Approvata nelle Marche una nuova legge per disciplinare le medicine complementari: agopuntura, fitoterapia, omeopatia, omotossicologia e antroposofia

Giovedì 24 novembre è stata presentata nella Sala Ricci del Palazzo delle Marche  la Proposta di Legge su “Modalità di esercizio delle medicine complementari”  che è già stata approvata dalla V Commissione Salute dell’Assemblea Legislativa delle Marche. Il testo è stato illustrato da Francesco Comi, Presidente della V Commissione Salute, da Giancarlo D’Anna, Vicepresidente della V Commissione Salute e da Lucio Sotte, medico chirurgo e Coordinatore del gruppo di lavoro sulle medicine complementari che ha collaborato con la V Commissione Salute nella definizione e stesura del testo.

Lo scopo di questa legge è disciplinare i trattamenti e le cure non convenzionali esercitati tramite agopuntura, fitoterapia, omeopatia, omotossicologia e antroposofia. La legge recepisce il testo già approvato, nell’ambito della Conferenza Stato Regioni, dagli Assessori Regionali alla Sanità e dai Presidenti di tutte le Regioni italiane nel dicembre 2012 ed approvato dal Ministero della Salute il 7 febbraio 2013. Tale testo regolamenta le modalità di formazione dei medici che desiderano studiare e perfezionarsi nelle medicine complementari e quelle di accreditamento degli Istituto di Formazione.

L’accordo approvato dalle Regioni e dal Ministero stabilisce che gli Ordini dei Medici istituiranno degli elenchi per l’iscrizione dei medici che praticano queste discipline e che hanno i titoli per qualificarsi come esperti. Dal 2015, dopo la fine del regime transitorio, i medici che vorranno iscriversi a questi registri dovranno dimostrare di avere un curriculum formativo maturato a livello universitario tramite un master di formazione specifica, oppure aver completato un iter triennale di formazione presso una scuola privata accreditata per un monte orario complessivo di 500 ore di formazione, di cui 100 di pratica clinica e 400 di lezioni, il 30% delle quali possono essere erogate in FAD (formazione a distanza). Gli studenti dovranno inoltre superare un esame teorico-pratico alla fine di ognuno dei tre anni del corso e discutere una tesi finale.

Le Scuole di formazione private che dimostreranno di ottemperare alle feree regole stabilite nel testo potranno essere riconosciute e abilitate a formare i medici nelle discipline specifiche.

La ricaduta positiva a garanzia dei cittadini utenti delle MC è intuibile: qualunque medico vanti competenze nelle medicine complementari regolamentate potrà essere rintracciato dai cittadini nel registro apposito presso l’Ordine dei Medici della provincia di appartenenza.

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Agopuntura e sindrome climaterica in donne con pregresso cancro al seno: uno studio controllato non randomizzato

Luca Marinone, Arcangelo Cangialosi*

Lo scopo principale di questo lavoro è valutare la riduzione dei disturbi vasomotori (vampate di calore e sudorazioni notturne) dopo trattamento con agopuntura tradizionale cinese in donne in menopausa che hanno effettuato trattamenti per cancro al seno.

Previo consenso informato, sono state arruolate 20 donne con anamnesi positiva per neoplasia mammaria e senza evidenza di malattia metastatica al momento dell’arruolamento in studio. Nessuna delle donne arruolate ha mai effettuato agopuntura precedentemente.

In ordine temporale di arruolamento, le prime 10 donne sono state assegnate al gruppo “agopuntura vera” (agopuntura tradizionale cinese), mentre le successive 10 al gruppo di controllo (“sham agopuntura”). I 2 gruppi non differiscono né per l’età media né per le terapie oncologiche effettuate. La maggior parte delle donne è in ormonoterapia con tamoxifene.

Le sedute di agopuntura tradizionale cinese sono state effettuate 1 volta a settimana per 10 settimane consecutive e successivamente 1 volta al mese fino a 6 mesi totali dall’inizio del trattamento. Le sedute di “sham agopuntura” sono state effettuate 1 volta a settimana per 5 settimane consecutive. Dopo 5 settimane di “sham agopuntura”, il gruppo di controllo ha effettuato cross-over per ricevere agopuntura tradizionale cinese con le stesse modalità del gruppo “agopuntura vera”.

Gli aghi una volta posizionati sono rimasti in sede per 25 minuti. La valutazione dei risultati è stata effettuata facendo compilare alle pazienti 2 specifici questionari a tempi prestabiliti (scala climaterica di Greene, diario settimanale su numero ed intensità delle vampate di calore).

Il trattamento “agopuntura vera” prevede agopuntura somatica ed auricolare secondo il seguente protocollo: agopunti (sempre posizionati) sono 6SP e 4CV; agopunti (da associare in base alla diagnosi secondo i criteri della medicina tradizionale cinese) sono 2KI, 6KI, 3LR, 17CV, 6PC, 6Ht, 7Ht, 20GB, 20GV, Shenmen auricolare. Il trattamento “sham agopuntura” prevede l’utilizzo di aghi a punta smussa dotati di supporto, che garantiscono una lieve stimolazione senza penetrazione cutanea.

I risultati osservati sono di seguito riportati, premesso che al tempo dell’arruolamento in studio (t0) non è stata osservata alcuna differenza statisticamente significativa riguardo ai sintomi vasomotori tra i 2 gruppi.

Il quadro clinico predominante secondo i criteri della medicina tradizionale cinese è stato quello della “disarmonia tra Cuore e Rene” e gli agopunti più utilizzati sono stati 2KI, 6Ht, 6PC, 17CV, Shenmen auricolare (oltre a 6SP e 4CV).

Dopo 5 settimane di trattamento, nel gruppo “agopuntura vera” l’80% dei casi ha avuto una riduzione dei sintomi vasomotori superiore al 30% rispetto all’inizio del trattamento, mentre nel gruppo “sham agopuntura” soltanto il 20% dei casi ha riportato tali benefici (differenza statisticamente significativa, valore p del test esatto di Fisher a 2 code = 0,023). Inoltre nel gruppo “sham agopuntura”, 5 settimane dopo cross-over per ricevere agopuntura tradizionale cinese, le donne che hanno riferito una riduzione superiore al 30% dei disturbi vasomotori hanno raggiunto il 70% dei casi.

In particolare dopo 5 settimane di trattamento, nel gruppo “agopuntura vera” si è osservata una riduzione statisticamente significativa del numero di vampate di calore (test Wilcoxon-Mann-Whitney, valore p = 0.0015). Tale risultato è imputabile ad una riduzione statisticamente significativa delle vampate di intensità severa/molto severa (valore p del test esatto di Fisher < 0,0001).

Infine dopo agopuntura tradizionale cinese si è osservato un miglioramento del riposo notturno, oltre alla riduzione dei disturbi vasomotori. Tali benefici sembrano mantenersi per tutto il periodo di osservazione (6 mesi), a patto che vengano effettuate le sedute mensili di mantenimento.

Non vi sono stati effetti collaterali correlati al trattamento con agopuntura.

 

 




Oncologia integrata in Europa: la Toscana partecipa alla Joint Action europea EPAAC

Il tumore è una patologia sistemica e multifattoriale che in quanto tale trae  beneficio dall’impiego sinergico di più strumenti terapeutici che possono  concorrere in vario modo alla salute e al benessere del paziente oncologico.

Numerosi studi condotti in Europa rilevano che un malato di tumore su tre fa ricorso alle medicine complementari (MC), mentre in Italia la percentuale dei pazienti oncologici che utilizza queste terapie è stimata intorno al 15-25% ed è formata soprattutto da donne con un buon livello d’istruzione.

A livello internazionale sono stati identificati circa una cinquantina di possibili trattamenti “complementari”, che il più delle volte sono associati ai protocolli terapeutici convenzionali. Può accadere però che le terapie non convenzionali siano assunte come una forma di automedicazione, indipendentemente dalle verifiche scientifiche o dai requisiti di qualità e sicurezza. Questo fenomeno può avere delle conseguenze per la gestione clinica dei pazienti, per la mancata comunicazione all’oncologo dell’uso di queste terapie, per le possibili interazioni con i trattamenti “ufficiali” o per la ridotta compliance nei confronti della terapia antitumorale. Anche per questa ragione è fondamentale che i medici di famiglia, gli oncologi e più in generale gli operatori sanitari abbiano conoscenze di base delle varie problematiche poste da questi trattamenti, per poter consigliare i pazienti e realizzare un programma terapeutico che integri i benefici possibili dei differenti approcci.

Ed è altrettanto importante sviluppare la ricerca in questo settore per conoscere a fondo il ruolo che le medicine complementari possono avere sul benessere e sulla qualità della vita dei pazienti oncologici.

Le attività della Toscana per EPAAC

In questo quadro si inseriscono le attività promosse dalla Joint Action “European Partnership on Action against Cancer” (EPAAC).

Si tratta di un’iniziativa della Commissione europea avviata nel settembre del 2009 con il sostegno di numerosi partner e cofinanziata dal programma Salute dell’Unione europea.

Quest’azione – in cui confluiscono gli sforzi di Commissione europea, Stati membri e relativi ministeri della Salute, associazioni di pazienti, medici e ricercatori, industria e società civile – intende affrontare la questione del cancro in maniera più efficace e uniforme all’interno dell’Unione Europea. Vi aderiscono un ampio gruppo di enti, associazioni scientifiche e istituzioni del Vecchio Continente, 36 partner associati e oltre 90 collaboranti suddivisi in 10 Gruppi di lavoro (WP).

La Regione Toscana partecipa al progetto come partner associato ed è inserita nel Gruppo di lavoro 7 “Healthcare”, che ha tra i suoi compiti l’identificazione e la promozione delle buone pratiche in ambito oncologico.

Più nello specifico l’obiettivo affidato alla Toscana è raccogliere e analizzare le prove scientifiche sull’uso delle medicine complementari in oncologia e proporre i criteri per una corretta divulgazione delle informazioni a medici, operatori sanitari, pazienti e decision-makers; predisporre un censimento delle strutture sanitarie che, a livello europeo, erogano servizi di “oncologia integrata” e mettere in rete le informazioni attivando in questo modo un coordinamento permanente fra i diversi centri che praticano l’oncologia integrata.

Il lavoro di raccolta e revisione delle esperienze pubblicate in letteratura internazionale sull’uso delle medicine complementari in oncologia è in corso e si focalizza su agopuntura, omeopatia, fitoterapia, antroposofia e omotossicologia. Alla fine del percorso sarà redatto un testo che riporta i lavori di ricerca più significativi nonché tabelle che indicano per ogni disciplina sintomi, studi realizzati, grading di evidenza, forza di raccomandazioni, eventi avversi e/o controindicazioni dei diversi trattamenti.

 

Il censimento: primi risultati

L’obiettivo è fotografare la situazione delle strutture sanitarie, pubbliche e private, che praticano l’oncologia integrata in Europa elaborando i dati di un questionario in cui si richiedono, oltre a informazioni generali sulla struttura, sull’attività di medicina integrata (e più in particolare la tipologia dei servizi erogati), il campo di applicazione dei trattamenti complementari utilizzati, la tipologia di servizio (pubblico/privato).

Fino al 21 maggio 2013 sono state contattate 228 strutture in Italia e Europa e hanno risposto in 44 (19,2%), 15 europee e 29 italiane. Il 70,4% dei responders pratica l’oncologia integrata.

Sono stati inseriti nella mappatura 24 centri su 31 che utilizzano le medicine complementari (escludendo i singoli studi medici), di cui il 62,5% sono pubblici, 7 attivi in Europa e 8 in Italia (vedi mappa).

