Conservare la memoria nelle arti marziali giapponesi

Paolo Bianchi*

La luce della divinità del sole illumina tutte le cose. Quando la gente segue quella luce, il paese è ordinato; quando la gente si allontana da quella luce, il paese muore”.

(Takayama Kentei 1767 – 1764)

 

Questo periodo per me è un momento di riflessione dopo tanti anni di pratica, di studio, di sacrifici e di dedizione, anni di grandissimi piaceri attraverso la pratica stessa, e più che l’insegnamento, direi attraverso la condivisone di tutto ciò che ho imparato e capito. Rimane di tutto questo un’ombra. Non mi capacito, come d’altronde non si capacitava il mio Maestro di un fatto certo. È inevitabile che durante anni di pratica si crei un legame con gli allievi che vengono da te per imparare. L’Aikido è micidiale in quanto attraverso, ore e ore di spiegazioni, di dimostrazioni e fatiche per fare o farti capire dagli allievi, si crea un legame spesso anche forte. Legame a volte fraterno o anche paterno. Intanto vedi l’allievo crescere, capire attraverso le reciproche fatiche darti la sensazione che questo tempo passato insieme rafforzi il legame umano, l’interesse di un’amicizia nata condividendo un piacere comune, insomma pensi di avere trovato un amico a tutto tondo. Dopo un certo tempo, che può variare da qualche mese a diversi anni, questo tuo allievo smette improvvisamente la pratica. Ci rimani male perché sfuma uno dei motivi per il quale ti stai impegnando così tanto nell’insegnare, ossia vedi allontanarsi quello che potrebbe essere il tuo successore nel comunicare la gioia della pratica quando tu ti dovrai fermare; ma questo non è la parte più triste, ciò che mi rattrista di più è che questo tuo praticante, che per motivi suoi si è allontanato, da questo momento è completamente uscito dalla tua vita. Non lo senti più se non sei tu a cercarlo. Questo succede nel 100% dei casi……… devo dire che non capisco e che questo fatto mi amareggia un po’…….. Probabilmente finora ho sbagliato dando troppo importanza a qualcosa che non ne deve avere… Chissà??? Spero non avervi annoiato troppo con i miei stati d’animo, ma dire quello che si sente, è anche questo pratica di Aikido …..”

 

La citazione è di Roland Hideki Guyonnet, noto maestro di arti marziali della Sardegna sulla sua social network dedicata alle arti marziali, mette in discussione il suo operato e esprime la sua preoccupazione per il futuro.

 

Per un maestro di arti marziali giapponesi la questione di come trasmettere gli insegnamenti ricevuti è sicuramente vitale soprattutto perché non parliamo di una “attività sportiva”, ma di veri e propri “stili di vita” che entrano a fare parte dell’esistenza del praticante fin dai primi giorni.

 

Il termine giapponese con il quale l’allievo designa il maestro durante le lezioni è “Sensei” (先生) che potrebbe essere tradotto come “persona nata prima di un’altra”. Naturalmente l’intento non è quello di squalificare tutti i maestri giovani, e sono molti, ma si intende legata all’esperienza di pratica presso un a scuola (dojo) con sue modalità, ritualità e tradizioni.

 

Sono proprio queste tradizioni che si tramandano da maestro ad allievo a fare la grande  Conviene approfondire analizzando i vari elementi in gioco

 

 

Il dojo: il luogo della memoria

Le arti marziali si distinguono dalle normali attività sportive per la loro finalità: nei luoghi di allenamento anticamente non si forgiavano atleti, ma guerrieri. Per questa ragione ancora oggi chi frequenta una scuola di arti marziali parla di “addestramento” o, ancor più spesso, di “pratica”. Nello stesso modo l’addestramento alle arti marziali è infinito: si sa quando si comincia, ma il buon praticante sa che praticherà per tutta la vita, a volte cambiando scuole, stili, tradizioni, ma lo spirito della conoscenza lo guiderà fino alla morte, proprio come gli antichi samurai; oppure abbandonerà il campo.

