Psiche, cervello e natura umana, le influenze dei paradigmi neurobiologici contemporanei sulle prospettive della medicina integrata

Francesco Bottaccioli*

La psiche è parte integrante del meta-sistema uomo. È il prodotto dell’organizzazione biologica e, ad un tempo, è una fondamentale fonte di condizionamento della stessa. Occorre cogliere appieno questo intreccio inestricabile tra livello biologico e livello psicologico, perché se lo perdiamo, a mio parere, ! abbiamo di fronte a noi due derive: quella biologista e quella soggettivista idealista. Chi in sostanza considera la psiche nient’altro che sinonimo di cervello e chi, dall’altro lato, ricicla il vecchio concetto metafisico di!Anima o Spirito. In questo terreno incerto del soggettivismo convergono singolarmente approcci ultrameccanicisti come quelli del matematico inglese Penrose (che propone di ridurre la coscienza “a un processo fisico di base rappresentato dai microtubuli” -! che sono microscopiche strutture cellulari deputate al trasporto molecolare) e approcci francamente idealistici imperniati sull’Anima o Spirito come tertium immateriale tra psiche e corpo, che tra l’altro hanno il grave torto di dare dignità culturale al riciclaggio di pratiche terapeutiche senza fondamento: dai pendolini alle cure a distanza tramite le fotografia, fino alle invenzioni di meravigliose macchine di “riprogrammazione energetica”. Le riflessioni che qui propongo, e che ho sviluppato ampiamente anche in un mio recente lavoro (2014), su cui quest’articolo si basa, hanno lo scopo di tracciare una strada per la definizione

di un solido e scientificamente avanzato modello di medicina e di cura integrata. ! Nell’Oriente e nell’Occidente antico, l’uomo era intero

Prima dell’era cristiana, per limitare l’analisi all’Occidente, l’essere umano era visto, dalla grande maggioranza dei filosofi e dei medici greci e latini, in modo unitario, senza per questo negare la centralità della dimensione psichica e!culturale in genere, anzi assegnando ad essa un posto di grande rilievo anche ai fini del mantenimento e del ristabilimento della salute, cosa che del resto avveniva, nella stessa epoca, anche in Cina (Bottaccioli 2010).

Con l’imporsi della filosofia e della religione cristiana, il paradigma dominante fino alla metà del XIX secolo, è stato di tipo dualistico che, a partire dal XVII secolo, ha assunto la forma del dualismo cartesiano. Negli ultimi 170 anni, il paradigma dominante è di tipo monista riduzionista materialistico. Le forme che ha assunto sono varie e differenti nel corso dei secoli: in particolare nel Novecento, stando alla classificazione di John Searle (2005, p. 68), si è manifestato come comportamentismo, fisicalismo, funzionalismo classico e computazionale (o intelligenza artificiale forte) fino alle forme contemporanee di tipo “identitario” (eventi mentali ed eventi neurali sono identici) ed “eliminativistico” (i fatti mentali non esistono, esistono solo quelli cerebrali). Al di là delle bizzarrie linguistiche dei filosofi della mente, nelle sue varie forme, l’approccio di fondo può essere così riassunto: gli eventi mentali sono eventi fisici e come tali sono riducibili all’attività del sistema nervoso.

Il filosofo della mente John R. Searle (2005, p. 3) scrive che “tutte le più famose e influenti teorie della mente sono false”. Affermazione che, per la sua autorevolezza, consola la mia personale condivisione. Searle chiarisce che è scontato che la mente dipenda dall’attività cerebrale e che quindi abbia un fondamento materiale: in questo senso non si può non essere materialisti, a meno di ricadere in una visione metafisica dell’anima. Ma, al tempo stesso l’attività mentale non può essere ridotta all’attività dei neuroni, nel senso che essa è il prodotto emergente dell’attività nervosa. L’attività mentale “può essere spiegata completamente tramite l’attività dei neuroni, ma questo non dimostra che non sia altro che attività dei neuroni” (p. 108) La mente quindi è distinta dal cervello. Sta qui il suo essere né materialista (riduzionista) né dualista.

La teoria del filosofo di Berkeley è certamente quella che apprezzo di più, ma, a mio modesto avviso, risente di alcuni limiti. Vediamoli: 1. Searle come tutti gli altri filosofi della mente riduce la questione delle relazioni mente-corpo alla relazione mente-cervello che, invece, è un aspetto del problema, non tutto il problema

2. Conseguentemente cita spesso il corpo, ma nei suoi testi il corpo, nella sua complessità biologica che influenza ed è influenzato dalla psiche, non c’è; al massimo c’è qualche circuito od area cerebrale

3. Identifica la mente con la psiche, laddove è platealmente un’operazione arbitraria,anche se largamente condivisa nella cultura anglo- americana

4. Nemmeno intravvede la possibilità che la psiche possa influenzare, cambiandola, la macchina cerebrale da cui emerge. Ma in questo, Searle è in compagnia di molti importanti neuroscienziati, anche se la situazione sta cambiando

La neurobiologia contemporanea nella morsa dell’identità mente-cervello L’esempio più chiaro delle idee che hanno dominato per decenni nella neurobiologia contemporanea sta in un libro di Michael Gazzaniga della fine del secolo scorso. Gazzaniga è un illustre scienziato, direttore di importanti istituti e programmi di ricerca universitaria degli Stati Uniti d’America, nonché editor di un classico Textbook! internazionale The Cognitive Neurosciences. Ecco come il neuroscienziato tratta la questione del rapporto mente-cervello:

La mia opinione su come funziona il cervello è basata su una prospettiva evolutiva che muove dalla considerazione che la nostra vita mentale riflette le azioni di molti dispositivi nervosi, forse da decine a migliaia, installati nel nostro cervello sin dalla nascita. Questi dispositivi compiono per noi operazioni cruciali, dal guidarci quando camminiamo o respiriamo all’aiutarci quando formuliamo sillogismi. Si tratta di dispositivi nervosi di ogni genere e forma e tutti

ingegnosi (Gazzaniga 1999, p. 22) ! È davvero sorprendente l’analogia !tra l’approccio di un neuroscienziato contemporaneo, di grandissimo prestigio, e la visione “ingenua” di Julien O. De La Mettrie. Nelle teorie cognitive del medico-filosofo francese, il cui libro L’homme machine lo rese celebre a metà del Settecento, c’erano le molle che in automatico guidavano la macchina umana, nella neurobiologia dello scienziato americano ci sono i dispositivi nervosi che svolgono la stessa funzione. E affinché non ci siano equivoci, Gazzaniga chiarisce: “Agli inizi può essere difficile accettare che la maggior parte di questi dispositivi svolgano il proprio lavoro prima che noi ne siamo consapevoli. Noi esseri umani abbiamo una visione antropocentrica del mondo. Riteniamo di essere noi stessi a dirigere lo spettacolo […] Ciò non è vero, anche se sembra esserlo in virtù di un dispositivo speciale, chiamato interprete, collocato nell’emisfero sinistro. Interpretando il nostro passato – le azioni già compiute dal sistema nervoso- questo dispositivo ci dà l’illusione di avere il dominio delle nostre azioni” (ibidem, corsivo nel testo). Il pensiero di Gazzaniga è racchiuso in queste frasi: il nostro cervello è una macchina geneticamente predeterminata, dotata di congegni che comandano le nostre attività, da quelle fisiologiche e vegetative fino a quelle comportamentali. In realtà, non siamo padroni di noi stessi: ci sembra di esserlo perché abbiamo un altro congegno in testa che ci dà l’illusione di decidere ciò che in realtà ha già deciso per noi il nostro cervello. Questo modello dell’ Home machine, questa linea del predominio assoluto dell’automatismo biologico, che ha dominato nell’ultimo mezzo secolo la neurobiologia (e la mente di Gazzaniga), privando la psicologia di una biologia di riferimento affidabile, oggi sta scricchiolando, come lo stesso Gazzaniga confessa. !

Una teoria troppo stretta

Nel suo ultimo libro (2013), Gazzaniga ammette che “le cose non sono così semplici” e che “la mente prodotta dai processi fisici del cervello, pone ad esso dei limiti” (p. XIII). Cioè la mente retroagisce sul cervello che l’ha prodotta.

Oltre a questo argomento cruciale, che vedremo nel prossimo paragrafo, Gazzaniga va al cuore del paradigma dell’identità mente cervello. Pur tra molte debolezze argomentative, che appaiono vestigia del peso di una carriera scientifica segnata dall’automatismo cerebrale, il neuroscienziato così riassume le sue opinioni attuali:

a)!!!! Tutti i cervelli sono diversi l’uno dall’altro. Diventa impossibile determinare un pattern di attività in un individuo sia normale che anormale b)!!!! La mente, le emozioni e il modo con cui pensiamo cambiano di continuo. Ciò che viene misurato nel cervello nel momento della scansione (di immagine cerebrale, nota mia) non riflette ciò che è successo nel momento in cui magari uno ha commesso un crimine (p. 220) individui che all’interno di uno stesso individuo. Precedentemente aveva fatto notare che le nuove tecniche di neuroimmagini, come le Immagini del tensore di diffusione e altre ci consentono di capire che la stessa operazione mentale può essere svolta da due individui usando circuiti cerebrali diversi (p. 219).

Gazzaniga,con queste parole, suona la campana a morto della teoria dell’identità così come del funzionalismo e di ogni concezione riduzionista delle attività psichiche.

Searle in un articolo recente (2013), pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle scienze degli USA, sostiene che la ricerca sul tema mente- cervello va a rilento perché la tecnologia di indagine non invasiva del cervello è arretrata. Affermazione solo parzialmente vera, perché le tecniche di neuroimaging !a cui si riferisce Gazzaniga[1], che vanno a misurare il flusso dell’acqua!nel cervello, consentono una visione più precisa delle connessioni cerebrali, soprattutto quelle, per così dire, a lunga gittata che sono realizzate dalla sostanza bianca. Queste tecniche hanno dato vita a un rinnovamento della neuroanatomia in vivo tramite lo studio delle connessioni all’interno degli emisferi, tra gli emisferi e tra aree corticali e sottocorticali, conosciuto come trattografia ( Catani 2012; Catani, Thiebaut de Schotten 2012).

Inoltre, la combinazione di tecniche di Risonanza magnetica funzionale (fRMI) con tecniche di Stimolazione magnetica transcranica (TMS) o di altre metodiche simili, che consentono, in modo non invasivo, di interferire su una precisa area corticale (attivandola o inibendola), ci danno la possibilità sia di stabilire il ruolo di quell’area all’interno del circuito sia di visualizzare il circuito, tramite appunto l’utilizzo combinato di fRMI. Già da questa prima fase di studi di neurofisiologia, utilizzando la combinazione delle tecniche di visualizzazione accennate e di altre, emergono alcune caratteristiche del funzionamento del cervello che spazzano via le speculazioni sul cervello modulare, sull’identità di circuiti neurali- funzione e mostrano invece che la regola è la connessione e l’integrazione tra aree distanti e spazialmente disomogenee (corticali e sottocorticali), che la sincronia di scarica dei neuroni è la modalità di collegamento, che grandissima è la variabilità interindividuale e anche intra-individuale, come suggeriva Gazzaniga nel suo testo.

Dimostrano infine che il cervello è il principale destinatario delle funzioni psichiche che emergono dai suoi circuiti. Le funzioni psichiche, infatti, servono non solo a produrre attività cognitive, sentimenti, emozioni, comportamenti, servono anche e soprattutto a strutturare i circuiti da cui queste attività emergono. La ricerca epigenetica (Bottaccioli 2014) ci ha aperto la via per comprendere come l’ambiente, fin dalle prime fasi di vita, modelli e strutturi l’epigenoma dei principali sistemi cerebrali deputati alle organizzazione dei comportamenti, all’apprendimento e!alla memoria, alle relazioni, in definitiva all’interfaccia con il mondo (McEwen, Morrison 2013). Vediamo meglio questo aspetto, che è anche un punto dolente della neurobiologia contemporanea

e su cui la filosofia della mente, anche quella di Searle, semplicemente sorvola. ! L’ultimo tabù: può la psiche retroagire sul cervello?

Uno dei più celebri neurobiologi contemporanei, Gerald Edelman, premio Nobel per la medicina, che ha dedicato gli ultimi 40 anni allo studio dei meccanismi di produzione della coscienza scrivendo lavori scientifici e libri di grande impatto internazionale, manifesta il suo dissenso radicale verso l’approccio allo studio delle relazioni mente- cervello, che il grande psicologo e filosofo americano William James ha proposto alla fine dell’Ottocento.

Per James la coscienza emerge nel corso dell’evoluzione proprio per governare un sistema nervoso divenuto troppo complesso per regolarsi da sé. Quindi la coscienza retroagisce “sulle correnti nervose”, anche se, ammette, “al momento non sappiamo come questo accada”. Più di un secolo dopo, Edelman (2004) senza mezzi termini dichiara che, pur essendo un ammiratore di James e condividendo sempre! le sue visioni sulla coscienza, il suo punto di vista sulle relazioni tra coscienza e cervello è opposto a quello dello psicologo. Quindi, secondo Edelman, la dimensione psichica non retroagisce sulle condizioni cerebrali da cui emerge. Ma già quando Edelman scriveva queste cose, c’erano neurobiologi che affermavano esattamente il contrario: Francisco Varela e Joseph LeDoux. Sia per Varela (1985) che per LeDoux (2003, p. 444) la questione è chiara: la psiche retroagisce sul cervello, anche se, ammettono, le prove empiriche sul finire del secolo scorso non erano proprio abbondanti.

Antonio Damasio, l’altro grande protagonista della ricerca e del dibattito neurobiologico contemporaneo, dopo aver dedicato diversi libri allo studio delle relazioni cervello-emozioni- cognizione, quindi allo studio delle relazioni che vanno dal basso all’alto (buttom-up) in coerenza con la sua lettura di Baruch Spinoza sulla centralità del corpo che è l’ “oggetto costituente la

mente” (Damasio 2003, p. 254), dedica alcune battute finali del suo ultimo libro! all’ “interattività di biologia e cultura”, al fatto che “gli sviluppi culturali possono portare profonde modificazioni del genoma umano” (Damasio 2012, p. 366).

Anche se è davvero pochino, in un volume di quasi 400 pagine largamente dedicato ancora una volta alla sua ossessione spinoziana, al “cervello che ha in mente il corpo”, resta il fatto che mi pare un segno dei tempi.

Le prove che invocavano Varela e LeDoux oggi cominciano ad esserci. Prove che combinano le tecniche di neuroimaging e quelle di epigenetica.

Come la dimensione psichica e sociale cambia il cervello Dall’epigenetica sappiamo (Bottaccioli 2014) che un comportamento materno o una condizione stressante possono segnare epigeneticamente aree cerebrali fondamentali come l’ipotalamo, l’ippocampo, l’amigdala, le cortecce prefrontali, con conseguenze tendenzialmente stabili nel corso dello sviluppo e, addirittura, in alcuni casi, anche trasmissibili per via transgenerazionale. Il cervello è quindi l’interfaccia flessibile verso l’ambiente, le sue cure, minacce, risorse e opportunità. La via molecolare che gli eventi esterni e interni seguono per modulare il cervello è di tipo epigenetico.

Il cervello è quindi il grande adattatore all’interno della rete dell’organismo. Abbiamo prove che praticare regolarmente un’attività che impegna il cervello!- musica, golf, scacchi, oppure un esame scolastico particolarmente impegnativo o una professione culturalmente impegnativa – modifica aree cerebrali, cambia il volume totale della materia grigia, ristruttura circuiti cerebrali, in una parola induce plasticità cerebrale.

Abbiamo prove che lo stesso accade nel cervello di persone dedite alla meditazione (riassunte in Carosella, Bottaccioli 2012). Abbiamo infine prove che vivere una condizione sociale di esclusione e di povertà lascia segni nel cervello. Al riguardo, un recente studio realizzato in aree disagiate di Glasgow in Scozia, mostra che lo svantaggio sociale è associato a una riduzione della superficie delle cortecce parietali e dell’area di Wernicke, fondamentali, rispettivamente, per le attività esecutive e linguistiche (Krishnadas 2013). Altre ricerche hanno associato anche svantaggio sociale, architettura della materia bianca e infiammazione sistemica (Gianaros 2013). E qui il cerchio va a chiudersi.

La dimensione psichica e il cervello sono davvero nel corpo, che non è solo comunicatore di sensazioni e bisogni da cui emergono emozioni e sentimenti, secondo la prospettiva di Damasio. Il corpo ha i suoi grandi sistemi di regolazione fisiologica, tra cui in primis il sistema immunitario che è condizionato da e condiziona l’attività psichica e nervosa.

Arrivati a questo punto, posso riassumere i punti fondamentali della nuova visione delle relazioni mente-corpo, fondata sulla rivoluzione scientifica in corso.!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!!!!!!!!! !

Una visione più ampia e profonda

C’è una relazione indubitabile tra cervello, psiche e mente[2]. Tradizionalmente, la difficoltà ad accettare questa relazione è legata all’idea che l’emergenza di uno stato mentale, giudicato immateriale, non possa provenire da un substrato biologico, materiale per antonomasia.

Questa difficoltà si fonda sulla logica occidentale antica, ma negli ultimi cinquanta anni è diventato chiaro che modificazioni che intervengono in un livello possono far emergere realtà, le cui caratteristiche non sono contenute nel livello da cui sono emerse. È il principio della complessità. Le relazioni mente corpo non sono più relazioni tra sostanze diverse (dualismo), ma non sono nemmeno la fine di ogni relazione: la psiche non è un epifenomeno dell’attività nervosa. La psiche emerge come imponente multisistema dall’attività delle reti neurali, ma ha una sua vita, i suoi codici, la sua relativa autonomia e retroagisce sulla biologia condizionandola nel bene e nel male.

I meccanismi con cui l’attività psichica emerge si fondano su circuiti nervosi, che, pur avendo dei nodi fondamentali, che potremmo chiamare hub

secondo la terminologia della systems biology, normalmente coinvolgono gruppi di neuroni anche molto distanti tra loro e collocati in aree diverse (corticali e sottocorticali). Neuroni che vengono reclutati nel circuito entrando in risonanza e cioè “scaricando” (attivandosi) alle medesime frequenze elettriche. Di fronte a un evento, questa modalità consente di produrre un circuito che, per esempio, coinvolge aree corticali (esecutive prefrontali), aree emozionali sottocorticali (amigdala), aree limbiche legate alla memoria (ippocampo) e allo stress (ipotalamo). È un superamento della mente modulare che però non annulla la specificità funzionale delle diverse aree cerebrali.

Le vie tramite cui il livello psichico influenza gli altri livelli sono raggruppate nel sistema nervoso centrale e periferico e in particolare nel sistema dello stress, con le sue correlazioni neuroendocrine, nervose e immunitarie,

Le modalità con cui opera il livello psichico sono, con tutta probabilità, centrate sulle immagini. Come ha proposto Gregory Bateson (1984), l’immagine è forse il modo più economico, che ha il cervello dei mammiferi, per far passare rapidamente informazioni tramite varie interfaccia cerebrali.

Nell’immagine c’è una informazione sintetica capace di attivare vari circuiti, ma in modo particolare i circuiti che collegano il sistema limbico (amigdala, ippocampo e ipotalamo) con le aree corticali elaborative ed esecutive.

Le immagini, che attivano modelli interpretativi e di comportamento, sono strettamente personali, hanno i nostri colori, il nostro odore, il nostro calore, come dice William James. Vengono costruite dando il nostro segno al vasto materiale proveniente dal contesto storico evolutivo, sociale e interpersonale.

Il livello psichico è influenzato non solo dal sistema nervoso centrale, ma anche dagli altri sistemi, che reagiscono a stimoli ambientali e a comportamenti individuali. La psiche può essere influenzata dall’alimentazione, dall’attività fisica, dall’attività del sistema immunitario.

La psiche non è riducibile alla mente intesa come attività cosciente. Nelle sue dimensioni inconscia, emozionale e cosciente, è il frutto dell’evoluzione che si realizza tramite un contesto umano, che è sociale, culturale e storicamente determinato, che interagisce con contesti naturali più ampi. In questo senso, come ha giustamente notato il neuropsicologo russo Alexander Lurija (1999, pp. 7-10), non è possibile ridurre l’evoluzione della psiche umana all’evoluzione del cervello. Occorre invece inquadrare il formidabile contributo che la psiche umana, tramite la trasmissione culturale intergenerazionale, ha fornito all’evoluzione del cervello e dell’organismo umano nel suo insieme. !

In conclusione

Il dibattito contemporaneo sulla relazione psiche- cervello è estremamente rilevante per il rinnovamento delle scienze e delle professioni della cura. Il nuovo paradigma è quella della costruzione di una Scienza della cura integrata che si basa sulla conoscenza dell’essere umano come un intero, come un network in cui la dimensione psichica e i sistemi biologici s’influenzano vicendevolmente (Psiconeuroendocrinoimmunologia). Questa è la versione forte della “medicina integrata”, scientificamente fondata (che quindi non vende illusioni né magie), per la quale direi vale la pena impegnarsi. La versione debole, quella che aggiunge agopuntura e/o omeopatia e/o fitoterapia alla medicina corrente, personalmente non mi entusiasma e mi pare che questo sentimento sia sempre più largamente diffuso tra gli operatori e a livello d’opinione pubblica.! Con il rischio che, tramontando (come mi pare stia accadendo) la luna di miele tra settori dinamici dell’opinione pubblica e le medicine non convenzionali, si ripiombi nella più bieca ortodossia. Per combattere questa prospettica deleteria e salvare i preziosi patrimoni culturali e clinici rappresentati dalle medicina antiche ed eterodosse, occorre, a mio avviso,!alzare lo sguardo e attrezzarsi sempre meglio a una battaglia scientifica !e culturale di alto livello. ! Riferimenti bibliografici Bateson G. (1984) Mente e natura, Adelphi, Milano Bottaccioli F. (2005) Psiconeuroendocrinoimmunologia. I fondamenti scientifici delle relazioni mente-corpo. Le basi razionali della medicina integrata, II ed., RED, Milano Bottaccioli F (2010) Filosofia per la medicina. Medicina per la filosofia. Grecia e Cina a confronto, Tecniche Nuove , Milano Bottaccioli F (2014) Epigenetica e Psiconeuroendocrinoimmunologia. Le due facce nella rivoluzione in corso nelle scienze della vita, Edra-Elsevier, Milano Carosella A., Bottaccioli F (2012) Meditazione, psiche e cervello, II ed, Tecniche Nuove, Milano Catani M et al. (2012) Beyond cortical localization in clinico-anatomical correlation, Cortex 48: 1272-1287 Catani M, Thiebaut de Schotten M. (2012) Atlas of Human Brain Connections, Oxford University Press, Oxford Damasio A. (2003), Alla ricerca di Spinoza, Adelphi, Milano, Damasio A. (2012)! Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, Adelphi, Milano. Edelman G. (2004) Più grande del cielo. Lo straordinario dono fenomenico della coscienza, Einaudi, Torino, Gazzaniga M. (1999) La mente inventata, Le basi biologiche dell’identità e della conoscenza, Guerini, Milano, Gazzaniga M. (2013) Chi comanda? Scienza, mente e libero arbitrio, Codice, Torino, !Gianaros PJ et al (2013) Inflammatory pathways link socioeconomic inequalities to white mater architecture, Cerebral Cortex 23: 2058-71 Krishnadas R et al (2013) Socioeconomic deprivation and cortical morphology: psychological, social and biological determinants of ill health study, Psychosomatic Medicine 75: 616-623 LeDoux J (2003) Il sé sinaptico, Cortina, Milano Lurija A. (1999), Corso di psicologia generale, 2a ed., Editori Riuniti, Roma McEwen BS, Morrison JH (2013) Brain on stress: vulnerability and plasticity of the prefrontal cortex over the life course,Neuron 79: 16-29 Searle J.R. (2005) La mente, Cortina Editore, Milano Searle J.R. (2013) Theory of mind and Darwin’s legacy, PNAS 110 (suppl 2):10343-10348

Varela F. (1985), Complessità del cervello e autonomia del vivente, in La sfida della complessità, a cura di Bocchi G., Ceruti M. Feltrinelli, Milano.

[1] Le Tecniche di diffusione rilevano il movimento delle molecole d’acqua (diffusione) che viene diversamente ostacolato dai diversi comparti cerebrali (sostanza bianca, grigia, liquor). Quindi lo studio della diffusione delle molecole d’acqua può fornirci informazioni sui tessuti. DWI (Diffusion Weighted Imaging Immagini pesate sulla diffusione) consentono di identificare un contrasto tra aree, mentre quelle pesate sul tensore di diffusione DTI ! identificano la direzione del flusso che, in particolare per la sostanza bianca dove il flusso è più direzionato (anisotropico) , possono fornire la base per costruire immagini trattografiche e quindi identificare le connessioni cerebrali.

