali interagiscono con gli altri campi grossolani e sottili, naturali e non, che li circondano, quindi anche con i sistemi energetici degli altri esseri od oggetti e vanno a formare una rete globale reale che connette ogni cosa al tutto. L’energia, dicevano gli antichi taoisti, è la sostanza della coscienza, ma oggi possiamo dire che l’energia è la “sostanza più informata” della coscienza, in quanto in ultima analisi, tutto è energia; “l’energia segue l’intenzione” o per meglio dire l’informazione.

Questa energia sottile esiste nel corpo in una dimensione parallela alla realtà cosiddetta fisica, più grossolana e la informa attraverso una rete di comunicazione (canali energetici) e si concentra in determinate zone del corpo (in cinese jiao, in sanscrito chakra). Il corpo fisico è perciò formato da particelle subatomiche che si muovono molto velocemente, vibrando su innumerevoli frequenze, scambiando messaggi e informazioni, collegando il tutto che esse stesse formano. Come dice la MTC ogni organo, viscere o sistema ha una sua frequenza; ma soprattutto ogni cellula, molecola e atomo ha una sua coscienza e intelligenza, un suo programma genetico ed un “programma” acquisito dall’ambiente (“cielo anteriore” e “cielo posteriore”).

È la fusione di infinite intelligenze che struttura gli esseri e tutto ciò avviene all’interno di un sistema macrocosmico, in continua “risonanza” con il microcosmo, dove campi energetici di grandezza incalcolabile si scambiano di continuo informazioni.

 

La meccanica quantistica

La meccanica quantistica nacque al principio del secolo scorso e crebbe come una teoria completamente rivoluzionaria che rovesciò le idee prevalenti fra i fisici dell’epoca vittoriana. Il modello classico sosteneva che l’atomo fosse composto di un nucleo attorno al quale orbitavano gli elettroni, come un sistema solare in miniatura. Si sapeva che gli elettroni hanno una massa pari a circa un millesimo di quella del protone (uno dei costituenti del nucleo) e che possiedono una carica negativa in grado di bilanciare quella del protone, che è positiva.

Durante i primi decenni del 1900 si capì che questo modello non poteva funzionare. I matematici dimostrarono che gli elettroni non avrebbero potuto mantenere la propria orbita stabilmente come fossero stati pianeti, e si sarebbero fusi coi protoni del nucleo. Poiché era chiaro che nell’universo in cui viviamo ciò non accade, si assunse, correttamente, che il modello fino ad allora accettato doveva essere sbagliato. Grazie all’opera pionieristica di fisici come Plank, Bohr e Schrodinger, emerse un modello che descriveva la natura del regno subatomico in modo di gran lunga più sofisticato; questo nuovo modello portò con sé un certo numero di conseguenze apparentemente astruse che, da allora, hanno gettato non solo i profani nella confusione. Uno dei padri della meccanica quantistica, Niels Bohr, giunse persino ad affermare che chiunque non resti scioccato dalla teoria dei quanti non l’ha capita. Il nome della teoria deriva dal concetto di “quanto”, introdotto dallo stesso Planck nel 1900, il quale ipotizzò che l’energia della radiazione elettromagnetica (luce, onde radio, raggi X etc. ) non è emessa in modo continuo ma si presenta sotto forma di “pacchetti di energia”, particelle di tipo speciale, prive di massa e sempre in moto alla velocità della luce (fotoni). Ma l’emissione e la propagazione della luce per “quanti” era solo una delle caratteristiche particolari della nascente meccanica quantistica, che nei 20-30 anni successivi avrebbe evidenziato aspetti molto più strani. Infatti, mentre la fisica classica può misurare le caratteristiche di un sistema fisico (la posizione di un certo oggetto in movimento, la sua velocità, la sua energia, ecc. ), per la meccanica quantistica non è così, gli oggetti “quantistici” (atomi, elettroni, fotoni, ecc.) si trovano in stati indefiniti, descritti da entità matematiche (la funzione d’onda).

I problemi cominciarono davvero quando i fisici delle particelle si resero conto che l’elettrone non era una sferula di materia carica negativamente, ma poteva essere descritto solo in termini probabilistici. In altre parole, esiste un’elevata probabilità che un elettrone si trovi a una determinata distanza dal nucleo e una bassa probabilità che sia molto più distante o molto più vicino a esso. Legato a questo concetto è il “principio di indeterminazione” annunciato da Werner Heisenberg nel 1927. Secondo questo principio esistono dei limiti all’accuratezza con cui possono essere misurate delle coppie di quantità fisiche, non è possibile in alcun modo prevedere quale valore effettivo si avrà all’atto della misura, ma si ha solo una rosa di probabilità su certi valori, definiti con grande precisione. Vi è quindi una indeterminazione sui valori della misura. Ad esempio, se cerchiamo di misurare la posizione e la velocità di una particella subatomica, lo stesso atto disturberà la particella a tal punto che non sarà possibile attribuire un valore preciso a entrambe le quantità nello stesso istante (paradosso del “gatto di Schrödinger”, esperimento ideale ideato da Erwin Schrödinger allo scopo di dimostrare come l’interpretazione classica della meccanica quantistica risulta essere incompleta quando deve descrivere sistemi fisici in cui il livello subatomico interagisce con il livello macroscopico).

Questa nebulosità è descritta dalla funzione d’onda – in altre parole, si tratta di una descrizione basata unicamente sulle probabilità. Cosa accade se non riusciamo a definire con precisione l’esatta posizione delle particelle subatomiche? Questa è l’essenza stessa della meccanica quantistica.

Al posto della conoscenza certa della meccanica classica, la meccanica quantistica ci offre una conoscenza probabilistica e incerta, che studia una natura indeterminata in cui gli eventi non sono regolati da nessi causali ma dal caso. La meccanica dei quanti ha messo in discussione alcuni caposaldi della conoscenza: l’idea della realtà oggettiva, il determinismo, la completezza, rappresenta la fine del “realismo” oggettivo a favore di una concezione in cui gli oggetti esistono in uno stato ideale che rimane teorico finché non interviene la percezione a renderlo reale.

Cosa è dunque “realtà” del mondo per la fisica quantistica? Quella che noi percepiamo come realtà è semplicemente una serie di incidenti di percorso. Se crediamo alla fisica quantistica, il mondo è nelle mani di queste onde di probabilità. Ogni tanto una di queste onde “collassa”, e allora, e soltanto allora, succede qualcosa e le quantità fisiche assumono dei valori osservabili. La sequenza di questi “qualcosa” costituisce la realtà che noi percepiamo.

Fu Von Neumann a chiarire gli estremi del problema. A far collassare la funzione d’onda è, secondo la fisica quantistica, l’interferenza di un altro sistema. Per esempio, se cerco di misurare una quantità di un sistema (la sua velocità, per esempio), faccio collassare la funzione d’onda del sistema, e pertanto leggo un valore per quella quantità che prima era semplicemente una delle tante possibilità. È l’atto di osservare a causare la “scelta” di quel particolare valore della velocità fra tutti quelli possibili. Ma quando si verifica quel collasso? C’è una catena di eventi che porta dalla particella al mio cervello: la particella è a contatto con qualche strumento, che è a contatto con qualche altro strumento, che è a contatto con il microscopio, che è a contatto con il mio occhio, che è a contatto con la mia coscienza… dove avviene di preciso il collasso? A che punto la particella smette di essere una funzione d’onda e diventa un oggetto con una velocità ben precisa?