 

L’ambiente destinato a imparare le tradizioni è il dojo (道場 ). Letteralmente potrebbe essere tradotto dal giapponese come “luogo dove si percorre la via”.  Già l’etimologia ci presenta come chi incomincia a imparare un’arte marziale venga introdotto in un cammino di crescita sia tecnica, che personale che spirituale. Questa crescita è spesso paragonata a una via da seguire. Perché? Perché come tutte le strade deve condurre da qualche parte e come tutti i percorsi non è scevro da difficoltà.

All’interno del dojo vi è sempre uno spazio dedicato allo spirito degli antenati, il Kamiza (上座). Questo è un piccolo altare dove si depone un fiore in cui è presente l’immagine (o in tempi più moderni una foto) di un maestro che si è distinto in quella scuola. È buona abitudine per gli allievi del dojo inchinarsi al Kamiza in segno di rispetto, così come fare il saluto rituale d’inizio e fine lezione sotto le direttive dell’attuale maestro, di uno degli insegnanti da lui designati o di un senpai (先輩), un allievo anziano degno di fiducia del maestro stesso che abbia una buona padronanza delle tecniche e degli insegnamenti. In alcuni dojo soprattutto dove si pratica il Kendo (剣道 trad. “Via della Spada”) solitamente il maestro, o chi per esso, invita e guida i praticanti in un momento di meditazione e concentrazione che ha proprio lo scopo di dare sacralità a ogni aspetto della pratica .

La presenza del Kamiza trasforma chiaramente il dojo in un luogo sacro. Il tatami, la pavimentazione tradizionale in bambù (sostituita con altri materiali in Occidente) delimita lo spazio di azione e il posizionamento degli allievi avviene in modo prederminato, ogni esercizio viene generalmente avviato sempre rivolti al Kamiza e sotto lo sguardo attento e autorevole di Maestro e Insegnanti. Nel saluto iniziale e finale gli allievi si dispongono per anzianità e grado di pratica; gli allievi più giovani a sinistra (guardando il Kamiza) e quelli più anziani ed esperti a destra.

Inutile dire che durante la lezione e soprattutto quando il maestro parla, agli allievi è proibito lasciarsi andare a commenti e distrazioni: l’atmosfera deve rimanere, concentrata, attenta e soprattutto orientata all’imparare e al condividere gli insegnamenti con i compagni di corso sempre con spirito di apertura e umiltà.

Sempre in relazione al Kamiza oserei direi che parte proprio da qui il senso della trasmissione della tradizione perché la logica è quella di rivivere quanto già vissuto da chi è precedentemente passato per il dojo. Ogni atto, formale o informale, è lo stesso da secoli, da quando il primo maestro, che spesso si staccava da un’altra scuola per mandato specifico di un’autorità o del suo stesso maestro, ha cominciato a impartire quanto da lui appreso negli anni di pratica.

 

L’inchinarsi all’effige del maestro è il  primo passo proprio che riconosce l’importanza di tradizioni antiche che, spesso, a noi occidentali possono sembrare fuori tempo e luogo. Una di queste, diversamente dall’immaginario collettivo che dipinge i samurai come spietati e violenti, è il senso della “calma”.

 

È sempre bene avvicinarsi al dojo con calma, lasciando fuori i pensieri, soprattutto negativi, e facendo mushin  (無心 trad: no mente – non usare la mente). Questa modalità non allontana i pensieri, ma li lascia scorrere liberi come le nubi in modo da non focalizzare l’attenzione su nessuno di essi permettendo agli insegnamenti teorici e pratici del maestro di “entrare” e “dimorare”.

Già dallo spogliatoio dove si indossano keikogi, hakama o altri abiti legati alle singole pratiche si deve mantenere un atteggiamento concentrato. Gli abiti vanno indossati con decoro e cura, le armi impugnate con sicurezza, determinazione e serietà, mai abbandonate a se stesse, ma sempre portate con sé.

Il clima, anche se si tratta di una lezione, è simile all’addestramento che i samurai ricevevano per prepararsi alla battaglia. Anche gli scherzi tra compagni di corso non devono mai scadere nel volgare o peggio nello schiamazzo: hanno lo scopo di allentare la tensione soprattutto tra i più giovani che incominciano a comprendere la serietà di ciò che vanno a imparare e per il quale molti sono morti sui campi di battaglia. Per alcuni questo potrà sembrare anacronistico; per chi pratica è il rispetto per gli antenati.