! [2] Ho trattato ampiamente questo aspetto delle relazioni psiche cervello, anche nella sua dimensione di storia delle idee, in Bottaccioli 2005, pp.145-172




La mindfulness è uno strumento di prevenzione primaria o secondaria? Primi risultati di un intervento psicologico in un gruppo di soggetti sani

Isidoro Annino* Yannick Hainaut** Elisa Ponzio***

Una serie di studi clinici ha da tempo dimostrato l’efficacia degli Interventi psicologici basati sulla piena coscienza (IBPC), la mindfulness degli anglosassoni, nella prevenzione delle ricadute depressive in pazienti in remissione da episodi depressivi maggiori ricorrenti, nel trattamento di turbe depressive croniche ricorrenti, delle turbe ansiose generalizzate, della bulimia, dello stress psicologico e del nervosismo, nonché del deficit di attenzione con iperattività. Un miglioramento della qualità della vita in risposta a questo tipo di interventi è stato osservato in soggetti affetti da dolore cronico, fibromialgia, cancro, e ancora nella riabilitazione cardiaca negli adulti e nei bambini ed adolescenti affetti da malattie croniche invalidanti. Nell’ambito di campioni non clinici, l’apprendimento della piena coscienza è associato ad una riduzione del livello di psicopatologia generale, ad una riduzione dell’intensità e della frequenza delle emozioni negative, ad una diminuzione del livello generale d’ansia.

Anche se i programmi di apprendimento della piena coscienza possono essere qualificati di intervento psicologico, la comunità scientifica è d’accordo oggi sul fatto che questo intervento non costituisce una forma di psicoterapia (1). Sebbene le terapie psicologiche dette di “terza generazione” riposino in gran parte sull’inclusione di esercizi di piena coscienza, i programmi di apprendimento esclusivamente basati sulla piena coscienza, cioè MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Therapy) e MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction),

costituirebbero, secondo alcuni, prima di tutto degli interventi psicologici di prevenzione primaria e secondaria (2). In questo senso, meritano di essere citati tra gli altri : lo studio clinico controllato di Shapiro e coll. (3), che hanno valutato se le persone in possesso di livelli elevati di capacità di attenzione potessero beneficiare di un intervento di MBSR, mostrando che, rispetto ad un gruppo di controllo, soprattutto nei soggetti con maggiori livelli attenzionali di partenza, il trattamento ha degli effetti importanti su più aspetti, compreso l’aumento della capacità di attenzione, il benessere soggettivo e l’empatia misurata dopo 2 e 12 mesi dopo il trattamento; ancora, gli studi che hanno valutato gli effetti di IBPC su professionisti della sanità e gruppi di insegnanti per verificare l’eventuale abbattimento degli effetti dello stress e l’aumento del benessere soggettivo, hanno evidenziato un netto miglioramento della sensazione di rilassamento e della soddisfazione in rapporto alla vita, nonché una specifica tendenza ad una migliore capacità di gestione delle emozioni (4); infine, alcune metanalisi, come quella condotta da Grossman e coll. (5), hanno confermato che questo tipo di interventi è in grado di rinforzare le caratteristiche generali per far fronte agli stress della vita quotidiana ed alle turbe connesse con situazioni di stress grave. In realtà, allo stato, non sono molti gli studi sperimentali che hanno preso in considerazione gli effetti della Mindfulness nel campo della della vita di popolazioni generali sane. Per queste motivazioni abbiamo ritenuto interessante condurre uno studio destinato a valutare gli effetti, immediati e a distanza di tre e sei mesi, sulla percezione della salute e la qualità della vita, di un intervento di Mindfulness in gruppi di popolazione eterogenea di adulti sani. Il nostro obiettivo è stato primariamente quello di verificare la possibilità che questa pratica possa rappresentare, oltre a quanto già noto, anche un pratico e valido strumento di promozione della salute.

Il presente articolo si riferisce ai primi risultati, cioè a quelli ottenuti alla conclusione del periodo di apprendimento di 8 settimane di un primo gruppo di praticanti, mentre per i risultati del follow-up a 3 e 6 mesi dalla conclusione della formazione e per quelli di ulteriori gruppi rimandiamo ad una successiva pubblicazione.

Metodi

Lo studio sperimentale, prospettico, longitudinale è stato attivato nel Novembre 2013 e ne è dunque tuttora in corso il follow-up. Esso ha previsto una variabile inter-soggetti (soggetti ad iscrizione spontanea aperta): gruppo di partecipanti vs gruppo controlli (partecipanti potenziali in lista di attesa per successivi gruppi) appaiati uno a uno per sesso, età (+2 a.) e categoria professionale; e una variabile intra-soggetto (pre-test vs post-test). L’intervento basato sulla piena coscienza ha una durata di 8 settimane e consiste in 8 sessioni in gruppo di 2 ore e 30 minuti. Esso è basato sul manuale di Segal e coll. (6), predisposto per la prevenzione delle ricadute depressive, ma è stato adattato per le conseguenze legate allo stress psicologico ed all’ansia, introducendo, secondo le indicazioni di Kabat-Zinn (7), la psico-educazione nelle sessioni 4 e 5. Nel corso delle sedute di gruppo vengono insegnate e praticate numerose e svariate forme di meditazione : scan corporale, piena coscienza della respirazione, esercizi di hata yoga, meditare mangiando, meditazione dei suoni e dei pensieri, marcia cosciente. I tempi di classe sono suddivisi tra la pratica, piccole e grandi discussioni di gruppo sulle esperienze dei partecipanti nel corso delle pratiche meditative, in sede, a domicilio, e nella vita quotidiana, ed attività di rinforzo delle competenze di piena coscienza al fine di: migliorare la consapevolezza del proprio corpo e della propria mente; rimpiazzare le reazioni automatiche con risposte consapevolmente scelte; realizzare una maggiore consapevolezza nelle abilità di comunicazione interpersonale. Per le pratiche a domicilio i partecipanti hanno ricevuto dei files audio, appositamente registrati dall’istruttore certificato, e sono stati invitati a praticare per almeno 45 minuti al giorno per i 6 giorni tra una sessione e l’altra. Al fine di registrare quotidianamente tale attività pratica i partecipanti hanno ricevuto degli appositi fogli di auto-osservazione che sono stati di volta in volta raccolti in occasione delle sessioni di gruppo.

Prima di essere ammessi al gruppo, gli iscritti sono stati invitati ad una seduta di valutazione con l’istruttore certificato. Nel corso della stessa essi hanno compilato i questionari pre-test e sono stati indagati, secondo le indicazioni della letteratura,

per i seguenti criteri di esclusione alla partecipazione: dissociazione, turbe bipolari non stabilizzate, sequele psicologiche di abuso fisico, emozionale o sessuale non trattate, depressione grave in fase acuta, attacchi di panico violenti ricorrenti, turbe psicotiche (allucinazioni, deliri, etc.), dipendenze patologiche da droghe o sostanze psicoattive, lesioni cerebrali note, tumore cerebrale, uso di psicotropi. Inoltre è stato ottenuto, sia per i partecipanti che per i controlli, un consenso informato alla partecipazione allo studio sperimentale. Nel corso di una sessione preliminare, i soggetti selezionati a far parte del gruppo dei praticanti hanno assistito ad un incontro informativo sulle basi scientifiche della Mindfulness e sul programma di svolgimento dell’intervento, con un marcato invito alla pratica quotidiana della Mindfulness nel corso del periodo di apprendimento e successivamente allo stesso. Il gruppo di cui si riferisce nel presente lavoro, dopo alcune esclusioni connesse con i citati criteri, è risultato costituito da 13 soggetti (11 donne e 2 uomini), con un’età media di 51 anni ed appartenenti prevalentemente alle categorie degli insegnanti e degli impiegati. Corrispondentemente il gruppo dei 13 controlli aveva un’età media di 50,8 anni ed identica distribuzione di sesso e professionalità. I questionari pre-test/post-test utilizzati per lo studio, tutti validati, sono del tipo autosomministrato: per la valutazione della salute mentale, il! Symptom Check-list-90 revisionato (8) (SCL-90-R); per la percezione della qualità della vita, il WHOQOL-Short (9); per lo stile di ruminazione mentale, una specifica modalità di pensare che quando disadattiva, è caratterizzata da una forma di pensiero ripetitivo che consiste nel rimuginare su sintomi sgradevoli ed esperienze interiori negative, e che è presente, anche, in molti disturbi mentali, !il Mini-CERTS (10); infine, per la misura delle capacità di essere in stato di piena coscienza, è stato usato il Five Facets Mindfulness Questionnaire (FFMQ) (11). Gli stessi questionari sono stati somministrati ai partecipanti ed ai loro controlli, raggiunti per via elettronica, al termine delle 8 sessioni (in media dopo 56,5 giorni).

Risultati

Prima dello svolgimento dell’IBPC le analisi dei questionari somministrati ai due gruppi di partecipanti e di controlli non mostravano significative differenze tra i soggetti coinvolti circa i diversi paramentri in studio. Durante le 8 settimane di apprendimento i partecipanti hanno dimostrato, attraverso la compilazione dei fogli di auto-osservazione, di aver seguito con molta assiduità le istruzioni ricevute per le pratiche a domicilio : la percentuale media di pratica meditativa è stata del 82% (intervallo : 58-100%) e quella di pratica respiratoria del 71% (intervallo : 50-99%).

I risultati ottenuti dopo il periodo di svolgimento dell’IBPC sono in questa sede, per brevità espositiva, così riassumibili : ·!!!!!! La Salute mentale!: la gravità globale dei sintomi percepiti nel gruppo dei partecipanti si è ridotta in media, in modo statisticamente altamente significativo (a.s.), del 64%, contro una riduzione del 16% nei controlli; in particolare i disturbi dasomatizzazione si sono abbassati mediamente del 38% (a.s.), contro un non significativo (n.s.) 5% tra i controlli (c); quelli dadepressione si sono ridotti del 34% (a.s.) (c : 6% n.s.); e quelli da ansietà del 40% (a.s.) (c : 5% n.s); ·!!!!!! La Qualità della vita percepita : è cresciuta, come dato generale, tra i partecipanti di uno statisticamente significativo (s) +13% (c : + 6 n.s.); come valore di Salute fisica di un + 31% (a.s.) (c : +2% n.s.); come dato di Salute biologica di un +16% (a.s.) (c : -4% n.s); come misura di Salute psicologica di un +19% (a.s.) (c : +1% n.s); come valore concernente le Relazioni sociali di un +7% (s) (c : 2% n.s.); ed, infine, come dato relativo alle Condizioni! ambientali di un! 9% (a.s.) (c : +1 n.s.); ·!!!!!! La Ruminazione mentale : la dimensione relativa alla ruminazione disadattiva, con le sue conseguenze ed implicazioni passive ed improduttive, si è ridotta in media del 22% (a.s.) tra i partecipanti e di un 5% (n.s.) tra i controlli; corrispondentemente la cosiddetta ruminazione adattiva, quella utile e costruttiva per il controllo dei disturbi dell’umore, è aumentata del 19% (a.s.) nei primi e diminuita di un 4% (n.s.) nei secondi; ·!!!!!! La Capacità a vivere in piena coscienza, suddivisa nelle sue cinque componenti fondamentali, ha subito importanti e positive modifiche : con la capacità di Osservazione, misurata come abilità a percepire le esperienze interne e quelle esterne (sensazioni, sentimenti, emozioni, suoni, odori, etc.), cresciuta mediamente del 14% (a.s.) (c : -3%, n.s.); la capacità di Descrizione, cioè l’attitudine a saper etichettare le esperienze interne, aumentata di un 13% (s) (c : -1% n.s.); la capacità ad Agire con consapevolezza, che comprende il non essere preda del proprio pilota automatico, sviluppatasi del 25% (a.s.) (c : 1% n.s.); la capacità a Non giudicare l’esperienza interiore, cioè l’attitudine a non valutare i propri pensieri e sentimenti, passata ad un + 21% (a.s.)

(c : +3% n.s.); ed, infine, la capacità a Non reagire all’esperienza interiore, cioè la tendenza a permettere ai pensieri ed ai sentimenti di andare e venire liberamente, che è esplosa di un +33% (a.s.) (c : +3 n.s.).

Conclusioni

I primi risultati di questo nostro studio clinico controllato, in accordo con altri studi (12), (13), dimostrano, al termine del programma di 8 settimane di un intervento psicologico basato sulla piena coscienza, che i soggetti praticanti riconoscono un netto e statisticamente significativo miglioramento dei livelli percepiti di qualità della vita, sia in senso fisico, che biologico, che psichico ed una consistente diminuzione dei sintomi da stress psicologico. In particolare, sono state evidenziate riduzioni significative dei livelli di somatizzazione, di ansietà e di depressione ed è stato confermato il fatto che la formazione della piena coscienza sviluppa una competenza di base nell’autoregolazione psicologica e nella capacità ad essere consapevoli di quel che accade nel qui ed ora. La valutazione del pensiero ruminante ha dimostrato la netta riduzione della componente disadattiva e ripetitiva e la crescita di quella adattiva. Come noto queste due dimensioni sono moderatamente e negativamente correlate, poiché

l’aumento della seconda inibisce l’altra e consente alla persona di riacquisire il controllo sul flusso dei propri pensieri dai quali apprende a distaccarsi limitandosi ad osservarli ed a lasciarli andare, senza esserne catturato e senza lasciarsi travolgere dalle emozioni che questi portano sempre con loro. In tal senso, con i suoi numerosi cambiamenti positivi in ambito psichico, questo studio conferma l’idea che l’allenamento ad uno stato di piena coscienza inibisca la trasformazione secondaria e più elaborativa del pensiero (14).!

Un’esame minuzioso delle schede di auto- osservazione sulle pratiche effettuate a domicilio, compilate quotidianamente dai partecipanti, ha confermato la stretta associazione esistente tra l’assiduità e la qualità delle pratiche !meditative e respiratorie dei singoli ed i miglioramenti da ciascuno di essi ottenuti. Cambiamenti percepiti nella tensione muscolare corporea e nei sentimenti di benessere e di trasformazione positiva dello stato psichico sono stati rilevati, fin dalle prime settimane, nei praticanti più attenti e perseveranti, ed hanno continuato a progredire successivamente,! lungo tutto il periodo delle 8 settimane di pratica meditativa, estendendosi !all’ambiente di vita e di lavoro degli stessi. A nostro avviso, questi indubbi effetti di prevenzione primaria e secondaria della Mindfulness, dovrebbero incitare i medici : da una parte, come uno di noi ebbe già modo di affermare nel lontano 2008 in occasione del I Congresso Nazionale della Società Italiana di Psico Neuro Endocrino Immunologia (15), a prendere in considerazione e diffondere tra la popolazione, al fine di promuovere la propria salute, l’utilizzo anche di questo strumento, tra gli altri più tradizionalmente noti a disposizione dell’individuo – attività fisica, corretta alimentazione, comportamenti sani, etc.-; dall’altro, ad integrare i trattamenti biomedici classici dei soggetti che soffrono di psicopatologie in fase iniziale e di grado modesto, con approcci meno convenzionali e più olistici come quello, appunto, degli Interventi psicologici basati sulla piena coscienza. Sarà interessante vedere cosa accade ai soggetti partecipanti nel corso del periodo successivo alla fase di formazione. Quanti di loro sapranno effettivamente perseverare nella pratica meditativa anche dopo 3 e 6 mesi ? Quanti avranno fatto di essa una abitudine irrinunciabile ? Quali ulteriori benefici ne possono derivare ? Ed, al contrario, quali sono gli eventuali ostacoli all’installazione di questo “stile di vita” per promuovere la propria salute ? Ci auguriamo di trovare le giuste risposte a queste domande grazie alle valutazioni che potranno derivare dal follow-up in corso.

Bibliografia

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Stress Reduction Effects by Trait Mindfulness: Results From a Randomized Controlled Trial. Journal of Clinical Psychology, 2011, 67(3), pgg. 267–277. 4.!!!! Poulin P.A., Mackenzie C.S., Soloway G. & Karayolas E., Mindfulness training as an evidenced- based approach to reducing stress and promoting wellbeing among human services professionals. International Journal of Health Promotion & Education, 2008, 46, 2, pgg. 35-43.

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10.! Barnard P., Watkins E., Mackintosh B. & Nimmo-Smith I., Getting stuck in a mental rut: Some process and experiential attributes. Paper presented at the 35th congress of the British Association for Behavioural and Cognitive Psychotherapies, Brighton, England, 2007.

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12.! Williams K. A., Kolar M. M., Reger B. E. & Pearson J. C., Evaluation of a wellness-based mindfulness stress reduction intervention: A controlled trial. American Journal of Health Promotion, 2001, 15, pgg. 422–432.

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14.! Kingston T., Dooley B., Bates A., Lawlor E. & Malone K., Mindfulness-based cognitive therapy for residual depressive symptoms. Psychology and Psychotherapy-Theory, Research and Practice, 2007, 80, pgg. 193–203.

15.! Annino I., Ripensare Igea. Promuovere la salute nell’Era delle evidenze scientifiche della ricerca in campo Pnei. In Geni e comportamenti!: scienza ed arte della vita, Red Ed., Milano 2009, pgg. 131-138.




Sul placebo e sui suoi insegnamenti

Carlo Di Stanislao*

“Senza entusiasmo non si è mai compiuto niente” Ralph Waldo Emerson “La natura umana ha, anche lei, strane ragioni

bicornute che il cuore certamente ignora”

Graham Greene

La parola placebo si riferisce ad una sostanza che non ha alcun effetto curativo né alcun effetto nocivo. Nella medicina moderna questa pillola fa parte delle ricerche cliniche sull’efficacia reale dei farmaci che vengono proposti dai laboratori dove si sintetizzano chimicamente molecole nuove. Si vuole eliminare in tal modo la componente emotiva, psichica, legata nel terapeuta al desiderio di vedere dei successi e nel paziente ad un parallelo desiderio di ricevere una sostanza finalmente capace di alleviare le sue sofferenze. Il modello di medicina che predomina in Occidente (e spesso la pratica che ne deriva) si alimenta di una visione dualista dell’essere umano, quella del corpo-macchina separato dalla mente. Ma gli uomini non sono macchine. L’influsso di questo mondo dei significati sulla biologia umana è un fenomeno da considerare con attenzione nella cura del malato. Nell’opinione comune l’efficacia della terapia è attribuita a fattori specifici come i farmaci o gli interventi chirurgici. Ma molte cose accadono in medicina che non hanno quest’unica spiegazione; ad esempio, l’effetto placebo. Nell’antichità i farmaci in uso erano pressoché tutti dei placebo, cioè sostanze o insiemi di sostanze prive di qualsiasi autentica efficacia, che venivano assunte dai malati sulla base della fiducia nel sacerdote, che spesso era anche medico, o nello sciamano, talvolta con risultati eccellenti. In tempi recenti i placebo hanno assunto sempre maggiore importanza, spesso per una sfiducia nei risultati della medicina “ufficiale”, e con il diffondersi delle cure omeopatiche, scatenando polemiche tra fautori

e detrattori. Decidere di recarsi dal medico, essere visitati, rassicurati, ottenere una prescrizione, seguire le indicazioni ricevute, eccetera, tranquillizza il malato, ne riduce l’ansia e lo stress, e ne rafforza di conseguenza le capacità di auto guarigione. L’effetto placebo è sorprendente. Una pastiglia finta può ridurre i dolori cronici, l’asma, l’ipertensione, angina pectoris. Se si somministra a dei soggetti una bevanda analcolica, dicendo che invece contiene alcool, molti si sentiranno leggermente ebbri. Anche certe piccole operazioni chirurgiche comuni negli anni ’50, come la legatura di alcune arterie nella cura dell’angina pectoris si sono dimostrate inutili quando confrontate con una specie di placebo chirurgico: un’incisione superficiale. È dimostrato che qualunque terapia medica 8ed anche, come si è visto, chirurgica), comprese quelle complementari alternative, se attuata in un clima di fiducia reciproca tra paziente e terapeuta, anche grazie all’effetto placebo, può apportare benefici al paziente stesso. Tuttavia, poiché la consapevolezza dell’effetto placebo da parte del paziente determinerebbe un annullamento dell’effetto stesso, non è possibile alcuna terapia “alternativa” che dichiari espressamente di utilizzare il placebo come proprio metodo di cura. Molti ricercatori non amano sentirsi ricordare che ogni farmaco, anche il più efficace, può agire almeno in parte grazie all’effetto placebo, ma è un fatto che la seduta del dentista o le medicazioni in ambulatorio sono più dolorose se mentre aspettiamo in sala di attesa sentiamo che qualcuno urla o si lamenta. Un dato di cui medici e personale sanitario dovrebbero tenere conto. Oggi la medicina tende a concentrarsi sulle cause molecolari e biochimiche della malattia, guarda meno all’aspetto umano e psicologico. Ma stiamo cominciando a capire che la psiche gioca un ruolo importante sulla genesi e la percezione di ogni patologia. Secondo Ellen Langer, docente di psicologia ad Harvard e un’autorità degli studi sulla mente e la consapevolezza, il placebo è “un meccanismo che, convincendoci che staremo meglio, attiva le potenzialità del nostro organismo”. Gli studi sul dolore aiutano a capire come questo possa accadere.”L’analgesia da placebo mostra come aspettative o credenze possono influenzare la percezione del dolore”, spiega Porro:”Abbiamo visto chiaramente che l’assunzione del placebo riduce l’attività di aree cerebrali che rispondono agli stimoli dolorosi, in modo coerente con la riduzione di dolore riportata dal soggetto”. È la prima volta che da uno studio emerge così chiaramente il parallelo tra riduzione del processo sensoriale che genera i segnali alla base del dolore (effetto del placebo), e riduzione dell’intensità percepita del dolore stesso”.Altri studi mostrano che il niente che cura funziona anche attraverso l’apprendimento sociale, grazie a un meccanismo neuronale che i ricercatori definiscono “specchio”: se vediamo qualcuno che trae beneficio da una terapia, quando ci viene somministrato qualcosa di apparentemente identico ci sentiamo meglio, anche se si tratta di un placebo. Un’ampia rassegna pubblicata su “Lancet da! un gruppo di ricercatori, tra cui Damien Finniss dell’Università di Sidney e il neurofisiologo italiano Fabrizio Benedetti, suggeriscono che il “niente” può davvero curare. Il meccanismo alla base dell’effetto placebo è “psicosomatico” nel senso che il sistema nervoso, in risposta al significato pieno di attese dato alla terapia placebica prescrittagli, induce modificazioni neurovegetative e produce una serie numerosa di endorfine, ormoni, mediatori, capaci di modificare la sua percezione del dolore, i suoi equilibri ormonali, la sua risposta cardiovascolare e la sua reazione immunitaria. In una certa misura possono confondersi con l’effetto placebo anche la guarigione spontanea di un sintomo o di una malattia, così come pure il fenomeno della regressione verso la media. In altre parole il paziente si rivolge al medico “quando proprio non ne può più” e poi i suoi disturbi rientrerebbero comunque nella media. Questo ritorno ai livelli normali del disturbo può essere scambiato per effetto placebo. Va ricordato che l’impatto vero del placebo emerge quando si esce dal mondo dei laboratori e delle sperimentazioni. Le interazioni psico-sociali sono fondamentali per l’evoluzione della modulazione cognitiva del dolore, e quindi per l’esito clinico. Non possiamo pensare che un distributore automatico di farmaci funzioni come un medico attento e premuroso in camice bianco. A confermarlo, una serie di studi che mostrano come una terapia antidolorifica somministrata all’insaputa del paziente risulti molto meno efficace della stessa terapia, ma assunta con il supporto e la presenza attenta del personale sanitario. Non solo: durante alcune sperimentazioni è stato detto ai pazienti che la sostanza che assumevano avrebbe potuto essere indifferentemente un placebo o un farmaco, e si è visto che questa informazione ha condizionato la risposta alla terapia. Sappiamo che più il paziente riceve spiegazioni convincenti, più la terapia è efficace. Anche quando si tratta di un vero farmaco. L’effetto placebo non è circoscritto solo ad alcune patologie ma si può manifestare nel corso di terapie sia di malattie mentali che di psicosomatiche e somatiche, potendo coinvolgere quindi ogni sistema o organo del paziente. Per

rispondere sia a grande successo del Power Bilance (su cui l’Antitrust ha appena aperto un’indagine) che per dimostrare l’importanza della mente nella percezione del benessere,! Gilberto Di Benedetto, fisioterapista e psicologo che ha messo a punto un nuovo “baccelletto” denominato Power Keys (Pk), ha dichiarato che lo stesso “non sarà in vendita, ma sarà dato in omaggio come gadget per promuovere corsi di un centro studi tecniche ipnotiche”, per dimostrare come l’effetto placebo possa influire positivamente equilibrio,mobilità e forza, solo basandosi sull’effetto placebo. Questo braccialetto, assicura l’esperto in una nota, è un “amplificatore naturale di energia che sintonizza il corpo e lo prepara a grandi prestazioni. Aumento di resistenza, equilibrio, forza, flessibilità sono solo alcuni dei vantaggi descritti dalle persone che usano la tecnologia naturale Pk.! Molti dei volontari che hanno partecipato alla sperimentazione del braccialetto hanno riportano con grande soddisfazione che li aiuta a recuperare più velocemente, a ridurre stress, a migliorare la concentrazione e a sentirsi tonici ed elastici. I medici che hanno testato Pk, hanno riscontrato che amplifica istantaneamente gli stati di energia positiva del nostro corpo diminuendo lo spreco di energia causato da diversi fattori. Insomma, a differenza del più noto braccialetto americano, il Pk usa in maniera del tutto lecita i meccanismi del placebo, regolarmente studiati in medicina. Ma il placebo ha anche i suoi risvolti negativi. Chi prende un placebo spesso accuserà anche effetti collaterali spiacevoli (nausea, capogiri, eczemi, ecc.). Si parla di effetto “nocebo”, e addirittura di un “effetto stregone”. Credendosi colpiti da una maledizione , o più banalmente dal “malocchio” o da una “fattura”, ci si sentirà davvero male, fino a conseguenze tragiche, anche perché si adotterà una serie di comportamenti dettati dall’ansia e dalla paura.