Il problema può essere riformulato così: che cosa causa il collasso di una funzione d’onda? Basta la semplice presenza di un’altra particella nei dintorni del sistema? Oppure deve essere un oggetto di grandi dimensioni? Oppure deve essere per forza un oggetto in grado di osservare? O una mente umana? Sappiamo che un uomo è in grado di far collassare una funzione d’onda, in quanto gli scienziati possono misurare le particelle. Ma un insetto? Un insetto-scienziato sarebbe in grado di compiere le stesse osservazioni? Sarebbe in grado di far collassare una funzione d’onda? E un virus? Una pietra? Un albero? Il vento?…

Von Neumann si domandava cosa promuove un oggetto a “collassatore”. La fisica quantistica concede questo privilegio: i sistemi classici (come gli strumenti di misurazione o gli esseri umani, oggetti che hanno una posizione, una forma e un volume ben definiti) sono capaci di far collassare la funzione d’onda di sistemi quantistici (che sono invece pure onde di probabilità) e pertanto di misurarli. Ma cosa determina se un sistema è classico o quantistico? ….

Wojciech Zurek pensa che tutto contribuisca al collasso, e che il collasso possa avvenire per gradi successivi. L’ambiente distrugge quella che lui chiama “coerenza quantistica”. E per “ambiente” intende proprio tutto, dalla singola particella che transita per caso fino al microscopio. L’ambiente causa “decoerenza” e la decoerenza causa una sorta di selezione naturale alla Darwin: lo stato classico che emerge da uno stato quantistico è quello che meglio si “adatta” all’ambiente. Non sorprende pertanto che, studiando questo fenomeno, Zurek stia pervenendo a intriganti paralleli con il fenomeno della vita (l’altro grande mistero della natura è, ovviamente, quello di come la materia vivente emerga dalla materia non vivente). Come fa il mondo classico, fatto di oggetti e forme e confini e pesi e altezze, ad emergere da un mondo quantistico, fatto soltanto di onde e di probabilità?….

Questa tematica è molto controversa e viene ignorata, sottovalutata e anche rifiutata da una cospicua parte del mondo scientifico. Ci si avvicina verso una concezione di “universo mentale”, una grande mente, o quantomeno una struttura “software”. James Jeans, celebre fisico ed astronomo britannico della prima metà del ‘900 disse: “L’universo comincia a sembrare molto più un grande pensiero che una grande macchina”.

 

Einstein – Le teorie della relatività

La critica di Einstein, e di altri fisici, fu radicale: essi sostennero che la meccanica quantistica era una teoria “incompleta”; col senno di poi si può forse dire che è stata una delle poche intuizioni errate di Einstein. La sua fedeltà alla concezione puramente oggettiva dell’universo (“Dio non gioca a dadi con l’universo”) lo indusse a dubitare di una teoria che lui stesso aveva contribuito a fondare!

Con due articoli pubblicati entrambi nel 1905, Einstein avviò due linee di pensiero rivoluzionarie: la prima era la sua teoria della relatività speciale, l’altra era un nuovo modo di concepire la radiazione elettromagnetica che avrebbe in seguito caratterizzato la meccanica quantistica, la teoria dei fenomeni atomici. Quest’ultima venne elaborata solo successivamente ad opera di un gruppo di fisici mentre la teoria della relatività fu costruita quasi completamente dal solo Einstein che, profondamente convinto dell’armonia della natura, si propose nel corso di tutta la sua vita di trovare una fondazione unificata della fisica.

La teoria della relatività speciale (o ristretta) unificava e completava la fisica classica, comportando grossi cambiamenti nei concetti tradizionali di spazio e tempo e scartando il concetto di etere, che oggi non viene più utilizzato dai fisici, anche se informalmente si parla ancora di etere per indicare lo spazio in cui si propagano le onde elettromagnetiche. Grazie all’esperimento di Michelson- Morley fu dimostrato che la velocità della luce è costante in tutte le direzioni, indipendentemente dal moto della Terra, non risentendo così del “vento di etere”.

La relatività speciale prende in esame ciò che accade quando gli osservatori si muovono l’uno rispetto all’altro ma non prende in considerazione gli effetti del campo gravitazionale che verranno invece introdotti nella teoria della relatività generale. La teoria della relatività generale venne presentata come serie di letture presso l’Accademia Prussiana delle Scienze a partire dal 25 novembre 1915, dopo una lunga fase di elaborazione. C’è un’annosa polemica sulla pubblicazione delle equazioni di campo tra il matematico tedesco David Hilbert ed Einstein: tuttavia documenti ritrovati recentemente attribuiscono con una certa sicurezza il primato ad Einstein. Lo schema della relatività speciale viene generalizzato in modo da renderlo utilizzabile indipendentemente dal moto dell’osservatore. Il punto di partenza dello scienziato fu il campo gravitazionale, cioè l’attrazione reciproca tra tutti i corpi dotati di massa. L’accelerazione gravitazionale può essere interpretata come un effetto puramente geometrico e la traiettoria dei corpi cadenti è causata da curve geometriche imposte su di essi dalla curvatura dello spazio. Poiché un corpo si muove nello spazio e nel tempo, la sua traiettoria è definita da quattro variabili, tre spaziali e una temporale. La traiettoria risulta una curva nello spazio-tempo quadridimensionale nel quale tutte le misure perdono un significato assoluto. Uno spazio-tempo che diventa essenzialmente elemento di linguaggio dell’osservatore che descriva i fenomeni dal proprio punto di vista. La dimostrazione delle leggi formulate solo teoricamente da Einstein avvenne intorno al 1960 con l’avvento di strumenti più sofisticati e per questo, mentre la teoria della relatività ristretta costituì subito uno dei pilastri della fisica moderna, fu solo con le grandi scoperte dell’astrofisica che la relatività generale acquistò quel ruolo preminente che oggi le compete. Dice Henry Margenau: “Al centro della teoria della relatività c’è il riconoscimento che la geometria… è una costruzione dell’intelletto. Solo accettando questa scoperta, la mente può sentirsi libera di modificare le nozioni tradizionali di spazio e tempo, di riesaminare tutte le possibilità utilizzabili per definirle, e di scegliere quella formulazione che più concorda con l’esperienza”. Scrive Chuang-tzu: “Dimentichiamo il trascorrere del tempo; dimentichiamo i contrasti di opinioni. Facciamoci assorbire dall’infinito e occupiamo in esso il nostro posto”.

 

Cose simpatiche sulla fisica moderna

– La teoria è quando si sa tutto ma non funziona niente. La pratica è quando funziona tutto ma non si sa il perché. In ogni caso si finisce sempre con il coniugare la teoria con la pratica: non funziona niente e non si sa il perché (Albert Einstein)

– Dio non gioca a dadi con l’universo (Albert Einstein)

– Einstein, non dire a Dio cosa deve fare (Niels Bohr, rispondendo ad Einstein)

– Ci sono solo due modi di vivere la propria vita: uno come se tutto fosse un miracolo; l’altro come se tutto fosse un miracolo (Albert Einstein)

– Penso si possa tranquillamente affermare che nessuno capisce la meccanica quantistica (R.P. Feynman)

– Se credete di aver capito la teoria dei quanti, vuol dire che non l’avete capita (R.P. Feynman)

– Non mi piace, e mi spiace di averci avuto a che fare (Erwin Schrödinger, parlando della meccanica quantistica)

– Quelli che non rimangono scioccati, la prima volta che si imbattono nella meccanica quantistica, non possono averla compresa (Niels Bohr)

Curiosità

Nel 1906 Joseph John Thomson ricevette il premio Nobel per aver identificato, durante i suoi studi sulla radioattività, la natura corpuscolare dei raggi beta (costituiti da elettroni). Nel 1937, 31 anni più tardi, suo figlio George Paget Thomson ricevette (condividendolo con Clinton Davisson) a sua volta il premio Nobel per avere dimostrato le proprietà ondulatorie dell’elettrone!