Fra i centri inclusi nel censimento in Italia quelli pubblici rappresentano il 50% del totale. Il 45,8% delle strutture italiane ed europee offre ai pazienti attività di omeopatia e agopuntura, il 33,3% di fitoterapia mentre nel 29,1% dei centri vengono praticate altre tecniche della medicina tradizionale cinese. La media dei pazienti seguiti ogni anno dai centri che hanno risposto al questionario è 289.

 

Seminario EPAAC a Firenze

Nel febbraio 2013 esperti italiani ed europei di oncologia integrata si sono riuniti a Firenze per seguire il workshop “Oncologia integrata: analisi di evidenze scientifiche ed esperienze cliniche”, organizzato dalla Rete Toscana di Medicina Integrata (RTMI) all’interno delle attività dell’EPAAC. Il dibattito si è focalizzato sulla definizione delle linee di consenso per una valutazione della letteratura scientifica e dell’esperienza clinica in oncologia integrata e i criteri per realizzare la mappatura dei centri oncologici europei che offrono ai pazienti servizi di medicina complementare (MC).

Nella discussione è emerso che con il termine “oncologia integrata” si intende un approccio multidisciplinare al paziente oncologico, finalizzato a migliorare i risultati ottenuti dalla terapia antitumorale convenzionale.

Questa infatti, pur avendo effetti positivi, produce anche delle reazioni indesiderate, che talvolta risultano insopportabili per il paziente.

La terapia integrata, utilizzando medicinali e pratiche considerati generalmente privi o con scarsi effetti indesiderati, cerca principalmente di ridurre questi problemi e propone un uso complementare di medicinali e/o pratiche selezionati sulla base delle prove di efficacia per potenziare la terapia assunta dal paziente e renderla il più efficace possibile.

Sono stati discussi i criteri per realizzare il censimento delle strutture pubbliche e private europee in cui si pratica l’oncologia integrata e definite le modalità operative per raggiungere gli obiettivi del progetto.

 




Monismo e dualismo

Aldo Stella*

La storia del nostro  pensiero occidentale, ma forse anche del pensiero orientale – che tuttavia conosco di meno –, è contrassegnata dalla consapevolezza della necessità di intendere adeguatamente l’Uno.

Questo Uno va inteso come qualcosa che è in sé “indistinto” oppure, invece, come qualcosa che è in sé articolato e, dunque, “distinto”? Questo è il grande tema. Le concezioni del “monismo” e del “dualismo”, se cerchiamo di cogliere l’essenza concettuale di questa loro contrapposizione, potrebbero venire ridotte a questo problema: l’Uno è un Uno in cui le differenze naufragano, vengono meno, spariscono si dissolvono, oppure è un sistema, ossia è una unità all’interno della quale si collocano le molteplici differenze non più irrelate, ossia distanti, ma intrinsecamente connesse e vincolate?

Nella concezione eleatica, l’Essere di Parmenide è precisamente un modo di intendere l’Uno e di intenderlo “in senso forte”, come quell’absolutum, che, proprio perché assoluto, è sciolto da ogni relazione, è sciolto da ogni vincolo. Si badi. È sciolto da ogni vincolo ad altro da sé; se è assoluto, infatti, non ammette qualcosa di diverso da sé, è il tutto abbracciante, è il “puro” essere, così che ciò che è altro dall’essere è nulla, dunque non è, perché solo l’assoluto è. Ma, inoltre, non prevede una relazione al suo interno.

Quindi, non c’è una differenza dall’assoluto, un altro rispetto all’assoluto, ma, più radicalmente, non c’è neanche una differenza nell’assoluto, perché, se l’assoluto fosse in sé distinto, diverso dalle sue componenti, sarebbe in relazione con queste sue componenti e cesserebbe di essere l’absolutum, sciolto da relazioni, sciolto da vincoli.

Ebbene, questo è il modo di intendere l’Assoluto in senso forte, tale che solo l’assoluto può venire pensato come essente. Proprio per questa ragione, e cioè per la ragione che solo l’assoluto veramente è, Parmenide diceva che il mondo, l’esperienza, il divenire, la molteplicità sono un errore dei sensi. Il  mondo è apparenza, inganno, non essere, che contraddittoriamente si presenta come essere: per questa ragione, il mondo ordinario deve essere lasciato al suo intrinseco contraddirsi, che coincide con il venir meno della pretesa da esso esibita, quella di essere la verità, di essere veramente. Platone, mosso forse da un’eccessiva tenerezza nei confronti del mondo, come avrebbe detto poi Hegel, cerca di salvare il mondo, cerca di salvare la molteplicità, e afferma che ciascun ente partecipa tanto dell’essere quanto del non essere. Questa penna, ad esempio, “è” una penna, dunque partecipa dell’essere, ma “non è” un orologio, dunque partecipa anche nel non essere.

Come si può notare, già Platone introduce la diade, la relazione tra essere e non essere, facendo in una qualche misura “essere il non essere”, cioè costruendo una contraddizione, per la quale ciò che non è viene pensato come se fosse. E tuttavia, non si può non riconoscere che solo mediante questa costruzione si riesce a “lasciar essere” il mondo, e non più solo l’Essere  inteso come Assoluto.

Con l’introduzione del concetto di “essere relativo”, accanto all’Uno si danno anche “i molti”, cioè l’esperienza. Ora, non si deve dimenticare che questa famosa dialettica Uno-molti, che caratterizza la storia del pensiero occidentale – ma non solo –, di volta in volta si è specificata, nel corso del suo evolversi, aut come valorizzazione dell’Uno contro i molti, a scapito dei molti, aut dei molti a scapito dell’Uno, come se si potesse estremizzare il discorso e pensare l’Uno, a prescindere dai molti, e i molti, a prescindere

dall’Uno.

Questa valorizzazione o dell’Uno o dei molti, nei casi in cui si è andato configurando un pensiero autenticamente raffinato, è stata intesa come necessità di ricondurre i molti all’Uno. Del resto, anche nel dire “una” molteplicità, comunque si ripropone l’Uno.

Lo stesso Platone, che pure ha introdotto il concetto di “essere” e “non essere” relativi, tuttavia tendeva poi a ricondurre all’unità dell’idea la molteplicità delle cose: l’idea del bello, per Platone, è la condizione di possibilità delle molteplici cose belle; l’idea del giusto è il fondamento delle molteplici cose giuste, e così via.  Si potrebbe dire che, per Platone, gli occhi del corpo ci propongono la molteplicità e l’occhio della mente ci consente di ricondurre la molteplicità all’Unità che dà senso ad essa.

Potremmo aggiungere che, in fondo, la stessa contrapposizione che c’è in Paolo fra la carne e lo Spirito non può non venire ricompresa nell’unità dello Spirito. Lo stesso dogma trinitario, “tre persone, una sola sostanza”, indica la necessità dell’emergere dell’Unità oltre la molteplicità, per costituirne il fondamento.

Cartesio, che è stato considerato dai nostri scienziati contemporanei il “dualista” per eccellenza – basti pensare alle accuse che gli ha rivolto Antonio Damasio nell’opera L’errore di Cartesio: l’errore sarebbe appunto quello di aver pensato la dualità di corpo e mente –, allorché intende il fondamento lo intende in forma unitaria. Il “cogito” è l’atto pensante e l’atto, per sua natura, è unitario.

Non sarà tuttavia inutile ricordare a Damasio, e a coloro che intendono fare scienza empirica e sperimentale, che conoscere scientificamente significa “analizzare” e analizzare significa scomporre. Se si intende conoscere l’individuo – ancorchè “individuo” significhi “indiviso e indivisibile” – non si può evitare di scomporlo, perché lo si vuol ridurre-ricondurre ai suoi elemeti semplici. Nel processo dell’analisi è chiaro che da un “Uno”, l’individuo appunto, non si può che ottenere una diade.

Cartesio ha definito “mente” e “corpo” le componenti di questa diade per la semplice ragione che, nell’atto stesso dello scomporre, c’è un soggetto che pone in essere la scomposizone, e che è dunque “attivo”, e un oggetto su cui la scomposizione viene compiuta e che risulta inerte e “passivo”: per questa ragione ha distinto la mente, che è attiva, dal corpo, che è passivo.

Tuttavia, Cartesio non ha mai commesso l’errore di intendere questa distinzione come separatezza, perché l’ha sempre ricomposta nell’unità del “cogito”.  All’innegabilità del “cogito” Cartesio perviene in forza del dubbio stesso: mediante il dubbio vengono meno tutte le certezze; se non che, del dubbio non si può dubitare, senza riproporlo. Che equivale a dire: non si può negare di pensare senza pensare. Il pensiero riconduce a sé anche l’altro da sé, il quale, proprio perché “pensato”, non è altro dal pensiero, ma nel pensiero.

Ecco, come si vede l’unità del pensare non è intesa nella forma di una unità monolitica, ma nella forma di una unità che si articola al suo interno: si sdoppia in un pensante e in un pensato. Hegel dirà che il concetto è “l’unità dell’unità e della non unità”, cioè il suo farsi altro a se stesso, pur rimanendo se stesso.  L’idea in sé deve farsi mondo, deve farsi molteplicità, distinzione, per poi tornare in sé, dopo aver inglobato la molteplicità e averla risolta di nuovo nell’unità dell’Idea in sé e per sé.

Hegel, non a caso, rimproverava a Schelling di intendere l’Assoluto proprio come quell’Uno indistinto in cui le differenze sono semplicemente annullate, sono state cancellate. Egli, riferendosi all’assoluto di Schelling, diceva che è “la notte in cui tutte le vacche sono nere”. Il “togliersi” del finito, insomma, non può venire inteso come una “cancellazione empirica”, ma come la negazione della pretesa del finito di essere la verità, di essere cioè un “vero essere”.

Il Vero, l’Assoluto, quindi, non è l’indistinto primigenio, l’uno prima della differenziazione; questo “uno” è il presupposto, che domanda di venire superato per pervenire all’Uno che è del Concetto, il quale ricompone in sé la differenza, senza cancellarla. L’esperienza sensibile, comunque, ci testimonia che A non è non A; dunque, per quel tanto che A non é non A, dovremo riconoscere che si dà una moltepilicità.

Del resto, la diade è la forma minima in cui la molteplicità trova espressione. E allora, giunti a questo punto, ritengo fondamentale riflettere sul concetto di relazione, perché è fondamentale.

Ebbene, la relazione è precisamente quel costrutto all’interno del quale si conciliano dualità e unità. In ogni relazione, o nel modo ordinario di pensare la relazione, si configurano due termini e un nesso che li congiunge. In fondo, questo costrutto concettuale è in sé l’essenzializzazione del tema di cui noi stiamo parlando; una dualità, ma non irrelata, anche perché una dualità irrelata è una contraddizione in termini.

Dire “due”, infatti, significa dire che l’unità è stata presa due volte: se dico “due” mele, io non considero l’aspetto per il quale una non è l’altra, ma considero l’aspetto per il quale la medesima qualità, l’essere mela, si ripete due volte. Quindi, è chiaro che nel dire la “dualità” implicitamente indico anche una unità, una omogeneità che sussiste fra i termini, i quali sono due perché omogenei, confrontabili.