Letture consigliate:

Bassi R.: L’effetto placebo, Ed. Libreria Cafoscarina, Venezia, 2010.

Benedetti F.. Placebo effects, Ed. Oxford University Press, Oxford, 2008.

Benedetti F.: Realtà incantata. L’effetto placebo nella vita di tutti i giorni, Ed. Zelig, Milano, 2000.

Brody H.: Per una filosofia della guarigione. Scienza ed etica dell’effetto placebo, Ed. Franco Angeli, Milano, 1998.

Di Stanislao C.: Argomenti di medicina. Il dialogo e il confronto fra culture e modelli, Ed. Fondazione Silone, Roma-L’Aquila, 2007.

Dobrilla G.: Solo scienza e coscienza? Caso, intuizioni, ambizioni, ingenuità, evidenze e pericoli in medicina e chirurgia, Ed. il Pensiero Scientifico, Roma, 2006.

Dobrilla G.: Placebo e dintorni. Breve viaggio tra realtà e illusione, ed. il Pensiero Scientifico, Roma, 2004.

Lemoine M.: l’effetto placebo, Ed. Red, Como, 1999.

Lombardi Ricci M.,! Leone S. (a cura di): La fiducia che guarisce. L’uso del placebo tra scienza ed etica, Ed. Istituto Siciliano di Bioetica, Palermo, 2006.

Moerman D.E.: Placebo. Medicina, biologia, significato, Ed. Vita e Pensiero, Roma, 2004.




I Commentari di Padre Matteo Ricci: un resoconto della Cina del 1600 attualissimo per gli europei del III millennio – capitolo V

1. Natura, numero dei caratteri e suoni della lingua cinese scritta. 2. Grande anfibologia, attenuata alquanto dai cinque toni. 3. La lingua scritta cinese è la stessa per tutta la Cina e per i paesi limitrofi. 4. Uso comune della lingua mandarina in Cina e anche dei Katakana in Giappone. 5. Vantaggi morali e svantaggi intellettuali di una lingua così difficile. 6. Confucio, massimo filosofo morale della Cina; suo culto. 7. Scienze matematiche ed astronomiche; astrologia. 8. Doppio Collegio dei matematici ossia degli astronomi, quello dei cinesi e quello dei maomettani. 9. Falsa idea della natura delle eclissi; costumanze in tali occasioni. 10. Poca stima dei medici cinesi, e inutilità dei loro gradi accademici. 11. Dottrina confuciana contenuta nei Cinque Classici e nei Quattro Libri. 12. Esami letterari su questa dottrina confuciana. 13. Gran numero di maestri privati in mancanza di scuole pubbliche e di università. 14. Primo grado dei letterati civili: i baccellieri; loro trattamento. 15. Secondo grado dei letterati civili: i licenziati. 16. Sale, giorni e natura dei temi per ciascun giorno degli esami. 17. Trascrizione anonima delle composizioni e scrutinio finale. 18. Valore e utilità della licenza. Proclamazione dei risultati. 19. Terzo grado dei letterati civili: i dottori. I primi della lista. 20. Promozioni ed insegne dei neo-dottori. Indefinite ripetizioni di esami. 21. Promulgazione dei nomi dei laureati e delle loro composizioni. Amicizia contratta all’occasione di questi esami. 22. Esami e gradi dei letterati militari, tenuti in poco conto. 23. Onori dei letterati civili; arbitri anche di materie non studiate da essi.

Prima di dire del governo della Cina è necessario che dichiamo qualche cosa delle sue lettere e gradi che in esse si danno, per essere la parte più principale del suo governo, et un modo in che sono diversissimi di tutte le altre nationi del mondo. E

se di questo regno non si può dire che i filosofi sono re, almeno con verità si dirrà che i re sono governati da’ filosofi. E cominciando dalle sue lettere, o più tosto caratteri, al modo degli hieroglifichi degli Egittij. Conciosiaché il loro parlare sia assai diverso dallo scrivere, nessuno libro si scrive nel modo commune di parlare; e sebene se ne scrivono alcuni con un modo più vicino al parlare, non è cosa grave e di che si facci caso. Con tutto questo, le più delle parole sono communi allo scrivere et al parlare, e tutte le dittioni dell’uno e dell’altro sono monosillabe, benché vi sono molti diphtonghi di due o tre vocali parlando al nostro modo; percioché loro per ogni dittione hanno una lettera diversa senza nessuna distintione, non solo di vocali e consonanti, ma né anco di sillabe; e tanto importa tra loro dire una dittione come una lettera et una sillaba. Per questa causa sono in questa lingua tante le lettere quanto sono le parole.

Pure fanno una compositione tanto artificiosa che non vengono ad esser le lettere più di settanta o ottanta milia, e quelle di che usano ordinariamente (sono) puoco più di diecie milia; ché, quanto a quel numero intiero di tutte, né è necessario, né nessuno vi è che le sappi.

È vero che molte lettere sono dell’istesso sono, sebene di diversa figura, e ciascheduna significa molte cose. Per questo viene ad essere la più equivoca lingua e lettera che si ritruovi, e de nessun muodo può scriversi dettando. Anzi soventemente nel parlare si dimandano l’uno all’altro, anco fra persone eloquenti, letterati e di buona pronunciatione, che ripetano una parola et anco che dichino come si scrive; e, non avendo alle mani la penna, la scrivono col deto e con acqua, o con segni nell’aria e nella mano, percioché più chiaro è lo scrivere che il parlare.

A questa equivocatione di parola sovvengono loro con cinque accenti assai sottili con i quali diversificano quasi ogni parola o lettera, a tal che una sola sillaba nostra, pronunciata in cinque modi, significa cinque cose tra sè diversissime. Questa, mi pare, fu la causa che dal tempo antico questa natione fece molto più caso del bene scrivere che del bene parlare, e tutta la loro rettorica et eloquentia consista nella compositione, come quella di Isocrate; et il trattare tra loro con imbasciate, tutto è con penna, ancorché stiano nella stessa città.

In questo modo di lettera, parola per parola, vi è una grandissima commodità, che possono molti regni, di lingua diversissima tra sé, usare et intendersi con una stessa lettera, compositione e libri. Come in effetto avviene a questa lettera dalla Cina, che è anco commune al regno di Giappone, di Coria, di Cocincina e di Leuchieo, tanto tra sé diversi nella lingua che né una parola s’intendono gli uni agli altri; e con tutto facilmente si intendono nello scrivere senza imparare la lingua altrui. E dentro della stessa Cina in ogni provincia vi è una lingua propria, e molte volte più di una, non intesa dalle altre; e con tutto con lettera e libri tutto è una medesima cosa.

Con tutta questa varietà di lingue, ve ne è una che chiamano cuonhoa, che vuol dire lingua forense, di che si usa nelle audentie e tribunali, la quale si impara molto facilmente in ogni provincia con il solo uso; e così sino alli putti e le donne sanno tanto di questa che possono trattare con ogni persona di altra provincia.

Ho saputo che nel Giappone, oltre questa lettera, usano di un’altra propria, fatta con alfabeto simile alla nostra, con la quale scrivono la loro lingua senza aver bisogno di quest’altra moltitudine di lettere diverse; e forsi l’istesso avverrà agli altri regni sopradetti; ma nella Cina non vi è altro modo che questo. E così da fanciulli cominciano a imparare questa lettera e in essa si impiegano sino alla vecchiaia.

Questo, sebene non può lasciare di essere impedimento al fiorire delle scientie in questo regno, con tutto occupa molto l’animo loro e non gli lascia a sua voglia darsi agli vitij, ai quali la natura degli huomini è inclinata. Fu questo anco causa che venisse questa natione a fare un bello et elegante modo di compositione, con il quale spesse volte con puoche, non dico parole, ma con puochissime sillabe, dicono tanto che né in un nostro lungo discorso si potrebbe dichiarare. I loro libri cominciano, al contrario de’ nostri, come gli hebrei, a mano dritta; e scrivono d’alto a basso; e così vengono le righe ad esser contrarie alle nostre.

La scientia di che hebbero più notitia fu della morale; ma conciosiacosaché non sappino nessuna dialectica, tutto dicono e scrivono, non in modo scientifico, ma confuso, per varie sententie e discorsi, seguindo quanto col lume naturale potettero intendere. Il magiore filosofo che ha tra loro è il Confutio, che nacque cinquecento e cinquanta uno anni inanzi alla venuta del Signore al mondo, e visse più di settanta anni assai buona vita, insegnando con parole, opere, e scritti, questa natione. Laonde da tutti è tenuto e venerato per il più santo huomo che mai fusse nel mondo. E nel vero, in quello che disse e nel suo buon modo di vivere conforme alla natura, non è inferiore ai nostri antichi filosofi, excedendo a molti. Per questa causa nessuno de’ letterati pone in dubio nessuna cosa di quelle che egli disse o scrisse; e tutti i Re, sino adesso, lo riveriscono e (si) mostrano grati al beneficio della doctrina che da lui ricevettero. Per tutti questi secoli passati, sino ai suoi discendenti furno tenuti in grande conto, et il Re diede un titolo molto grande al capo della sua familia, che va sempre in sedia, con molto stato, rendita e grandi privilegij. Oltra di ciò, in ogni città e scuola, dove si congregano i letterati, per lege antica vi è il tempio del Confutio molto sumptuoso, dove sta la sua statua e il suo nome et titulo; et tutti i novilunij et plenilunij e quattro tempi dell’anno i letterati gli fanno una certa sorte di sacrificio con profumi et animali morti che gli offeriscono, sebene non riconoscono in lui nessuna divinità, né gli chiedono niente. E così non si può chiamare vero sacrificio.

Doppo questa scientia morale, hebbero i Cinesi anco molta notitia di astrologia et altre scientie di matematica. Nell’aritmetica e geometria furno più felici, ma anco questo tutto confuso. Fanno altre costellationi di stelle diverse dalle nostre, e pongono quattrocento stelle più che i nostri astrologhi, contando anco quelle che non sempre appariscono. Ma niente si curano di dar ragione delli phenomeni o apparentie, e solo procurano calculare al meglio che possono le eclipsi e movimenti de’ pianeti con assai di errori. Et in ché più si occupano è nella giudiciaria, pensando che tutto quanto si fa in questo mondo inferiore dipenda dalle stelle.

Sola in questa scientia di matematica si agiutorno qualche cosa di certi matematici seraceni che vennero dalla Persia. Ma nessuna cosa insegnorno con dimostrationi; solo lasciorno tavole dalle quali calculano il loro anno, e le eclissi d’ambi i luminari et anco i movimenti degli pianeti.

L’autore di questa famiglia che adesso regna prohibitte che nessuno imparasse questa scientia, se non i deputati, avendo paura che per questa via manchino alcuno qualche ribellione. Con tutto questo sostenta molti matematici dentro del suo palazzo, che sono eunuchi, et altri di fuora, con molte migliaia di scuti, per le grandi rendite che gli dà, secondo i gradi che negli essami conseguiscono. E sì quei di dentro, come quei di fuora, sono divisi in doi collegij: l’uno che segue il modo antico della Cina nel calcolo, l’altro che segue l’altro novo venuto dalla Persia. E dipoi conferiscono e si agiutano gli uni agli altri, quei di dentro e quei di fuora. Ciascheduni hanno la sua area o torre in luogo eminente, dove fecero molti belli strumenti di matematica, di bronzo, di smisurata grandezza, assai antichi, per osservare le stelle. Dove ogni notte sta alcuno veggiando se vede qualche cometa o cosa nnova nel cielo, per dar il giorno seguente ragguaglio al Re con publico memoriale, nel quale anco dichiarano la significatione di quello che hanno visto. Gli strumenti di Nanchino stanno in un monte dentro della città molto alto, e sono fatti di miglior lavoro che quei di Pacchino.

Le eclissi del sole e della luna divolgano i matematici di Pacchino per tutta la Cina. E per legge sono obbligati tutti i magistrati in ogni cità e

terra con i ministri degli idoli di radunarsi tutti in un luogo deputato con le sue insegnie a soccorrere a questi doi luminari, con sonare baccili di bronzo e far varie genuflessioni tutto il tempo che dura l’eclipse. Parmi che hanno paura che un serpente si mangi in questo tempo alcuni di questi pianeti.

L’arte della medicina è assai diversa dalla nostra, ma si regono, pare, per il polso. Fanno molte volte assai belle cure, ma tutto per simplici di erbe, radici ed altri ingredienti, e risponde più tosto alla nostra herbolaria. Non vi è di questa arte nessuna schuola publica, ma tutti imparano dal maestro che vogliono. Nelle Corti si fa essame di questa arte e si dà gradi, ma con tanto puoco deletto che nessuna autorità di più tiene il medico con grado di quello che tiene il non graduato; percioché non è proibito il medicare a nessuno, e tutti quei che vogliono, o sappino molto o puoco, si mettono a medicare.

Et è cosa certa che, sì alla matematica come alla medicina, non si applicano se non persone che non possono studiar bene le loro lettere per il puoco ingegno e habilità; e così stanno queste scientie in bassa stima e fioriscono assai puoco.

I gradi più solenni sono quegli della scientia morale, che dipoi vengono a governare il regno; perciò parlerò di questi qualche puoco più minutamente.

Il Confutio accomodò quattro libri antichi, e fece anco di sua mano il quinto, che si chiamano le Cinque Dottrine, nelle quali si trattano o delle cose ben fatte nel governo degli antichi, o sono di versi anco sopra la stessa materia, o de’ riti e cirimonie della Cina, o altri avisi per la prudentia nelle cose occorrenti. Oltre queste Cinque Dottrine, da tre o quattro autori furno raccolti varij precetti morali senza nessun ordine, si può dire, e fecero un libro molto stimato, che chiamano i Quattro Libri. Questi nove sono i più antiqui libri della Cina di dove uscirno gli altri, e contengono quasi tutte le lettere.

E per quanto in essi si dà una dottrina morale assai buona, per legge de’ Re passati, i loro letterati in questi fanno il fundamento del loro sapere, non solo procurando de intender bene questi libri, che sono di assai puoco volume, peroché tutti insieme non faranno tanto volume come le opere di Aristotile, ma anco si exercitano in fare varij discorsi sopre ciascheduna delle sententie che in essi vi sono. E perché sarebbe difficile star tutti tanto pratichi in tutti questi libri, che ad ogni materia di essi possano compor discorso elegante e all’improviso, come si fa nei loro essami, tutti sono obbligati a saper far questo nel Quattro Libri et in una delle Cinque Dottrine che ciascheduno elege, non potendo essere essaminato in altra.

Della dichiaratione di questi libri e compositioni che si fanno sopr’essi non vi sono nessune schuole o università publiche, come alcuni nostri scrittori dicono, ma ognuno piglia il maestro che vuole e lo paga del suo. E sono questi maestri moltissimi (per due ragioni); l’una, perché uno non può insegnare a molti insieme per la difficoltà di queste lettere; l’altra per essere custume di ogni persona grave far insegnare a’ suoi figliuoli in sua stessa casa, sebene non sia più che uno o doi, per il pericolo che vi è di disviarsi con la conversatione di altri.

Si danno in questa scientia tre gradi per compositione a tutti quei che vogliono venire all’esame. Il primo grado si dà in ogni città, nel luogo che chiamano la schuola, come sopra habbiamo detto, da un grande letterato posto dal Re, in ogni provincia il suo, che chiamano Thihio; et il grado si chiama di siuzai, che risponde al nostro maestro. Il Thihio continuamente va per tutte le città della sua provincia esaminando e dando gradi in ciascheduna di esse a vinte o trenta persone senza excedere il numero determinato. Sicché, arrivato il Thihio ad una città, concorrono tutti gli studianti di quella città, e non di altra, che vogliono essaminarsi per questo grado, che alle volte sono più di quattromilia. ll primo esame si fa da quattro letterati, che sempre risiedono nella schuola, sostentati dal Re a questo effetto. Il secondo fanno i Prefetti della città e di tutta quella regione, i quali presentano intorno a 200 delle migliori composizioni al Thihio. A questi fa l’ultimo essame l’istesso Thihio e sceglie venti o trenta dei migliori e gli dà il grado di siuzai, incorporandoli nella schuola con quei degli anni passati.

Sono questi siuzai una parte molto principale del corpo della città, de’ quali si fa molto caso da tutti. Tengono vestito, berretta e stivali proprii, che altri non possono vestire; nel visitare i magistrati tengono anco proprio luogo e fanno cortesia più grave degli altri; hanno molti privilegij, e sono solo sogetti in certe cose al Thihio et ai quattro magistrati della schuola; e non si pongono altri magistrati facilmente a castigarli ne’ loro delitti.

Il Thihio, oltre l’admettere i novi a questo grado, fa anco l’essame degli altri siuzai antichi e, conforme alla compositione, fa cinque ordini. A quei del primo ordine dà premio e potere di conseguire certi offitij non molto grandi, senza ottenere altro grado: a quei del 2° anco dà premio, ma manco che ai primi; a quei del 3° lascia nel suo stato di prima; a quei del 4° castiga publicamente battendoli con la sferza; a quei del 5° toglie le vesti di siuzai e li priva del grado. E questo fanno per obbligarli a studiar sempre e non scordarsi di quello che hanno imparato.

Il 2° grado è di chiugin, che risponde al nostro licentiato, il solo si dà di tre in tre anni su la ottava luna senza fallo, nella città metropolitana di ciascheduna provincia dove si fa l’essame. E non si dà a tutti coloro che lo meritano per sue lettere, ma solo a un certo numero, determinato dal Re in ogni provincia, ai migliori degli altri. Nelle due Corti di Pacchino e Nanchino si dà a cento e cinquanta; in Ciechiam, Chiansi, Fochien, a novantacinque, et ad altre altro numero, conforme al numero de’ letterati che vi suole essere in quella provincia. A questo essame non entrano se non i siuzai; non tutti, ma di ogni città e scuola se ne sciegliono, pure per essame di compositione dello stesso Thihio, trenta o quaranta. E così vengono a essere quattromilia e più persone nelle provincie più dotte. Dunque nell’anno de’ licentiati che fu, verbi gratia, l’anno 1609 e serà l’anno 1612, e così di mano in mano di tre in tre anni, come ho detto,

puochi giorni inanzi alla 8a luna, che viene molte volte ad essere la luna del mese di settembre, i magistrati di Pacchino propongono al Re da cento letterati assai buoni, accioché tra questi segnali trenta, cioè due per ogni provincia, per Presidente dell’essame e dar il grado di licentiato in ogni provincia; l’uno de’ quali è del Collegio de’ letterati del Re, che chiamano Hanliniuen, che sono i più excellenti di tutto il regno. Il Re non gli segnala se non tanti giorni avanti che per la posta, molto in fretta, possino arrivare a tempo alla provincia per la quale sono designati; con molta cautela che, dopo l’esser designati, non parlino con nessuno. Nella stessa provincia anco, da diverse parti, da’ magistrati sono chiamati molti letterati per dare la prima vista alle compositioni et agiutare i doi essaminatori della Corte.

In ogni metropoli di ciascheduna provincia sta fatto un palazzo, solo per questo essame, assai grande, tutto circondato de muri alti e dentro con molte stanze, per stare questi essaminatori e vedere le compositioni, molto secrete e commode. Nel mezzo vi è un grande cortile dove sono fatte più di quattromila celle o casette molto piccole, in ciascheduna de quali non cape altra cosa che un huomo con una tavoletta et un banchetto, senza potersi, quei che dentro stanno, né vedere né parlare l’uno con l’altro.

Arrivati alla metropoli i duoi essaminatori, così i duoi principali della Corte come gli altri, senza parlare con altri, né tra di sé, mentre dura l’essame, sono serrati dentro di questo palazzo, ognuno nella sua stanza. E intorno al palazzo tutto questo tempo, si fanno exquisite veggie di giorno e di notte, accioché nessuno di quei di dentro tratti niente con quei di fora, né quei di fuora con quei di dentro, né per parola né per lettere.

Si fanno, per dar questo grado, tre essami in tre giorni, e sono sempre gli istessi in ogni provincia, cioè il 9° giorno, il 12° et il 15° della ottava luna, e dura dalla mattina sino alla notte, con le porte serrate, perché la stessa città dà un desinare leggiero in quel dì a tutti quei che stanno dentro, essendo tutto apparecchiato il giorno avanti. All’entrare de’ siuzai, che si hanno da essaminare, si fa grandissima diligentia che non portino seco nessun libro scritto, ma solo doi o tre pennelli, con che si scrive la loro lettera, et il calamaro e intenta, con carta per scrivere e copiare la sua compositione. E così sono ricercati, sino a dentro delle vesti, penelli e calamari; e se gli ritruovano con qualche libro o cosa scritta, oltre non lasciarlo entrare all’essame, sono castigati severamente. Tanto che sono entrati, serrate e sigillate le porte, il primo giorno gli essaminatori di Pacchino propongono in pubblico a sua voglia tre sententie, cavate dai Quattro Libri, sopre le quali hanno tutti da fare tre compositioni.

Propongono anco di ciascheduna delle Cinque Dottrine quattro sententie per tema di altre quattro compositioni che hannno da fare; di questo ogni siuzai, piglia quelle della Dottrina in che si esercitò. Queste sette compositioni hanno d’essere elegantissime e di molto buoni concetti, guardando le regole della loro rettorica, e non può essere nessuna molto maggiore o minore di cinquecento lettere, che rispondono a altre tante nostre ditioni. Al secondo giorno gli stessi entrano e sono serrati nell’istesso modo, e gli propongono varie cose accadute nelle historie antiche, o che possono accadere; e sopre queste fanno tre discorsi, dicendo il loro parere sopre quei casi o avisando al Re quello che si deve fare.

Il terzo giorno similmente gli propongono tre casi o liti, che possono occorrere negli officij publichi; sopre de’ quali ogn’uno risponde con tre compositioni la sententia che darebbono in tali casi.

Ogni siuzai, trascritte le sententie della compositione, se ne entra nella cella che i deputati gli assegnano, e, senza parlare con nessuno, fa le sue compositioni; e dipoi le scrive in un libro che solo si fa a questo effetto, nel fine del quale scrive il suo nome, e di suo padre, avolo, e bisavolo, e la sua patria, e lo segna con colla, ché nessuno lo possa vedere et aprire, e lo presenta ai deputati. I quali, riceuti (il libro, lo) fanno copiare in un altro libro con lettera roscia a molti copiatori, che stanno già messi dentro per questo effetto, e solo questa copia di lettera roscia danno agli essaminatori, lasciando l’originale nella stanza deputata a ciò con suoi numeri respondenti. E questo fanno accioché gli essaminatori non possino sapere l’autore di quelle compositioni, né anco cognoscendo per la loro lettera. I primi essaminatori di fuora crivellano queste compositioni tutte, lasciando le cattive et anco le manco buone, et eleggono di tutte il numero doppio di quanti hanno d’essere i licentiati: come, se hanno d’essere cento cinquanta, sciegliono trecento le migliori, e se hanno d’essere novantacinque scielgono centonovanta; e le mandano alle stanze degli doi essaminatori di Pacchino, i quali tra questi elegono le migliori compositioni, tante quante hanno d’essere i graduati. E, dipoi di elette e poste in ordine di più perfette, perché importa anco molto avere il primo luogo o altro infeiore per l’onore et utile del autore, e poi di elette, tutti gli essaminatori et altri deputati insieme le conferiscono con gli originali, e aprono i nomi degli autori di esse. E gli scrivono in una tavola grande con l’istesso ordine, e la pongono in publico nel fine della 8a luna, con grande concorso e festa de’ magistrati e di quei che conseguiscono il grado, e de’ suoi parenti et amici.

Questo grado è assai maggiore del primo e conseguentemente più preggiato, e tiene altri maggiori privilegij, e tengono altro vestito proprio. E se vogliono, senza essaminarsi per l’altro grado, possono avere assai gravi et honesti officij e magistrati nel regno.

Finito questo atto, gli essaminatori di Pacchino fanno un libro di tutto il successo dell’essame con il nome di tutti i graduati, et alcune compositioni di tutte le materie proposte, specialmente quella del primo tra graduati che si chiama chiaiiuen; e lo stampano di molto bella lettera, per divolgarsi e sapersi i nomi de’ graduati per tutta la Cina; e ne presentano alcuni tomi al Re et a quei del palazzo. In questo essame non entrano siuzai di diversa provincia; solo nelle due Corti entrano alcuni che hanno privilegio, per essere di doi collegij delle

Corti dove studiano, e entrano con pagare certe quantità de scuti alla camera reale.