 

Prima parte – continua nel numero 7

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

somiglianza risulti più marcata quando si osservano i recenti tentativi di unificare queste due teorie al fine di descrivere i fenomeni del mondo submicroscopico, cioè le proprietà e le interazioni delle particelle subatomiche dalle quali è costituita tutta la materia. Qui le corrispondenze tra la fisica moderna e il misticismo orientale si fanno addirittura sorprendenti…. La nascita della scienza moderna fu preceduta e accompagnata da uno sviluppo del pensiero filosofico che portò a una formulazione estrema del dualismo spirito – materia. Questa formulazione comparve nel Seicento con la filosofia di René Descartes, il quale fondò la propria concezione della natura su una fondamentale separazione tra due realtà distinte e indipendenti, quella della mente (res cogitans) e quella della materia (res extensa). La separazione ‘cartesiana’ permise agli scienziati di considerare la materia come inerte e completamente distinta da se stessi e di raffigurarsi il mondo materiale come una moltitudine di oggetti differenti riuniti insieme in un’immensa macchina. Una siffatta concezione meccanicistica del mondo fu sostenuta da Isaac Newton, che su questa base costruì la sua scienza della meccanica e la pose a fondamento della fisica classica. Dalla seconda metà del Seicento alla fine dell’Ottocento il modello meccanicistico newtoniano dell’universo dominò tutto il pensiero scientifico… le leggi fondamentali della natura ricercate dagli scienziati vennero considerate le leggi divine, invariabili ed eterne, alle quali il mondo era soggetto….La separazione operata da Cartesio e la concezione meccanicistica del mondo hanno… portato nello stesso tempo benefici e danni; si sono rivelate estremamente utili per lo sviluppo della fisica classica e della tecnologia, ma hanno avuto molte conseguenze nocive per la nostra civiltà. E’ affascinante osservare come la scienza del ventesimo secolo, nata dalla separazione introdotta da Cartesio e dalla concezione meccanicistica del mondo, e che anzi poté svilupparsi solo sulla base di una concezione del genere, superi oggi questa frammentazione e ritorni nuovamente all’idea di unità espressa nelle prime filosofie greche e orientali. Al contrario della concezione meccanicistica occidentale, la concezione orientale è di tipo organicistico. Per il mistico orientale, tutte le cose e tutti gli eventi percepiti dai sensi sono interconnessi, collegati tra loro, e sono soltanto differenti aspetti o manifestazioni della stessa realtà ultima. La nostra tendenza a dividere il mondo percepito in cose singole e distinte e a sentire noi stessi come unità separate in questo mondo è considerata

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un’illusione che deriva dalla propensione della nostra mente a misurare e a classificare….Nella concezione orientale, quindi, la divisione della natura in oggetti separati non è fondamentale e ciascuno di tali oggetti ha un carattere fluido e continuamente mutevole. La concezione orientale del mondo è perciò intrinsecamente dinamica, e il tempo e il mutamento ne sono elementi essenziali. Il cosmo è visto come una unica realtà indivisibile, in eterno movimento, animata, organica: materiale e spirituale nello stesso tempoPoiché il movimento e il mutamento sono proprietà essenziali delle cose, le forze che causano il movimento non sono esterne agli oggetti, come nella concezione della Grecia classica, ma sono una proprietà intrinseca della materia… Quanto più profondamente penetriamo nel mondo submicroscopico, tanto più ci rendiamo conto che il fisico moderno, parimenti al mistico orientale, è giunto a considerare il mondo come un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo, e che l’uomo è parte integrante di questo sistema. La concezione del mondo organicistica, ‘ecologica’, delle filosofie orientali è senza dubbio una delle principali ragioni dell’immensa popolarità che esse hanno recentemente ottenuto in Occidente, specialmente tra i giovani. Nella nostra cultura occidentale, che è ancora dominata da una visione meccanicistica e frammentata del mondo, un numero crescente di persone ha visto in essa la ragione che sta alla base della diffusa insoddisfazione presente nella nostra società e molti si sono rivolti alle vie orientali di liberazione.”(cap.1)

“…A livello atomico, quindi, gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in distribuzioni di probabilità che non rappresentano probabilità di cose, ma piuttosto probabilità di interconnessioni. La meccanica quantistica ci costringe a vedere l’universo non come una collezione di oggetti fisici separati, bensì come una complicata rete di relazioni tra le varie parti di un tutto unificato. Questo, peraltro, è anche il tipo di esperienza che i mistici orientali hanno del mondo, e alcuni di essi hanno espresso tale esperienza con parole che sono quasi identiche a quelle usate dai fisici atomici.” (p.157)

“… Attualmente, nella fisica moderna si è manifestato un atteggiamento molto diverso. I fisici sono giunti a comprendere che tutte le loro teorie dei fenomeni naturali, comprese le “leggi” che formulano, sono creazioni della mente dell’uomo; proprietà della nostra mappa concettuale della realtà, più che proprietà della realtà stessaQuesto schema concettuale è necessariamente limitato e approssimato, come lo sono tutte le teorie scientifiche e le leggi della natura che esso contiene. Tutti i fenomeni naturali sono in definitiva interconnessi, e per spiegare uno qualsiasi di essi dobbiamo comprendere tutti gli altri il che, ovviamente, è impossibile. I grandi successi della scienza sono dovuti alla possibilità di introdurre approssimazioni. In tal modo, se ci si accontenta di una conoscenza approssimata della natura, si possono descrivere gruppi di fenomeni opportunamente scelti, ignorandone altri meno importanti. Così è possibile spiegare un gran numero di fenomeni a partire da alcuni di essi, e di conseguenza si possono capire diversi aspetti della natura in modo approssimativo senza dover comprendere tutto quanto in una volta sola.