 

Adachi Masahiro (1780 – 1800) scienziato militare e praticante di arti marziali insegnava ai suoi allievi:

L’addestramento militare è yang, molto attivo. Il momento che precede la battaglia è l’apice dello yin, calmo e tranquillo. Se sei veramente calmo alla vigilia della battaglia, anche l’espressione del tuo viso non cambia. Non fissare l’avversario, non guardare negli occhi il nemico. Non avanzare come se attraversassi un ponte stretto, ma come se camminassi in una strada ampia. Chi mantiene uno stato mentale normale è un avversario yin. Questa è una tecnica superiore alla quale è difficile opporsi”.

 

Il maestro: essere la memoria

I cuori delle persone non sono tutti uguali, come del resto i loro volti. Così come sono diversi i pensieri, lo sono anche le inclinazioni”. (Takayama Kentei 1761 – 1764: consigliere di un signore feudale).

L’approccio del maestro agli allievi è particolare. inclinazioni, le capacità, la voglia di imparare, la sopportazione fisica e mentale. Spesso all’uscita di un film di successo sui samurai corrisponde un aumento degli allievi, ma la via è lunga, il maestro lo sa bene e deve fin dall’inizio riuscire a dare a tutti i giusti insegnamenti per poter progredire. La prima lezione che il maestro impartisce è una lezione di umiltà.

Tutti nel dojo sono uguali partendo dal semplice principio che tutti devono continuare a imparare.

Anche a una persona intelligente può capitare un pensiero errato su mille, all’ignorante invece capita di averne spontaneamente uno giusto su mille (…) per conquistare le persone bisogna conoscere i loro punti di forza. Per conoscere i loro punti di forza bisogna essere umili con gli altri”. (Takayama Kentei). Così il maestro parla e si pone con autorità e saggezza dispensando gli insegnamenti ricevuti come qualcosa di prezioso, ma soprattutto agendo con l’esempio e con uno stile di vita che sia consono agli insegnamenti. Per ottenere questo è indispensabile che il maestro sappia temprare il cuore di ogni suo allievo, tracciando la sua personale via all’interno dello spirito della scuola.

Naganuma Muneyoshi (1635 – 1690) era uno studioso di guerra e, nonostante le perentorie e continue richieste era restio ad insegnare. Spesso, nelle sue rare lezioni, anticipava la pratica con degli insegnamenti confuciani ammettendo la necessità delle armi, ma ripudiando l’aggressione senza senso. Muneyoshi diceva: “Il compito del samurai è quello di onorare le virtù civiche e adempiere ai doveri militari, consacrando se stesso con piena lealtà a difesa della nazione. Questo perché le questioni civiche e militari sono come l’esterno e l’interno: se uno dei due aspetti viene trascurato non puoi seguire la vera via. Un uccello può volare perché batte entrambe le ali, un cocchio può avanzare perché entrambe le ruote girano (…) per questo si dice che le armi sono i germogli del guerriero, la cultura è il seme. Se non hai il seme, come puoi coltivare i germogli?”.

Il metodo di insegnamento a cui molti maestri fanno fede deriva dalla filosofia Zen. Questo è basato sul senso dell’intuizione. Il maestro ha insomma il compito di creare nell’allievo una sorta di percezione intuitiva che, in molti testi di arti marziali viene definita la “palestra dell’anima”. Non si tratta di “copiare” le singole azioni, ma attraverso un lungo processo mentale “renderle proprie”. Nelle scuole samurai vigeva la ferma convinzione che la spada fosse “l’anima” stessa del samurai. Per questa ragione non poteva essere utilizzata casualmente, ma diveniva oltre che simbolo esteriore del potere del samurai, un vero e proprio “prolungamento” di quest’ultimo. Per ottenere questo serviva intuito. Il maestro Daisetz Teitaro Suzuki (1870 – 1966) descriveva ai suoi allievi il concetto dell’intuito in questo modo:

Per esprimere se stesso, l’intuizionismo richiede indicazioni più che idee, e tali indicazioni sono enigmatiche e non-razionali. Esse sono timorose delle interpretazioni intellettuali. Esse hanno un’avversione risoluta nei confronti delle perifrasi. Sono come lampi di luce. In un batter d’occhio sono già svanite”.