Il terzo grado si chiama zinsu, che corrisponde al nostro di dottore. Questo si dà anco di tre in tre anni, et è sempre l’anno seguente all’altro de’ licentiati, solo nella corte di Pacchino, a trecento persone. A questo entrano solo i licentiati di ogni provincia e si fa sempre nella 4a luna, negli stessi tre giorni che si fecero i licentiati, e della stessa forma e modo senza discrepar punto. Solo, per esser questo grado di assai maggior importantia è molto maior la diligentia che se vi pone, accioché non vi si facci qualche inganno, e gli essaminatori sono persone più gravi, entrando in essi un Colao, che è il magior offitio di tutto il regno, et altri magistrati gravi deputati dal Re. Finito l’essame et eletti quei che hanno da dottorarsi nel luogo ordinario de’ licentiati, vanno tutti insieme dentro del palazzo regio, assistendo tutti i magistrati principali, e soleva anco assistervi l’istesso Re in questo. Con una compositione che tutti fanno sopra il tema che gli danno, si distingue l’ordine tra di loro in pigliare gli officij, e se ne fanno tre classi, di che si fa molto caso, dipendendo tutto d’una breve compositione. Quello che nel primo essame hebbe il primo luogho, tiene securo il 3° in questo 2° essame; ma quello che nel 2° essame tiene il primo, che è cioniuen, e (il) 2° luogo, che è tanhoa, tiene un grado assai eminente nel regno, e sempre anda con gravi offitij nella Corte; e non gli saprei comparare meglio ai nostri, se non a un duca o marchese, se questa dignità si trasferisse in suoi figliuoli.

Questi dottori, subito nello stesso anno, tengono veste, cappello con de’ stivali et altre insegne de’ magistrati, e sono proveduti di officij assai buoni, precedendo a tutti gli altri senza questo grado. E sono tenuti per nobili e persone gravi del regno; tanto che quei che puoco avanti erano suoi compagni, dipoi restano tanto inferiori che non si può credere, dandogli tutti vantaggio in ogni parte, e parlandoli con altri modi di parlare più cortesi et alti.

Quei licentiati che non potero conseguire il grado di dottore, se vogliono, potranno anco ottenere qualche officio, o dentro o fuora della Corte, assai competente, ma inferiore alli dottori; se non, tornano a sua casa a studiare, e entrano all’altro essame che tre anni di poi si ha da fare; e questo tante volte quanto gli piace. E sono alcuni che vengono dieci e più volte senza potere addottorarsi e morrono senza tenere offitio, per volere prima conseguire il dottorato.

Di questo essame de’ dottori si stampa anco per via degli essaminatori un libro con il nome de’ graduati, e le principali compositioni, che si divolga per ogni parte.

È cosa notabile che questi dottori, et anco licentiati, dell’istesso anno contraheno tra di loro una relatione et amicitia sì grande, che sono come fratelli, e si agiutano gli uni agli altri, et anco a’ suoi parenti, sino alla morte. Con gli loro essaminatori contraheno un’altra molto magiore come discepoli a maestri, e si amano come padri e figliuoli con molto rispetto e riverentia.

Di tutti gli addottorati nello stesso anno et offitij, patria, parenti, salire et essere abbassati a altro offitio sino alla morte di ciascheduno di loro, si stampa un altro libro, il quale ogn’anno si rinova et si ristampa di novo, dove si vede l’istoria di ogn’uno di questi dottori.

Questo modo di dar gradi di licentiato e di dottore si usa anco negli stessi anni ai soldati, con gli stessi nomi di chiugin e di zinsu, e negli stessi luoghi; cioè il grado di licentiato nella metropoli, e quello di dottore in Pacchino, in un altro mese diverso. Ma, come in questo regno vagliono puoco le armi, e le arte militare è sì puoco stimata, si fa con tanto manco solennità, e si dà a sì puoca gente, che pare una compassione.

Gli esami che si fanno sono tre. Nel primo, correndo a cavallo con arco, tirano nove freccie a tre bersagli, che stanno posti in una banda del corso. Nel secondo tirano a piè fitto altre nove freccie. E quei che almanco con quattro a cavallo e due a piè toccano il fitto, entrano nel terzo essame, nel quale si dà un tema di cose di guerra, sopra del quale scrivono un discorso. E dipoi i giudici et essaminatori conferiscono tutti questi tre essami. Et in ogni provincia dànno il grado di licentiato in arme intorno a cinquanta persone; e l’anno dei dottori dànno in Pacchino il grado di dottore in arme a cento persone scielte per essame tra i licentiati di tutte le quindeci provincie. I licentiati puoco montano; i dottori, con qualche puoco favore e buona copia di danari, conseguiscano qualche buona capitania.

Sì i dottori e licentiati di lettere come di arme, pongono sempre nelle loro porte un titolo di lettera molto grande, (con) che significano il grado che ànno conseguito, per honore della loro casata. È anco da notare che tutti i presidenti, essaminatori e giudici di questi essami, non solo delle lettere, ma anco della matematica, medicina, e delle armi, sono magistrati del grado di letterati, e non entra nessun matematico, né medico, né capitano de’ soldati, cosa assai nova ai nostri. Per dove si vede il credito che hanno in questo regno i letterati, che certo, pare a loro, che un letterato può dar buon giudicio di tutte le cose, anco di quelle che mai professò.




Lo psichismo in medicina integrata: nevrosi gastrointestinale

Nicolò Visalli *

Attualmente vengono riconosciuti tre cervelli, il primo ubicato nella testa, il secondo nell’addome ed il terzo nel cuore. I tre cervelli sono collegati con le loro diramazioni finali alle tre parti e/o strati del cervello superiore (teoria dei tre cervelli secondo Paul MacLean: cervello rettile, emotivo e neocorteccia o cervello pensante + cervello).

Il cervello addominale: ha memoria, ha nevrosi e controlla quello più nobile. Il cervello posto nella testa è sede della coscienza, anche se spesso le decisioni “si prendono di pancia”, o dei centri nervosi ivi ubicati. Inoltre digerisce le emozioni ed è sede dell’intuito e incide anche sulla salute. Bisogna poi pensare che nell’intestino tenue sono presenti oltre 100 milioni di neuroni, numero quasi uguale a quello del midollo spinale. Mentre lo stomaco sottoposto a stress aumenta considerevolmente la produzione di grelina, ormone della fame. Inoltre dallo stomaco all’ano si dipanano circa 30 cm di duodeno, circa 5 metri di intestino tenue e 1,5-1,8 m. d’intestino crasso.

Per dirigere le quattro fasi della peristalsi di norma utilizziamo un secondo cervello. In più il cervello smista, mentre la testa invia scarse informazioni al sistema nervoso “intestinale” poiché è per la maggior parte indipendente. Infatti quasi il 90% delle informazioni percorrono la strada inversa, cioè dall’addome al cervello.

Nella parete intestinale poi, si celano due sottilissimi strati di sistema nervoso complesso, che è anche il secondo per dimensioni dopo quello della testa. Gli strati avvolgono il tratto digerente come fossero una fitta rete, perciò possono sincronizzare i movimenti peristaltici per far avanzare il cibo nell’intestino.

II compito del cervello addominale è anche quello di trasferire informazioni alla testa. Si tratta per lo più di input evidenti, come il vomito provocato dall’avvelenamento. Ma diversi altri “pensieri” sarebbero spontanei, coerenti alle emozioni, e inapprezzabili dalla coscienza ovvero inconsci. Dunque il cervello addominale, è completamente autonomo e invia più segnali al cervello (testa) di quanti non ne riceve. Fissa i ricordi legati alle emozioni, soffre di stress, si ammala e sviluppa proprie nevrosi. In più percepisce sensazioni, cogita e ricorda e ci aiuta a prendere decisioni. Nella clinica, uno dei disturbi di più frequente riscontro dello stomaco è la “nevrosi gastrica”.

Si può perciò affermare che la nevrosi gastrica non è una vera e propria malattia, infatti in questo caso lo stomaco del soggetto appare senza alcuna lesione organica ma il paziente solitamente lamenta disturbi assai fastidiosi come se presentasse una patologia più seria. In realtà si manifesta una disfunzione gastrica, non dovuta a malattia, in quanto quella parte del sistema nervoso che armonizza la sua attività, non porta a termine correttamente la sua funzione. Questo dimostra che l’eziologia della nevrosi gastrica è preponderatamente nervosa e/o psicologica, correlata a uno stile di vita non corretto o all’abuso di sostanze eccitanti tipo caffè, droghe, fumo o per un’alimentazione scorretta e non regolare (per esempio irregolarità dei pasti) con scarso apporto di frutta e verdura.

Dal punto di vista clinico si possono osservare sintomi riferiti alla sfera gastrointestinale, accompagnati da affaticamento, cefalea, palpitazioni, angoscia, sudorazione notturna, insonnia, incubi, amnesia, evacuazioni involontarie e altri sintomi tipici della nevrosi. Di solito si riscontra con più frequenza nei soggetti giovani o di mezza età. In Medicina Tradizionale Cinese la nevrosi gastrointestinale viene riportata come “dolore gastrico”, “vomito”, “eruttazioni”, “diarrea”, secondo la presenza di sintomi individuali. Frequentemente è dovuta ad alimentazione scorretta od anche a disarmonia tra Fegato e Stomaco, oppure alla anormale ascesa del Qi dello Stomaco o ancora a deficit e freddo nella Milza e nello Stomaco. Il principio terapeutico quindi consiste nel normalizzare la funzione del Riscaldatore medio e dello Stomaco, rinforzare la Milza e purgare il Fegato. Secondo il principio terapeutico vengono selezionati i punti dei canali Jueyin del piede, Yangming del piede, Vaso Concezione e i punti Shu-dorso e Mu-anteriore. ! Punti principali Zusanli (ST36) tonifica la Milza e lo Stomaco, regola il Qi del Jiao mediano, armonizza gli intestini e disperde la stasi, Tianshu (ST25) tonifica Stomaco e Milza e regola l’Intestino Crasso, Zhongwan (CV12) inverte il reflusso e armonizza lo Stomaco, Neiguan (PC6) inverte il reflusso ed arresta il vomito, armonizza lo Stomaco e allevia il dolore, Qimen (LR14) calma il Fegato e libera il Qi.

Punti secondari

Pishu (BL20) tonifica la Milza e stimola movimento e trasformazione; Weishu (BL21) armonizza lo Stomaco e tonifica la Milza; Shangwan (CV13) stabilizza l’umore, fa scorrere il Qi, tonifica Milza e Stomaco; Guanyuan (CV4) disperde il freddo-umidità, regola il Qi originario, Ganshu (BL18) stabilizza l’umore, disperde l’umidità calore; e Shanzhong (CV17) regola il Qi ed inverte il flusso, libera il diaframma.

!

Trattamento moxibustione indiretta con zenzero Si selezionano 3-4 punti per seduta, su ogni punto si applicano da 4 a 7 coni medio-grandi, 1 seduta al dì o a giorni alterni. ! Moxibustione indiretta con sale Si seleziona il punto Shenque (CV8) si riempie con del sale fino e si applicano da 4 a 7 coni grandi come un seme di girasole, 1 seduta al dì o a giorni alterni. ! Moxibustione moderata con sigaro Si Selezionano 3-6 punti e si riscaldano con il sigaro di moxa per 10-20 minuti, 1 seduta al dì o ogni 2 giorni. ! Moxibustione moderata con scatola o apparato elettrico Applicare la scatola o la “lampada” sui punti Mu- anteriori oppure sui punti Shu-dorso, per 15-30 minuti; frequenza giornaliera o a giorni alternati; 5 sedute costituiscono un ciclo. ! Nel passato veniva utilizzato il punto Houxi (SI3) soprattutto per trattare il vomito che compare

verso le undici-mezzogiorno, dopo la colazione del mattino o il vomito notturno, a tale scopo si applicavano sul punto sopracitato 9 coni, per lato, 1-2 volte ad dì.

Bibliografia

N. Visalli, R. Pulcri, Moxibustione, CEA, Milano, 2000 Tian Conhuo, 101 Enfermedades tratadas con Acupunctura y Moxibustión, Ediciones en lenguas Extranjeras, Bejing, 1992,

Geng, Z. Su, Acupuncture and Moxibustion, New World Press, Beijing, 1991 Kumar & Clark, Medicina Clinica, CIC, Roma, 2007

Harrison, Principi di Medicina Interna, Mc Graw Hill, Milano, 2006




Il “qi” nella cultura e nella filosofia dell’Occidente – seconda parte

Aldo Stella*

5. Il processo della percezione descritto dalla scienza e l’emergere della dipendenza dell’oggetto

Come scrive Claude Bonnet, la percezione è «l’insieme dei meccanismi e dei processi attraverso il quale l’organismo entra in contatto con il mondo e il suo ambiente sulla base delle informazioni elaborate dai sensi(6)».

L’origine del processo percettivo è comunemente considerata lo stimolo. Il comportamentismo è quella scuola di pensiero, vigente in ambito psicologico, che si occupa, in particolare, delle connessioni semplici e dirette tra stimoli e risposte (psicologia S-R). Secondo lo schema indicato, la risposta appare immediata, ossia sembra che non vi sia alcun processo di mediazione tra l’input e l’output. Tuttavia, si è evidenziato che prima della risposta, per quanto questa possa apparire immediata e configurare quello che viene definito un “riflesso”, lo stimolo è soggetto a varie operazioni e viene variamente trasformato, manipolato e rielaborato.

Ciò che si intende con l’espressione “stimolo”, dunque, è l’insieme di quelle molteplici forme di energia (“agglomerati” di energia, li definisce la scienza) che sono in grado di attivare risposte nei nostri recettori sensoriali. Le sensazioni sono le risposte più semplici a questi stimoli, che vengono detti “efficaci” quando appunto sono in grado di suscitare una risposta. Ciò significa che non tutti gli stimoli sono efficaci ad eccitare i nostri recettori sensoriali.

Volendo chiarire questo aspetto con una esemplificazione, potremmo parlare della percezione visiva. Ebbene, le informazioni visive sono veicolate dalla luce, che è un tipo di

radiazione elettromagnetica. Tali radiazioni sono un fenomeno fisico e sono caratterizzate dalle loro lunghezze d’onda. In quel continuum di radiazioni, che comprende anche le onde radio, gli infrarossi, gli ultravioletti, i raggi x e i raggi gamma, la luce rappresenta radiazioni la cui lunghezza d’onda è compresa tra 0,8 e 0,4 micrometri, cioè tra l’ultravioletto e l’infrarosso, e la cui proprietà principale è la visibilità.

Solo le radiazioni comprese tra l’ultravioletto e l’infrarosso sono visibili all’occhio umano, così che si può dire che solo questi stimoli sono efficaci. Il nostro sistema ricettivo, dunque, compie un’autentica selezione dello stimolo e, pertanto, è un errore grave sostenere che noi siamo soltanto passivi, quando riceviamo gli stimoli dall’ambiente. Anche nel ricevere, il soggetto è attivo, perché seleziona gli stimoli, ancorché tale selezione non sia cosciente, ma avvenga in forme automatiche, meccaniche.

Proseguendo con la percezione visiva, è da ricordare che un fenomeno fisico è visibile quando provoca un’attività fotochimica a livello dei recettori della retina, attività che avvia la formazione di potenziali d’azione che si trasmettono e si trasformano attraverso la loro propagazione nel sistema nervoso visivo. Alle differenti lunghezze d’onda corrispondono differenti esperienze di colore, così che il colore, a rigore, non può venire considerato un fenomeno fisico, ma un fenomeno percettivo.

L’occhio, si diceva un tempo, è uno strumento che permette la formazione di un’immagine sulla retina. Tuttavia, con l’espressione “immagine” oggi non si intende una riproduzione dell’oggetto, ma soltanto una distribuzione spaziale di luce che presenta l’assetto spaziale dei punti della sorgente. Si mantiene, insomma, la configurazione sintattica dello stimolo nell’immagine della retina, immagine che si caratterizza anch’essa solo per il suo aspetto sintattico. L’oggetto, questo costituisce l’aspetto fondamentale che cercheremo di mettere bene in evidenza, non può venire considerato la causa del processo percettivo ed elaborativo, ma il suo risultato.

Scrive, a questo proposito, Daniel Dennett: «Varie forme di energia fisica bombardano i nostri sensi, subendo nei punti di contatto una “trasduzione” in impulsi nervosi che viaggiano verso il cervello. Quello che passa dall’esterno all’interno non è niente altro che informazione e benché la ricezione dell’informazione possa provocare la creazione di qualche oggetto fenomenologico (per esprimersi nel modo più neutrale possibile), è difficile credere che l’informazione stessa – che è soltanto un’astrazione concretizzata in qualche mezzo fisico modulato – possa essere l’oggetto fenomenologico(7)».

Le considerazioni di Dennett sono essenziali. Esse non fanno che ribadire il punto che a noi sembra centrale: la causa di ciò che percepiamo non sono gli oggetti, ma gli agglomerati di energia che si traducono in stimoli. Tali stimoli danno luogo ad un processo neurofisiologico che si affianca al processo cognitivo attivato dalle informazioni contenute negli stimoli stessi. Il risultato dei due processi è l’oggetto che noi percepiamo.

In questo senso, il realismo ingenuo è davvero fuorviante: esso ci porta a considerare come realtà indipendenti da noi quegli oggetti che, invece, sono il risultato delle nostre capacità ricettive ed elaborative.

In questo errore cadono anche filosofi e scienziati che sono considerati di grande valore. Si pensi, ad esempio, a Searle. Ebbene Searle, che pure ha l’indubbio merito di avere valorizzato la coscienza, in un momento in cui la visione materialistica e computazionale della mente sembrava averla accantonata, si esprime in questi termini: «Bene, osservate ora gli oggetti che vi circondano, sedie, tavoli, case, alberi. Questi oggetti non sono in alcun senso “soggettivi”. Esistono del tutto indipendentemente dall’essere o non essere oggetto d’esperienza di qualcuno. […] Ci sono due distinzioni che devono esservi chiare fin dall’inizio […]. La prima è la distinzione tra caratteristiche del mondo indipendenti dall’osservatore e caratteristiche dipendenti, o relative all’osservatore. […] In generale, le scienze naturali si occupano dei fenomeni indipendenti dall’osservatore, le scienze sociali di quelli dipendenti (8)».

Il punto di vista proposto da Searle è precisamente quello di un realismo ingenuo, per il quale gli oggetti esistono indipendentemente dal soggetto che li rileva. Il nostro discorso intende precisamente mostrare che la stessa scienza, nel descrivere il processo percettivo, evidenzia che gli oggetti sono il prodotto dell’attività del soggetto, messa in moto dagli stimoli fisici provenienti dall’ambiente.

Per ora non insistiamo sul tema del vincolo che sussiste tra soggetto e oggetto. Non di meno, torneremo sul tema più avanti.

Ora ci interessa concludere il discorso sulla percezione. Lo riprendiamo sottolineando un aspetto che abbiamo rapidamente indicato, ma che merita una adeguata specificazione. Ogni sistema sensoriale è specializzato nel trattamento di una classe particolare di fenomeni fisici, che sono i supporti delle informazioni provenienti dall’ambiente esterno. Lo stimolo fisico, dunque, costituisce ciò che dà il via al processo percettivo, ma non solo in forza del suo aspetto fisico, bensì anche in forza delle informazioni che veicola, cioè anche in forza del suo contenuto cognitivo.

La sensibilità, insomma, è la caratteristica di un sistema che dipende dalla sua capacità di reagire anche a livelli deboli di stimolazione: più la soglia è bassa, più il sistema è sensibile. Il sistema visivo si ritiene abbia un funzionamento modulare, che gli consente di analizzare separatamente differenti dimensioni della stimolazione. Tale analisi conduce a quello che può venire definito il primo livello di elaborazione, quella neurosensoriale, dove le caratteristiche locali della stimolazione sono codificate separatamente.

A seconda delle cellule interessate, che vengono attivate, si ha una determinata configurazione ed è precisamente in questo senso che l’aspetto biologico, o materiale, tende a coniugarsi con l’aspetto cognitivo, o formale.

Se le prime elaborazioni neurosensoriali conducono alla decomposizione della stimolazione retinica in una serie di dimensioni (la forma del segnale o stimolo è rappresentata dall’ordinamento degli elementi che lo compongono: orientamento e direzione del segnale, frequenze spaziali, ecc.), successivamente, a seconda delle diverse regioni della corteccia, i neuroni rispondono relativamente a precisi aspetti della stimolazione.

Il processo, pertanto, può venire pensato come una trasformazione: dalle forme neurosensoriali, legate alle caratteristiche di estensione e struttura dello stimolo visivo (a caratteristiche solo sintattiche) si passa a forme cognitive, che esprimono valenze anche semantiche o referenziali: è a questo livello che le rappresentazioni interne si riferiscono ad oggetti della comune esperienza, i quali fungono da “significati” di tali segni (rappresentazioni).

Si potrebbe dire anche così: le forme neurosensoriali si riferiscono al contenuto rappresentato dallo stimolo; le forme cognitive vere e proprie al contenuto rappresentato dall’oggetto: solo l’oggetto vale come un significato cosciente, cioè come un percetto di cui il soggetto sia consapevole.

È da sottolineare, comunque, un fatto che ha del miracoloso: lo stimolo fisico riesce a tradursi in un evento psicologico, in una sensazione, che, in verità, non si presenta mai isolata, ma sempre collegata ad una molteplicità di altre sensazioni, in una unità percettiva che consente di trasformare un “gradiente di chiarezza” o uno “spostamento di composizione spettrale” nella nostra retina in una visione di un oggetto, di un movimento, di una persona.

Al determinarsi di questa unità percettiva giocano un ruolo non solo le molteplici informazioni sensoriali che vengono raccolte a livello cerebrale, ma anche le forme che servono a raccogliere tali informazioni, nonché ad elaborarle e a commisurarle con informazioni precedenti, opportunamente memorizzate.

La percezione, secondo Gibson, Neisser e altri ricercatori, è una vera e propria interazione, volta alla ricerca di informazioni, che si stabilisce tra l’organismo e l’ambiente.

Proprio per le indicazioni fornite, non si può non concludere rilevando il ruolo e il valore che ha la relazione come categoria fondamentale del processo percettivo. Essa non soltanto struttura la percezione, in quanto unità di percipiente e percepito, ma opera nella struttura stessa e del percepito e del percipiente. ”       Il percepito, infatti, si struttura come unità di una pluralità di segnali o indici, e il percipiente, lungi dal valere come qualcosa di passivo, che subisce l’imporsi del percepito, opera innanzi tutto mediante un’attività di selezione che filtra le informazioni provenienti dal mondo esterno.

Questa selezione è funzione della attenzione, la quale può venire descritta come l’attività volta a valorizzare alcune relazioni con il mondo, lasciando che altre relazioni (dette “relazioni negative”) rimangano sullo sfondo. Non vi sarebbero relazioni positive, sulle quali si incentrano la nostra attenzione e la nostra concentrazione, se non vi fossero relazioni negative, che fungono da sfondo e che consentono l’emergenza delle prime.

Lo stesso oggetto della percezione, o la “cosa” ordinariamente detta, è un insieme di dati, frutto della organizzazione dell’attività sensoriale che consente a complesse sequenze di stimoli di venire percepiti nella forma di dati empirici.

Gli psicologi si sono a lungo interrogati sulla provenienza della nostra capacità di organizzare e strutturare la percezione e hanno convenuto che tale capacità, in gran parte, proviene dall’esperienza. Tuttavia, essi hanno riconosciuto che vi sono delle forme di organizzazione percettiva che risultano così universali e naturali da imporre la necessità di considerarle innate, e non il prodotto dell’esperienza. Secondo gli psicologi della Gestalt, ad esempio, varie tendenze organizzative innate influenzano la visione e si caratterizzano per la qualità, propria delle strutture percettive umane, a organizzare in gruppi insiemi di stimoli isolati, sulla base dei fattori di prossimità (vicinanza), somiglianza, chiusura, continuità e simmetria.

6. Il realismo ingenuo

Abbiamo voluto descrivere, in forma estremamente cursoria, il modo in cui oggi la scienza spiega il processo percettivo, affinché possa risultare in tutta evidenza l’insostenibilità di quel realismo ingenuo, tipico del senso comune, cioè del comune sentire, che assume l’oggetto sentito (percepito) come se avesse una sua identità autonoma da ogni altro oggetto e, inoltre, come se fosse del tutto indipendente dal soggetto che lo percepisce.

Ciò su cui intendiamo ora riflettere è precisamente la concezione del realismo ingenuo, quella, per intenderci, che era emersa dalle parole di Searle. Come potrebbe venire descritta tale concezione?

Per rispondere adeguatamente ad una domanda così impegnativa, facciamo una premessa. Il conoscere che trionfa nell’epoca contemporanea sembra porsi a prescindere dalla domanda di verità. La filosofia speculativa, nel corso degli ultimi secoli, è stata considerata molto spesso un esercizio vuoto, una astrattezza che non ha alcuna rilevanza per una ricerca che progetti di attenersi all’autentica realtà delle cose. Ed è per questa ragione che, anche fra i filosofi di professione, essa ha goduto di sempre minore considerazione. Si potrebbe anzi dire che la filosofia classica è stata innanzi tutto liquidata dagli stessi filosofi, troppo propensi a compiacere un conoscere che ricerca l’utile e il funzionale, piuttosto che il vero.

Se non che, è la stessa scienza che, proprio quando approfondisce la sua indagine e la specifica in un senso sempre più determinato, riscopre le questioni fondamentali del sapere e mostra di rivolgersi ad una filosofia che sappia pienamente svolgere la sua funzione teoretica. Ogni ricerca, infatti, anche se iper-specialistica, è volta alla verità dell’oggetto intorno a cui si dispone e, se dichiara che il proprio fine è l’utile, ciò nondimeno intende che questo sia veramente tale, così che neppure l’utile può venire separato dal vero e l’esigenza di fondazione torna a riproporsi come innegabile: essa costituisce il senso anche di quel conoscere di cui si apprezza soltanto l’aspetto pratico-operativo.