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Questo è il metodo scientifico; tutte le teorie e i modelli scientifici sono approssimazioni della vera natura delle cose, ma l’errore che si introduce con l’approssimazione è spesso sufficientemente piccolo da giustificare questo modo di procedere. I fisici costruiscono quindi una sequenza di teorie parziali e approssimate, ognuna delle quali, pur essendo più precisa della precedente, non rappresenta una descrizione completa e definitiva dei fenomeni naturali. come queste teorie, anche le leggi della natura che esse delineano sono mutevoli destinate a essere sostituite da leggi più precise quando le teorie vengono perfezionate.Di solito, il carattere incompleto di una teoria si rispecchia nei suoi parametri arbitrari, o “costanti fondamentali”, cioè in quantità i cui valori numerici non sono spiegati dalla teoria, ma devono essere inclusi in essa dopo essere stati determinati empiricamente. La meccanica quantistica non è in grado di spiegare il valore usato per la massa dell’elettrone, né la teoria dei campi rende conto della carica dell’elettrone, e neppure la teoria della relatività spiega il valore della velocità della luce. Nella concezione classica queste quantità erano considerate costanti fondamentali della natura che non richiedevano alcuna spiegazione ulteriore. Nella concezione moderna si ritiene che il loro ruolo di costanti fondamentali sia temporaneo e rispecchi i limiti delle teorie attuali. Secondo la filosofia del bootstrap le teorie future, a mano a mano che aumenterà la loro precisione e il loro campo d’applicazione, dovrebbero essere in grado di spiegare, una dopo l’altra, queste costantiQuindi ci si dovrebbe avvicinare alla situazione ideale – senza mai raggiungerla – nella quale la teoria non contiene alcuna costante fondamentale non spiegata, e tutte le sue leggi derivano dalla condizione di coerenza interna complessiva. Tuttavia è importante rendersi conto che anche questa teoria ideale deve contenere qualcosa di non spiegato, sebbene non necessariamente nella forma di costanti numeriche. Fino a quando continuerà ad essere una teoria scientifica, essa richiederà che vengano accettati senza spiegazione alcuni dei concetti sui quali si basa il linguaggio scientificoSpingere alle sue estreme conseguenze l’idea del bootstrap significherebbe andare al di là della scienza. … E’ evidente che una concezione della natura di tipo completamente bootstrap, nella quale tutti i fenomeni dell’universo siano determinati unicamente dalla loro coerenza reciproca, si avvicina molto alla visione orientale del mondo. Un universo indivisibile, nel quale tutte le cose e tutti gli eventi sono interconnessi, difficilmente avrebbe senso se non possedesse una coerenza interna. Da un certo punto di vista, la condizione della coerenza interna, che costituisce la base dell’ipotesi del bootstrap, e l’unità e l’interrelazione di tutti i fenomeni, posti in così grande rilievo nel misticismo orientale, sono soltanto aspetti diversi della stessa idea.Questa stretta connessione è espressa nel modo più chiaro nel Taoismo. Per i saggi taoisti, tutti i fenomeni nel mondo facevano parte della Via cosmica, il Tao, e le leggi seguite dal Tao non erano state date da alcun legislatore divino, ma erano inerenti alla sua stessa natura.” (pag 331)

Il “Tao della fisica” è stato certamente un’opera rivoluzionaria, benché avesse fatto storcere il naso a molti “riduzionisti”. Vi si afferma che la fisica ci porta oggi a una concezione del mondo che somiglia sostanzialmente alla mistica orientale. Vent’anni dopo Capra offre una nuova opera, “La

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rete della vita” in cui l’autore è maggiormente proiettato verso il futuro anziché rivolto ai misteri del passato. Annuncia un cambiamento di paradigma della scienza da una visione meccanicistica ad una visione ecologica. Una ecologia che vede il mondo come una rete di fenomeni interconnessi e interdipendenti; la rete connette, e nello stesso tempo “crea” la realtà. Il riguardo per il contesto, più che per gli oggetti distinti, si risolve in quel rispetto per la natura che è il primo obiettivo dell’ecologia.

“Il Tao dell’ecologia” di Edward Goldsmith presenta una visione più inaudita: rinunciare alla Scienza, non alla conoscenza ma all’apparato e alla metodologia della scienza positivista e riduzionista. Secondo l’autore è proprio la mentalità della scienza moderna e la sua pretesa di separare la conoscenza che ha generato la crisi ecologica. La natura non è cieca, la Terra sa quello che vuole, la stabilità, l’equilibrio verso cui essa torno ogni volta che viene allontanata. La natura ha uno scopo, una logica, un’etica, la natura vivente è conservatrice: mentre la geografia della Terra cambia, le specie viventi resistono identiche per centinaia di milioni di anni. Una specie di ammonimento contro l’ossessione del progresso…

La Medicina Tradizionale Cinese

Come ormai noto, alla fine della Rivoluzione Culturale iniziò una serie di scoperte archeologiche che hanno gettato luce sulla fase di gestazione del corpus teorico della MTC, situata attorno al III secolo a.C. (e non duemila anni prima come molti continuano a sostenere): si ricordino i testi di Huang Ti (il leggendario Imperatore Giallo) e di Wuwei, il libro intitolato ”Miriade di cose” trovato nella tomba di Xiahou Zao (1977), i testi della tomba 247 di Zhangjiashan (1983) cui vanno aggiunti i trattati di emerologia, divinazione e magia di Fangmatan (1983). Gli altri classici superstiti hanno subito numerose modifiche, censure ed omissioni nel processo di trasmissione; mentre questi originali venuti alla luce hanno per la prima volta aperto una piccola finestra per sbirciare la medicina classica, nel momento del completarsi del suo impianto teorico di base, senza le lenti deformanti dei commentatori e copiatori delle generazioni successive. Ne emerge una medicina in cui i due terzi dei precetti non riguardano il “come operare sui pazienti” bensì il “come potenziare se stessi”, coniugando l’uso di determinate sostanze ed alimenti con tecniche meditative (di respirazione e movimento) e con l’arte del rapporto sessuale. Quanto alla medicina in senso stretto, se la fisiologia dei canali energetici (meridiani) è già ben definita, l’agopuntura risulta ancora in gestazione (nonché del tutto assente dai testi di Huang Ti). Le tecniche terapeutiche spaziano da una concretissima traumatologia con dettagliate istruzioni chirurgiche a tecniche esorcistiche e magico-religiose di matrice sciamanica, passando per una farmacopea che contempla bagni medicati, fumigazioni e semplice contatto prolungato oltre alla somministrazione orale. Nel libro classico “Huangdi neijing” la Medicina Tradizionale Cinese (MTC) viene illustrata e descritta sotto

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forma di dialogo con il medico di corte Qi Bo. In questo trattato Qi Bo espone le leggi che regolano il cosmo, lo yin e lo yang, i 5 elementi (movimenti), le loro applicazioni nel campo della fisiologia, della patologia, della diagnosi, del trattamento e della prevenzione delle malattie e in particolare illustra la ricerca dello stato di salute e dell’equilibrio psicofisico. È una medicina globale, dialettica, basata sull’osservazione della relazione che intercorre tra uomo e natura. Il pensiero cinese, infatti, si distingue notevolmente dal nostro modo di pensare “logico”, per causa ed effetto. In oriente si ragione per analogia, non vengono misurati effetti o cercati nessi causali, ma osservate corrispondenze. Il corpo umano può essere descritto come un paese fatto di montagne, fiumi, mari e palazzi, gli organi come fienili, i vasi come strade. L’analogia permette la trasposizione della conoscenza delle relazioni fra oggetti del macrocosmo all’uomo.

Nel corso dell’evoluzione, questa medicina empirica si è arricchita e confrontata con le diverse scuole filosofiche; in particolare il pensiero taoista e quello confuciano hanno dato l’impronta definitiva che ancora oggi caratterizza questa scienza medica. La stretta correlazione tra filosofia della natura e medicina è un dato che ritroviamo all’origine di ogni tradizione culturale. La medicina cinese resterà nel tempo legata ai principi della filosofia che l’hanno generata, quindi fondamentalmente costruita come una fenomenologia dell’uomo. Secondo la filosofia taoista cinese, l’intero cosmo é espressione di un principio fondamentale chiamato Tao, origine, motore e fine di tutto ciò che esiste, onnipresente ma impercettibile e indefinibile, metafora che indica ad un tempo la totalità dell’essere e la via per immergersi in essa. Tutto il creato e ogni essere vivente costituiscono emanazioni del Tao, che si manifesta tramite l’azione di una forza di trasformazione e mutamento: il qi. E’ la vibrazione vitale dell’universo e scorre incessantemente ovunque, in ogni aspetto della natura così come nell’uomo. Il qi si esprime tramite l’attività dinamica di due forze o polarità primordiali, lo yin e lo yang, opposti ma complementari.