La relazione, insomma, non fa che sottolineare quest’aspetto di omogeneità. Se non che, la cosa interessante è il concetto di relazione sembra indiscutibile, ma non lo è veramente. In effetti, tutta la scienza moderna si occupa del concetto di relazione; la scienza, infatti, studia non le entità in sé, ma le relazioni che sussistono tra le entità, tant’è vero che la stessa entità viene scomposta nelle sue componenti elementari: l’atomo, i neutroni, i protoni e così via; è sempre una procedura per scomposizione, volta alla ricerca di quell’elemento che dovrebbe essere il mattone su cui erigere l’intero edificio del conoscere, quell’elemento che poi non risulta mai una particella, un qualcosa di materiale.

Se non che, già Platone aveva discusso il concetto ordinario di relazione e ne  aveva colto l’intrinseca problematicità.

A rigore, il concetto di relazione è in sé aporetico, se la relazione viene intesa come quel “medio” che si pone tra due estremi, cioè come costrutto mono-diadico. Se, infatti, indico gli estremi con le lettere A e B, e il medio con la lettera C, mi trovo nella necessità di dover pensare un medio che sussista tra C e A e un nuovo medio che sussista tra C e B, e così via all’infinito. Per questa ragione la relazione, così intesa, dà luogo all’aporia che è stata definita del “terzo uomo, all’infinito”.

La relazione, che sembrava il concetto fondamentale perché in grado di inglobare il due nell’uno, se pensata attentamente risulta un costrutto contraddittorio. Che sia tale lo si può cogliere anche da un altro punto di vista, più sofisticato del precedente.

Se si pensano i due termini che la costituiscono, e che possono venire indicati come A e B, non si può non rilevare che, per un verso, ciascuno dei due deve avere una propria identità, che lo distingue da quella dell’altro (poiché l’identità si pone come qualcosa di autonomo e indipendente dalla differenza, A dovrebbe venire pensato come indipendente da B, e viceversa). Non di meno, se sono in relazione, significa che l’una identità si pone aprendosi all’altra, nel senso che l’una si pone solo perché si relaziona all’altra, così che la relazione postula l’indipendenza e, insieme ma contraddittoriamente, l’indipendenza dei termini. Questo significa che, se ci si dispone dal punto di vista dell’incontraddittorio, anche la relazione come “costrutto mono-diadico” deve togliersi, affinché solo il Vero, l’incontraddittorio sia.

E questo Vero non può non essere l’Uno. Non l’Uno prima della differenziazione, bensì l’Uno che viene restituito dal superamento della differenziazione stessa.

Potremmo dire che, poiché ogni deteminazione si pone in forza del limite e poiché il limite che la determina la riferisce anche ad altra determinazione, allora ogni determinazione è “sé e il suo altro”. Ogni cosa è sé e il suo altro, perché può venire presa solo in quanto si struttura in forza dell’altro. La stessa espressione “astratto” sta ad indicare lo abs-tractum, ossia il ciò che è stato tirato fuori dal vincolo, che lo rende dipendente dalla differenza. “Concreto”, di contro, significa cum-cretum, e indica ciò che è “cresciuto insieme”. Concreta, dunque, è l’unità delle relazioni, l’unità dei rapporti, nel senso che in ogni relazione l’atto del congiungere intende pervenire ad un punto ideale in cui i congiunti siano Uno e la differenza loro sparisca.

In questo punto ideale, poiché si realizza una autentica ablatio alteritatis, un toglimento della differenza, viene meno anche la relazione, poiché viene meno la dualità.

Potremmo, per concludere, individuare tre livelli: un primo livello, che potremmo definire “percettivo-sensibile”, nel quale ogni determinazione sembra avere una sua autonomia e una sua autosufficienza (la penna è la penna ed io la posso prendere indipendentemente da qualunque altra determinazione, indipendentemente dall’orologio, indipendentemente dalla scrivania, e dal microfono e così via). Questo è il livello che ci viene attestato dalla percezione ordinaria.

Un secondo livello, che definiamo “concettuale”, nel quale si evidenzia come ogni determinazione sia intrinsecamente vincolata a tutte le altre. Non si dà, infatti, A senza la relazione a non A e la struttura relazionale del mondo altro non è che la sua struttura razionale. Non a caso, la ragione coglie i nessi, i nessi logici – causa ed effetto, per esempio – e la scienza è lo studio di queste relazioni costitutive che tessono la trama del mondo, cioè la trama dell’esperienza.

Siamo ancora in un livello nel quale l’unità è pensata come in sé differenziata, come in sé articolata, fatta di molteplici differenze: l’unità del sistema. Rispetto al livello precedente è un grande salto di qualità, perché prima ci sembrava che ogni cosa fosse indipendente da tutte le altre, ora siamo in grado di cogliere il tutto come insieme di parti, come l’unità di una molteplicità.

Tuttavia, si deve intendere anche un ulteriore livello, quello nel quale non vengono affatto cancellate le differenze, ma vengono inverate, cioè viene tolta ad ogni determinazione la pretesa di essere assoluta, indipendente da ogni altra.

Il livello ulteriore, il terzo livello, è quello nel quale si passa dalla unificazione all’unità vera e propria, all’Uno Assoluto. Ciò non significa un tornare ad un indistinto primigenio, ma un oltrepassarlo, un andare oltre rispetto ad esso. Insomma, un individuare, tornando al concetto di relazione, quel punto, che è il fine stesso del congiungere, dove il due diventa Uno. Bene, questo punto – va ribadito – non può che essere ideale, perché nel momento in cui il due diventa Uno, la relazione viene meno, scompare, ed è chiaro che noi, con gli occhi del corpo, non vedremo mai questo punto e non lo vedremo neanche con gli occhi della mente, se la mente rimane troppo attaccata al concetto di relazione. Lo coglieremo solo se saremo in grado di intendere l’incontraddittorio come condizione che rende possibile il coglimento della contraddizone e, dunque, che rende possibile il superamento di quest’ultima.

Emerge così un senso di unità, che prende avvio dal mondo delle determinazioni finite e giunge a trascenderlo configurandone l’ideale compimento. Questo Uno, questo ideale compimento del molteplice, deve permanere “ideale”: non si darà mai come un fatto che potremo osservare, come un fatto che potremo descrivere perché, in quanto lo descrivessimo come  fatto di esperienza, lo avremmo reso determinato, lo avremmo fatto rientrare in quel mondo delle determinazioni finite che invece domanda di venire trasceso.

 




La terapia con agopuntura cinese nelle allergie respiratorie

Alberto Lomuscio, Ezio Calosso, Lidia Marano*

Studio effettuato in nome e per conto della Regione Lombardia per il programma dell’OMS di valutazione delle Medicine non Convenzionali

(Lettera della Regione Lombardia del 21.06.06, Prot. H1.2006.0030135)

 

Riassunto

Abbiamo studiato 19 pazienti con uno studio osservazionale “aperto”, nel quale tutti i pazienti sono stati trattati con agopuntura all’inizio del periodo di usuale rinite e/o asma allergico. Molti di loro erano trattati con farmaci antiallergici prima del trattamento con agopuntura. In accordo coi dati della letteratura, si è osservato un significativo declino della frequenza e intensità delle crisi allergiche, oltre a una riduzione dei farmaci utilizzati. Lo studio è stato realizzato nell’ambito del progetto dell’OMS sulle Medicine non-convenzionali, portato avanti dalla Regione Lombardia.

Parole chiave: Allergia, studio osservazionale, rinite

 

Summary

We have studied 19 patients with a open observational study. All the patients underwent acupuncture at the beginning of the period of usual allergic rhinitis and/or asthma. Many of them were treated with anti-allergic drugs before the acupuncture treatment. We have observed, according with most of literature data, a significant decrease of the frequency and intensity of allergic episodes, and a reduction of use of the anti-allergic drugs. The study has been performed in accordance to a W.H.O. project regarding non-conventional Medicines, carried out by Regione Lombardia.

Key words: Allergy, observational study, rhinitis

 

Introduzione

Le cosiddette “allergie immediate” sono caratterizzate da una sintomatologia improvvisa a qualsiasi livello (respiratorio, dermatologico, intestinale) si  manifestino. Una seconda caratteristica è data dalla erraticità spaziale (orticaria) o temporale (rinite, asma) dei sintomi. Queste caratteristiche in MTC, sono altrettanti   segni indiretti di un interessamento di una energia mobile, aggressiva, non canalizzata: la Wei Qi. In questo caso abbiamo una situazione di terreno     caratterizzata da una alterazione della Wei Qi prodotta dal Rene e dal Fegato e distribuita dal Polmone. Fattori congeniti determinerebbero delle alterazioni che si esprimono con un deficit del Rene Yin il quale, a sua volta, condizionerebbe un deficit dello Yin di Fegato con incapacità di quest’ultimo a controllare la Wei Qi. Accanto a questo disturbo primitivo esisterebbero poi delle alterazioni del Jing di Milza o di Polmone che condizionerebbero l’espressività morbosa a livello di epidermide o di mucosa. Su questa situazione congenita, si possono rintracciare, quali   fenomeni scatenanti, le Xie Qi ed in particolare il Vento, il Vento-Calore, il Vento-Secchezza. Anche le emozioni, in particolare la collera, la compressione del Qi di Fegato sono tra le cause principali di produzione di Vento interno. La paura e lo stress in generale, poi, nella misura in cui indeboliscono il Rene Yin, con conseguente debolezza dello Yin di Fegato, possono costituire un terreno favorevole alla produzione di Vento interno. Anche l’immaginazione, funzione strettamente correlata allo Shen di Fegato, ci fa comprendere come certe forme allergiche legate alla visione di prodotti artificiali quali fiori,  immagini evocatrici, ricordi, possano scatenarsi a prescindere da una reale stimolazione in senso antigenico del sistema immunitario. Infine va ricordato come l’alimentazione soprattutto di sostanze che possono produrre Calore interno (come crostacei, alcolici, cioccolato) o Vento interno (come uova o carne di pollo o anatra), così come un’alimentazione eccessivamente acida che finisca per danneggiare lo Yin di Fegato (come vino bianco, aceto ecc.), possano costituire un elemento capace di scatenare o di  peggiorare situazioni preesistenti.

Abbiamo voluto sottoporre a trattamento agopunturistico pazienti con allergia stagionale, secondo il protocollo seguente.

 

Materiali e metodi

Oggetto: Lettera della Regione Lombardia del 21.06.06, Prot. H1.2006.0030135.

Scopi Dimostrare l’efficacia dell’agopuntura tradizionale cinese nel trattamento delle allergie stagionali.

Un vantaggio immediato, nel caso di documentata efficacia del metodo, sarebbe quello di usufruire di una metodica di semplice applicazione, pochissimo invasiva e pressoché priva di effetti collaterali. L’alternativa sarebbe costituita dai trattamenti tradizionali, e cioè: terapia farmacologica con cortisonici e antistaminici, non sempre priva di effetti secondari.

Tutto ciò potrebbe tradursi in minori costi per  i farmaci, nonché in un minor numero di giornate di lavoro perse.

Motivazioni L’approccio standard a questa patologia, legato prevalentemente alla somministrazione di farmaci con effetto di attenuazione della sintomatologia, non porta alla risoluzione del problema, che infatti si ripresenta ciclicamente. L’uso dell’agopuntura, oltre a esprimere un’attività anti-allergica pari a quella dei farmaci, tanto da attenuare la frequenza e ridurre l’intensità delle crisi, è anche in grado, da sola o associata ai farmaci standard, di garantire la durata nel tempo degli effetti terapeutici.

I meccanismi alla base dell’efficacia dell’agopuntura sono i seguenti:

– Meccanismi biochimici: liberazione di endorfine e altri mediatori bioumorali in grado di attenuare la risposta istaminica agli allergeni, nonché di indurre effetti miorilassanti sulla muscolatura bronchiale e di ridurre marcatamente gli effetti flogistico-edematosi sulle mucose respiratorie.