Perché abbiamo fatto questa premessa? Per la ragione che il riferimento alla realtà è null’altro che espressione dell’esigenza di fondazione. Lo è anche se non appare in questa forma, anche se, cioè, il tema della realtà non viene considerato in tutta la sua rilevanza. Stabilire quale sia la vera realtà non sembra più un tema sul quale si deve riflettere perché il realismo ingenuo si è affermato come l’unica concezione possibile. E così la realtà è stata identificata sic et simpliciter con l’esperienza percettivo-sensibile, ossia con i dati ordinari che cadono sotto i nostri sensi.

L’insieme dei fatti ordinari viene assunto, dal senso comune e da un conoscere che non sia sufficientemente problematico, come la realtà autentica, una realtà indiscutibile perché appare indipendente dai punti di vista soggettivi.

In questa concezione, la verità viene connotata come corrispondenza (adaequatio) e precisamente come corrispondenza tra la cosa reale (rei) e il conoscere (et intellectus) che dice di essa. Se il conoscere coglie le cose come esse effettivamente sono, allora viene considerato un conoscere vero; se, invece, le altera, allora viene considerato un conoscere non vero.

In effetti, se il tema viene formulato in questo modo, il problema non emerge: basta osservare l’esperienza e risulterà immediatamente la verità o la falsità di un enunciato. Il problema, tuttavia, c’è e consiste precisamente in questo: per poter confrontare il conoscere con la realtà si dovrebbe poter cogliere la realtà direttamente, immediatamente, a prescindere dal processo conoscitivo. Solo in questo caso diventerebbe possibile il confronto tra il reale, accolto a prescindere dal conoscere, e la descrizione che ne fornisce il conoscere stesso.

La questione fondamentale, dunque, si rivela quella inerente al concetto di realtà. Essa è questione fondamentale non solo per la ricerca teoretica, ma altresì per ogni ricerca teorica, che di una qualche realtà deve comunque occuparsi. Il suo valore nasce dal fatto che il concetto di realtà non può non implicare il concetto di verità.

In effetti, la distinzione di verità e di realtà è solo formalistica. Essa, cioè, si pone a muovere da un concetto formale di verità, intesa come adaequatio, e da un concetto formale di realtà, intesa come “insieme di fatti”, come “mondo”.

Tuttavia, la domanda se quella realtà, che ordinariamente viene considerata tale, lo sia veramente torna ad imporsi, così come l’altra, se la verità sia riducibile a corrispondenza tra stati, a rapporto tra l’ordine del discorso (delle conoscenze, espresse in enunciati) e l’ordine dell’esperienza.

Per affrontare il tema in forma ordinata, e fornire un nostro contributo, formuliamo allora la fatidica domanda: che cosa si intende con l’espressione “realtà”?

Rispondiamo ricordando ancora una volta che v’è un uso ingenuo della parola, per il quale viene considerato reale tutto ciò che cade sotto l’ordinario percepire. Per il solo fatto che qualcosa viene percepito, questo qualcosa viene assunto come “realtà”: è reale perché viene percepito.

Se non che, a tale convinzione non può non venire contrapposta questa fondamentale considerazione: se qualcosa è reale perché viene percepito, allora, più che in una prospettiva realista – come pure viene ordinariamente considerata –, ci si colloca nella prospettiva indicata da Berkeley e cioè in quello esse est percipi che, muovendo da premesse empiristiche, approda ad una concezione decisamente idealistica.

In altre parole: se l’essere coincide e si risolve nel “venire percepito”, allora la cosa (il dato, il fatto, l’oggetto del senso comune) non ha alcuna consistenza in sé: essa si colloca interamente nella percezione.

Certamente non è questo l’intento di chi si fa portavoce del realismo naturalistico, come per esempio Hobbes. La concezione del realismo naturalistico (o materialistico), infatti, afferma che l’oggetto c’è, è in sé, a prescindere dal suo venire percepito (o meno). Anche se il soggetto non fosse, comunque l’oggetto sarebbe, prova ne sia il fatto che il mondo è venuto alla luce tanti anni prima della comparsa dell’uomo.

Ciò equivale a dire che l’oggetto non può essere reale perché viene percepito, ma, al contrario, si deve postulare che esso viene percepito perché è reale: poiché l’oggetto è reale, dunque è in sé e per sé, esso può venire percepito dal soggetto, il quale, da questo punto di vista, non fa che accogliere l’ente così come questo si dà (si offre). Si comprende come realismo naturalistico e metafisica precritica esprimano, in effetti, un medesimo punto di vista, quello per il quale l’indipendenza dell’oggetto funge da elemento prioritario e fondante.

L’indipendenza diventa così indice del valore reale dell’oggetto. Ma che cosa si intende affermare allorché si dichiara l’indipendenza dell’oggetto? La sua realtà, il suo porsi a prescindere da qualsiasi relazione (vincolo). Il suo porsi a prescindere da qualsiasi vincolo ad altro oggetto nonché da qualsiasi vincolo al soggetto.

L’oggetto è; è indipendentemente dal vincolo; è indipendente dal soggetto e per questo suo placido “stare”, per questo suo consistere unicamente in se stesso, l’oggetto è reale: è, anzi, l’autentica realtà, l’unica autentica realtà, alla quale il conoscere deve totalmente subordinarsi.

7. Il carattere intrinsecamente problematico dell’oggetto

Proprio perché reale, l’oggetto è assoluto (sciolto da vincoli, ab-solutum) e l’assolutezza è sinonimo di realtà, perché è indice dell’indipendenza, dell’oggettività, dell’emergenza oltre la relazione. Il vincolo ad altro comporta necessariamente la subordinazione, il sottostare, la relatività, laddove invece l’oggetto non può essere relativo, ma assoluto, e per questa ragione vale come fondamento.

Se non che, alcune domande devono venire rivolte anche a questo realismo naturalistico, che non può non venire considerato ingenuo, la forma, anzi, più ingenua di realismo. La prima domanda è la seguente: quando si scopre la realtà dell’oggetto? La risposta non può che essere questa: solo dopo che è stato percepito. Se ne ricava, pertanto, che la sua realtà è una coscienza retrospettiva: inferisco la realtà dell’oggetto in ragione dell’averlo percepito, cosicché, in primo luogo, è la percezione che decreta la realtà e, in secondo luogo, la realtà è un’inferenza.

Da questo punto di vista, quindi, non ha più senso dire che il mondo viene prima della coscienza del soggetto, per la ragione che “prima” e “dopo” sono forme della soggettività, come è stato indicato mirabilmente da Kant. Se si permane all’interno di una generica considerazione di buon senso, allora si dirà che cronologicamente la coscienza (il soggetto) segue il mondo; ma, se ci si colloca all’interno della considerazione speculativa, allora non si potrà non affermare che è insensato chiedersi che cosa viene prima del tempo, dal momento che “prima” è già tempo e dal momento che il tempo è modo della coscienza.

Ontologicamente è la coscienza che fonda il mondo, per la ragione che non solo essa è termine in relazione al mondo, ma altresì è questa relazione stessa. La relazione, infatti, si pone solo in quanto viene consaputa, così che, da questo punto di vista, si dovrà affermare che la stessa relazione di soggetto e oggetto si pone nel soggetto, ma soltanto se il soggetto viene inteso in senso trascendentale.

L’emergenza trascendentale del soggetto (e della coscienza) costituisce il tema fondamentale della presente ricerca. L’ipotesi che intendiamo sostenere, lo ribadiamo, è precisamente questa: conoscere significa cogliere il senso di unità che struttura ciò che viene conosciuto, un senso di unità che diventa sempre più cogente e significativo, nel suo tendere all’unità intesa in senso pieno e assoluto.

A nostro giudizio, lo ribadiamo anche qui, il soffio che emerge dalla cultura dell’Oriente esprime proprio questa ricerca di unità. Il “qi” traduce quell’intentio unitatis, che si spinge verso unità sempre più cogenti e significative, alla ricerca di quell’unità autentica che solo l’Uno metafisico può realizzare. Per questa ragione, tale intenzione, che anima il conoscere, ne costituisce anche il valore più profondo, l’essenza spirituale che emerge oltre la dimensione materiale.

Il conoscere, infatti, prende avvio da fatti, ma il processo della spiegazione già trascende il semplice ordine fattuale e si slancia verso quella comprensione che intende cogliere il reale come un tutto organico, un tutto così organico, che il suo ideale compimento non è più un tutto di parti, un insieme, secondo la concezione matematicista, ma un Intero.

La ricerca dell’intero costituisce, sempre a nostro giudizio, l’essenza spirituale del processo conoscitivo. E non è, forse, il continuo riferirsi all’Intero il tratto distintivo del “qi”? Scrive, a questo proposito, Sotte: «L’origine del qi e della teoria yin-yang si perde nella notte dei tempi ed è correlata alle prime osservazioni sul reale fatte dagli antichi cinesi che facevano esperienza della loro esistenza che accadeva tra il “cielo” e la “terra” e con il concorso del “cielo” e della “terra”».

Per rendere chiaro il senso della nostra proposta, intendiamo continuare a procedere per gradi, senza saltare alcun passaggio logico. Torniamo, dunque, al punto cui eravamo pervenuti, prima della digressione. Dicevamo questo: inferisco la realtà dell’oggetto a muovere dalla coscienza che ho di esso, cosicché assumerlo come indipendente dalla coscienza risulta non altro che una mera astrazione.

La seconda domanda da rivolgere al realismo naturalistico è la seguente: si può parlare di assolutezza dell’oggetto? In effetti, l’oggetto, proprio in quanto tale, deve porsi determinatamente, deve configurarsi, cioè, come “questo” oggetto, che significa, appunto, “non altro”.

Ma che cosa significa, propriamente, affermare che l’oggetto configura un’identità determinata? Significa non poter prendere dal fatto che essa si pone solo perché si contrappone alla differenza. Ciò che rende determinata l’identità, infatti, altro non è che il limite. Quest’ultimo de-limita l’identità, dunque la de-termina, dunque la circoscrive; ma, nel fare ciò, la vincola a ciò che si pone al di là del limite, cioè alla differenza.

Senza “non-A”, “A” non potrebbe mai configurarsi come “A”, così che, da un certo punto di vista, “A” si pone in una sua apparente indipendenza; ma, da un punto di vista più sostanziale, si pone solo in forza del vincolo a “non-A”. Il concetto di limite dice tutto e solo ciò che dice il concetto di relazione: qualcosa è determinato come “cosa-quale-che” solo in quanto si riferisce (ecco la relazione) a qualcos’altro. Il limitato, insomma, è tale solo in forza del riferimento al limitante, che costituisce la sua condizionante posizionale, ovverosia ciò che consente la sua posizione determinata.

Un oggetto unico, dunque un oggetto assoluto, configura pertanto una contraddizione: dire “oggetto” è dire una molteplicità di oggetti, perché ciascuno si pone nel contrapporsi a tutti gli altri. Solo in forza di questa contrapposizione, ciascun oggetto si determina come quell’oggetto.

La conseguenza di ciò è importantissima: nessun oggetto è veramente in sé, poiché ciascuno è in sé in ragione del suo riferirsi ad altro da sé. Più in

generale, ogni identità (ogni “A”) si pone perché si riferisce negativamente alla differenza (a “non-A”), così che il cosiddetto principio di identità, almeno in ambito formale – che è l’ambito dell’ordinario conoscere –, non può non trasformarsi nel principio di non contraddizione, per il quale una cosa è identica a se stessa in quanto non è un’altra cosa: “A” è “non non-A”.

La differenza, che da un certo punto di vista deve venire estromessa dall’identità – giacché solo così l’identità può venire assunta come indipendente –, da un altro punto di vista risulta essenziale al costituirsi dell’identità medesima, cosicché non può conservare carattere estrinseco, ma deve venire riconosciuta nel suo valore intrinseco e costitutivo: il diverso costituisce l’identico, perché quest’ultimo si pone come tale solo postulando il diverso (anche se lo postula per escluderlo). ”

La terza domanda che deve venire mossa al realismo ingenuo è questa: si può parlare di oggetto a prescindere dal riferimento al soggetto? La domanda si propone di evidenziare che l’oggetto si connota come oggetto proprio in quanto si riferisce al soggetto o, detto con altre parole, in quanto è oggetto di un (per un) soggetto, così che il riferimento (relazione) torna inesorabilmente a riproporsi.

Si potrebbe pertanto affermare che l’oggetto si struttura in forza di un duplice riferimento: un riferimento orizzontale, che lo vincola a tutti gli altri oggetti (che lo include nella classe degli “oggetti”), e un riferimento verticale, che lo vincola al soggetto e che costituisce la condizione di intelligibilità del suo essere “oggetto”. Icasticamente: il riferimento al soggetto pone l’oggetto come oggetto, il riferimento agli altri oggetti pone ciascun oggetto come quell’oggetto, e non altro.

La relazione soggetto-oggetto evidenzia il valore correlativo dei due termini: l’uno è impensabile senza il riferimento all’altro. Si potrebbe pertanto affermare che ci si trova di fronte ad un’unica relazione, della quale soggetto e oggetto costituiscono due sezioni astratte: il soggetto rappresenta la parte attiva del riferimento, l’oggetto la parte passiva. Altrimenti detto: il soggetto si pone in quanto si riferisce, l’oggetto in quanto viene riferito. Referente il primo, relato il secondo.

Essi – va ribadito – sono comunque correlativi, anche se ordinariamente la loro correlatività non viene considerata. Sono correlativi perché la posizione dell’uno implica (postula) la posizione dell’altro, reciprocamente e scambievolmente. Un oggetto, che pretendesse di prescindere dal riferimento al soggetto, non potrebbe connotarsi come oggetto e un soggetto, che pretendesse di prescindere dal riferimento all’oggetto, non potrebbe connotarsi come soggetto.

Il valore costitutivo del riferimento – intrinseco alla realtà del soggetto e dell’oggetto – ha una enorme rilevanza sia dal punto di vista teoretico- speculativo sia dal punto di vista teorico-operativo.

Rileviamo, a questo proposito, che la consapevolezza della correlatività di soggetto e oggetto non è affatto estranea al sistema teorico delle scienze empiriche. V’è, infatti, una scienza, e precisamente la fisica teorica, che è pervenuta ad esprimere in forma piuttosto chiara tale consapevolezza.

Si pensi, ad esempio, alla fisica dei quanti e, in particolare, al principio di indeterminazione di Heisenberg: ciò che emerge da essi è proprio il vincolo dell’oggetto al soggetto, ossia il fatto che l’osservatore (il soggetto) ha un ruolo fondante nel costituirsi dell’osservazione (oggetto osservato).

Con altre parole, si potrebbe dire così: il “dato” è “dato a”, in modo tale che, se non c’è colui al quale è dato, non è dato affatto. E ancora: il fatto non è qualcosa di oggettivo, nel senso che vorrebbe attribuirgli il realismo ingenuo, ma solo nel senso del valere come oggettuale, ossia come una delle molteplici forme in cui il punto di vista del soggetto si esprime in forma di “dati”.

Ovviamente, questo non significa affermare che il fatto sia frutto solo della variabile soggettiva. Il fatto è frutto anche di una variabile oggettiva, tant’è vero che noi esperiamo l’oggetto, non lo creiamo.

La variabile oggettiva, però, è il postulato che non si può non richiedere, ma non è qualcosa che possa venire determinato. Se tale variabile venisse determinata, infatti, il fondamento oggettivo scadrebbe a fatto e cesserebbe di valere come il fondamento dell’ordine dei fatti. Il fondamento è autentico solo se vale come quella condizione che sta alla base dell’esperienza, e dei “fatti” (“oggetti”) che si presentano in essa, perché è condizione incondizionata, cioè assoluta.

L’oggettivo non può non essere assoluto; di contro, l’oggettuale è in strutturale relazione con il soggetto. Questo ci sembra un punto cruciale e non ci stanchiamo a riproporlo all’attenzione del lettore.

Ne consegue che ogni fatto è, a rigore, un’interpretazione data dal soggetto a quel fondamento oggettivo, che costituisce il fine autentico del processo conoscitivo. L’oggettivo permane un ideale, giacché le conoscenze che di fatto vengono prodotte sono inseparabili dall’orizzonte interpretativo del soggetto. ”   Non per niente, Kant ha messo in evidenza che i fatti sono, in verità, dei fenomeni, legati, da un lato, al modo di recepirli del soggetto; dall’altro, ad un fondamento oggettivo, il noumeno, che non può mai venire determinato, senza perdere il suo valore oggettivo.

Note

6. C. Bonnet, “La percezione visiva delle forme”, in C. Bonnet, R. Ghiglione, J. F. Richard, Trattato di psicologia cognitiva, Borla, Roma 1995, vol. I, p. 16.

7. D.C. Dennett, Coscienza. Che cosa è?, Laterza, Roma-Bari 20092, p. 45. 8. J.R. Searle, La mente, Raffaello Cortina, Milano 2005, pp. 7-9.




Conoscenza

Carlo Moiraghi*

Chi di voi è saggio e intelligente? Lo dimostri con le opere di una buona condotta, unite alla dolcezza che è propria della vera sapienza. Ma se, al contrario, avete in cuore amara invidia e discordia, non gloriatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: ma è una sapienza terrena, carnale, diabolica. Dove c’è invidia e discordia, vi è pure disordine e ogni sorta di male. Invece, la sapienza che viene dall’alto in primo luogo è pura, poi pacifica, indulgente, conciliante, piena di misericordia e feconda di buoni frutti, aliena da parzialità e da ipocrisia. Il frutto della giustizia è seminato dalla pace, a bene di coloro che diffondono la pace.!

Giacomo 3, 13 – 18

Per accedere alla via della conoscenza conviene evocare la propria mente bambina e ascoltarla, e chiederle, e imparare da lei. La mente bambina conosce la realtà perché anche l’esistenza è una bambina, semplice e pura, e solo un’altra bambina tenera come lei può conoscere le regole e i linguaggi di questo mondo bambino, e te ne parla e te li spiega se vede che tu lo desideri, però tu mai la tradire. La conoscenza non è una via, è un campo, vi si perviene da innumerevoli accessi, si apre in innumerevoli direzioni, di ogni genere e di ogni qualità. Vi è di tutto nel campo della conoscenza, di tutto e del contrario di tutto, così la conoscenza in sé non è né buona né cattiva. !Sta a te darle un significato, un valore. Sta a te riconoscere una zolla da un’altra, una conoscenza dall’altra, e trovare e scegliere per te almeno un pugno di terra umida e fertile. Dipende da te, la tua mente bambina lo sa fare, tu chiedile in onestà di aiutarti e segui i consigli che ti da, quali che siano. Vedrai che ti troverai bene.

La conoscenza è uno sterminato campo di papaveri, ogni papavero è una corolla di petali,

ogni petalo è un segreto del vivere vero, e vi è un tempo della tua vita in cui ogni mattina un petalo si apre per te. È la tua mente bambina che suggerisce ai petali di venire da te, li convince, forse li attira, forse con le sue rosee guance paffute li soffia piano piano verso di te.

Così, invaghito dei teneri sorrisi e dei versetti della bimba ogni giorno un petalo viene a te, puntuale, e giunto a te si apre. Ormai lo dai per sicuro e ogni mattina aspetti la sua venuta, e prima o poi viene, presto o tardi ogni giorno viene, gioca con te, scherza con te, chiacchiera con te, con la tua mente bambina, poi non le resiste e si apre, e il suo segreto per te non è più segreto. A te spetta di ricordare come quel petalo e il suo segreto in sé non portino a nulla, perché la conoscenza, di per sé, non porta a nulla. È un campo sterminato, non ha una direzione né un verso, però è meraviglioso, macchie rosse di papaveri spruzzate nei gialli e nei verdi e intarsiate gli azzurri, una distesa casuale, difforme, con cumuli di erbacce e di pietre nei terricci smossi.

Il papaver somniferum ha fiore ermafrodito, comprende quindi dentro di! sé sia androceo che gineceo, ovvero stami e ovario, e ovuli e stilli. La sua fioritura è estiva, l’impollinazione entomogama, mediata cioè da insetti pronubi entusiasti delle tinte corallo e dei succhi squisiti prodotti dalle ghiandole presenti in quei petali, i nettari. Come da sempre si sa è fiore magico e lo dimostra anche con quel nulla che dura. Il suo petalo si fa niente in un non nulla sotto i tuoi occhi e tu resti lì, unico sopravvissuto, lo stringi nella mano e lui ora è solo un poco di fragranza gialla e arancione nel tuo palmo, caro. Hai presente i campi dei papaveri? Meravigliosi, sparsi fiori scomposti, storti, sghimbesci, stralunati, e neppure dello stesso colore, rossi, rosa, sbiaditi, violacei, biancastri, con quei minuscoli sbuffi scuri appena nascosti, quei semi giallastri appena intravisti, quattro petali in croce perennemente spiegazzati dai venti eppure resistenti, macilenti e meravigliosi, anche in questo loro stentare penduli meravigliosi. Invece sono solo una piccola prova. La conoscenza non porta a niente e non è che una piccola prova, però è meravigliosa.

L’unica vera direzione della conoscenza sta nel processo stesso della scoperta, nel vivere la soddisfazione in te perseguendola, nella bellezza di vedere aprirsi quel petalo per te, in te, la conoscenza è questo, non è nel presunto oggetto scoperto, che è del tutto effimero e secondario e può fuorviare, e che rappresenta la tentazione.

La conoscenza, almeno nei suoi primi passi, sta sempre tutta nel! medesimo petalo, nel medesimo segreto, consiste nel vivere in che modi nei differenti contesti e scenari il molteplice si faccia uno, il due si faccia uno, il numero si riveli uno, la cifra quale che sia si risolva nell’uno, sta nell’accorgersi di come il molteplice già sia uno da sempre né potrebbe essere altro, è conoscenza riunitiva, insomma uno e nessuno due, comprendere e fare esperienza di come nei singoli casi ciò avvenga.

Sta tutto dentro il rosso vermiglio quasi trasparente di quel petalo strappato che appena aperto sta già svanendo, sta tutto nella delicata fragranza di quel niente che è, e non è profumo.!!!!! Sappi come lungo le strade della conoscenza la debolezza sia la forza vera e come la forza sia la vera debolezza, e come al termine dei conti dei servi e della conta degli schiavi, che facciamo tutti perché siamo tutti servi e schiavi, servi di servi e schiavi di schiavi, sia conveniente ritrovarsi nel dare, non nel prendere, magari non nel dare tanto, non nel dare tutto ma nel dare, qual cosina ma dare. Sia però chiaro come dare e prendere siano modi, radici, principi, archetipi, nature, e non si possano quindi quantificare, se provi a quantificarli li! tradisci. Così pretendere di quantificare il dare, specificare dare poco o dare tanto, è già prendere, e la conoscenza è altrove. Anche quel campo allora è altrove, anche i papaveri e i petali e perfino tu, e neppure sai dove. Sai solo che quella bambina gioiosa, desiderosa di attenzioni, di libertà e di rispetto, la tua delicata mente innocente, ora non c’è lì con te. Ti domandi se forse senza accorgertene tu l’abbia delusa e se per questo lei non sia venuta. Forse invece ti era ben chiaro di tradirla quando alle prime tentazioni hai ceduto e l’hai rinnegata, forse anche senza incertezze, eppure sapevi quanto ne avrebbe sofferto, quanto si sarebbe indebolita, quanto ti saresti perduto, e adesso sei solo. Al tuo fianco ora non c’è più nessuno. Non ti resta che attendere, sicuro dell’indulgenza, del perdono e della prossima riunione. Di quando in quando sbirci dattorno, a lungo, ne ricerchi i segni del ritorno, finché lieve, quieta, finalmente odi di nuovo la voce bambina, il fiore e il profumo, intonare il felice racconto. Ti accorgi così di come l’insegnamento sincero da sempre risuoni fra il cielo e la terra dovunque, solo che vi si presti fiducioso e felice l’ascolto.

Cantico della riunione dei cuori

Nel tempo come fuori dal tempo, dove gli arcobaleni degli ultimi ed i cieli dei primi coincidono, alte strofe, segrete e evidenti, cantilenò la chiarissima voce, e vi fu chi le udì e le trascrisse. Non fu un caso. Mai lo è. “Ogni alito, amore mio grande, coniuga i due soffi e i due mondi, fa uno di due, né altro potrebbe, onnipresente sempiterna riunione dei cuori. E’ quanto mi hai insegnato, ora ascoltami tu. Non volere scoprire quanto non appartiene a quel mondo cui tu oggi dai forma e fiato e tinta e nome. Vedi amore, noi già varchiamo ogni cielo ogni istante. A chi ama non sono posti confini. La via della conoscenza è plasmata di amore,di libertà non di sforzo, di pace non di tenacia. Varie volte la tenacia consuma. Vedi amore, oltre l’oltre da tempo ti è aperto, spalancato, non vedi? Da sempre e per sempre oltre l’oltre abbraccia ogni vivo, ma così, come tu fai, tentandolo, violandolo, amore mio caro, forse già io ti vado perdendo, e forse tu me. Bada. Non volere provare, sperimentare, diventare, andare via, volare via. Non volere. Sei completa e meravigliosa così. Accorgitene. Sei completo e meraviglioso così. Sii responsabile anche e soprattutto verso te stesso, e verso di me, che ti ho donato il cuore. Io sono tua. Già ti ho detto, ma vale ricordartelo. Pratica unicamente ciò che sei, ma meno, meno, molto molto meno, e solo alcune volte, unicamente quando davvero necessiti. Non è affatto un gioco e lo sai. Puoi soffrirne. Ti può scottare e gelare. Allora? Resta qui cara, insieme a me. Rimani qui, caro amore, con me. Stammi vicino. Non ti accorgi? Non ti basta quanto siamo felici? Non vedi? Guardami. In questo modo in questo mondo Vivrai. Mano nella mano vivremo. Già da sempre viviamo insieme, noi due. Ricorda quell’antica promessa. Attraverso le vite. Noi.”