气 氣 Soffio – Energia – Etere – Potenza Vitale – Forza Vitale

“La Via produce l’Uno, l’Uno produce il Due, il Due produce il Tre, il Tre produce i Diecimila esseri” (Tao Te Ching   opera fondamentale di Lao-Tzu del VI secolo a.C): il Tao (la Via) genera il qi (Uno) che si manifesta come yin e yang (Due), che produce il Tre, Cielo Terra e Uomo… La vita biologica esiste nell’effimera congiunzione delle componenti Cielo/Terra e la morte non è altro che il ritorno di ciascuna delle due parti alla loro origine. Il Tao, “emettendo il qi, disponendo le trasformazioni, producendo nel vuoto, non agendo, è principio e fondamento del Cielo e della Terra” (Tao Te Ching).

Il termine qi caratterizza la medicina cinese, è stato tradotto con il termine energia, o Soffi vitali, perché la vita produce, mantiene, consuma, economizza, libera energia. Come non ricordare, in questo contesto, che dopo Einstein per il mondo occidentale, la massa non è che una forma di energia? Allo stesso modo, già nell’antichità, i cinesi consideravano i corpi e i loro dinamismi come

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una stessa realtà formata di energia, una realtà visibile in quanto condensazione e manifestazione del qi.

“ Il Qi produce il corpo umano allo stesso modo in cui l’acqua diventa ghiaccio. Come l’acqua si condensa in ghiaccio, così il Qi si condensa e forma il corpo umano. Quando il ghiaccio si scioglie diventa acqua. Quando la persona muore diventa spirito. È chiamato Spirito come il ghiaccio sciolto è chiamato Acqua.” Wang Chong (27-97 d.C)

“Il Grande Vuoto consiste di Qi. Il Qi si condensa trasformandosi nella miriade delle cose. Le cose inevitabilmente si disintegrano e tornano al Grande Vuoto….Ogni nascita è una condensazione, ogni morte una dispersione. Ma nella nascita non c’è guadagno e nella morte non c’è perdita….Il Qi in dispersione è sostanza, e così anche nella condensazione” Zhang Zai (1020-1077)

La MTC è una scienza che studia gli scambi dei Soffi e contemporaneamente un’arte che ristabilisce l’armonia funzionale di questi scambi. Riconosce e privilegia nell’uomo il suo continuo “essere costituito e ricostituito dai soffi del Cielo/Terra”, un uomo come sistema aperto, il microcosmo in stretta relazione con il macrocosmo. La MTC offre i mezzi naturali per condurre le operazioni della natura nell’uomo: dalla vita alla morte attraverso le fasi di sviluppo che sono le stagioni nell’uomo, ponendo rimedio agli squilibri energetici che possono man mano causare malattie. Il qi circola grazie ai meridiani. L’agopuntura, ad esempio, modifica i passaggi del qi nel corpo e lo riporta in uno stato di equilibrio. Esistono Soffi normali e patologici, tra i primi ci sono quelli innati (Cielo anteriore) e quelli acquisiti (Cielo posteriore). Ci sono Soffi ereditari (originari o del concepimento, ancestrali o propri della specie e essenziali, dei genitori) e ordinari (alimentazione e respirazione). Tra le energie ereditarie sono da includere gli Shen, di volta in volta istanza psichica e spirituale che anima l’uomo, la coscienza di sé, il suo spirito vitale.

Secondo la MTC l’osservazione deve saper cogliere il movimento dei Soffi che ci costituiscono e ci ricostituiscono indefinitamente. L’uomo è un nocciolo di influssi incrociati Cielo/Terra, yin/yang, e le interazioni dei Soffi si esprimono in mutazioni permanenti che costituiscono la vita. Scrive Larre: “Ogni accumulo di qi ubbidisce a ritmi che hanno un momento di crescita, di apogeo e di declino, la vita di un uomo, la durata di una dinastia, i mesi di una stagione, le ore di una giornata… sono tante realtà particolari, animate da movimento proprio che tuttavia sono in risonanza con il movimento della vita universale… Non essendovi altro che i tempi dell’uomo e i tempi del cosmo, il tempo è semplicemente il scivolare del qi da una qualità ad un’altra”.

Alcune conclusioni

Malgrado percorsi differenti le attuali riflessioni sui principi di filosofia della scienza elaborati in occidente in biologia, matematica e fisica, hanno messo in luce sorprendenti analogie con le filosofie della natura della cultura orientale. Il taoismo, il confucianesimo, il buddismo, sebbene differiscano in molteplici aspetti, hanno in comune una visione dell’unità dell’universo: il cosmo è una realtà indivisibile, animata, in movimento, manifestazione di una realtà ultima chiamata Tao per taoisti e confuciani o Dharmakaya per i buddisti, di cui tutti gli esseri e le cose sono parte. Vi sono forti analogie tra questa concezione del mondo e la filosofia greca classica, in particolare con Eraclito, filosofo ionico di stirpe reale del V secolo a.C. per il quale “tutto scorre” e “nello stesso fiume non è mai possibile bagnarsi due volte”. Una realtà fatta di opposti che si alternano, in continuo divenire da uno stato al suo opposto, un divenire che ha in sé una stabilità per la tensione all’unità dei contrari. Ritroviamo in Cina, nello stesso periodo, questa complementarià di opposti, in perenne divenire, nella teoria yin/yang.

Nel trascorrere dei secoli in occidente, con lo sviluppo della medicina e del metodo induttivo- sperimentale, questa concezione si è persa per essere recuperate solo durante il 1900, in modo particolare dalla fisica, che ha riscoperto l’unità e l’interdipendenza di tutti i fenomeni e la natura intrinsecamente dinamica dell’universo. La fisica moderna ha condotto al superamento della concezione classica, della nozione di spazio e tempo assoluti, delle particelle solide elementari, della natura causale dei fenomeni fisici. La teoria della relatività di Einstein ha dimostrato che la massa non ha nulla a che vedere con una qualsiasi sostanza, ma è una forma di energia, così come sostenevano i filosofi taoisti: l’universo, la natura, l’uomo, gli esseri viventi non sono altro che strutture energetiche in cui la differenza fenomenologica è data dal rapporto tra differenti tipi di energie, di cui la materia è uno. Si è creato così un potente fattore di crisi rappresentato dalla distanza che separa la medicina dal suo fondamentale serbatoio teorico, dalla fisica. In effetti, la fisica contemporanea, che dalla teoria della relatività e dalla meccanica quantistica sta approdando allo studio dei sistemi lontani dall’equilibrio e delle leggi del caos, funziona da generatore di crisi di un modello medico tuttora fondato sul meccanicismo newtoniano. Al posto di una visione lineare della realtà, basata sul rapporto causa-effetto, emerge una complessità circolare, un punto di vista che studia sia le relazioni reciproche sia l’apparire di nuove proprietà della materia legate all’emergere di nuovi livelli di complessità. E’ evidente che questo nuovo punto di vista scientifico urta contro un modello biomedico basato su una visione meccanicistica della fisiopatologia umana e su una clinica settorializzata e iperspecialistica.