– Meccanismi psicologici: l’effetto lievemente sedativo, ansiolitico e decontratturante dell’agopuntura genera:

. migliore accettazione della propria patologia sul piano dell’autopercezione psico-corporea da parte del paziente;

. riduzione degli effetti dello stress e dell’ansia sulla patologia di base;

. l’eventuale comparsa dell’effetto “placebo”, che non può che rinforzare positivamente gli altri effetti terapeutici.

– Meccanismi energetici: secondo il dottrinale della Medicina Tradizionale Cinese, l’agopuntura è in grado di riequilibrare i movimenti energetici alterati (che sono la causa delle crisi allergiche), liberando le vie di scorrimento dell’energia e garantendone l’armonico fluire, con effetti prolungati nel tempo

– Meccanismi neurovegetativi: alcuni punti sono in grado di riequilibrare i rapporti funzionali tra il sistema nervoso simpatico e parasimpatico, determinando una normalizzazione del tono muscolare dei bronchi e delle secrezioni di tutto l’apparato respiratorio.

Aspetti etici I pazienti verranno informati che saranno sottoposti a terapia con agopuntura, e verrà loro chiesto di firmare il consenso informato prima di iniziare la terapia. Verranno informati del segreto professionale a cui sono tenuti tutti i professionisti dai quali verranno trattati e interrogati; infine, verrà loro chiesto di firmare una liberatoria sulla richiesta ed elaborazione dei loro dati e informazioni personali raccolti nelle cartelle, che verranno comunque eventualmente utilizzati solo in forma anonima.

Criteri di ammissione Sono ammessi al progetto tutti i pazienti di età compresa tra i 18 e gli 80 anni, con sintomatologia allergica stagionale interessante sia l’albero bronchiale (asma) sia le prime vie aeree (riniti). Quanto ai criteri di esclusione, verranno esclusi dallo studio i pazienti già in terapia con agopuntura e/o shiatzu per qualsiasi patologia e le donne gravide.

Modalità dello studio Prima dell’inizio del trattamento dovranno essere raccolte le seguenti informazioni:

– Anamnesi ed esame obbiettivo

– Valutazione clinica pre-terapia: numero di crisi alla settimana e loro durata, intensità della crisi e senso di benessere soggettivo secondo una scheda valutativa “a punteggio”, dosaggio dei farmaci antistaminici e/o cortisonici consumati ogni settimana, numero di giornate lavorative perse ogni mese, sensazione soggettiva di benessere secondo un questionario psicologico (vedi Allegato 1). Il trattamento si protrarrà per ciascun paziente per circa 70 giorni, con un totale di 10 sedute di agopuntura della durata di 15 minuti l’una, con cadenza di una seduta alla settimana. Verranno selezionati almeno 30 pazienti, nei quali verranno trattati (con aghi sterili monouso tratti da confezioni sigillate apirogene sterili non scadute) i seguenti punti di agopuntura:

– 34GB: miorilassante, armonizza tendini e muscoli, regolarizza il Qi del Legno;

– 3LR: miorilassante, sedativo-calmante, combatte i disturbi oculari (spesso associati);

– 4LI: disperde i ristagni di energia dal collo in su;

– 7LU: elimina l’energia patogena dalla loggia del Metallo, libera il Biao;

– 20GB: disperde il vento.

I pazienti potranno continuare le loro normali attività, senza restrizioni, nonché l’eventuale uso dei farmaci che assumevano in precedenza. Sono considerati perduti all’osservazione tutti i pazienti che abbandonano la terapia senza un motivo valido o che non eseguono i controlli di efficacia clinica al termine del periodo di terapia.

Verranno registrati sulla cartella del paziente tutte le cause di interruzione della terapia e gli eventuali eventi avversi che dovessero verificarsi.

Monitoraggio La valutazione di efficacia verrà ripetuta dopo la 5^ e la 10^ seduta, e a distanza di un mese dal termine della terapia (follow-up). La durata approssimativa prevista per l’intero studio è di circa 5 mesi dalla prima seduta del primo paziente.

Raccolta e gestione dati È prevista la compilazione di una cartella clinica per ogni paziente, che riporterà i dati anagrafici del paziente, la sua situazione clinica completa di anamnesi, esame obiettivo, rilievi strumentali, andamento clinico della patologia nel tempo, eventuali terapie concomitanti, eventuali eventi avversi (anche non correlati o correlabili con la patologia oggetto dello studio). Le cartelle dei pazienti verranno conservate nella sede dello studio indicato all’inizio del presente documento.

Allegato 1

Questionario dell’OMS (in 5 domande) sullo stato di benessere (versione del 1998)

Per ciascuna delle cinque affermazioni, la preghiamo di indicare la risposta che più si avvicina a come si è sentito/a nelle ultime due settimane. I numeri più alti corrispondono ad un maggior stato di benessere. Esempio: se nelle ultime due settimane si è sentito/a allegro/a e di buon umore per più della metà del tempo, faccia una crocetta nella casella con il numero 3 nell’angolo in alto a destra. Come calcolare il punteggio: il punteggio grezzo viene calcolato sommando i numeri delle cinque risposte. Il punteggio grezzo varia da 0 a 25, dove 0 rappresenta la peggiore qualità di vita possibile e 25 rappresenta la migliore qualità di vita possibile.

Per ottenere un punteggio percentuale variabile tra 0 e 100, occorre moltiplicare per 4 il punteggio grezzo. Un punteggio percentuale di 0 rappresenta la peggiore qualità di vita possibile, mentre invece un punteggio di 100 rappresenta la migliore qualità di vita possibile

 

Allegato 2

Modulo di consenso informato

Il sottoscritto……………………………………

nato a ………………………

residente………………………………………….

città………………………………….telefono…

Dichiara

Accetto spontaneamente di partecipare allo Studio Clinico “La terapia con agopuntura nelle allergie”

Mi è stata data una dettagliata spiegazione verbale e ho ricevuto una scheda informativa scritta circa gli scopi della ricerca, le modalità di attuazione, i potenziali rischi e i previsti benefici dei trattamenti in studio e ciò a cui dovrò attenermi. Ho potuto rivolgere al medico ogni domanda per risolvere eventuali dubbi.

Sono d’accordo a collaborare con i medici sperimentatori e a riferire loro immediatamente segni e sintomi insoliti e inaspettati.

Sono libero di ritirarmi dallo studio in qualsiasi momento, senza che ciò comprometta il rapporto con i medici, senza giustificare la mia decisione e senza alcuna conseguenza per ulteriori trattamenti.

Sono d’accordo a seguire le istruzioni date dai medici durante lo svolgimento dello studio.

Sono al corrente che i risultati dello studio potranno essere utilizzati a scopo di pubblicazione scientifica e che comunque il mio nome non comparirà nella documentazione relativa allo studio.

Acconsento che i miei dati personali siano utilizzati per lo Studio Clinico previsto dalla DGR VII/13235 “Programma quadriennale di collaborazione con l’OMS sulla valutazione e sull’utilizzo della medicina complementare in attuazione del PSSR 2002-2004”.

Firma, Luogo e Data……..

 

Confermo di aver provveduto  a spiegare al paziente gli scopi, la natura, i potenziali benefici e i possibili rischi dello studio sopra citato, fornendo il foglio illustrativo allegato al presente modulo, e di aver dato la possibilità di fare qualsiasi domanda sullo studio stesso.

Il paziente ha aderito volontariamente allo studio proposto

Nome del medico sperimentatore…..

Firma, Luogo e Data……..

 

Allegato 3

Modulo di liberatoria

(Consenso al trattamento dei dati personali ai sensi dell’Art. 8 del D.Lgs 196/2003)

Il sottoscritto……………………………………

nato a ………………………

residente………………………………………….

città………………………………….telefono……

 

con riferimento alla disciplina vigente e ai propri diritti nello specifico ambito,

considerato il ben delimitato ed indispensabile ambito di diffusione dei dati personali sanitari che saranno raccolti e prodotti

preso atto che sarà adottata ogni cautela a salvaguardia della riservatezza di dette informazioni Esprime il proprio consenso al trattamento dei dati che lo riguardano ai fini strettamente necessari per lo Studio Clinico previsto dalla DGR VII/13235 Acconsento che i miei dati personali siano utilizzati per lo Studio Clinico previsto dalla DGR VII/13235 “Programma quadriennale di collaborazione con l’OMS sulla valutazione e sull’utilizzo della medicina complementare in attuazione del PSSR 2002-2004”.

Firma, Luogo e Data……..

 

Risultati

I risultati del nostro studio riguardano i seguenti parametri, rilevati su 19 pazienti (10 maschi e 9 femmine, età media 35+12 anni):

1) Numero di crisi mensili.

Le crisi mensili sono migliorate significativamente, passando da una media di 17+5,9 a 6,7+4,2, con p<.00001 (Fig.1)

 

Figura 1

1)  La durata delle crisi (in ore) è anch’essa

significativamente migliorata, come mostra la Figura 2, passando da una media di 4,4+1,6 a 1,8+1,1, con p<.0000

Figura 2

3) L’intensità delle crisi (VAS) è significativamente diminuita, come mostra la Figura 3, passando da una media di 8,8+1,8 a 2,8+1,6, con p<.00001

Figura 3

Figura 4

4) I giorni lavorativi persi erano più numerosi (1,5+1,6, in media) prima del trattamento, rispetto a dopo lo stesso (0,4+0,8), con p<.005 (Figura 4)

 

Figura 5

6) Anche la quantità di farmaci assunti dai pazienti è diminuita in modo significativo, passando da una media di 1,2+0,5 a 0,6+0,6, con p< .005 (Figura 6)

 

Figura 6

Discussione

Riportiamo di seguito le principali evidenze della letteratura sull’argomento, tratte dal “Libro Bianco” della SIA:

 

Evidenze bibliografiche: allergia ed agopuntura

Uno dei primi studi sugli effetti antiallergici dell’agopuntura risale al 1958, quando venne dimostrato l’incremento di ACTH dopo agopuntura (Bratu J.,Stoicescu C., The effects of acupuncture on adrenal glands, Deutsche Zeitschrift fur Akupunktur 1958,17:89-94).

Successivamente, altri Autori dimostrarono che l’agopuntura, praticata nel punto BL-52 Zhishi, era capace di ridurre l’incidenza e la sintomatologia dell’encefalite letargica sperimentale nelle cavie rispetto ai controlli (Chu Y.M., Affronti L.F., Preliminary observations on the effect of acupuncture on immune responses in sensitized rabbits and Guinea pigs, Am J Chin Med 1975,3:151-63).

Altri studi, condotti su 22 soggetti con rinite allergica, dimostrarono una riduzione media delle IgE nel 64% della popolazione. In 19 soggetti si notò anche un miglioramento della sintomatologia, associato a una significativa diminuzione degli eosinofili nel sangue e nella mucosa nasale (Lau B., Wong D., Slater S., Effect of acupuncture on allergic rhinitis: clinical and laboratry evaluation, Am J Chin Med 1975,5:263-70).