Un’esperienza di medicina integrata, la meditazione in oncologia

Margherita Galli*, Gioacchino Pagliaro**

1.”La meditazione

Le definizioni di meditazione possono essere molteplici e non sempre coincidenti tra di loro, poiché vi sono connotazioni differenti del termine a seconda della tradizione culturale e filosofica a cui si fa riferimento.

Il termine sanscrito utilizzato per definirla è “samadhi” e contiene tanto gli aspetti religiosi quanto quelli spirituali, filosofici e terapeutici, il ché permette di accostarsi alla meditazione continuando ad aderire liberamente alla propria cultura di appartenenza.

Con il termine meditazione si intende un addestramento alla presenza mentale che, attraverso l’acquietamento della mente ed un livello più profondo di consapevolezza, agisce contemporaneamente sul piano mentale, spirituale, energetico e fisico (Pagliaro 2013).

Ad oggi la meditazione può essere ritenuta anche una vera e propria forma di terapia poiché si è rivelata una pratica utile a liberare l’essere umano dalla sofferenza. Ci permette, infatti, di liberare la nostra mente dalle condizioni di malessere e dalle distorsioni cognitive e mentali. In questo senso lo scopo della meditazione è quello di migliorare la qualità della vita, liberandosi da emozioni e fattori mentali nocivi e da tutto ciò che turba o affligge (Pagliaro, 2004).

Sono ormai numerosi gli studi scientifici che sembrano dimostrarne l’efficacia. A partire da quelli condotti negli anni ’30 dalla cardiologa francese T. Brosset, per arrivare a quelli! condotti negli anni ’60 da Benson e che hanno permesso di dimostrarne gli effetti benefici nel trattamento di alcuni disturbi digestivi, di alcune patologie

cardiovascolari, di alcune forme di cefalea o quelli di D.Goleman, R.Wallace, J.Gordon, R.Davidson e J. Kabat-Zinn che hanno poi cercato di verificarne l’efficacia su disturbi psicologici, come stati depressivi o attacchi di panico.! Più nello specifico, a livello fisiologico, è ormai ampiamente ! dimostrato che, durante la meditazione: diminuisce la frequenza del ritmo respiratorio e del ritmo cardiaco, aumenta il flusso sanguigno nei muscoli del corpo, il cervello emette onde cerebrali di tipo alfa e teta (onde tipiche del rilassamento e simili a quelle del sonno profondo (T.Hirai, 1975), vi è una riduzione dell’attività metabolica, diminuisce la tensione muscolare, si regolarizza la pressione sanguigna, in molti casi si ristabilizza la funzionalità del sistema immunitario e c’è una regolazione a livello della chimica del sangue (Benson, 1976). A livello psicologico, invece, D.Goleman (1976), importante studioso statunitense, ha analizzato gli effetti della meditazione nel trattamento di stress e ansia, scoprendo la sua efficacia anche su diversi tipi di disturbi di tipo psicologico. Meditare, infatti, sarebbe risultato essere utile a diminuire lo stato di tensione interna, ad aumentare e favorire uno stato di tranquillità, ad aumentare le nostre capacità attentive e di concentrazione, a migliorare il rapporto con noi stessi, a generare apertura e disponibilità nei confronti degli altri e a sviluppare uno stato mentale sereno.

Focalizzando l’attenzione, per esempio, su situazioni di malattia cronica, una ricerca ha cercato di evidenziare gli effetti della meditazione sui sintomi fisici e psicologici ad esse connesse, dimostrando una diminuzione dei livelli di dolore, ansia, depressione, stress ed un miglioramento dell’umore e dell’autostima (Bonadonna, 2003). Un’ altra importante ricerca ha analizzato, invece, gli effetti delle pratiche meditative nel trattamento del dolore connesso a patologie mediche (Astin, 2004). Grazie ad un’imponente analisi della letteratura esistente e al lavoro su un campione molto ampio, con questo studio si è riusciti a dimostrare l’efficacia dell’applicazione delle pratiche meditative, durante le fasi pre-operatorie, nell’ottenere una diminuzione dei tempi di ricovero, la riduzione del dolore post operatorio ed una migliore ripresa del paziente.

In campo oncologico, poi, sono stati gli studi pioneristici di L.Leshan e C. Simonton a comprovare l’efficacia della meditazione, associata a terapie mediche, nel riequilibrio !della risposta del sistema immunitario. Gli studi di C. Simonton (Simonton,1980), oncologo e radioterapista, hanno riscontrato l’efficacia della meditazione addirittura su pazienti in stadio avanzato di malattia, portando alla conclusione che le emozioni, le convinzioni e gli atteggiamenti mentali possono influenzare pesantemente la salute e la qualità di vita delle persone. Simonton ebbe il grande merito di studiare ed applicare un metodo di supporto oncologico, associato a tecniche meditative, su 159 pazienti giudicati incurabili dai medici riuscendo a dimostrare che il suo metodo aveva aumentato da 3 a 4 volte la sopravvivenza in ben 63 pazienti, oltre ad aver portato un netto miglioramento nella qualità della loro vita.

2.”La visualizzazione

Quando si parla di visualizzazione ci si riferisce, così come ha fatto Arnold Lazarus all’interno del suo testo L’occhio della mente ad una “raffigurazione mentale di qualcosa che non è realmente presente” (Lazarus, 1987, p.9). Senza rendersene conto si! compie quest’azione di continuo. Si visualizza quando si pensa a qualcuno che in quel momento non è vicino, quando si pensa a quello che si dovrà fare domani, quando si pensa !a una certa situazione che si dovrà affrontare da lì a poco tempo. Le persone, infatti, spesso non si rendono conto di quanto utilizzano le immagini mentali, poiché inevitabilmente le nostre emozioni sono accompagnate da raffigurazioni o da immagini ed i nostri pensieri non vengono espressi solo attraverso le parole. Si possono avere, però, capacità differenti di visualizzare. C’è, infatti, chi riesce ad avere spontaneamente! immagini più chiare rispetto a chi, invece, fa più fatica e ad esempio necessita maggiormente di una guida esterna. Allo stesso modo c’è chi ha una maggior tendenza a visualizzare immagini negative piuttosto che positive o viceversa ma Lazarus sostiene che, esercitandosi, le persone possono imparare a sostituire le loro immagini con altre.

In psicoterapia l’uso della tecnica della visualizzazione non è affatto nuovo. Ci si può riferire, a tal proposito, già alle terapie immaginative che si utilizzavano ai tempi degli Egizi e dei Greci per poi arrivare a Carl Jung che fece tanto uso di quella che egli stesso denominò “immaginazione attiva”, attraverso la quale chiedeva ai suoi pazienti di rivivere con l’immaginazione alcuni dei loro sogni.

Le tecniche di visualizzazione sono dunque moltissime, così come gli ambiti in cui possono essere applicate.

Possono essere impiegate, infatti, all’interno delle terapie, per alleviare le tensioni ed i turbamenti ma anche per vincere paure e fobie sia nei bambini che negli adulti. Nel merito, ad esempio, fin dagli anni ’70 del secolo scorso, si iniziarono ad usare con successo le tecniche !di “desensibilizzazione sistematica” attraverso cui si chiedeva al paziente di immaginare, dopo un breve rilassamento, la situazione ansiogena minima per arrivare ad immaginare l’apice della situazione fobica.! Ci sono poi anche tecniche di “visualizzazioni negative”, con le quali si chiede alle persone di focalizzarsi su immagini spiacevoli. Sono quelle che si usano solitamente per superare le cattive abitudini, come il fumo, l’alcool, le droghe, l’alimentazione eccessiva e così via.

Da un punto di vista clinico è rilevante anche l’applicazione delle tecniche di visualizzazione in ambito oncologico. !Simonton, infatti, sosteneva che, formando un’immagine, facciamo un’affermazione mentale di quello che vorremmo che accadesse e ripetendola creiamo un’aspettativa positiva a quel riguardo. Di conseguenza le persone cominciano ad assumere comportamenti per i quali facilitano l’ottenimento di ciò che vogliono e contribuiscono al suo verificarsi. Per questo motivo, all’interno del suo metodo, Simonton ha lavorato attraverso le visualizzazioni. Per quanto riguarda l’immagine delle cellule cancerose, la cosa importante sarebbe che esse venissero visualizzate dai pazienti come deboli, come neutralizzabili ed allo stesso modo sarebbe importante che si riuscissero ad ottenere immagini inerenti alla parte positive dell’esperienza di malattia, come la terapia, cercando di visualizzarla come un alleato, come un amico che aiuta, personalizzando il proprio trattamento. Così i globuli bianchi, che rappresentano le convinzioni del paziente riguardo le difese naturali dell’organismo, andrebbero visualizzati come numerosi, come un gruppo (magari un branco di pesci o come i raggi del sole) superiore per numero a quello delle cellule cancerose, così da poterle distruggere e annientare.!! I pazienti possono esercitarsi a visualizzare anche se stessi in salute, immaginandosi di star svolgendo attività che svolgevano prima di ammalarsi, immaginandosi immersi in attività per loro particolarmente piacevoli o immaginandosi di stare ancora come si stava nel periodo più sano della propria vita.

!

3.”Il protocollo ArmoniosaMente

Il protocollo ArmoniosaMente è ad oggi uno degli interventi più completi nel campo dell’applicazione della meditazione e della informazione medica sulla malattia e sulla cura !in oncologia.

Si tratta di un progetto attivo ormai dall’anno 2003 ed il cui responsabile è G. Pagliaro, Direttore dell’Unità Operativa di Psicologia Ospedaliera del Dipartimento Oncologico di Bologna, presso l’Ospedale Bellaria.

Tale progetto, rivolto a donne affette da tumore alla mammella con trattamenti ancora in corso, integra tecniche meditative derivate dalla medicina tibetana con incontri formativi – informativi di tipo medico ed interventi di educazione sanitaria.!

In ogni gruppo vi possono essere da un minimo di 12 partecipanti ad un massimo di 15 partecipanti e possono essere inserite tutte le pazienti, poiché non ci sono limitazioni o vincoli dati da variabili quali l’età o il livello culturale.

Come accennato poco fa, ArmoniosaMente è basato su due aspetti in particolare e che si sono rivelati basilari nell’efficacia delle pratiche riguardanti la salute: la corretta informazione sanitaria e l’utilizzo di pratiche meditative.

Infatti, se da un lato è ormai evidente l’importanza che una corretta informazione sanitaria può svolgere nel creare l’aderenza del paziente alle cure e nel rafforzare il suo sentimento di fiducia verso quello che sta facendo, dall’altro è ampiamente dimostrato anche che la meditazione è un ottimo strumento pratico, utilizzabile dalle pazienti stesse per gestire lo stato di stress o ansia di cui spesso sono vittime.

Si è pensato di chiamare il protocollo ArmoniosaMente perché il suo obiettivo è appunto quello di agire sulla dimensione mentale delle pazienti, offrendo loro sia una buona informazione sanitaria sia l’apprendimento di una pratica meditativa che stimoli il loro potenziale di guarigione.

Il progetto si sviluppa nell’arco di undici incontri, a cadenza settimanale. Il primo incontro, tenuto dallo psicologo di riferimento, è di carattere prevalentemente introduttivo e serve per spiegare alle partecipanti quali sono le modalità secondo cui si svilupperà il corso.

Prima fase Parte informativa di educazione alla salute”

Come si diceva, si è pensato di costruire il protocollo di ArmoniosaMente in modo tale da fornire alle pazienti la possibilità di partecipare ad una prima parte di incontri di carattere puramente informativo. L’idea di base è che ricevere informazioni chiare e dettagliate rispetto alla propria situazione di malattia e all’iter terapeutico da seguire abbia un ruolo rilevante nel rendere il paziente più aderente alle terapie. Laddove, con il termine aderenza, si intende la misura in cui ogni paziente segue le raccomandazioni formulate dalla propria equipe sanitaria.

Secondo un report della OMS (2003) di media soltanto il 50% dei pazienti con malattie croniche e che si sottopongono a trattamenti di lunga durata, sono aderenti alle terapie. Allo stesso modo, molti studi (Marin et al. 2010; Noens et al. 2009; Patridge et al. 2010) mostrano che i pazienti affetti da malattie oncologiche non aderiscono quasi mai al 100% alle loro terapie e che la mancata aderenza nei pazienti oncologici è un fenomeno molto più diffuso di quanto generalmente si creda.

Uno dei primi studi ad aver esaminato e verificato la non completa aderenza alla terapia, da parte dei pazienti con patologie oncologiche, è stato pubblicato nel 1983 ( Hoagland, Marrow, Bennet e Carnike, 1983) e da allora diverso studi hanno preso in considerazione il tema dell’aderenza alle terapie, per esempio, in pazienti oncologici costretti ad assumere anche farmaci antibiotici (Adachi et al. 2010) o in !pazienti con

tumore alla mammella che assumevano terapie per via orale (Haeshman et al. 2010; Mayer et al. 2009; Moore, 2010).

Ecco allora che si è pensato che una corretta e completa informazione potesse diventare uno strumento utile ed uno strumento efficace per aumentare il livello di aderenza alle terapie da parte delle pazienti. Fornire le informazioni indispensabili consente di far comprendere al paziente perché può essere particolarmente importante per lui mettere in atto un certo comportamento, aumentando il suo grado di consapevolezza e quindi di motivazione verso di esso. Capita spesso che la messa in atto di un comportamento dipenda dal grado di motivazione ad esso connesso e che quest’ultimo dipenda a sua volta dalla quantità di informazioni, ad esso relative, che abbiamo in nostro possesso.

Se i pazienti non sono addestrati, informati, educati adeguatamente e se non hanno ben chiara la loro situazione di malattia, il loro piano terapeutico o gli effetti causati da un’assunzione inadeguata di alcuni farmaci, ci può essere una riduzione della loro qualità di vita, un aumento della frequenza delle visite mediche, una maggior probabilità di necessità di ri-ospedalizzazione (Ruddy, Mayer, Patridge, 2009).

Per questo i primi incontri del protocollo sono stati pensati proprio nell’ottica di fornire una vera e propria educazione alla salute, basata su un’informazione chiara, che eviti tecnicismi di difficile comprensione, che cerchi di dare un’organizzazione coerente alle informazioni, che lasci spazio ai dubbi e alle domande delle pazienti.

Anche i risultati ottenuti dall’applicazione del protocollo di ArmoniosaMente in ospedale, come vedremo, saranno una dimostrazione della relazione tra la conoscenza e la motivazione all’aderenza alle terapie.

!Nello specifico, la prima parte è composta da sei incontri che sono tenuti da tutti i medici specialisti che le pazienti incontrano durante il loro percorso di trattamento. Il primo incontro è diretto dal senologo, che sensibilizza le pazienti ad esempio sul tema dello screening mammografico e quindi della prevenzione; nel secondo incontro le pazienti incontrano il chirurgo, che presenta loro le varie possibili tipologie di intervento chirurgico cui potrebbero essere sottoposte; il terzo incontro è diretto dall’oncologo, che mostra loro differenti tipi di trattamento e spiega in quali casi e perché ne viene scelto uno piuttosto che un altro; nel quarto incontro le pazienti hanno la possibilità di confrontarsi con il radioterapista che spiega l’importanza di quel tipo di trattamento; il quinto incontro è condotto da una dietologa, che ha l’occasione di sottolineare l’importanza di una corretta alimentazione; il sesto ed ultimo incontro è tenuto da un medico specialista dello sport che, coerentemente con l’incontro precedente, rafforza l’importanza dei uno stile di vita sano e di una attività motoria costante per prevenire episodi di ricaduta.

Gli obiettivi di questa prima fase quindi sono: offrire una corretta informazione sul tumore alla mammella e sui trattamenti conseguenti; sviluppare un atteggiamento mentale fiducioso nei confronti delle terapie; consentire ai medici di potenziare la dimensione relazionale della cura che è purtroppo spesso trascurata a causa di problemi organizzativi e di tempo.

Seconda fase Applicazione della meditazione

Gli ultimi incontri sono tenuti, invece, dallo psicologo di riferimento e riguardano il percorso di meditazione. Partendo da un’auto presentazione delle partecipanti, per inquadrare le loro storie di malattie e le loro convinzioni a riguardo, si procede con l’introduzione al concetto di meditazione. Vengono fornite subito le istruzioni basilari per poter poi insegnare loro un primo esercizio di presenza mentale, che dovranno ripetere a casa il maggior numero di volte possibile, fino all’incontro successivo. Su questo punto può essere utile soffermarsi un momento.

Che cosa significa, quindi, parlare di presenza mentale? Nella nostra vita quotidiana ci capita spesso di fare più cose alla volta o di fare una cosa ed intanto di pensare ad altre. Questo, anche se non ne siamo sempre consapevoli, ci richiede uno sforzo costante e !genera uno stato cosiddetto di “lavorio mentale” , ovvero un’attività cognitiva costante e una serie di !automatismi di pensiero che affollano e affaticano la nostra mente.

H. Benson, cardiologo della facoltà di medicina di Harvard, ha dimostrato scientificamente che, attraverso la presenza mentale, tutti gli organi e gli apparati del nostro corpo vanno verso uno stato di “coerenza”e quindi verso il loro stato ideale di buon funzionamento. Sono diverse le !prove scientifiche che dimostrano, che anche la sola presenza mentale è in grado di generare effetti positivi su memoria, attenzione, concentrazione e di diminuire gli stati di ansia, tensione e stress.

E’ attraverso l’esercizio della presenza mentale che ci si abitua lentamente ad essere più presenti nelle cose che si fanno , che ci si abitua a farle meglio e con maggiore consapevolezza! e motivazione. (Benson,1976)

Lo sviluppo della mindfulness e della presenza mentale, infatti, porta ad un aumento della consapevolezza delle proprie intenzioni e aiuta la persona a raggiungere una maggiore chiarezza anche riguardo a ciò che deve essere fatto, cioè a ciò che è salutare e che contribuisce al suo benessere personale.

Le ricerche scientifiche che da tempo si occupano di verificare l’efficacia della mindfulness, ad un livello anche terapeutico, suggeriscono la pratica della consapevolezza può portare a cambiamenti significativi nei domini di diverse funzioni cognitive, come l’attenzione o la memoria. Dalla maggior parte degli studi si evince che, già dalle prime settimane di pratica, aumenta la capacità dei soggetti di dirigere volontariamente l’attenzione alle esperienze del momento presente e che migliorano l’attenzione selettiva e tutte le funzioni esecutive (Chiesa et al. 2011; Segal et al. 2002; Kabat Zinn, 1990).

Per questi motivi si è pensato che unire queste premesse teoriche a quelle della prima fase del protocollo potesse essere il modo migliore per aiutare le pazienti a sviluppare un atteggiamento mentale di consapevolezza ed accettazione nei confronti della loro esperienza presente.

Dopo un primo incontro in cui si gettano le basi per la pratica di meditazione, si procede con il secondo incontro durante il quale si ascolta il resoconto delle partecipanti su come è andata la loro settimana, sulle modalità con cui hanno svolto l’esercizio, sulle difficoltà che hanno trovato per poi procedere con un commento da parte dello psicologo e con l’insegnamento di una nuova parte dell’esercizio, introducendo una specifica visualizzazione. Lo stesso accade anche nell’incontro successivo e nell’ultimo, nel quale viene insegnata la parte conclusiva della visualizzazione, arrivando a completare la pratica meditativa. L’ultimo incontro si chiude con un bilancio complessivo dell’esperienza da parte delle pazienti.

Terminata !questa parte di incontri a cadenza settimanale si procede poi con tre incontri a cadenza mensile, per offrire l’opportunità alle pazienti di continuare a trovarsi in gruppo.

All’interno della seconda fase del protocollo viene fatta anche un’indagine di tipo psicodiagnostico. Sono state esaminate e prese in considerazione diverse tipologie di scale ma per la scelta ci si è focalizzati su due punti in particolare: il primo era la necessità di utilizzare uno strumento di valutazione che non fosse troppo impegnativo né a livello di somministrazione, così da andare incontro alle pazienti, né a livello di sgrigliatura ed il secondo era la necessità di scegliere un test che ci permettesse di avere un riscontro connesso sia alla prima che alla seconda fase del protocollo. Si è deciso, così, di far riferimento al POMS (Profile of Mood State; D.McNair; M.Lorr; LF Droppleman, 1971) e di somministrarlo, alle pazienti di ogni gruppo, durante il primo e l’ultimo incontro di meditazione. In Italiano il significato della sigla POMS è “analisi degli stati emotivi” ed infatti il test viene genericamente utilizzato per analizzare aspetti fisiologici e comportamentali ma anche soggettivi ed emotivi (come sensazioni o umori) che possono aver caratterizzato la vita del soggetto nell’ultimo periodo della sua vita. Il test è composto da 58 item, costituiti da locuzioni o aggettivi, che vanno a definire sei fattori in particolare: il fattore “T” (tensione-ansia) che analizza la tensione somatica osservabile sia dall’esterno che dall’interno, attraverso manifestazioni psicomotorie o stati di ansia vaga e diffusa; il fattore “D” (depressione-avvilimento) che si riferisce ad uno stato depressivo accompagnato da un senso di inadeguatezza personale ma anche a sentimenti di inutilità rispetto ai propri sforzi e di isolamento a livello emotivo; il fattore “A” (aggressività-rabbia) che va ad indagare sia sentimenti di rabbia intensa, aperta e manifesta sia sentimenti di ostilità più attenuati e nascosti; il fattore “V” (vigore-attività) che rileva lo stato di vigore, di esuberanza, di energia, di vitalità della persona;! il fattore

“S” (stanchezza-indolenza) che, al contrario del fattore di vitalità,! si riferisce soprattutto ad una sensazione di noia e alla mancanza di forze!ed infine il fattore “C” (confusione-sconcerto) che spesso rappresenta il risultato di un’auto valutazione in merito alla propria efficienza a livello cognitivo.

! 4.”Dati sperimentali

A sostegno di quanto detto fino ad ora, riportiamo ora alcuni dati relativi al protocollo ArmoniosaMente applicato presso l’Unità Operativa di Psicologia Ospedaliera del Dipartimento Oncologico dell’Ospedale Bellaria di Bologna.

Sono stati presi in considerazione otto gruppi di pazienti, per un totale di 69 donne, con neoplasia alla mammella, in trattamento presso l’Ospedale Bellaria e che hanno partecipato ad Armoniosamente tra Settembre 2010 e Settembre 2013.

Tutti i gruppi hanno seguito lo stesso protocollo (un primo incontro introduttivo con lo psicologo, sei incontri formativi di educazione alla salute con vari medici, quattro incontri sulla meditazione con lo psicologo e somministrazione del POMS). Però, mentre in tre gruppi su otto il test ed il re-test sono stati somministrati rispettivamente nel primo e nell’ultimo incontro di meditazione, nei restanti cinque gruppi il test è stato somministrato all’ultimo incontro di meditazione ed al primo incontro di richiamo, quindi a distanza di un mese dalla fine del protocollo.

Innanzitutto va sottolineato come, aldilà della somministrazione del test, già a conclusione della prima parte, si sia verificato un aumento della fiducia nelle cure, un aumento della speranza nei confronti della guarigione e come sia diminuita di molto quella sensazione di spaesamento dovuta principalmente alla scarsità di informazioni ed alla poca chiarezza rispetto a quello che si sta facendo o che si dovrà fare. Superata la fase iniziale, poi, si sono iniziati a sperimentare anche i primi legami interni al gruppo, che innescano sempre nelle pazienti un forte senso di appartenenza e che danno grande sollievo, interrompendo quel senso di isolamento, percepito da loro fino a poco tempo prima.

Tab. 1 Miglioramento significativo dei singoli fattori POMS

Dopo questa prima fase, i risultati ottenuti nei gruppi presi in considerazione possono essere così classificati: un aumento della fiducia verso le cure mediche; un aumento del senso di controllo sulla malattia; una diminuzione del senso di confusione e di smarrimento; un rafforzamento della speranza nei confronti della guarigione.

Per quanto riguarda la seconda parte, in cui è stato somministrato il POMS, ci sembra che possa essere utile riportare nello specifico anche qualche dato numerico, così da mettere meglio a fuoco che cosa accade realmente alla pazienti durante tutto il percorso.! La somministrazione del POMS ci ha permesso di analizzare che cosa si modifica nelle pazienti per ognuno dei sei fattori che lo compongono, ovvero quelli relativi a: tensione, depressione, aggressività, vitalità, stanchezza e confusione.