Così lo sviluppo della fisica quantistica offre spunti importanti per la comprensione di alcuni meccanismi secondo un approccio che si avvicina molto al modello energetico che sta alla base dell’antica medicina orientale. In occidente sta lentamente emergendo un nuovo paradigma biomedico, incardinato sulla visione dell’organismo umano come rete di comunicazione integrata. Se si vorrà seguirà questa tendenza di pensiero, la medicina ufficiale non verrà stravolta né

33abbandonata ma dovrà necessariamente impegnarsi a mutare se stessa in un percorso evolutivo importante. Il punto di partenza di tale percorso dovrà consistere nel superamento dell’accettazione incondizionata dell’approccio tecnico, chimico, meccanico all’oggetto della sua attività: gli esseri viventi, il corpo, la salute, la malattia, in definitiva la vita stessa. Durante questo processo di evoluzione, la scienza moderna occidentale dovrà integrare in se stessa l’approccio sistemico ed energetico tipicamente orientale. Grazie all’impegno di seri ricercatori e anche alle più evolute tecnologie, sempre più spesso i principi della medicina orientale che, con diffidenza, venivano considerati frutto della tradizione popolare ed in molti casi pura superstizione, trovano riscontri oggettivi e quindi, secondo la nostra cultura, scientifici. È infatti ormai dimostrato da un considerevole numero di studi che le funzioni e gli eventi energetici sia endogeni che esogeni sono di estrema rilevanza per la comprensione della vita e sono misurabili e rilevabili (PNEI, bioenergia).

Alcuni esempi: se, da un lato, Pierre de Vernejoul ha dimostrato la coincidenza del movimento di sostanze lungo i meridiani di agopuntura cinese, esistono studi sulle informazioni scambiate tra cellule e molecole mediante biofotoni. La teoria dei “biofotoni”, insegnata dal fisico Franz Popp, sulle tracce di un intuizione ardita del russo Gurwitsch circa 70 anni fa, offre una interpretazione del fatto che l’evento biologico primario alla base della vita e anche delle alterazioni che portano alla malattia, è un evento fisico di natura informazionale e quindi elettromagnetica. Ancora, sono stati realizzati scanner per il magnetocardiogramma, cioè la registrazione grafica del campo magnetico generato dall’attività elettrica del miocardio.

Il benessere e la vita sono il risultato di un equilibrio, la malattia è invece l’evento conseguente di uno squilibrio in questo complesso sistema di interazioni energetiche. L’essere vivente è un “sistema energetico” immerso in un ambiente di complesse forze e di campi, ben diverso da quello naturale nel quale l’antica tradizione orientale si è sviluppata; anche per questo molti rimedi tradizionali orientali oggi non riescono ad ottenere il risultato atteso risultando decontestualizzati in un ambiente moderno, inquinato chimicamente ed energeticamente. La salute risulta essere un fenomeno multidimensionale, che implica aspetti fisici, o più propriamente biologici, psicologici e sociali interdipendenti. Il concetto di salute non si identifica, tout court, con l’assenza di malattia: esistono differenti livelli di benessere e spesso la salute include anche la malattia. Infatti, la malattia non è aprioristicamente un male, ma una situazione transitoria che può favorire il benessere stesso. Il rapporto tra salute e malattia può essere quindi rappresentato come equilibrio dinamico, che rivaluta la tendenza naturale dell’organismo a passare da stati di equilibrio a stati di equilibrio: ciò in corrispondenza con le diverse fasi e con i cambiamenti della vita.

In questo stato di salute, inteso come benessere condizionato da processi interagenti, il campo di ricerca si allarga dalle discipline dell’area medica a tutte le scienze implicate nello studio della vita. L’auspicata e, credo, inevitabile evoluzione della medicina occidentale, potrà far tesoro della

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sapienza antica orientale per affrontare in maniera adeguata, e soprattutto integrata, le nuove interazioni dei sistemi viventi in un ambiente fisico e socio-culturale profondamente mutato.

Bibliografia

•      Giulia Boschi, Medicina cinese: la radice e i fiori, Casa Editrice Ambrosiana (2003) •Francesco Bottaccioli e Antonia Carosella, Meditazione Psiche e Cervello, Tecniche

Nuove (2003) •    Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi (1975) • Fritjof Capra, La rete della vita, Rizzoli (1997) • George Gamow, Biografia della fisica, Mondadori (1998) •        Robert Gilmore, Alice nel paese dei quanti, Raffaello Cortina (1996) •         Edward Goldsmith, Il Tao dell’ecologia, Muzzio (1997) •Étienne Klein, Sette volte la rivoluzione. I grandi della fisica contemporanea, Cortina

Raffaello (2006) • Claude Larre e Fabrizia Berera, Filosofia della medicina tradizionale cinese, Jaca Book

(1997) •      Giovanni Maciocia, I fondamenti della medicina tradizionale cinese (Ed. italiana a cura di

Carlo Maria Giovanardi), Casa Editrice Ambrosiana (1996) •         Gioacchino Pagliaro e Elisa Martino, ll Tao della salute, UPSEL Domeneghini Editore

(2003) •      Lucio Sotte e Manuela Di Chiara Conoscere la medicina tradizionale cinese: la più antica

arte del guarire a portata di tutti, Red Edizioni (2001) •       Fabio Toscano, Il genio e il gentiluomo. Einstein e il matematico italiano che salvò la teoria

della relatività generale, Sironi Editore (2004) • Franco Voltaggio, La medicina come scienza filosofica, Laterza (1998) •   Gary Zukav , La danza dei maestri wu li. Quando la fisica incontra le filosofie orientali,

Corbaccio Editore (1995)

•www.fondazionericci.it •http://it.wikipedia.org/wiki/ •http://www.sintropia.it/

 




Corpo, movimento, ginnastica in Cina ed Occidente: due modelli differenti a confronto

Lucio Sotte**

La civiltà cinese è differente da quella occidentale e numerose sono le espressioni di questa diversità. Nella scrittura il mondo occidentale utilizza l’alfabeto e quello orientale gli ideogrammi, nella musica noi usiamo una scala di sette note che in Cina diventano cinque, a pranzo e cena noi ci serviano di posate sconosciute in Cina a tal punto che maneggiare un coltello in tavola – come noi comunemente facciamo – è un gesto considerato proprio sconveniente, il cibo è preparato per poterlo afferrare e portare alla bocca con le bacchette o al massimo con un cucchiaio di ceramica. Quando si dipinge la punta dei pennelli afferrati in Occidente sta davanti alle estremità dei polpastrelli di pollice, indice e medio, mentre in Cina sta precisamente sotto il polso, cioè ruotata di 180°. Anche per indicare i numeri con le mani si procede con gesti differenti: noi indichiamo il due con pollice ed indice ed il tre aggiungendo il medio, in Cina per il due si utilizzano mignolo ed anulare cui si aggiunge il medio per il tre. Insomma tra cinesi ed occidentali è difficile capirsi anche gesticolando con le mani.

In due mondi così diversi è ovvio che anche la concezione del corpo, del movimento, della ginnastica non potessero sovrapporsi.

Cerchiamo di affrontarne dunque le differenti concenzioni.