Uno studio più recente dimostra che la stimolazione del punto ST-36 Zusanli riduce la risposta anafilattica indotta dall’istamina e dall’acetilcolina nei ratti e nelle cavie, mentre negli esseri umani riduce i valori di IgE e di eosinofili, e fa aumentare il livello di IgA, normalizzando nel contempo la funzione respiratoria (Chen L.L., Li A.S., Tao J.N., Clinical and experimental studies on preventing and treating anaphylactic asthma with Zusanli point immunotherapy, Chung Kuo Chung Hsi I Chieh Ho Tsa Chih 1996,16:709-12)

Un lavoro di Lai confronta gli effetti clinici dell’agopuntura con quelli della terapia desensibilizzante, dimostrandone una maggiore efficacia (Lai X., Observation on the curative effect of acupuncture on type I allergic diseases. J Trad Chin Med 1993,13:243-8). Alla base di questi effetti clinici, secondo Markelova et Al, ci sarebbe l’azione dell’agopuntura sul comparto adrenergico del sistema simpatico, che si eserciterebbe tramite una normalizzazione del metabolismo delle catecolamine (Markelova V.F., Osipova N.N., Belitskaia R.A., Guliants E.R., Effect of reflexotherapy on the functional state of the sympathoadrenal system in patients with bronchial asthma, Vopr Med Khim 1983, 29:106-9).

Molto importante è poi il lavoro di Lehmann condotto su 92 pazienti con rinite allergica inveterata, dei quali il 65% era stato sottoposto a terapia desensibilizzante senza alcun risultato. Nel trial, 40 pazienti vennero sottoposti a normale agopuntura e 52 a stimolazione elettrica degli stessi punti, senza infissione dell’ago, e i trattamenti vennero effettuati 2-4 settimane prima del periodo critico della liberazione dei pollini. A distanza di un mese e di un anno vennero misurati i seguenti parametri: intensità dei sintomi (prurito, starnuti, ostruzione nasale, congiuntivite), numero di giorni asintomatici e quantità di farmaci assunti, sia per via topica che orale e parenterale. I risultati mostrarono un miglioramento dell’ 80% nel gruppo-agopuntura, mentre nel gruppo-elettrostimolazione il miglioramento non superò il 34%. A distanza di un anno i risultati si confermarono positivi, rispettivamente nel 64% e nel 23% dei casi, dimostrando così la maggiore efficacia dell’agopuntura rispetto alla semplice stimolazione elettrica (Lehmann V., The efficacy of acupuncture in allergic rhinitis. A prospective randomised study, Scand J Acup Electrother 1989, 4:125-32).

Più di recente anche Wolkestein et Al. hanno realizzato uno studio randomizzato e controllato, valutando la capacità di controllo della reazione allergica della vera agopuntura rispetto alla sham in soggetti atopici sottoposti a stimolazione allergenica nella “Vienna Provocation Chamber”, e la sintomatologia dei pazienti sottoposti ad agopuntura nei due mesi successivi alla terapia si è rivelata significativamente inferiore rispetto a quella del gruppo di controllo (Wolkestein E., Horak F., Protective effect of acupuncture on allergen provoked rhinitis, Wien Med Wochenschr 1998,148: 450-3). Analoghi risultati positivi sono stati presentati anche da Tan in un lavoro di poco successivo (Tan L., A clinical observation on therapeutic effects  of acupuncture for allergic rhinitis, J Trad Chin Med 1999 19:129-31)..

A buona ragione, pertanto, riteniamo di aver fornito un contributo costruttivo all’argomento in questione.

Bibliografia

Auteroche B., Navailh P., La diagnosi in medicina cinese, Edi-Ermes ed., Milano, 1986

Souliè del Morant G., L’acupuncture chinoise, Malooine ed., Paris, 1972

Van Nghi N., Nguyen C., Medécine traditionelle chinoise, N.V.N. ed., Marseille, 1984

Maciocia G., The foundation of chinese medicine, Churchill Livingstone ed., Edinburgh, 1989

Di Stanislao C., De Berardinis D., Brotzu R., De Gasparre F., Corradin M., Fusaro P., Le rinocongiuntiviti allergiche: generalità e studi clinici, Atti del III Congresso ALMA-AFAC, Milano, 30.11.1996

Minelli E., Allergie e dietoterapia, Atti del III Congresso ALMA-AFAC, Milano, 30.11.1996

Gatto R., Prevenzione delle patologie respiratorie in Medicina Cinese, Atti del XII Convegno ALMA, Milano, 02.12.1995

AA.VV. (SIA): Libro bianco sull’Agopuntura, CEA ed., Milano, 2000

 

 




La prevenzione delle patologie respiratorie ricorrenti in età pediatrica in medicina cinese

Lucio Sotte*

Eziopatogenesi energetica cinese delle flogosi ricorrenti delle vie respiratorie

È assai frequente il riscontro di patologie respiratorie ricorrenti in età pediatrica che sono correlate in medicina cinese a due fenomeni eziopatogenetici principali: l’immaturità del sistema respiratorio e quella del sistema digerente (sembra strano per noi medici occidentali che un disturbo respiratorio possa essere correlato anche ad una eziopatogenesi a partenza gastrointestinale: ne vedremo brevemente più avanti il razionale).

Il polmone del neonato viene ventilato per la prima volta al momento della nascita con il primo vagito così come il sistema digerente inizia il suo vero lavoro di digestione, assimilazione, distribuzione dei nutrienti solo dopo la prima poppata. È ovvio che entrambi i sistemi debbano superare una fase di “rodaggio” che, durante il periodo neonatale e quello ad esso immediatamente successivo dei primi anni di vita, li predispone alla comparsa di patologie.

 

Il deficit di qi difensivo e di qi di polmone

Nel caso delle patologie respiratorie ricorrenti della prima infanzia si deve aggiungere anche un altro fenomeno predisponente correlato al quadro sindromico che in medicina cinese va sotto il nome di deficit di wei qi, cioè qi difensivo.

Durante il giorno il qi difensivo – secondo l’antica fisiologia energetica cinese – circola alla superficie del corpo, con il compito di proteggere il mantello cutaneo dagli attacchi cosmopatogeni (vento, freddo, umidità etc.) e di controllare attraverso il meccanismo di apertura-chiusura dei pori cutanei la sudorazione e quindi la termoregolazione.

Durante la notte wei qi circola invece nella profondità del corpo, nutrendo in questa maniera gli organi interni secondo il ciclo di dominazione: rene, cuore, polmone, fegato, milza-pancreas.

È assai singolare il fatto che l’inizio del sonno sia caratterizzato in molti neonati dalla comparsa di una più o meno rilevante sudorazione: si tratta di un segno di deficit di wei qi la quale abbandona troppo bruscamente il mantello cutaneo per penetrare in profondità verso gli organi interni lasciando sguarnita la superficie che non è più in grado di regolare correttamente le ghiandole sudoripare con la comparsa di questa iperidrosi momentanea. Generalmente bastano pochi minuti perché la situazione si stabilizzi ed il bambino presenti nuovamente la pelle asciutta.

La sudorazione determina un abbassamento della temperatura corporea e può predisporre alla penetrazione delle energie cosmopatogene che, trovando i pori cutanei aperti, possono aggredire il sottocute ed i tessuti profondi più prontamente e velocemente. Questo è il motivo per cui i genitori dovranno porre particolare attenzione a proteggere il bambino dall’iperidrosi eccessiva. D’altra parte il bambino, a differenza dell’adulto, non è in grado di razionalizzare che l’iperidrosi può essere pericolosa per la sua salute e conseguentemente non esercita nessun comportamente utile a contenerla o a proteggersi dalla penetrazione delle energie cosmopatogene nel caso sia in corso in un fenomeno di sudorazione troppo abbondante.

La medicina cinese sostiene, come quella occidentale, che il polmone controlli la respirazione: tuttavia, a differenza di quanto accade da noi, in Cina la respirazione non è soltanto “alveolare”, ma anche “cutanea”. Dunque il funzionamento del mantello cutaneo appartiene energeticamente ai compiti del polmone che proprio per questo motivo controlla anche la produzione e distribuzione del qi difensivo.

Questo fatto è molto interessante e assai spesso mi sono domandato in base a quali complessi ragionamenti gli antichi cinesi avessero associato la “cute” al polmone. Probabilmente il fenomeno è assai più semplice da spiegare di quanto si possa immaginare, a tal punto da essere quasi ovvio. Per comprendere il motivo di questa “ovvietà” occorre porsi alcune semplici domande.

Cosa accade generalmente quando il mantello cutaneo è aggredito dalle energie cosmopatogene? Cioè che cosa accade quando è colpito dal freddo, dal vento, dall’umidità, dal calore, dalla secchezza in eccesso?  Nella stragrande maggioranza delle persone, ed in particolare in quelle predisposte, accade che il paziente si ammali e questa malattia esordisca quasi costantemente con sintomi a carico delle vie respiratorie: raffreddore, sinusite, faringite, tonsillite, tracheite e, nei casi più gravi, bronchite e persino flogosi profonde delle mucose respiratorie. Conseguentemente il ragionamento che gli antichi cinesi hanno fatto partendo da queste premesse è stato il seguente: se l’attacco del mantello cutaneo trasferisce quasi costantemente i suoi effetti sulle vie respiratorie, ciò significa che le vie respiratorie sono collegate strettamente al mantello cutaneo ed il “polmone” che le governa avrà un ruolo anche nella fisiologia della cute.

Un altro motivo che suggerisce che polmone e cute abbiano una reciproca “simpatia” riguarda un aspetto del metabolismo dei liquidi organici assai studiato ma spesso misconosciuto da noi medici occidentali. La respirazione alveolare e quella cutanea sono alla base dell’“evaporazione” di una decina di centinaia di millilitri di acqua. Ho imparato questo fatto molto bene agli inizi della mia carriera quando lavoravo nella rianimazione dell’Ospedale Umberto I di Ancona dove, per stabilire l’entità dell’apporto idrico da fornire al paziente attraverso l’alimentazione parenterale, dovevo fare il bilancio delle perdite del giorno precedente. Ebbene le perdite assommavano quelle relative alla diuresi (mediamente 1200-1500 ml/die), alle feci (mediamente 100/200 ml/die), alla perspiratio cutanea (mediamente 450/550 ml/die) ed quella alveolare (mediamente 450/550 ml/die). È assai suggestivo segnalare che le perdite urinarie siano più o meno sovrapponibili alla somma di quelle cutanee, alveolari e intestinali ed è ancora più suggestivo pensare che in medicina cinese le prime siano associate ovviamente al “rene” e le seconde al “polmone” che governa respirazione alveolare e cutanea ed è collegato con un viscere (all’interno del movimento di appartenenza, cioè il Metallo) che è precisamente l’intestino crasso.

È precisamente per questo motivo che i cinesi dicevano che il rene è la sorgente del basso dei liquidi interni ed il polmone è quella dell’alto. Infatti un’eccessiva diuresi, così come una perspiratio alveolare o cutanea troppo abbondante possono causare essere la causa di “secchezza” interna.

 

Le cause gastroenteriche delle flogosi respiratorie

Passiamo ora ad affrontare brevemente la “causa” alimentare delle flogosi respiratorie ricorrenti in età pediatrica.

Questo aspetto della fisiologia energetica cinese è di importanza fondamentale perché negli antichi testi si afferma che milza-pancreas produce i tan che immagazzina nel polmone. Il termine tan si può tradurre in questo caso con flegma, catarro, mucosità.

Cosa vuol dire che milza-pancreas produce i tan che immagazzina nel polmone? Semplicemente che un disturbo intestinale dell’assimilazione dei nutrienti di origine “pancreatica” si riflette in un alterato assorbimento di sostanze “tossiche” i cui effetti si manifestano sulle mucose delle vie respiratorie.

Farò ora un breve esempio per spiegare quanto appena affermato affrontando le flogosi respiratorie ricorrenti assai frequenti nel primo e secondo anno di vita in coincidenza con l’eruzione dei denti da latte.