Contando che il campione è composto da 69 donne in totale, è emerso che: il fattore “tensione- ansia” è migliorato in 27 donne, così come anche il fattore “depressione-avvilimento” ed il fattore “aggressività-rabbia”; il fattore “vigore-attività” è migliorato in 15 pazienti; il fattore “confusione- sconcerto” è migliorato in 21 pazienti ed infine il fattore “stanchezza-indolenza” è migliorato in 26 pazienti. In tutti i casi appena citati si è verificata una modificazione significativa in positivo del fattore considerato.

(Vedi tab. 1 e tab.2)

Va notato poi che in 18 pazienti su 69 non sono avvenute modifiche in nessuno dei sei fattori del POMS e che, nella maggioranza dei casi, i fattori che non hanno subìto miglioramenti significativi sono rimasti stabili su valori già medio -bassi in partenza.

Come si può notare dalla tabella, il fattore “vigore-attività” è quello che è migliorato nel minor numero di donne e che, più frequentemente rispetto ad altri fattori, ha subito anche lievi peggioramenti in alcuni casi. La spiegazione attribuita a questo dato è stata che le pazienti che partecipano ad ArmoniosaMente di solito sono ancora nel pieno del loro faticoso iter terapeutico e questo incide negativamente sulla loro vigore.

Va inoltre specificato che gli esiti che si sono verificati sono esiti eterogenei, poiché non tutte le pazienti sono sempre costanti nella pratica meditativa. Di media, infatti, per ogni gruppo

composto da 14 pazienti almeno 3 o 4 persone non praticano la meditazione in modo costante, come suggerito.

Rimanendo su un piano più generale si può comunque affermare che, rispetto alle pratiche di meditazione, le pazienti si sono mostrate molto motivate ma soprattutto curiose di apprendere delle tecniche che possono utilizzare autonomamente nella vita quotidiana e che si sono mostrate utili per il loro benessere.

Tab. 2 Miglioramento significativo dei singoli fattori POMS

Infatti, accade molto frequentemente che, dopo aver colmato le lacune informative ed aver avuto risposta ai dubbi di ordine medico, le pazienti sentano proprio l’esigenza di trovare un modo per prendersi cura di sé stesse, riducendo il livello di ansia e tensione. Ecco perché le pazienti si approcciano sempre a questa seconda fase con grande entusiasmo.

In linea di massima, aldilà dei cambiamenti più specifici analizzati in precedenza, è stato riscontrato che le partecipanti, arrivate all’ultimo incontro, condividono una sensazione di calma che si espande in generale alla loro !vita quotidiana e che si connette ad un piacevole sollievo dallo stato iniziale di malessere.

Dunque, volendoli !così riassumere, si potrebbe affermare che i risultati riscontrati alla fine della seconda parte di ArmoniosaMente sono stati i seguenti: un’aumentata capacità di gestione dello stress e della paura; una riduzione dello stato di depressione e di ansia; una migliore sopportazione degli effetti collaterali e dei dolori dovuti alle terapie ed un atteggiamento mentale più aperto, positivo e funzionale nei confronti della malattia.

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5.”Conclusioni

Dai risultati ottenuti sembra dunque di poter affermare che, !al termine del protocollo,! le pazienti oltre ad essere in grado di utilizzare una pratica di meditazione, in modo autonomo, sperimentano un maggior stato di benessere legato ad un aumentato senso di tranquillità e calma e ad un diminuito grado di stress e tensione. Le partecipanti ai gruppi segnalano, infatti, un importante miglioramento dal punto di vista psicologico, riguardante gli stati di tensione e i momenti di depressione e riportano un atteggiamento di aumentata fiducia e speranza nei confronti delle cure e della possibilità di guarigione.

ArmoniosaMente si è dimostrato essere, quindi, uno strumento molto efficace sia nel riuscire a colmare le lacune a livello informativo sia a modificare in positivo l’atteggiamento mentale con cui le pazienti affrontano la loro esperienza di

malattia. L’unione delle due differenti fasi che lo compongono e che sono state precedentemente descritte permette, nella grande maggioranza dei casi, di sviluppare nelle pazienti un senso di nuova fiducia e positività che rafforza e supporta l’effetto delle più comuni terapie di tipo medico.

Pertanto, visti i risultati ottenuti e visto che questo protocollo è attualmente utilizzato anche in cardiologia e in neurologia, con pazienti in fase iniziale di sclerosi multipla ed atassia, !è auspicabile che possa essere applicato in un numero sempre maggiori di contesti ospedalieri e su diversi tipi di patologia.

Ovviamente questi esiti non sono in alcun modo risolutivi ma meritano di essere approfonditi con nuovi tipi di ricerche.

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Il riferimento per ogni tipo di informazione è:

gioacchino.pagliaro@ausl.bo.it! !

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Introduzione allo “shen”, lo psichismo cinese per il medico e psicoterapeuta occidentale

Lucio Sotte*

Vorrei tentare con questo articolo di introdurre in parole semplici e spero comprensibili anche ai non addetti ai lavori la concezione cinese dello psichismo. La sua conoscenza è utilissima per inquadrare facilmente la maggior parte dei disturbi mentali che frequentemente riscontriamo nella

«Vorrei tentare con questo articolo di introdurre in parole semplici e spero comprensibili anche ai non addetti ai lavori la concezione cinese dello psichismo. La sua conoscenza è utilissima per inquadrare facilmente la maggior parte dei disturbi mentali che frequentemente riscontriamo nella nostra pratica clinica e ritengo che anche lo psicoterapeuta ed il medico di formazione occidentale possano usarla con grande profitto anche se non utilizzano le tecniche di terapia della medicina cinese.»

nostra pratica clinica e ritengo che anche lo psicoterapeuta ed il medico di formazione occidentale possano usarla con grande profitto anche se non utilizzano le tecniche di terapia della medicina cinese.

Per spiegarla occorre prendere dimestichezza con due principi basilari della medicina cinese: la teoria yin-yang e quella delle cinque fasi o cinque

movimenti. Cercherò di introdurle brevemente qui di seguito. Alla base di tutto c’è la teoria yin-yang.

Figura 1. Il tai ji tu con la rappresentazione dei due “pesci” grigio-yin e bianco-yang

Cosa afferma questa teoria? Che tutto ciò che esiste, tutto il reale, è una continua trasformazione reciproca di due elementi complementari ed opposti che vanno sotto il nome di yin e yang e che possono essere considerati una sorta di metafora dell’energia e della massa dell’equazione della relatività di Einstein. Nella concezione della fisica postnewtoniana (che si fonda sulla famosa equazione E = m c2) il reale e descritto e definito dalla continua trasformazione di “energia” in “massa” e di “massa” in “energia” secondo un coefficiente uguale a c2 , cioè il quadrato della velocità della luce. Occorre comprendere bene il panorama epistemologico che sottende questa equazione: non esistono né una massa assoluta né un’energia assoluta ma soltanto il dato della loro incessante e continua trasformazione che caratterizza la vita di tutti gli elementi del reale. Analogamente accade nell’antica concezione cinese della teoria yin-yang: ciò che esiste è il frutto della continua ed incessante trasformazione di questi due elementi complementari ed opposti. Il cosmo, il nostro pianeta, la realtà vivente e dunque anche l’uomo sono il frutto di questo meccanismo e su di esso si fondano.

I cinesi intuirono 3000 anni or sono il principio a partire da quale Einstein ha rivoluzionato la fisica newtoniana del XX secolo. La trasformazione dello yin-yang è stata per millenni approfondita nel corso dell’evoluzione della cultura cinese e col tempo, applicandola ai fenomeni che si manifestano nel tempo e nello spazio, si è arricchita e precisata in una seconda teoria, quella delle cinque “fasi”, dei cosiddetti cinque “movimenti”. Essi sono delle “fasi”, dei “momenti”, degli “aspetti” della trasformazione yin-yang e corrispondono:

Figura 2. La configurazione spaziale dello yin yang

-!!!!!!

–        al massimo yang (yang nello yang), definito “fuoco” perché in relazione con il massimo dinamismo e calore, -!!!!!! al massimo yin (yin nello yin), definito “acqua” in opposizione al fuoco perché in relazione con la massima inerzia e col freddo, -!!!!!! al passaggio yin-yang (yang nello yin), definito “legno” perché corrisponde al momento di attivazione di tutti i fenomeni vitali che in natura si esprime perfettamente con il verdeggiare delle piante in primavera, -!!!!!! al passaggio yang-yin (yin nello yang), definito “metallo” in opposizione al legno anche perché il metallo si scava nelle miniere e si trova in profondità nella terra, ed esprime metaforicamente l’idea del chiudersi e concludersi del ciclo vitale, -!!!!!! l’ultimo movimento è la “terra” che rappresenta il centro del sistema in cui operano incessantemente le altre “fasi”. Un unico errore va accuratamente evitato da noi occidentali che ci siamo formati nell’antica filosofia greca: quello di confondere i termini fuoco, legno, terra, metallo ed acqua con degli “elementi” di cui il reale è costituito: non si tratta assolutamente di elementi costitutivi del reale ma di emblemi, cioè termini che descrivono i vari aspetti della trasformazione yin-yang. La teoria dei cinque movimenti si applica alla biosfera e si traduce in corrispondenze cosmiche e telluriche cui sono assegnati tutti i fenomeni che ci circondano, in primo luogo quelli che reggono il tempo, cioè le varie fasi del giorno e le stagioni dell’anno, e quelli che reggono lo spazio, cioè il sistema dei cinque punti cardinali. Altre corrispondenze esistono all’interno del nostro organismo nella vita dell’uomo, nei suoi apparati, organi, visceri, tessuti, funzioni. Conseguentemente anche il manifestarsi dello psichismo presenta delle corrispondenze con le cinque fasi anche perché la teoria yin-yang non prevede – come invece accade in biomedicina – una divisione, separazione tra psichico e somatico. La medicina cinese nasce psicosomatica e tale si perpetua da secoli e secoli.

Proviamo dunque a riassumere quanto affermato fino ad ora: il reale è continua trasformazione yin-yang che in natura avviene e si manifesta attraverso cinque “fasi” o “movimenti”. Cerchiamo di approfondire il senso di questi fenomeni per poi applicarli alla psiche. La teoria yin yang stabilisce che tutto ciò che esiste in natura può essere schematizzato in una coppia di opposti in continua trasformazione reciproca: al fuoco si alterna l’acqua, al calore il freddo, alla luce il buio, al dinamismo l’inerzia, all’alto il basso etc. Tutto il reale può essere concepito attraverso coppie di opposti che si trasformano incessantemente.

La teoria dei cinque movimenti rappresenta l’evoluzione della teoria yin-yang e la sua applicazione. Essa stabilisce che nel reale che è davanti i nostri occhi – che viene definito “terra” perché è il luogo, lo spazio dove nel tempo accade la trasformazione yin-yang ed è il primo “movimento” – si possono studiare quattro “fasi” di trasformazione. Applicando queste quattro fasi al tempo possiamo ritmare il giorno (alba, mezzogiorno, tramonto, mezzanotte) e l’anno (attraverso le sue stagioni: primavera, estate, autunno, inverno), applicandole allo spazio possiamo identificare i punti cardinali (est, sud, ovest, nord). Le ulteriori applicazioni di questa teoria ci permettono con lo stesso tipo di analogie di definire tutti i ritmi e gli elementi vitali esterni ed interni all’uomo.

Analizziamo ora una alla volta queste “fasi”. Figura 3. La configurazione temporale dello yin-yang

La “prima fase” corrisponde al tempo che si svolge quando dalla notte si passa alla luce del giorno. Si tratta del “passaggio dallo yin allo yang” che si verifica ad est dove il sole sorge e corrisponde da un punto di vista temporale all’alba ed alla primavera. L’avvio di questo fenomeno è evidente all’aurora ed all’inizio della nuova stagione e viene definito con termine “legno” perché l’ideogramma che descrive questo termine indica una pianta radicata sotto il suolo che spunta e si dirige in alto come emblema di tutti i processi di elevazione, di estrinsecazione corrispondenti alla nascita.

Quando il sole raggiunge lo zenit, cioè la posizione più alta nel cielo, ci troviamo al “massimo dello yang” che corrisponde al sud, al mezzogiorno ed all’estate: esso corrisponde alla massima espansione, dinamizzazione, al massimo calore, alla luce portata al massimo grado. Si tratta della “seconda fase” che prende il nome di “fuoco” che è la sua rappresentazione più efficace in natura. In Cina “fuoco”si scrive con un ideogramma che presenta dei tratti che si indirizzano in alto ed all’esterno e suggeriscono l’idea dei lapilli che si sollevano ed espandono dalla fiamma che arde. Questo ideogramma esprime graficamente la potenza dinamizzante ed esplodente di questo elemento naturale.

Il sole, una volta raggiunto il punto più alto nel cielo, inizia la sua discesa fino a che al tramonto scompare. È il “passaggio dallo yang allo yin” che corrisponde all’ovest, dove il sole scavalca l’orizzonte, ed all’autunno. Si tratta della “terza fase” che si esprime con un movimento di rientro, di condensazione che che ha natura opposta a quello di elevazione e rarefazione del legno e che prende il nome di “metallo” perché il suo ideogramma disegna il movimento di condensazione, di discesa che si raccoglie nelle profondità della terra dove si concentrano i metalli nelle miniere.

Dopo il tramonto inizia la notte, quando il freddo ed il buio diventano sempre più intensi fino a raggiungere il loro culmine alla mezzanotte che corrisponde al “massimo dello yin,” al nord ed all’inverno. Questa è la “quarta fase” del ciclo simboleggiata dall’“acqua” che non solo è l’elemento che si oppone al fuoco, ma è anche caratterizzata in natura dal fatto che si raccoglie in basso. L’ideogramma corrispondente indica chiaramente con pochi tratti questa natura discendente che si oppone a quella del fuoco che, al contrario, si dirige in alto.

La vita del cosmo e quella dell’uomo sono dunque ritmata da queste quattro fasi, più una “quinta” che abbiamo già citato. Si tratta della “terra” dove tutti questi fenomeni si manifestano. Essa rappresenta il centro del sistema da cui dipendono gli altri quattro movimenti. Questo fenomeno si comprende soprattutto se si pensa ai punti cardinali che necessitano di uno spazio per posizionarsi – cioè la “terra” – il centro del sistema da cui orientare lo sguardo.

Le cinque fasi possono essere pensate come dei periodi, degli stadi, degli insiemi di fenomeni e di strutture che si organizzano e si esprimono in uno stesso scopo, con uno stesso fine che corrisponde alle caratteristiche di un aspetto della trasformazione yin-yang.

All’interno dell’uomo ad ogni movimento corrisponde un sistema complesso che potremmo definire psicosomatico che si serve di organi, visceri, tessuti, strutture per svolgere le sue funzioni fisiologiche. All’interno dell’uomo: -!!!!!! il passaggio yin-yang, il legno, corrisponde a tutti i fenomeni psico-neuro-immuno-endocrini che hanno a che spartire con la nascita, l’attivazione, l’estrinsecazione, il movimento di uscita, di salita, -!!!!!! il fuoco corrisponde al massimo yang e ai fenomeni di massima dinamizzazione, espansione, riscaldamento, illuminazione, -!!!!!! il metallo rappresenta il passaggio yang-yin e dunque il movimento di decelerazione, di rientro, di interiorizzazione, di discesa, -!!!!!! l’acqua il massimo dello yin e dunque la massima concentrazione, strutturazione, inerzia, -!!!!!! infine la terra rappresenta il centro del sistema che è punto di riferimento degli altri quattro e li sostiene. ! Anche lo psichismo si situa all’interno dei ritmi delle cinque fasi e ad esse si richiama per essere adeguatamente compreso e studiato. Alla fase del “legno” corrisponde l’aspetto mentale dell’avvio di ogni ciclo vitale, della nascita, dell’inizio della dinamizzazione che in termini cosmici è rappresentata dall’alba che si manifesta ad est e dalla primavera. In termini psichici ciò corrisponde all’avvio dei processi mentali, emotivi, affettivi, razionali, sentimentali, dunque alla fantasia, alla capacità progettuale, all’immaginazione, all’espansione,

all’intraprendenza, all’altruismo, alla capacità di proiettarsi all’esterno e di entrare in contatto empatico col mondo vitale e umano che ci circonda. Capacità dunque di rapportarsi in maniera positiva con gli altri e di aprirsi allo scambio, al confronto ed anche alla disputa. Alla fase del “fuoco” corrisponde il massimo dello yang che rappresenta l’aspetto più dinamico di ogni ciclo vitale, la massima espansione che in termini cosmici corrisponde al mezzogiorno che arriva quando il sole è allo zenit a sud e all’estate. In termini psichici ciò corrisponde alla massima espansione mentale, dilatazione, e conseguentemente raffinatezza dei processi mentali, emotivi, affettivi, sentimentali, al rigore razionale e dunque al massima capacità critica, all’intelligenza ma contemporaneamente alla massima sensibilità, alla capacità di entrare in contatto compiuto e completo con il mondo che ci circonda per comprenderlo appieno per farlo nostro.

Alla fase del “metallo” corrisponde l’aspetto mentale tipico della fase matura del ciclo vitale che in termini cosmici è rappresentata dal tramonto quando il sole scende ad ovest e dall’autunno. Questo è il momento in cui la luce sta gradualmente svanendo insieme col calore. È il momento in cui in natura si raccolgono i frutti maturati al calore dell’estate.

In termini psichici ciò corrisponde alla capacità di interiorizzazione, di introspezione, di concentrazione, alla possibilità di assaporare fino in fondo le emozioni, i sentimenti, di fare propri i ragionamenti, di tesaurizzare gli avvenimenti, gli affetti, i pensieri per accostarli al proprio io e farne veramente una parte di sé.

Alla movimento dell’“acqua” che è il massimo yin corrisponde la mezzanotte, l’inverno, il nord. È la fase in cui la luce scompare e la vita sembra sospesa perché è come immobilizzata, in attesa di un nuovo ciclo.

È il tempo necessario perché lo spirito che ci guida possa essere tesaurizzato in profondità nella nostra anima, per concludere un ciclo vitale e creare le condizioni per avviare il successivo. È quel che accade al seme che giace nel terreno d’inverno per germogliare nella primavera successiva, dunque una vita in nuce e contemporaneamente la messa a punto di un progetto che a primavera germoglierà.

Dal punto di vista psichico corrisponde alla capacità volitiva dell’uomo cioè a quel processo che origina dall’interiorizzazione di tutti i contenuti mentali nel profondo. Ciò permette di dare “sostanza” ai progetti del “legno”, alle certezze del “fuoco” ed alla capacità percettiva del “metallo”. Una volta che i contenuti mentali sono interiorizzati acquisiscono le caratteristiche che permettono di passare dalla potenza all’atto attraverso la volontà e la determinazione. Senza volontà nulla accade, ma il volere ha bisogno del freddo, della notte e dell’inverno, cioè del massimo yin per prendere forma, condensarsi, strutturarsi, determinarsi al nostro interno ed infine esercitare il proprio scopo dando struttura ai contenuti mentali su cui si fonda.

Alla fase della “terra” corrisponde il “centro del sistema” che permette agli altri di orientarsi nello spazio come punti cardinali e di ritmarsi nel tempo secondo le fasi del giorno e le stagioni dell’anno. La “terra” in quanto centro corrisponde allo spazio che permette ad ogni cosa di accadere, corrisponde conseguentemente all’organizzazione, al coordinamento e nella medicina cinese questo movimento è messo in relazione anche con la nutrizione del nostro organismo. Conseguentemente conserva questo aspetto “trofico” e di “coordinamento” anche in ambito psichico. Il pensiero, l’organizzazione e la generazione del mentale, la capacità di riflessione rappresentano l’aspetto psichico di questa fase. !Si può affermare che la “terra” svolga il compito di nutrire lo psichismo attraverso l’elaborazione mentale che si fonda sul pensiero e sulla riflessione e che si concretizza nell’intenzione e nel proposito. C’è un grande rapporto tra il proposito della terra ed il volere dell’acqua perché quando il proposito diviene permanente si manifesta come volere. Prima di procedere oltre presentiamo una breve sintesi di quando affermato fino ad ora: -!!!!!! la “terra” nutre lo psichismo attraverso il pensiero, la riflessione, il proposito -!!!!!! il “legno” lo attiva con l’immaginazione, la fantasia, la progettualità e la capacità di uscire da sé per mettersi in relazione con gli altri, -!!!!!! il “fuoco” lo esprime con la massima sensibilità, intelligenza, capacità critica, razionalità, -!!!!!! il “metallo” con la capacità di rientrare in sé, l’introspezione, l’interiorizzazione, -!!!!!! l’“acqua” con la presa di coscienza profonda dei contenuti mentali da cui scaturisce la volontà che supporta la strutturazione del mentale stesso in atti che trasformano le idee in gesti concreti. Introduciamo ora un ulteriore interessantissimo aspetto della teoria cinese sullo psichismo. I cinesi assegnano ai cinque aspetti mentali dei cinque movimenti che abbiamo appena descritto un nome: shen per il fuoco, hun per il legno, po per il metallo, zhi per l’acqua, yi per la terra. Ognuno di questi elementi psichici si esprime con le caratteristiche appena descritte relative alle funzioni mentali di ogni fase. Esiste tuttavia una sorta di gerarchia che fornisce allo shen del fuoco un ruolo di comando e coordinamento. La spiegazione di questo fenomeno è assai semplice ed intuitiva. Il mentale è l’aspetto più etereo e conseguentemente più yang dell’organismo e non può che correlarsi al movimento più yang che corrisponde al massimo dello yang, cioè al fuoco. D’altra parte ogni movimento ha una serie di corrispondenze all’interno delle strutture e funzioni del corpo che prendono la forma di un organo, un viscere, un tessuto, un organo di senso, attraverso le cui funzioni – spesso diverse da quelle descritte in Occidente – si manifestano all’interno del corpo dell’uomo le caratteristiche del movimento stesso. Attraverso queste strutture gli aspetti fisiologici di ogni movimento possono estrinsecarsi nel nostro organismo svolgendo le funzioni a queste correlate. L’organo ed il tessuto corrispondenti al movimento fuoco sono rispettivamente il cuore ed il sangue, tanto è vero che negli antichi testi si afferma che “lo shen è ancorato al sangue” e che “il cuore ha il

ruolo di accogliere lo shen”: cerchiamo di affrontare ed approfondire queste affermazioni per completare la nostra comprensione. Affermare che il “sangue ancora lo shen”, cioè il mentale, fa assumere a questo tessuto un’importanza ancora più fondamentale di quella già significativa che possiede in medicina occidentale. Perché in Occidente quando si pensa al mentale si fa riferimento alle funzioni cerebrali che forse vanno rivisitate alla luce di quanto affermano gli antichi cinesi.

In primo luogo il sangue svolge un ruolo fondamentale nel trofismo del tessuto cerebrale: basta pensare che il cervello assorbe 1/5 della gittata cardiaca a fronte del fatto che la sua massa è 1/60 circa di quella del corpo intero. Dunque in questo senso il sangue “privilegia” certamente il trofismo endocranico. Ma il sangue possiede anche delle funzioni “informative” che spesso non vengono sottolineate a sufficienza in biomedicina: basta pensare ai neurotrasmettitori, alle immunoglobuline, alle cellule della serie bianca e agli ormoni che suo tramite si diffondono in tutto il corpo. Il sangue rappresenta il tessuto di supporto di “informazioni” che circolano in tutto il corpo in senso centripeto perché dalla periferia raggiungono il centro o centrifugo perché si dirigono ai tessuti “interloquendo” in questo percorso con ogni cellula. A partire da queste considerazioni il “cuore” svolge un ruolo fondamentale perché, tramite la circolazione del sangue, non solo promuove la distribuzione dell’ossigeno e nutrienti alla cellula e lo smaltimento delle sostanze di scarto del catabolismo attraverso gli emuntori, ma anche perché fa circolare le informazioni più disparate ormonali, immunitarie, metaboliche, ecc. che permettono agli organi, visceri, tessuti di dialogare tra loro sotto il coordinamento di vari sistemi di cui quello nervoso centrale è il principale – ma non l’unico – e che svolge il suo compito in sinergia con quello circolatorio, respiratorio, immunitario ecc. In questo senso si potrebbe affermare che il mentale – dal punto di vista della presa di coscienza delle condizioni del nostro organismo e dello scambio di informazioni – sia una rete diffusa in tutti tessuti in cui il sangue circola. Veniamo ora a commentare la frase che afferma che il compito del cuore è “accogliere lo shen”. Per commentarla occorre descrivere l’ideogramma shen e quello del cuore.

Figura 4. Ideogramma shen

Il primo è formato da due radicali che indicano rispettivamente (radicale sinistro) un influsso celeste che scende ad informare (radicale destro) la vita dell’uomo che accade nello spazio e nel tempo ben definiti della sua vita.

Figura 5. Ideogramma xin-cuore

L’ideogramma del cuore invece stilizza con pochi tratti l’organo che – come sappiamo dall’anatomia – presenta delle aperture in alto (quelle delle arterie e delle vene) e delle cavità vuote all’interno (atri e ventricoli): infatti è vuoto all’interno ed aperto in alto.