Ma tutti gli sforzi del maestro sono vani se non riesce ad avviare un processo educativo di seinshin tanren (精神 鍛錬) ovvero di “formazione spirituale”. Il vero nemico del maestro che parla e insegna è l’io dell’allievo e spetta a lui spezzarlo sul nascere creando in lui una mente attiva e proattiva e una reale sincerità di cuore. Ogni desiderio egoistico che nasce nell’allievo va allontanato con la pratica divenendo una vera e propria “autoattività continua” che cioè non termina nello spazio del dojo, ma prosegue nella vita di tutti i giorni.

Quando il maestro parla questo concetto di “autoattività” è quello che crea la base per la quale l’allievo debba trovare la personale motivazione ad essere addestrato. Cosa significa? Significa che il maestro deve saper indurre nell’allievo lo stato di addestramento non come una pratica sportiva, ma qualcosa di essenziale per la propria vita.

La comunicazione silenziosa in questo caso vale più di milioni di esempi o meglio, l’esempio entra nell’allievo senza parlare: è il momento dell’allenamento diretto con lui perché l’allievo è cresciuto e si accorge che il vero combattimento è stato con se stesso.

 

L’allievo: imparare la memoria

Chi si propone di praticare un’arte marziale deve subito fare i conti con la fatica: e nel dojo tutto è faticoso. Stare seduti in seiza (tipica posizione inginocchiata che ha lo scopo di creare nell’allievo il senso della sicurezza ottimale con se stesso e con gli altri, insegnare il senso dell’economia degli spazi, e favorire il rafforzamento fisico) è faticoso, come stare ritti in piedi e respirare in modo coordinato, lo sforzo fisico è proporzionale all’esercizio, ma comunque sempre fatto per irrobustire il corpo e prima di esso la mente e lo spirito. In molti dojo, soprattutto anticamente, l’allievo doveva prima di tutto essere accettato e questo richiedeva prove che al giorno d’oggi riterremmo disumane. Qui l’aspirante allievo doveva essere in grado di convincere il maestro di saper possedere forza e carattere.

Nel dojo, ora come allora, il primo livello di apprendimento e addestramento era il tirocinio tecnicamente definito gyo ovvero “luogo per lo studio della via”. In questa fase l’allievo si predispone a imparare ad appropriarsi di un giusto stato d’animo. Molti maestri sono convinti che questo avvenga sottomettendosi al Kamiza. Il primo scoglio è la formalità del maestro che non deve essere visto come un amico o un semplice insegnante: il maestro incarna in tutto e per tutto gli insegnamenti e l’arte marziale della scuola. Secondo scoglio è l’etichetta della scuola: convenzioni, regole, atteggiamenti. Spesso l’allievo impara questo più che dal maestro dagli allievi più anziani e nella maggioranza dei casi questo processo avviene per imitazione. Soprattutto per i più inesperti il dojo durante il tirocinio non è altro che un luogo di esercizio fisico. Le tecniche da imparare per muoversi secondo i vari kata (型: trad. “forme”. Sono movimenti codificati che rappresentano il combattimento nelle varie fasi) sono molte, diversificate, a volte non hanno una difficoltà progressiva e impegnano soprattutto la memoria rivelandosi a volte noiose per la ripetitività necessaria per acquisire scioltezza nell’eseguirli.

La dose di umiltà e di resistenza richiesta all’allievo è immensa perché subito ci si sente goffi, impacciati, poco coordinati nei movimenti e nella respirazione e, se non fosse per l’ambiente marziale, si verrebbe facilmente derisi. L’allievo deve essere umile, accettare le critiche “Il legno viene squadrato con la riga e il compasso; le persone conservano il loro posto accettando le critiche. Se si ascoltano le questioni del mondo attraverso le orecchie di un solo individuo, non c’è niente di meglio delle critiche. (…) se vuoi aprirti alle critiche, è sufficiente accogliere un’ampia gamma di opinioni, svuotando te stesso per ascoltarle”. (Takayama Kentei).