È esperienza di molte mamme quella di verificare che, in concidenza con l’eruzione dentaria, si manifestino nel bambino, scialorrea, irritabilità, dispepsia, diarrea, talora febbre ed infine flogosi respiratorie. Evidentemente c’è un nesso tra questi sintomi correlati all’inizio alle mucose buccali e gengivali, poi a quelle dell’apparato digerente ed infine alle mucose delle vie respiratorie – vista la loro associazione così frequente – che però si spiega male seguendo i ragionamenti della medicina occidentale mentre invece è chiarissimo se si ragiona in termini di medicina cinese.

L’eruzione dentaria determina ovviamente una infiammazione delle gengive e delle mucose buccali che, secondo la medicina cinese sono sotto il governo dei due canali energetici che le attraversano: quello dello stomaco e quello dell’intestino crasso che sono riuniti in uno stesso livello energetico: lo yangming (che secondo la medicina cinese governa la secchezza).

Basta guardare il percorso esterno di questi due canali per capirne lo stetto rapporto con le mucose buccali e gengivali che sono interessate dalla fine del percorso cefalico del canale di intestino crasso e dall’inizio di quello di stomaco. Non è un caso che molti punti di questi canali si possano utilizzare per ottenere effetti sulla regione buccale come ad esempio la stimolazione del punto LI-4 hegu in caso di odontalgia per i suoi effetti analgesici sul dolore dentario.

La dentizione determina ovviamente una flogosi del tessuto gengivale che in termini di medicina cinese si manifesta come “calore” o “calore-umidità” nei canali che interessano questa zona: appunto stomaco ed intestino crasso.

 

Figura 1

Il percorso cefalico del canale di stomaco

 

Figura 2

 

Il percorso cefalico del canale di intestino crasso

 

Questo calore si trasmette dai canali ai rispettivi visceri determinando una sindrome da “calore” a livello gastrico con dispepsia e a livello intestinale con alterazioni dell’alvo e diarrea. Il tratto gastroenterico è interessato dunque da una sintomalogia infiammatoria a partenza buccale che, a sua volta, determina una secondaria alterazione dei fenomeni di digestione-assorbimento dei cibi che sono governati in medicina cinese da milza-pancreas. La medicina cinese insegna che quest’organo svolge il compito di assorbire le “sostanze pure” alimentari a livello del riscaldatore medio per “trasportarle” trasferendole a livello del riscaldatore superiore. Se l’assorbimento è alterato dai fenomeni flogistici che abbiamo appena descritto è facile che la “purificazione” sia scarsa, insufficiente, alterata e che anche l’assorbimento venga coinvolto con assimilazione di sostanze tossiche che favoriscono la comparsa di catarri, cioè tan. Questi catarri la cui comparsa è favorita dai fenomeni appena descritti a livello intestinale vengono trasportati al riscaldatore superiore e si depositano sulle mucose respiratorie intasando il “polmone”. È interessante sottolineare che la fisiologia energetica cinese insegna che tutte le superfici mucose sono governate da milza-pancreas, anche quelle delle vie respiratorie le quali, una volta che le mucosità si sono depositate, possono essere interessate da iniziali fenomeni flogistici che possono complicarsi con una sovrainfezione batterica che darà luogo ad un aggravamento della sintomatologia.

Riassumendo dunque quanto affermato fino ad ora, la dentizione determina “calore di stomaco ed intestino crasso” che è la causa di una “flogosi gastrointestinale” che sua volta è all’origine di un fenomeno di “malassorbimento di sostanze tossiche”.  Queste ultime si trasformano in “mucosità” che si depositano sulle mucose respiratorie determinano la comparsa di una congestione prima e successivamente di una flogosi.

La fisiologia energetica cinese riesce ad interpretare la triade febbre-diarrea-tosse correlata con le eruzioni dentarie che trova invece molte difficoltà di inquadramento in biomedicina.

La chiave interpretativa sta in una coppia di organi (milza-pancreas e polmone) ed una di visceri (stomaco e intestino crasso) che tra l’altro appartengono a due movimenti anch’essi accoppiati (movimento metallo: polmone e intestino crasso; movimento terra: milza-pancreas e stomaco). In questa maniera si riescono a correlare tra loro i sintomi buccali e gastrointestinali che appartengono all’apparato digerente con quelli di competenza delle mucose respiratorie.

 

Il deficit di yin di polmone

Un altro quadro clinico di frequente riscontro nei primi anni di vita è quello che in medicina cinese va sotto il nome di “deficit di yin di polmone”. Si tratta di un quadro sindromico che si associa alla possibilità che si manifestino delle patologie respiratorie ricorrenti che tuttavia presentano una sintomatologia differente da quella appena trattata. In questi casi è frequente l’esordio di una flogosi faringea o tonsillare accompagnata da vellichio faringeo, secchezza mucosa, faringodinia e tosse prevalentemente secca e stizzosa.

Assai spesso il deficit di yin di polmone è anche l’esito di una sindrome influenzale che guarisce clinicamente lasciando per qualche tempo quella che in medicina occidentale va sotto il nome di febbricola serotina criptogenetica, cioè la presenza di una o due linee di febbre che si manifestano solo nel tardo pomeriggio o in serata e che tendono a guarire spontaneamente nel giro di alcune settimane. In medicina cinese si sostiene che la causa di questa febbricola è un deficit di yin che è stato causato dal calore-fuoco della sindrome influenzale. È come se lo stato febbrile avesse consumato lo yin ed i liquidi dell’organismo ed essendo la serata l’inizio del periodo yin del ciclo circadiano, la febbricola è il segno di uno yang in eccesso dovuto al deficit di yin che non è più in grado di trattenerlo.

Anche in questo caso si deve instaurare una terapia preventiva perché questi stati di deficit di yin predispongono il bambino a delle recidive delle patologie respiratorie.

 

La prevenzione

È a partire dalla complessa interpretazione eziopatogenetica appena accennata che è possibile esercitare un’azione preventiva delle patologie respiratorie ricorrenti che si fonda soprattutto sul sostegno del qi del polmone, del qi difensivo oppure dello yin.

A questo proposito si possono utilizzare varie tecniche preventive esterne (agopuntura, massaggio, moxibustione) o interne (farmacologia cinese).

Un ruolo molto interessante è quello correlato alla corretta scelta dei cibi per questi pazienti. Si tratta di poche regole assolutamente fondamentali in ambito preventivo

 

 

 

 

 

 




Education in Traditional and Non Conventional Medicine: a Growing Trend in Italian Schools of Medicine

Mara Tognetti Bordogna*, Annunziato Gentiluomo**, Paolo Roberti di Sarsina***

È la prima ricerca svolta in Italia concernente l’offerta formativa post-lauream di Medicine Tradizionali e Non Convenzionali nelle Università italiane. La ricerca è parte di un’analisi più vasta condotta nell’ambito della prima edizione del Master in “Sistemi Sanitari, Medicine Tradizionali e Non Convenzionali” dell’Università di Milano-Bicocca, analisi che ha fotografato lo stato dell’arte dell’offerta universitaria italiana in Medicine Tradizionali e Non Convenzionali (MT/MNC), includendo nella ricerca sia l’offerta formativa post-lauream delle Scuole di Medicina e anche quanto proposto dalla Facoltà di Farmacia e da quella di Medicina Veterinaria. La ricerca prende in considerazione  l’offerta formativa in MT/MNC proposta nell’Anno Accademico 2011-2012 dalle Scuole di Medicine Italiane pubbliche e private, in una fase di ridefinizione organizzativa e strutturale in seguito all’attuazione della Legge n.240/2010. I sistemi di salute su base antropologica si contrappongono, in un certo qual senso, alla medicina ufficiale e stanno sempre più interessando il mondo della sociologia e non solo, in quanto fenomeno sociale e perché rilanciano la questione della relazione medico-paziente, uno dei temi fondanti della sociologia della salute. Il ricorso alle MT/MNC sottolinea l’importanza dell’umanizzazione e della personalizzazione del rapporto col medico, che vede il paziente nella sua dimensione organica, psicologica, sociale e relazionale. Inoltre legittima il diritto alla libera scelta terapeutica della persona, restituendo al paziente la responsabilità della propria condizione. Infatti la malattia e la guarigione sono espressioni della biografia della persona, sono eventi dotati di senso, un senso ricostruito attraverso questi saperi tradizionali di cura. In particolare la guarigione, secondo questo approccio, non è un atto meccanico piuttosto un processo strettamente coerente con la propria biografia. La presa in carico dei medici non convenzionali vede nel dialogo, nella comunicazione, nell’ascolto attivo, nell’attenzione alla storia del paziente, nella libera narrazione della malattia, gli ingredienti fondanti del proprio essere, perfettamente coniugati con la registrazione dei parametri biologici. Le risposte che le Medicine Tradizionali e Non Convenzionali danno sono personalizzate e appropriate, e si basano sulla considerazione dell’unicità dell’individuo. Le Medicine Tradizionali e Non Convenzionali sono dunque sistemi di salute veri e propri, saperi capaci di generare guarigione, nonostante la loro legittimazione e il loro grado di inclusione sia ancora differenziato nei welfare regionali italiani. Per tutte queste ragioni, diventa importante e socialmente urgente ragionare sui percorsi formativi che portano a tali figure professionali, in particolare in un’ottica di tutela dei pazienti, omologazione degli standard formativi, sinergie con le realtà private soprattutto in un momento di grave e perdurante vuoto legislativo nazionale in tal senso.

 

Tognetti Bordogna M, Gentiluomo A, Roberti di Sarsina P. Education in Traditional and Non Conventional Medicine. A Growing Trend in Italian Schools of Medicine. Alternative & Integrative Medicine 2013;2:7.

È possibile scaricare tramite il link evidenziato di seguito l’articolo completo

http://www.esciencecentral.org/journals/education-in-traditional-and-non-conventional-medicine-a-growing-trend-in-italian-schools-of-medicine-2327-5162.1000131.pdf




Le origini

Adolfo Leoni*

Verso la fine di una giornata di ottobre una dozzina di uomini che portavano carichi molto pesanti si fermò al margine di una radura all’interno di una foresta, una foresta come tante, che si trovava nei pressi di un fiume, un fiume come tanti.

Pioveva dal mattino, una pioggia pesante e fredda, e i vestiti, imbevuti d’acqua, pesavano sulle spalle di quegli uomini intirizziti, impauriti, affamati.

Era quella la loro meta? E se non quella, quale, allora?

Colui che sembrava essere la guida si guardò in giro, lasciò cadere a terra il sacco che aveva in spalla, salì a fatica su una collinetta scivolosa, scrutò davanti a sé e tutt’intorno a sé.

La visuale era poca, ma sufficiente. Campi, alberi, selvaggina, acqua…

Poi chiamò i fratelli, li raccolse tutti, attendendo anche il più stanco, il più vecchio, il più emaciato. Quando la comunità fu al completo, disse: “È ben questo il luogo che c’era stato annunciato. Credo che andrà bene per noi. E ringraziamo Iddio di averci permesso di arrivare fino a qui, sani e salvi”.

Poi, insieme, così come avevano camminato, dormito, mangiato, sfidato il freddo, la fame, le fiere, così insieme s’inginocchiarono nel fango gelato e pregarono. E i loro inni si alzarono più alti delle brume della sera, più alti delle nebbie più fitte. Più oltre.

Erano distanti dai villaggi, lontani da altri uomini… ma erano vicini a Dio.

Erano in un paese sconosciuto e selvaggio, intricato e fosco… ma erano vicini a Dio.