La conclusione dell’analisi contestuale di questi due ideogrammi è che lo shen è un influsso “celeste” che scende ad informare la vita dell’uomo attraverso il cuore “aperto in alto” e si ancora al sangue che circola liberamente nel cuore stesso perché esso possa rimanere “vuoto all’interno”.

Il “vuoto del cuore” è la condizione essenziale per la circolazione del sangue. Questo fenomeno è vero in senso biomedico: infatti sia nelle stenosi come nelle insufficienze valvolari il cuore soffre dell’incapacità di vuotarsi adeguatamente.

Secondo il pensiero cinese il vuoto del cuore è la conditio sine qua non anche per un corretto equilibrio mentale perché se il cuore fosse pieno anche lo shen non potrebbe discendere da cielo per essere accolto nel sangue ed illuminare la vita dell’uomo. Ciò accade quando la bramosia, il desiderio sfrenato di emozioni, sentimenti, oggetti, affetti, situazioni, persone riempiono così tanto il cuore da impedire a nuove sensazioni e percezioni di discendere e alloggiare nel “sangue del cuore”. Occorre allora “fare il vuoto del cuore” per distaccarsi da queste situazioni che, ostacolando la circolazione del sangue, determinano l’impossibilità di entrare in contatto vero e pieno con il reale che ci circonda. In questo consiste lo stato di salute che è poi quello della saggezza, questo è il vero fine della vita.

In Cina si afferma che il cuore, nel suo rapporto col mentale, deve essere come uno specchio che tutto riflette ma a cui nulla si “attacca”, che dunque entra liberamente in contatto col tutto il reale perché non è mai “pieno”. Si dice ancora che il cuore deve essere vuoto come il letto di un fiume in cui l’acqua che sta a monte può discendere e circolare perché l’acqua a valle ha liberato lo spazio appena riempito dal suo flusso. Per concludere ancora due notazioni.

La prima riguarda la percezione psicosomatica dell’uomo in medicina cinese. Ho già affermato che ogni movimento è collegato ad un organo, viscere, organo di senso, tessuto ecc: Conseguentemente il disturbo mentale che si creasse all’interno del movimento si ripercuote automaticamente sulle sue “corrispondenze” organiche. La medicina cinese è dunque

“naturalmente” psicosomatica perché non si è mai posta il dilemma di separare psiche e soma che osserva costantemente nelle loro continue ed incessanti sinergie.

Il secondo aspetto che qui accenno semplicemente è che ogni movimento si correla fisiologicamente ad un certo aspetto mentale (shen, hun, po, yi e zhi) che può essere alterato da sentimenti ed emozioni patologiche che i cinesi classificano attraverso alcuni semplici termini.

Al legno corrisponde la collera, al fuoco l’ipereccitazione metale, al metallo la tristezza, alla terra le preoccupazioni ed all’acqua la paura. Le emozioni sono concepite come delle esaltazioni delle caratteristiche psichiche di ogni movimento che sono sicuramente utili per armonizzare il mentale relazionandolo con le fasi della trasformazione yin-yang, ma diventano dannose, se sono eccessive, esasperate e quindi patologiche.

Il legno ha il compito di far nascere, salire, portare all’esterno; la collera è l’esasperazione patologica di questi aspetti che esplode alterando la capacità di autocontrollo ed imprimendo al qi un movimento violento di risalita che si esprime con l’aumento pressorio ed il rossore congestionato del volto. All’incontrario il metallo ha il compito concludere il ciclo vitale, di interiorizzare e la tristezza è il sentimento che porta all’interno così tanto da impedire all’individuo che la prova di uscire da sé. Inoltre la tristezza infatti consuma il qi, tanto è vero che questi pazienti sono spesso astenici ed abulici. Il fuoco rappresenta la massima dinamizzazione e contemporaneamente, la discriminazione che viene alterata dalla ipereccitazione mentale sfrenata che disperde il qi impedendo di esercitare la propria capacità critica e sfociando nei casi gravi in comportamenti maniacali. Talvolta si trova nei testi che al fuoco corrisponde la gioia, si tratta di una traduzione erronea, i cinesi intendono invece lo stato di eccessiva eccitazione. L’acqua è correlata al volere, alla determinazione, alla concretizzazione in gesti concreti e la paura è il sentimento che blocca la volontà: peggio ancora il terrore. Queste due emozioni fanno discendere il qi tanto è vero che spesso si accompagna a sintomi di discesa come diarrea e poliuria. Da ultimo la terra è correlata al pensiero ed alla riflessione che vengono bloccati dalle preoccupazioni che rendono il pensiero ossessivo sull’oggetto delle preoccupazioni stesse e dunque incapace di svolgersi perché continuamente ritorna sui suoi passi e si annoda su se stesso legando il qi. Dal momento che negli ultimi paragrafi abbiamo frequentemente utilizzato il termine qi è bene darne un spiegazione seppur sintetica. Il qi è il risultato dell’interazione yin-yang e viene spesso tradotto erroneamente con la parola “energia” ma in realtà l’analisi del suo ideogramma dimostra che esso contiene un aspetto energetico che è ben presente nel termine energia, ma anche uno materiale che invece purtroppo viene sottaciuto. L’ideogramma è composto da due radicali: quello in alto a destra rappresenta una voluta di vapore che si leva verso l’alto e suggerisce appunto l’energia, quello in basso a sinistra indica un covone di riso e rappresenta la materia dalla cui cottura origina il vapore e dunque l’energia stessa. L’inquadramento cinese dello psichismo ci mette in grado di affrontare la maggior parte degli stati nevrotici e fobici che assillano una larga fetta dei nostri pazienti. Anche gli stati maniacali e schizofrenici possono essere inquadrati anche se ovviamente il loro affronto è assai più complesso. Se si utilizza la medicina cinese, una volta fatta diagnosi si interviene con l’agopuntura, la farmacologia e le altre modalità di terapia. Ma anche chi non conosce e non pratica questa medicina come lo psicoterapeuta di sola formazione occidentale può ugualmente giovarsi dell’inquadramento orientale che abbiamo appena schematizzato e sfruttare le analogie e soprattutto le differenze con quello che generalmente utilizza nella sua pratica clinica quotidiana.

Un elemento che certamente sottolinea la praticità della schematizzazione cinese della fisiopatologia dello shen consiste nel fatto di accostare stati psichici fisiologici e patologici con quelli degli organi e visceri correlati all’interno dello stesso movimento. In questa maniera si possono inquadrare facilmente molte patologie psicosomatiche come, ad esempio, le gastriti, il reflusso gastroesofageo, il colon irritabile, alcune algomenorree, molti disturbi dermatologici, respiratori, cardiaci ecc. Ciò predispone alla possibilità di adottare un corretto approccio terapeutico.

Un altro elemento estremamente interessante riguarda la sintesi che si può fare tra i disturbi mentali correlati ai cinque movimenti presi singolarmente e quelli più complessi che li coinvolgono nel loro insieme. In questo caso occorre sfruttare le leggi fisiologiche e patologiche che reggono il loro rapporto: produzione, inibizione, superinibizione, controinibizione che non abbiamo per nulla affrontato in questo lavoro ma sono un argomento estremamente interessante per l’inquadramento del paziente.

Da ultimo vale la pena di ricordare che i deficit di yin e yang, di qi e sangue, i ristagni di qi e sangue e la circolazione controcorrente possono riflettersi sullo stato psichico del paziente nel suo complesso ed in maniera più specifica in relazione ai singoli organi, visceri e movimenti più colpiti.

La stasi di qi di fegato ad esempio è un quadro clinico assai frequente nella nostra pratica clinica che spiega le alterazioni psichiche come tensione emotiva, irritabilità, scatti di collera o stati di

risentimento e frustrazione che sono correlati a molte sindromi premestruali, a pazienti sofferenti di cefalea emicranica ricorrente, come agli stati prolungati di stress che si manifestano con forme di ipertensione borderline.

La diagnostica cinese è in grado di individuali precocemente per poter intervenire anche a livello preventivo oltreché terapeutico.




Meditazione, mente e cervello

Giovanna Albertini*

La parola “meditazione” deriva dal verbo latino meditor, “penso a, rifletto su”. Ha la stessa radice del verbo medeor, “curo, sano”, da cui “medico, medicina”. È quindi implicito nel termine un’azione che cura, un atteggiamento volto al risanamento. Si traccia così già dall’etimologia una relazione tra meditazione e salute, intendendo per salute non tanto l’assenza di malattia quanto uno stato di benessere fisico, mentale, spirituale e sociale. Proseguendo a ritroso nell’etimologia, il termine greco médomai deriva dalla radice indoeuropea med, da cui il termine medha, usato negli antichi testi Veda con il senso di “intelligenza”. Di qui, attraverso le permutazioni linguistiche, troviamo un altro verbo greco, manthano, “imparo”, affine al greco ménos e al latino mens, che indicano entrambi la “mente”. !È come se la cura, l’intervento risanante, avesse bisogno di uno strumento che implica la mente.

Cos’è la mente?

Esistono diverse teorie sulla costituzione della mente e sul suo funzionamento, risalenti a Platone, Aristotele e ad altrifilosofi dell’Antica Grecia. Alcune teorie radicate nella teologia, sono focalizzate sulla relazione tra mente e anima. Teorie basate su una comprensione scientifica, vedono la mente come un insieme di “funzioni” svolte da più aree del cervello; funzioni di cui si può avere soggettivamente coscienza: ragionamento, pensiero, memoria, attenzione, volontà, intuizione, emozioni. !Alcuni sostengono che soltanto le più “alte” funzioni intellettive costituiscano la mente: in particolare, la ragione, l’intuizione, la volontà e la memoria. In questa prospettiva le emozioni e i sentimenti avrebbero una natura più “primitiva” e andrebbero pertanto distinte dalla natura della mente. Altri sostengono

invece che l’aspetto razionale di una persona non può essere distinto da quello emozionale, che essi condividono dunque la stessa natura e quindi vanno entrambi considerati come appartenenti alla mente dell’individuo.

Daniel Siegel, psicopedagogista e psichiatra statunitense, ha proposto una definizione operativa della mente su cui anche altri studiosi di neuroscienze concordano: “ La mente è un processo fondato nel corpo e orientato alla

relazione, che regola il flusso di energia e informazioni”.! Il punto più importante che una tale definizione supporta, è voler evitare la semplicistica riduzione della mente alla sola attività del cervello.

E cos’è il cervello?

Il cervello è un sistema complesso, formato da diverse parti connesse tra loro. Le strutture anatomicamente collocate a livello inferiore comprendono il tronco cerebrale il quale regola i processi fisiologici fondamentali e autonomi, cioè indipendenti dalla nostra volontà, come il respiro, la frequenza cardiaca, la temperatura corporea, lo stato di veglia e di sonno oltre i riflessi e il controllo di molti visceri. Superiormente al tronco si trova il talamo, porta d’entrata e di elaborazione delle informazioni sensoriali che giungono al cervello. Nelle zone centrali inferiori si trovano l’ipotalamo e l’ipofisi, deputate al mantenimento degli equilibri ormonali dell’organismo. La connessione endocrina, insieme all’influenza che il cervello esercita sul sistema immunitario e sugli stati corporei per mezzo del sistema nervoso autonomo, con le sue branche simpatico e parasimpatico, è il nesso diretto tra cervello e corpo.

Dal tronco cerebrale, come la chioma di un albero, si sviluppano i due emisferi cerebrali. La parte più superficiale di ogni emisfero è denominata corteccia cerebrale, sede delle funzioni più evolute e complesse. È suddivisa in lobi: frontale, temporale, parietale e occipitale. Ogni lobo è suddiviso in aree.

I due emisferi si sono differenziati a svolgere funzioni diverse permettendo quindi al cervello di raggiungere una complessità funzionale maggiore. L’emisfero sinistro elabora le informazioni in modo analitico, focalizzato, dettagliato e sequenziale. È specializzato nella funzione del linguaggio e nella realizzazione di ragionamenti logici. Se l’emisfero sinistro è più orientato alla percezione dei dettagli, l’emisfero destro è capace di cogliere il contesto e il quadro complessivo di una situazione. È specializzato nel pensiero analogico, nella percezione di figure, strutture e contesti nella loro globalità. Coglie il linguaggio non verbale, elabora le informazioni in modo intuitivo e immediato e coglie del linguaggio, il tono emotivo. La differenziazione funzionale della corteccia cerebrale avviene gradualmente e al momento della nascita è ancora molto immatura. Il processo di crescita e differenziazione dei neuroni, come per tutte le cellule del corpo, è determinato dal patrimonio genetico, ma la qualità delle connessioni nervose che si svilupperanno, è influenzata dalle esperienze che accadono a partire dalla vita intrauterina. Tali esperienze condizioneranno lo sviluppo delle connessioni nervose determinando cambiamenti strutturali nel cervello. Si parla infatti di neuroplasticità, intendendo la crescita di nuove connessioni (sinapsi e dendriti) in risposta a stimoli. Connessioni correlate a cambiamenti della funzione cerebrale, dell’esperienza mentale e degli stati corporei.

!Cosa determina i nostri schemi comportamentali?

Dalla complessità del sistema nervoso emergono le nostre azioni. Se non stiamo attenti, il cervello sceglie per noi, al posto nostro. Quando siamo posti di fronte ad un evento tendiamo a reagire in modo rigido, stereotipato. È insito nel funzionamento di base del sistema nervoso l’abitudine a pensare per categorie, ad attribuire significati a qualcosa che è ancora “in formazione”. Spesso compiamo azioni, persi in pensieri che riguardano qualcosa di diverso rispetto a quello

che stiamo facendo. Ma se la nostra attenzione è diretta verso qualcosa d’altro finiamo con il vivere in modo inconsapevole, automatico e superficiale. 

Perché meditare?

È antica la conoscenza che dall’esperienza della meditazione emerga un’attitudine, una presenza consapevole e attenta al qui ed ora della vita che ci porta ad essere totalmente nel momento presente, liberi dalla distrazione e dalla dispersione. Una capacità ad accorgersi dei costrutti che governano la mente e che ci inducono ad agire in modo automatico e reattivo.!In altre parole, la meditazione interrompe gli automatismi di risposta, permette all’individuo di imparare a schiacciare il tasto “pausa” per evitare di mettere in atto reazioni comportamentali inadeguate o rappresentazioni non autentiche del sé.

La costante pratica amplia la consapevolezza di pensieri, emozioni e sentimenti con un’associazione di idee più ricca nei contenuti. Materiale doloroso può salire in superficie ma si è al contempo più capaci di contenerlo.

La meditazione sviluppa equilibrio emozionale, riduce l’ansia, migliora il tono dell’umore, porta ad un agire più consapevole con un atteggiamento non giudicante rispetto all’esperienza, accresce l’abilità ad entrare in sintonia con le altre persone, incrementa la sensibilità percettiva e la concentrazione, attenua il dolore cronico, migliora la funzione immunitaria e accelera i processi di guarigione.

In sintesi, la meditazione promuove un miglior stato di salute della persona nella sua interezza (mente, cervello, corpo e comportamento) verosimilmente attraverso una modulazione del sistema nervoso, del sistema immunitario e del sistema endocrino.

In Occidente l’interesse per la meditazione risale alla fine degli anni ’60 e con la fine degli anni ’90 è nata l’esigenza di approfondire dal punto di vista scientifico gli effetti sulle strutture cerebrali allo scopo di evidenziare i cambiamenti della microarchitettura del cervello in risposta a tale esperienza. Questo perché se la neuroplasticità è ciò che accade a livello cerebrale in risposta ad uno stimolo/esperienza, la meditazione è fondamentalmente non diversa da qualsiasi altra forma di abilità acquisita e può essere intesa come un “training” che porta a modificazioni neuroplastiche della funzione e della struttura cerebrale. ! Si è quindi aperto un dialogo tra neuroscienze e spiritualità che ha permesso l’incontro tra l’antica sapienza e la moderna metodologia scientifica. Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi effettuati su gruppi di persone prima e dopo un periodo prolungato di pratica (almeno otto settimane) e su persone praticanti, comparando i dati ottenuti con gruppi di persone non praticanti la meditazione.

Quali strumenti sono stati utilizzati? Sono state utilizzate tecnologie di neuroimmagine funzionale: Risonanza magnetica funzionale, SPECT e PET cerebrale, metodi che misurano i cambiamenti del flusso sanguigno e del metabolismo legato all’aumento dell’attività delle cellule nervose nelle varie regioni cerebrali. Tali tecniche permettono di visualizzare l’attivazione o disattivazione di alcune aree durante un compito specifico (ad es.: la pratica della meditazione). Sono stati inoltre effettuati studi utilizzando strumenti di monitoraggio dell’attività elettrica: Potenziali evocati ed Elettroencefalogramma e test di valutazione delle funzioni cognitive memoria e attenzione.

Sono emerse: modificazioni del pattern strutturale e funzionale di alcune aree evidenziate dalla Risonanza magnetica, cambiamenti nei Potenziali evocati corticali in risposta a stimoli visivi, modificazione in ampiezza e sincronia di oscillazioni ad alta frequenza registrate dall’Elettroencefalogramma e miglioramento dei punteggi ottenuti ai Test di valutazione dell’attenzione e della memoria.

È emerso che i cambiamenti sia strutturali che funzionali evidenziati, perdurano oltre la sessione di pratica.

Quali strutture cerebrali sono interessate e quali modificazioni funzionali ne conseguono? Le aree cerebrali sulle quali si è focalizzato l’interesse sono le porzioni mediale e dorso laterale della corteccia prefrontale, il sistema limbico (in particolare la corteccia del cingolo, l’ippocampo e l’amigdala), la corteccia visiva e l’insula. Sono inoltre coinvolte la corteccia prefrontale laterale e alcune regioni parietali appartenenti al network del sistema attenzionale (solco frontale superiore, area supplementaria motoria e solco intraparietale). La corteccia prefrontale funziona da “sistema esecutivo” del cervello e attraverso l’assimilazione dei processi percettivi, volitivi, cognitivi ed emotivi, modula e forma personalità e comportamento. Determina una gamma di abilità che permettono all’individuo di analizzare i propri bisogni, pianificarne la soddisfazione e condurre a termine il progetto pianificato.! Elabora pertanto i processi di gratificazione, motivazione, mantenimento dei livelli attentivi, percezione del tempo e della sequenzialità delle azioni, pianificazione, controllo motorio, inibizione degli stimoli distruttori e regolazione dei processi emotivi. La porzione dorso laterale della corteccia prefrontale è responsabile della memoria di lavoro (la lavagna della mente su cui scriviamo le cose che in un certo momento riteniamo più rilevanti). Si occupa di funzioni esecutive che permettono l’autoregolazione del comportamento. La porzione mediale della corteccia prefrontale è deputata a più funzioni, tra loro correlate che sono: 1)!!! coordinazione delle funzioni di “acceleratore” e “freno” sul corpo da parte del sistema nervoso autonomo. 2)!!! flessibilità di risposta, cioè la capacità di fermarsi un momento prima di agire. È un processo che richiede la valutazione degli stimoli presenti, la selezione tra una varietà di opzioni possibili, l’inizio dell’azione e il ritardo della reazione.

3)!!! intuizione e consapevolezza dei processi corporei. L’intuizione sembra implicare la registrazione delle informazioni che provengono da reti neurali che circondano gli organi interni (intestino, cuore, polmoni). !La “saggezza del corpo” è dunque più di una metafora poetica, è un meccanismo neurale di processi paralleli per mezzo del quale elaboriamo una conoscenza profonda proveniente dai nostri organi interni. Le informazioni vengono registrate nella corteccia prefrontale mediale e influenzano il nostro ragionamento e le nostre reazioni.

4) consapevolezza cosciente di sé, cioè la capacità di collegare passato, presente e futuro in un atto comprensivo.

5) comunicazione sintonizzata tra due persone attraverso il contatto oculare e il non verbale. Implica la coordinazione della propria attività mentale con gli input che provengono da un’altra mente, in un processo di risonanza.

6) empatia, cioè il modo in cui creiamo “mappe” della mente dell’altro e percepiamo così i suoi segnali.

7) equilibrio emozionale,! per le connessioni che quest’area ha con il sistema limbico. Il sistema limbico è la sede dei meccanismi che mediano emozioni, motivazioni e comportamenti correlati con la sopravvivenza della specie; è inoltre implicato nell’integrazione di una serie di processi mentali fondamentali, come l’attribuzione di significati, la regolazione delle emozioni e i processi di memorizzazione.

8) modulazione della paura.! La paura è appresa dal sistema limbico e il suo “disapprendimento” è modulato dalle fibre della corteccia prefrontale mediale.

La meditazione promuove le funzioni integrative della corteccia prefrontale. Si comprende così dove origina il dato esperenziale che la pratica sviluppi stabilità emotiva, flessibilità di risposta, consapevolezza di sé, intuizione, sintonia interpersonale e resilienza. Il maggior contenimento emozionale sembra essere dipendente dalla correlazione esistente tra l’attività della corteccia prefrontale e l’amigdala (oltre alla corteccia cingolata anteriore ad essa funzionalmente connessa). L’amigdala è la parte del nostro “patrimonio istintivo” che ci avverte quando ci troviamo in presenza di un pericolo. Nei soggetti che praticano la meditazione la corteccia prefrontale “parla con l’amigdala e le dice di stare calma”. In uno studio di R. Davidson effettuato su praticanti da lungo tempo e sottoposti ad uno stimolo a forte impatto emozionale, è stata evidenziata una riduzione dell’attivazione dell’amigdala, !proporzionale agli anni di pratica. Ciò è inoltre correlato ad una diminuzione dei comportamenti emozionali reattivi che sarebbero incompatibili con una stabilità della concentrazione. Nello stesso studio (fig. B e C), utilizzando i Potenziali evocati visivi, è emerso quanto l’Attentional blink possa essere allenato dalla pratica. L’attentional blink è un fenomeno in virtù del quale, se nell’arco di un brevissimo tempo scorrono due immagini davanti agli occhi, la prima viene intercettata, la seconda no. È come se si verificasse un temporaneo black-out della coscienza impegnata ad elaborare la prima immagine. In questo studio, i soggetti dovevano guardare uno schermo sul quale compariva una sequenza di lettere e tra queste, due numeri da identificare. Il primo numero è stato riconosciuto facilmente da tutti mentre il secondo numero è stato identificato con maggior frequenza nel gruppo dei praticanti la meditazione. Meditando si può quindi migliorare notevolmente la capacità di cogliere particolari che solitamente non vengono “registrati” dal cervello. In pratica l’allenamento alla meditazione migliora la capacità di prestare attenzione a più particolari contemporaneamente, ad esempio, cogliere veloci cambiamenti nelle espressioni del viso di chi ci sta davanti.

Nella figura D è rappresentato l’aumento dell’ampiezza dell’attività gamma registrato con l’Elettroencefalogramma durante la meditazione. Le onde gamma sono risultate, nel gruppo dei meditatori esperti, di ampiezza significativamente superiore rispetto al gruppo dei non meditatori e fortemente sincronizzate. Precedenti studi hanno evidenziato che la sincronizzazione neurale, in particolare delle onde gamma, è fortemente implicata nei processi mentali superiori come l’attenzione, la memoria di lavoro, l’apprendimento e la percezione cosciente. Un tale risultato suggerisce che, poiché la meditazione potenzia tale sincronizzazione, i processi cognitivi superiori sono competenze flessibili che possono essere allenate. È inoltre provato che queste sincronizzazioni svolgono un ruolo cruciale nella costituzione di reti neurali transitorie e possono indurre cambiamenti sinaptici.

In sostanza, il cervello può favorire la connessione per realizzare funzioni più complesse e adattive. Questa è l’integrazione neurale, il modo in cui il sistema complesso del cervello può diventare flessibile e creare nuove combinazioni di

funzionamento. Il miglioramento della memoria dimostrato dalla somministrazione dei Test di valutazione di tale funzione cognitiva è invece conseguente ad un aumento della densità della materia grigia dell’ippocampo, area cerebrale che può essere considerata il punto di riferimento fondamentale per ciò che riguarda apprendimento e memoria. Corteccia prefrontale, amigdala e ippocampo sono aree coinvolte anche nel sistema di percezione del dolore. Nel cervello di persone che praticano da lungo tempo la meditazione, in seguito all’applicazione di uno stimolo doloroso, si presenta un doppio fenomeno: da un lato si attivano le aree della ricezione del dolore (il cosiddetto circuito nocicettivo) dall’altro si disattivano le aree che sono strettamente collegate alla nocicezione e cioè la corteccia prefrontale, amigdala e ippocampo. Queste ultime aree sono quelle dove si registra la sensazione dolorosa, dove il dolore diventa il nostro dolore, la cui intensità è strettamente dipendente dalla valutazione emozionale che si realizza nel circuito prefrontale- amigdala, anche in base alla memoria di analoghe pregresse esperienze che è fornita dall’ippocampo. Ciò è in linea con le attuali conoscenze sul dolore, definito come una sensazione soggettiva, basata su una relazione complessa e non lineare tra input nocicettivo e sua percezione. I meditatori sono in grado di disaccoppiare circuiti cerebrali normalmente accoppiati, quelli di nocicezione e elaborazione percettiva del dolore, per cui, pur registrando il dolore, ne soffrono meno. Dall’integrazione di più discipline, è stato quindi possibile arrivare ad una conoscenza non scissa tra dati oggettivi e soggettivi che ha consentito di integrare differenti domini del sapere, le scoperte della ricerca e l’analisi dell’esperienza.

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