La cultura e la medicina occidentali si avvicinano al nostro corpo immerse nella loro visione dualistica dell’uomo che partendo dalla distinzione tra psiche e soma crea all’inizio una separazione che è successivamente assai difficile colmare. La res extensa e la res cogitans di Cartesiana memoria sono state il primum movens di due percorsi di studio separati che sono stati realizzati contemporaneamente sullo stesso uomo senza che avvenisse tra loro un reciproco dialogo o contatto. Mentre l’anatomista, l’anatomopatologo e l’istologo prima, il biochimico, il radiologo, il genetista poi approfondivano lo studio della struttura del corpo, lo psicanalista interpretava i movimenti della psiche. In Occidente si è lungamente tentato di riunificare soma e psiche, ma nessuna medicina psicosomatica è stata in grado di riannodare le fila di due tessuti nati su trame così differenti e di ricollegare ciò che era stato pensato diviso al suo esordio.

Anche lo studio del movimento soffre di questa distanza tra psiche e soma e si fa fatica ad immaginarlo come un fenomeno integrato anche se rappresenta forse una delle migliori realizzazioni ed esemplificazioni dell’unità che ci caratterizza.

A fronte di questa visione divisa dell’uomo impostasi nei nostri paesi, in Oriente l’uomo è stato da sempre osservato con uno sguardo olistico e immaginato come una condensazione di energia qi che mentre, nei suoi aspetti più densi, dà origine allo yin e dunque anche alle strutture materiali del nostro organismo, nei suoi aspetti più eterei, origina lo yang e di conseguenza organizza lo psichismo. Non esiste uno psichismo che non si ancori su una struttura materiale e tale struttura si configura coerentemente con il mentale che la organizza, la muove ed in qualche maniera la dirige: in ultima analisi si tratta di due manifestazioni differenti dello stesso fenomeno.

Il pensiero di un movimento del corpo ed il suo contenuto emotivo ed affettivo, la sua realizzazione attraverso l’articolarsi di segmenti ossei mossi dalla contrazione muscolare che si applica attraverso la resistenza tendinea, il suo progetto contenuto nell’elaborazione di un messaggio nervoso che è elettrico prima, ionico poi ed infine molecolare fondato su neurotrasmettitori sono elementi differenti di un “unico” fenomeno che non può essere pensato se non in maniera olistica. Anzi l’allontanamento da questa unità è il primo segno della malattia, il manifestarsi di una discontinuità è il primo segnale d’allarme di una disritmia che fa “steccare” il suono di una parte del corpo che non è più in grado di accordarsi con l’armonia del tutto.

In Cina l’esercizio di ginnastica si pone in primo luogo un fondamentale obiettivo: riprodurre e riformulare dei modelli semplici che, mentre permettono al corpo di riacquisire la sua instintiva reattività e di ricomporsi in unità, ne attivano singolarmente ma contestualmente le singole componenti energetiche e psichiche, materiali e meccaniche.

La “corporeità” è espressione yin del “mentale” yang e l’armonia del movimento del corpo rappresenta la manifestazione di un corretto equilibrio psichico.

In Occidente lo iato psiche-soma affida all’emisfero cerebrale sinistro l’organizzazione e la comprensione scientifica del moto ed a quello destro la percezione estetica ed artistica dello stesso fenomeno: il ritmo, il coordinamento e la musicalità espressi nella danza sono manifestazioni artistiche sotto il governo dell’emisfero destro in cui la “bellezza” del gesto sembra disancorarsi dai fenomeni meccanici, elettrici, biochimici che lo producono e sono campo di studio e di applicazione della medicina: la scienza che studia il nostro corpo. La “bellezza” del movimento di una ballerina di danza classica sembra quasi separata dalla “salute” che il movimento stesso esprime, essendo la bellezza un fenomeno puramente estetico e la salute un assunto scientifico che è l’esito del buon risultato di un bilanciamento dei nostri equilibri elettrolitici, osmotici, ionici, chimici e mentali.

Uno dei più significativi insegnamenti avuti dal mio contatto col mondo cinese è stato invece il recupero della coscienza che l’estetica del bello equivale all’omeostasi dello stato di salute e che l’acquisizione della salute stessa ed il suo mantenimento corrispondono alla valorizzazione della nostra istintiva tensione al bello.

L’esecuzione di una forma di Tai Ji Quan o di un colpo di Kung Fu è corretta quando è efficace ed è efficace se appare “bella” essendo la “bellezza della forma” espressione della “perfetta armonia del movimento”: il gesto diviene l’esteriorizzazione di buon equilibrio yin-yang.

La pratica corretta di un esercizio di Qi Gong corrisponde alla bellezza dei gesti con cui viene praticato che realizza le cosiddette Tre Unioni Interne:

– quella del Cuore-Xin e dell’Idea-Yi,

– quella dell’Idea-Yi e dell’Energia-Qi

– ed infine quella dell’Energia-Qi e della     Forza-Li.

Quando si impara un qualsiasi movimento di Qi Gong si compie una serie di passaggi:

– il Cuore, che in medicina cinese è principe dello psichismo, crea l’Idea del movimento (prima unione),

– l’Idea del movimento genera l’Energia che lo sostiene (seconda unione),

– l’Energia si traduce in Forza che si concretizza attraverso l’atto finale, il gesto realizzato (terza unione).

Nella fase di apprendimento questi tre passaggi sono successivi e graduali ma, col tempo, la pratica e l’esercizio essi tenderanno a identificarsi in un unico fenomeno che riunisce Cuore-Idea-Energia-Forza: il gesto finale sarà dunque espressione perfetta dell’integrazione psicosomatica e, proprio perché tale, dovrà risultare esteticamente bello.

In qualche maniera la scienza recupera l’arte e la comprende e l’arte si esprime attraverso il linguaggio della scienza.

Lo iato psiche-soma è l’assioma sul quale costruiamo in Occidente la nostra vicenda umana: così accade che la maggior parte delle forme in cui si esprime il lavoro dell’uomo della società postindustriale della quale siamo parte è basata su un modello “psico-cerebrale” di impegno che sembra aver dimenticato la “somato-corporeità”. Il tempo del lavoro della nostra giornata è concentrato in attività sempre più yang e mentali e sempre più disancorate dallo yin e dalla corporeità: nell’ottimizzazione di questo tempo usufruiamo di una serie di attrezzi ed utensili che ci circondano e che riproducono per noi e semplificano i gesti quotidiani dei nostri padri e dei nostri nonni.