Erano, consistevano, vivevano. Sarebbero vissuti. Erano i Viventi, cioè i cristiani.

In quel luogo dove s’istallarono per la notte s’istallarono per sempre. Mai più sarebbero tornati alle loro case. Anzi, alla loro casa. A quel monastero da cui erano partiti molto tempo prima.

Erano monaci. Erano benedettini.

La foresta aveva un nome, anzi, mille ne aveva.

Anche il fiume aveva un nome, anzi ne aveva mille.

Perché tutto ciò accadde, identico, lungo la Loira, in terra di Francia; lungo la Vistola, in terra Polacca; lungo il Boyne, in terra d’Irlanda; lungo il Tweed, in terra di Scozia; lungo il Po, in terra d’Italia. Lungo il Tenna, in Terra di Marca.

Identico, sempre identico.

Si moltiplicarono così i monasteri, e l’Europa fu coperta da migliaia di stupende costruzioni bianche slanciate verso il cielo. Unica la regola, quella del padre Benedetto.

Capitò qualcosa di molto simile anche sui nostri monti fatati.

Stava finendo l’anno ottocento. Da quattro secoli le insegne romane erano state poste in salvo a Bisanzio. L’impero di Roma era solo un lontano ricordo. Le grandi strade romane devastate, gli acquedotti distrutti, i campi incolti, bruciati o saccheggiati dalle invasioni di quelli che furono detti barbari. Né legge né ordine. Il comando al più forte.

Era tempo di ferro ed era tempo di sangue.

Là, oltre quella montagna dove si narrava di una donna leggendaria, c’era un’altra montagna e dietro ce n’era un’altra ancora.

Uomini pii abitavano il monastero di Farfa. Uomini dediti alla preghiera e al lavoro…al lavoro e alla preghiera.

Non era maledizione il lavorare, riempiva la vita di senso il pregare. L’uno e l’altro incessantemente. Qualcosa di nuovo e di sconvolgente.

A chi poteva dar fastidio quella comunità? A chi, e soprattutto: perché?

Ma ci sono domande che non andrebbero mai poste. Perché non trovano risposta adeguata: il male a volte prende il sopravvento nei cuori degli uomini così, all’improvviso, inspiegabilmente. Come se aleggiasse sempre su di noi, pronto a colpire. Come se permanesse dentro di noi, pronto ad erompere

Da tempo quegli uomini pii avevano dovuto respingere gli assalti dei Saraceni, sempre più vicini, sempre più prossimi alla casa di Dio e alla casa dei suoi monaci.

Una notte accadde che il monastero fosse ghermito dalle fiamme. Il monaco di guardia suonò furiosamente la campana. Era quella del pericolo imminente.

I saraceni stanno dando l’assalto al monastero, sono quasi dentro le mura, hanno già bruciato i laboratori…difendiamoci, fuggiamo, difendetevi, fuggite.

Sarebbe stata l’ultima battaglia. Quella decisiva.

Ma quella volta i Saraceni non c’entravano proprio. Quella volta non c’entravano le soldataglie.

Quella volta c’entrarono i cristiani, ladri… cristiani, nessun moro, nessun biondo dalla lunga barba. Gente del luogo, invece, gente di qualche villaggio vicino. Ladri, razziatori, violenti. Il male che aleggia… il male che erompe.

Le fiamme furono però le stesse di un attacco in grande stile e quando il sole tornò a splendere su Farfa, quel luogo non poteva più essere difeso.

Fu allora che l’Abate prese la sua decisione. Forse la più dura della sua esistenza: abbandonare il monastero, andarsene altrove.

Per sette anni Pietro I l’aveva difeso. Più volte aveva sconfitto gli invasori. Stavolta fratelli cristiani però lo avevano messo in ginocchio.

Radunò i suoi monaci, Pietro I, raccolse il tesoro di Farfa, divise gli uni e l’altro in tre parti. Benedì tutti e spedì un gruppo a Roma e un altro a Rieti. Il terzo, di cui si mise a capo e con tutti i documenti dell’archivio, lo mandò verso nord-est. Verso i monti fatati.

Correva l’anno 898 quando le genti del Piceno videro arrivare un gruppo di monaci Benedettini. Proveniva dalla Sabina. Erano Farfensi. Li guidava il loro Abate.

C’erano nel fermano terre lasciate ai benedettini da alcuni nobil uomini. Le raggiunsero. Quindi, cercarono i luoghi più adatti per una nuova vita.

Raggiunsero il Matenano, un luogo difendibile, una rocca naturale che s’ergeva sopra due valli boscose, ricche di animali e, soprattutto, ricche di acque.

Sulla sommità del Matenano depositarono le spoglie della loro santa, Vittoria. Dal Matenano iniziarono una rivoluzione religiosa, civile, sociale, agricola.

Una rivoluzione giunta sino a noi. Noi, uomini d’oggi. Noi che dopo mille illusioni, mille chimere, mille sogni tramutati in incubi, siamo tornati a cercare il senso delle cose.

E pensiamo di trovarlo dove? Basterebbe voltarci un attimo, o alzare lo sguardo sulle nostre chiese, o guardare la geometria dei campi, o scrutare a fondo nel nostro cuore. Perché qui, come un marchio indelebile, qui, nel nostro cuore, c’è iscritto un senso dell’essere e del vivere, un’esperienza che viene, come da una catena ininterrotta di generazioni, da oltre un millennio

Quell’Ora et labora, anche se inconsapevolmente, è stata la nostra bussola, il sangue circolato nelle nostre vene, lo stesso nostro respiro.

Ora et Labora! Ieri, come oggi.

 

22 giugno 2011-06-22

(Cena benedettina del 23 giugno 2011)

 

 

 




L’attività sportiva e la medicina complementare

Sara Taffi*

Nell’approcciarsi ad un argomento di così sempre maggiore interesse, reputo sia indispensabile, prima di tutto dare un giusto significato al concetto di Medicina Complementare.

Il National Center for Complementary and Alternative Medicine (NCCAM) definisce la Medicina Complementare come un gruppo variegato di pratiche mediche e terapeutiche che non rientrano nell’alveo della medicina convenzionale. L’Institute of Medicine (IOM) statunitense, nel 2005, la definisce come l’approccio non dominante alla medicina in una data cultura e in un dato contesto storico.

Per  Medicina Complementare, non si intende quindi un settore ben preciso, piuttosto una serie di pratiche non tradizionali che possono basarsi su antiche credenze cinesi o l’uso di composti a base di erbe o ancora su cambiamenti di diete.

Quest’ultima, in particolare, insieme all’integrazione, sta ricevendo sempre maggiore interesse dall’intero mondo sportivo, e questo perché si è visto che l’alimentazione influenza praticamente ogni processo del corpo interessato sia alla produzione dell’energia che al recupero muscolare.

L’esercizio fisico porta alla produzione di numerose molecole, a precise risposte biochimiche e fisiologiche e l’obiettivo di una dieta ben programmata è quello di garantire un corretto apporto di carboidrati, grassi , vitamine, sali minerali ed acqua, necessari ad affrontare le diverse fasi di pre-  durante e post- attività fisica.

Alcuni esempi: Carboidrati: rimangono un nutrimento chiave per gli atleti, specialmente durante un’attività fisica prolungata o un esercizio particolarmante intenso. Un apporto di carboidrati insufficiente si traduce in fatica, conseguente diminuzione della performance sia in allenamento che in gara.

Proteine: rappresentano un supporto necessario sia per la riparazione dei tessuti danneggiati che per la costruzione di nuove proteine in risposta ad uno stimolo.

Vitamine e Sali minerali: sono necessari all’organismo per numerosi processi che vanno dalla crescita e riparazione dei tessuti danneggiati, alle reazioni metaboliche, al trasporto di ossigeno. Alcune vitamine poi agiscono come antiossidanti ed evidenze scientifiche hanno dimostrato come giochino un ruolo fondamentale nei meccanismi di difesa contro i danni provocati dai radicali liberi.

Una corretta nutrizione sportiva si occupa inoltre di studiare le variazioni di massa grassa e composizione negli atleti. La riduzione della massa grassa è auspicabile in molti sport che contemplano categorie di peso, mentre un aumento di massa muscolare può essere auspicabile in sport che richiedono forza e potenza. Le richieste variano poi in base al sesso e all’età degli atleti: ogni categoria deve rispondere a diverse esigenze fisiologiche per cui diverse strategie nutrizionali devono garantire sia i meccanismi di adattamento all’esercizio fisico, sia il mantenimento dello stato di salute.

All’interno dell’alimentazione sportiva si inserisce anche l’utilizzo di supplementi e la comprensione dei loro effetti sullo stato di performance e di salute degli atleti, si parla cioè di integrazione.

Volendo fornire una corretta definizione, possiamo dire che gli integratori alimentari sono: “prodotti alimentari destinati a completare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali le vitamine e i minerali, o di altre sostanze  aventi un effetto nutritivo o fisiologico, in particolare, ma non in via esclusiva, aminoacidi, grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale, sia monocomposti che pluricomposti, in forme predosate. “( Decreto legislativo 21/5/2004, n°169)

In genere le sostanze naurali che vengono utilizzate possono essere divise in due gruppi: sostanze ergogeniche, che tendono a determinare in ambito sportivo una migliore prestazione e sostanze adattogene che incrementano la resistenza  dell’organismo indipendentemente dalla natura dello stimolo e che consentono di rispondere meglio a stimoli dello stress.

L’adattogeno, da un punto di vista farmacodinamico, ha un profilo completamente diverso da uno stimolante: come si può vedere dai grafici infatti il livello di prestazione, dopo aver raggiunto il massimo, non è seguito da una diminuzione della prestazione rispetto al livello medio, ed è pertanto da preferire se si vuol raggiungere un miglioramento della performance a più ampio raggio.

Esempi di adattogeni più utilizzati sono la Rhodiola, il Panax Ginseng e l’Eleuterococco.

La Rhodiola, nota anche come radice d’oro o radice artica, è una piccola pianta diffusa nelle regioni subartiche ed in quelle montuose di tutta l’Eurasia, Alpi incluse. I suoi principi attivi sono composti dal 40% di polifenoli; fenilpropanoidi (salidroside il più importante, rosavina, rodiolina rosarina e rosina.) Diversi studi mostrano come l’estratto secco mobilizza gli acidi grassi, ma per avere un effetto significativo dopo l’assunzione bisogna svolgere una moderata attività fisica per almeno 45/60 minuti. Migliora il rapporto massa magra/massa grassa, aumenta i livelli di emoglobina, il numero degli eritrociti e riduce la formazione di acido lattico e acido urico. Vengono così favoriti i processi di costruzione del muscolo rispetto a quelli catabolici, aumentando la capacità di resistenza e le prestazioni.

Il Panax ginseng è una droga che si caratterizza per la ricca presenza di saponine, in particolare di saponine steroidiche e triterpeniche, responsabili della proprietà adattogeno-tonica. Il ginseng esplica la sua azione a livello cerebrale, migliorando la concentrazione e la veglia, a livello cardiaco aumentando la frequenza e la forza contrattile del miocardio, a livello muscolo scheletrico migliorando la reattività allo stimolo nervoso e a livello immunologico stimolando la funzionalità del sistema immunitario (↑IgM, IgG e NK).

L’Eleuterococco, infine, è un arbusto appartenente alla famiglia delle Araliacee, conosciuto anche come ginseng siberiano. I principi attivi responsabili delle sua capacità adattogene sono tipicamente concentrati nella radice ed appartengono principalmente alla categoria dei glicosidi, Diversi studi hanno dimostrato che le caratteristiche proprietà di questa pianta non possono essere attribuibili ad un singolo composto e, come spesso accade in ambito fitoterapico, l’azione è sinergica ed attribuibile all’intero fitocomplesso.

Infine, volendo concludere questa panoramica  della medicina complementare nell’attività sportiva, un accenno alla micoterapia (supporto biologico al trattamento delle patologie con l’aiuto di funghi con proprietà terapeutiche).

I funghi sono stati utilizzati dalla Medicina Tradizionale Cinese per millenni sia come nutrizione che come fitoterapia, per benessere e longevità. Contengono vitamine, minerali e molecole farmacologicamente bioattive, sono ricchi da un punto di vista nutrizionale, ma hanno un basso contenuto calorico; la ricchezza nutrizionale e farmacologica fa sì che questi alimenti assunti in toto possano esprimere il loro potenziale.

La prima notizia sull’uso dei funghi nella MTC risale al trattato Shen Nong Ben Cao dove 4 funghi sono inseriti nella classe superiore che racchiuse le “erbe dell’imperatore”: Ganoderma lucidum, Polyporus umbellatus, Poria cocos e Cordyceps sinensis.

Il primo e l’ultimo di questi funghi vengono a tutt’oggi utilizzati in ambito sportivo per le loro peculiari caratteristiche.

Il Ganoderma lucidum è considerato la miglior scelta per uno stimolo generale dell’organismo e come sostegno antisenescenza. In MTC è utilizzato come tonico, ma anche per modulare il sistema immunitario, per problemi cardiovascolari e per stimolare la funzionalità epatica. In ambito sportivo è considerato un adattogeno; grazie alla presenza di germanio e allo stimolo del metabolismo energetico cellulare il Ganoderma consente un miglior utilizzo dell’ossigeno, portando, di conseguenza, ad un rinforzo della funzionalità cardiaca, riduzione delle aritmie e delle tachicardie sotto sforzo. Le numerosissime sostanze bioattive che contiene svolgono la loro azione anche nella riduzione del colesterolo, dell’ipertensione, e nella cura dell’infiammazione.

Il Cordyceps sinensis è il nome botanico di un fungo che ha proprietà tonico-rinvigorenti, utili per aumentare le energie corporee, stimolare il sistema immunitario e migliorare la resistenza fisica.

Una serie di studi scientifici ha dimostrato che l’utilizzo di questo fungo porta ad un miglioramento della utilizzazione dell’ossigeno e a un aumento della produzione di ATP e quindi di energia a livello cellulare fino al 55%. La sua azione è da attribuirsi all’ottimizzazione dei processi di produzione energetica intracellulare, del ciclo di Krebs e della fosforilazione ossidativa e all’attivazione mitocondriale; ciò permette un allungamento dei tempi di perfomance aerobica. Nello sportivo la sua assunzione permette inoltre di velocizzare i tempi di recupero muscolare e la clearance dell’acido lattico ed è stata descritta la sua azione anabolica a livello muscolare attribuibile a una aumento del testosterone durante l’attività fisica.

 

 




Esperienze cliniche con oli essenziali in sala parto

Leonardo Paoluzzi*

Premessa

La terapia olfattiva di regolazione (TOR) di cui abbiamo dato ampio cenno in altre occasioni,  è  quella particolare modalità terapeutica che usa oli essenziali e che presuppone come oggetto del trattamento medico  la conoscenza del  “terreno”  ovvero della “costituzione” del soggetto malato e non già il trattamento del sintomo isolato o di una malattia intesa in senso nosologico classico. In altri termini il sintomo va considerato solo come  espressione di uno squilibrio più ampio la cui soppressione farebbe perdere di vista la totalità del problema in quanto viene eliminato un elemento di allarme che invece va inserito nel contesto generale e va compreso nel suo significato.

La possibilità di usare sostanze naturali per il trattamento di uno squilibrio funzionale non fa riferimento all’evento patologico in sé ma all’alterazione del percorso fisiologico e pertanto deve inserirsi in quella sequenza che è stata turbata e ripristinarla. Ciò avviene sostenendo la fisiologia e i suoi processi normali e non antagonizzando il sintomo.

Il nostro lavoro pertanto si basa sulla valutazione dell’azione globale che l’olio essenziale ha nei confronti del terreno PNEI e quindi sul suo orientamento al ristabilimento dei processi fisiologici dell’individuo, uscendo dal paradigma meccanicistico di sintomo-organo/struttura-rimedio, proponendo quello di struttura-energia-informazione.

Da ciò l’importanza delle relazioni esistenti tra connessioni cerebrali delle aree olfattive, mnesiche e affettive (P. Franchomme).

Ognuno di noi è in realtà un complesso intrecciarsi di emozioni, strutture,  organi, esperienze, che nel tempo hanno plasmato e reso unico, fin dalla nascita e anche prima,  il nostro modo di reagire di fronte alle diverse circostanze della vita. Per alcuni quell’evento provoca una risposta che per altri può essere diametralmente opposta o di nessun significato. C’è chi di fronte ad un tramonto può commuoversi e chi invece si affretta perché si sta facendo notte e deve rientrare. Fino a ieri l’uomo era diviso in due parti, da un lato la psiche e dall’altro il soma. Oggi possiamo dire che le componenti sono almeno tre e intimamente collegate fra loro e alle prime due va aggiunto il concetto di Polis, inteso non solo come contesto sociale nel quale il soggetto vive e si modula (C. Geertz), ma anche come contesto magico-religioso (P. Pracca).

Tutto ciò confluisce in quel complesso sistema di informazione interna preposta alla regolazione e al mantenimento dell’omeostasi che oggi la scienza medica moderna individua nello PNEI (PsicoNeuroImmunoEndocrino). In pratica accade che ogni nostra percezione (cognitiva/emozionale o percettica/istintiva) mette in moto una precisa sequenza neurovegetativa tale che l’apparato endocrino, il sistema immunitario e le strutture organiche correlate, danno una risposta adeguata a fare fronte al cambiamento necessario che a sua volta rimanda l’informazione elaborata al mittente.

Oggi l’uomo si trova a dover gestire soprattutto le sue paure, le sue ansie, le sue preoccupazioni e le sue frustrazioni con mezzi inadeguati, perché quelli che ha attualmente a disposizione sono stati elaborati dalla natura per fare fronte a situazioni acute destinate a durar poco, mentre la necessità di gestione si protrae nel tempo e si va quindi nella direzione dello stress cronico (R. Sapolsky).

Premesso ciò, diciamo che  in campo ostetrico per ciò che attiene alla gravidanza e al parto, nella letteratura internazionale ritroviamo, (Ingeborg Stadelmann, un’ostetrica tedesca) che già da alcuni anni gli oli essenziali vengono usati allo scopo di lenire i dolori durante il travaglio, per calmare la neomamma in caso di ansia e per accelerare il processo delle doglie onde favorire l’espletamento del parto medesimo. Non ultimo, la possibilità di agire sulla paura e rilasciare la muscolatura perineale che potrebbe essere di ostacolo alla progressione del feto.

Va detto poi  che tutti gli oli essenziali essenziali usati per via topica devono essere diluiti in un olio di base (in genere si consigliano 10 gocce di olio essenziale in 50 ml di olio di mandorle dolci, olio di germe di grano, olio di jojoba), al fine di evitare un’esposizione della zona da trattare che sia troppo diretta e quindi potenzialmente  lesiva per la cute oltre che eccessiva, ma va anche detto che possono essere solo inalati una volta dispersi e fatti evaporare nell’ambiente. 
Sappiamo infatti che gli oli essenziali rappresentano  un’informazione chimica che per via nasale o cutanea, attraverso un complesso meccanismo di trasduzione “olfattiva”, arrivano direttamente nel cervello e più precisamente a livello del “sistema limbico” (amigdala-paura e ricompensa, ippocampo-memoria e orientamento, i nuclei talamici anteriori e la corteccia limbica …) complessa formazione nervosa del cervello rettiliano, che presiede alle attività istintive e primitive attraverso una serie di risposte regolate dal sistema neurovegetativo simpatico o parasimpatico. La struttura limbica in realtà più che essere una struttura anatomica vera e propria corrisponde ad una unità funzionale molto complessa che supporta svariate funzioni psichiche  come emotività, comportamento, memoria a lungo termine e olfatto.

Considerando che lo stress del parto, l’idea di affrontare un’esperienza nuova quindi sconosciuta o tristemente conosciuta in maniera diretta o indiretta, mette la paziente in uno stato di ansia, di paura, di preoccupazione e quindi di tensione generale del corpo e dello stato d’animo che si è visto essere di ostacolo ad un espletamento normale del parto, tale terapia può essere di grande sostegno.

Nel caso del dolore del parto anche se noi sopprimessimo il dolore con una epidurale, rimarrebbe la condizione mentale di paura e ansia che determirebbe un ricordo spiacevole  e comunque un  non vissuto.

Per ovviare a tale condizione di “ostacolo” e riprendendo  esperienze simili che vengono  condotte ormai da tempo negli ospedali inglesi nei  servizi di maternità, (ad esempio nel North Bristol NHS Trust e nel Southmed Hospital Birth Suite con più di 6000 nascite all’anno; nel  St John e St Elizabeth Hospital London con riduzione del 50% dei cesarei previsti ; nel The Royal London Hospital for Integrated Medicine dove trattano anche patologie tumorali), abbiamo messo a punto alcuni protocolli possibili per dare maggiore serenità e una migliore condizione organica che possa aiutare la neomamma e il nascituro.

«L’aromaterapia riduce l’ansia e la paura aiutando le donne a sentirsi più rilassate e può contribuire a ridurre sintomi come bruciore di stomaco o mal di schiena. Quando le donne durante il travaglio sono rilassate, il loro bisogno di alleviare il dolore è ridotto, ma ogni donna è unica e si possono usare gli oli specifici per ogni esigenza», ha dichiarato Mary Carlisle, manager della Birth Suite presso il Southmead Hospital. Partendo da questa considerazione che riteniamo fondamentale, noi prenderemo in esame tre possibili protocolli:

il primo a base di  Arancio, Bergamotto, Lavanda ad azione “rinfrescante”  in quanto riducono il tono simpatico,  calmano l’ansia e la paura, rasserenano, rilasciano lo stato generale della paziente, tonificano l’umore,  hanno  un’azione simpaticolitica che non altera lo stato di vigilanza.

In altri casi può essere necessaria un’azione opposta alla precedente. Nel senso che la paziente necessita di essere riscaldata ovvero tonificata nel senso stretto, per una possibile inerzia del sistema e per una dominanza del tono vagale e useremo   Basilico, Pepe e Zenzero.

In altri casi ancora ci può essere la necessità di “purificare l’aria e la mente” agendo direttamente con odori gradevoli  su paure remote ingiustificate,  in quei soggetti che hanno paura di tutto, che soffrono o hanno sofferto di attacchi di panico e useremo Neroli, Mirto, Gelsomino.

Infine menzione a parte merita la Salvia sclarea unita al Geranio e all‘ Ylang ylang con cui si crea una miscela molto attiva nello stress emozionale  (isteria, attacchi di panico, paura) purificando tutto ciò che non è armonico

Ogni protocollo deve prevedere un massaggio perineale con olio vegetale di  Calophylla inophylla per rendere più morbida ed elastica  la zona.

Tali esperienze attualmente in Italia vengono attualmente  condotte presso l’Ospedale del Casentino di Bibbiena, grazie all’illuminata conduzione dei suoi medici e personale paramedico.