Fin dall’inizio della giornata comincia questa “dematerializzazione” dei nostri gesti che diventano sempre più mentali: al mattino, in bagno, il pennello ed il sapone da barba sono stati sostituiti dalla bomboletta di schiuma già pronta o dal rasoio elettrico, lo spazzolino manuale da quello a pile, a colazione non spremiamo più nulla ma frulliamo o centrifughiamo poi, invece di camminare entriamo nelle nostre “scatole a motore” che ci conducono all’entrata di un autobus o di una metropolitana. Scesi infine dall’ultimo sedile che abbiamo occupato entriamo in un ascensore che sale le scale risparmiano la fatica delle nostre gambe e raggiungiamo il nostro posto di lavoro dove ci accomodiamo su una poltrona anatomica costruita per accogliere, adattandosi perfettamente alle sue forme, un corpo “stanco di nulla”. Così continua fino a sera tra telefonate, videate, tastiere, volanti, pulsanti e pedali. Quando finalmente ritorniamo a casa disfatti mentalmente siamo costretti ad impiegare il poco tempo libero che ci resta per usare finalmente il corpo rimasto inutilizzato per tutto il giorno; allora ci vestiamo da “zombi” (provate ad immaginare che cosa direbbero i nostri antenati del nostro abbigliamento tekno e sportivo) e sudando come scaricatori di porto del secolo scorso consumiano quel che ci resta delle nostre energie nella palestra vicino casa in cui con gesti e movimenti spesso ripetitivi organizzati da ulteriori utensili delle fogge e delle forme più strane (gli attrezzi e le macchine da palestra) consumiamo finalmente le calorie accumulate col pasto trangugiato di fretta nell’intervallo della “colazione di lavoro”. I più fortunati – ma sono una esigua schiera – riescono a fare dello sport vero: una partita a tennis o a calcetto, qualche chilometro di footing e di ginnastica all’aria aperta. Si asfaltano i polmoni di smog e sfidano la sorte come eroi omerici per qualche attimo di libertà. Rarissimi i cultori della passeggiata, della marcia o della bici che alle insidie dell’inquinamento dell’aria aggiungono quelle del traffico. Torniamo stanchissimi e stremati a casa per la cena in cui mettiamo a frutto quel poco o tanto di appetito che ci rimane per fare il pieno di pane quotidiano, si tratta di quel tipo di benzina un tempo verde che dovrebbe bilanciare le calorie così faticosamente consumate sudando. Non parliamo poi del fine settimana, una sorta di marcialonga o maratona che ci conduce dal venerdì sera al lunedì per permetterci di superare lo stress accumulato nei giorni di lavoro e impiegare edonisticamente tutto il tempo risparmiato durante la settimana con il rasoio, il frullatore, l’ascensore, il pulman, la metropolitana etc. Con un coraggio degno di ben altre gesta apriamo lo sportello della nostra vettura e ci mettiamo alla plancia di comando della nostra astronave che ci condurrà nell’opificio dove consumare fisicamente il tempo del nostro week end. Dopo ore di fila, di smog, di stress raggiungiamo la meta della nostra vacanza dove poter finalmente dare sfogo alle frustrazioni represse nei giorni di lavoro e “timbriamo il cartellino” per l’ingresso nello stabilimento scelto per il nostro rilassamento: arrampicarsi in montagna, nuotare al mare o in piscina, pedalare in bicicletta o sciare sulle piste da sci si tramutano spesso da un momento di svago in un nuovo test da sforzo da superare ad ogni costo per poter raccontare al lunedì le gesta sportive vissute nel faticoso weekend e riprendere volentieri il tran-tran settimanale.

È stata per me una strabiliante sorpresa lo scoprire di poter praticare tutti gli esercizi di Qi Gong nella sala di casa e gran parte degli esercizi di Tai Ji Quan o nella stessa sala – riducendo il numero dei passi – o, al massimo, nel cortile sotto casa, senza essere costretto a rischiare la vita nel traffico, ad intossicare i polmoni o a passare le ore migliori del fine settimana in code interminabili in autostrada.

Un altro dato va sottolineato ed è relativo al fenomeno dell’agonismo.

Lo sport occidentale nasce, fin dai tempi dei primi giochi di Olimpia in compagnia dell’agonismo: si tira il giavellotto più lontano dell’avversario e lo si batte nella lotta greco-romana, si corre più veloce nei cento, duecento o quattrocento metri e si supera un’asticella posta sempre più in alto. Il confronto con un “nemico” estremo da battere sembra la categoria sine qua non della pratica sportiva. Se ciò accade per gli sport praticati singolarmente è ancora più vero per quelli di squadra come il calcio, il baseball o il basket. L’agonismo dei contendenti ha generato il tifo degli spettatori che ormai è diventato una categoria sociale che nel bene e nel male dà colore agli stadi ed alle discussioni del lunedì. La civiltà occidentale si accompagna con la pratica agonistica degli sport che ormai sono stati trasformati da esercizio fisico accompagnato da un sano agonismo in un fenomeno sociale prima e politico poi che caratterizza, accompagnato anche dalle violenze degli stadi, il nostro tempo libero.

Anche in questo campo le ginnastiche cinesi mostrano un volto differente che pone qualche domanda a noi occidentali. Se è vero che in parte alcune di esse possono rientrare tra le arti marziali (ad esempio il Kung Fu) e tra le tecniche di difesa personale e dunque si accompagnano a gare ed agonismo, altre come, in particolare Qi Gong ed il Tai Ji, non solo non sono nate in ambito agonistico ma non si sono mai, nella loro lunga evoluzione, accostate all’idea del confronto con l’avversario se non nell’ottica del miglioramento delle “proprie” prestazioni. Meglio ancora potremmo dire che combattono con un unico avversario: noi stessi ed i nostri squilibri energetici. L’agonismo di un esercizio di Qi Gong consiste nel superare le nostre debolezze, armonizzare le nostre disarmonie e sintonizzare la coerenza delle nostre manifestazioni mentali e corporee nell’unità del corpo.

Un’ultima puntualizzazione è doverosa e riguarda il rapporto tra corpo, movimento e sistema dei meridiani o canali energetici.

La medicina cinese ha elaborato il concetto che l’organismo sia organizzato attraverso la rete dei meridiani che sono dei canali o vasi che permettono la circolazione delle varie forme di energia che sono alla base della vita di ogni uomo. I meridiani uniscono gli arti al tronco, il davanti al dietro, la destra e la sinistra, l’alto ed il basso, gli organi e visceri interni con le strutture ossee, muscolari, connettivali e cutanee esterne. Il corpo è immaginato in Cina come un network di meridiani che si sovrappongono con la loro circolazione energetica ai tronchi vascolo-nervosi descritti dall’anatomia occidentale. Ma c’è qualcosa di più da capire: i canali o meridiani sono contemporaneamente il progetto virtuale secondo il quale si sviluppa il nostro organismo dall’uovo fecondato durante il periodo embrionale e fetale e la realizzazione matura di questo progetto che permette e favorisce la vita dell’uomo adulto, ma sono anche un sistema di interconnessione tra il microcosmo dell’uomo ed il macrocosmo della biosfera nella quale accade la nostra esistenza.

In cinese canale o meridiano si dice Jing: l’ideogramma che corrisponde a questo termine è formato da due radicali: quello destro indica il gesto ed il lavoro della geomanzia (i fiumi sotterranei ed il lavoro che ne permette la scoperta), quello sinistro indica un tessuto, una trama (attraverso l’ideogramma che significa seta). Nel suo insieme il termine Jing significa che esiste una trama che ci collega e che può essere esaminata e scoperta. Il fatto più curioso è che questo termine è utilizzato in Cina sia per denominare i canali-meridiani che per identificare i Libri Classici della sua antica tradizione taoista e confuciana che parlano della trama che collega ognuno di noi al Cielo-Terra ed al fine ultimo della nostra esistenza.

Attraverso il movimento – che attiva, dinamizza, accelera o rallenta la circolazione dei nostri Jing – è permesso all’uomo di recuperare fisicamente quella sintonia con il Cielo e con la Terra che permette ad ognuno di noi di fare quel silenzio interno che ci armonizza con il cosmo: sarà poi un compito individuale e personale lo sfruttare questo silenzio per affrontare il “Mistero” della vita e ricercare la Verità.