Solo in una fase avanzata l’allievo passa di livello. Come sempre è il maestro a capire quando l’allievo è pronto a cominciare l’addestramento vero e proprio: il tema principale da affrontare è la capacità di misurarsi con la prontezza. Maestro e allievo non si risparmiano dando e ricevendo, alternando le fasi tecniche a quelle teoriche e spirituali. Solo la serenità e lo spirito di perseveranza dell’allievo possono evitare l’abbandono della scuola. È il momento del “fare”, della ripetitività continua ed esasperante, del misurarsi in rapidità, destrezza, e sicurezza coi compagni più avanzati. Non c’è tempo né per domande né per capire: il corpo deve reagire alle stoccate in modo automatico, meccanico e la mente non deve pensare, ma essere presente nel momento con parate e colpi. Nel kenjutsu (trad. “arte della spada” inteso come arte nell’utilizzo della katana, la spada samurai) ogni volta che l’avversario colpisce fa male, ma non è dolore fisico, è un dolore profondo che colpisce il cuore portando dentro l’anima una ferita che può essere sanata solo con l’imparare. È la “pratica per la pratica” in cui l’umiltà dell’allievo sta nello sfidarsi a migliorare senza chiedere troppo a se stesso. In questa fase la fretta demolisce: l’insegnamento è che se vuoi combattere devi prima imparare a vivere. La grande differenza è come lo spirito sa reagire, sul tatami del dojo così come nella vita. L’allievo impara in fretta che dentro o fuori le mura della sua scuola non esiste più differenza e che lui stesso sta diventando la spada che brandisce o le mani che utilizza nelle leve.

Ogni singolo kata è un mare infinito di elementi tecnici e l’allievo impara il senso della scelta: velocità o eleganza, continuità o precisione tecnica, calma e controllo o scatto fulmineo? Il kata diventa l’allievo, l’allievo diviene kata in un giorno in cui forma e sostanza non si distinguono più amalgama comune di un’unica necessità: la ricerca della perfezione. Allora l’allievo è pronto all’ultima fase: coltivare lo spirito della via per percorrerla tutta l’esistenza.

 

 

La memoria tra insegnanti e maestri.

Ho parlato di maestri e di allievi, ma spesso confondiamo i maestri con gli insegnanti. Sempre Adachi Masahiro insegnava “Un adepto molto abile è colui che ha raggiunto la calma. Un maestro realizzato è colui che ha raggiunto la maestria. Un tecnico della calma mentale, che padroneggia perfettamente tecniche e principi è chiamato adepto. Ci sono persone anche tra gli aggressivi e gli scaltri, ma a causa della loro ignoranza delle tecniche e dei principi non possono essere chiamati adepti. I tecnici giunti allo stadio in cui la mente è imperturbabile, totalmente istruiti in tecniche e principi, sono chiamati maestri. I cosiddetti esperti sono maestri. La sagacia è una qualità presente nei maestri. Oltrepassando qualsiasi razionalizzazione, non può essere scritta o espressa a parole”.

Lo spirito del dojo quanto è vivo? Quanto dei giovani di oggi sono in grado a prepararsi a ricevere un’eredità così antica e importante? Ce lo chiediamo spesso, magari davanti a una pizza, io ed altri amici impegnati nella diffusione della cultura del budo, la via del guerriero samurai. La conclusione è che i tempi sono cambiati, gli ultimi veri maestri, soprattutto giapponesi, sono ormai morti così come molta parte dello spirito delle arti marziali. Durante un’esibizione pubblica un un gruppo di studenti di una scuola di arti marziali tiene la spada d’allenamento come fosse una mazza da golf. Chiamato in causa faccio presente cosa rappresenta; mi rispondono che anche il loro insegnante glielo rammenta spesso…

Eppure credo che il mondo là fuori dal dojo sia sempre lo stesso: non si lotta per la sopravvivenza fisica, ma per avere un valore nella società, per trovare un lavoro o per difenderlo.

Anche nel Giappone stesso la tradizione in sé del dojo è morta: ricordo, durante uno dei miei corsi Samurai Lab di essere stato preso totalmente d’assalto da uno stuolo di giapponesi ospiti dello stesso albergo dove svolgevo le sessioni. Dopo le foto di rito con me in abito da samurai ho potuto costatare la loro sorpresa nel sapermi praticante. Eppure lo spirito dei samurai è ancora vivo inconsapevolmente in tutta la cultura giapponese, nei loro gesti, nel loro modo di porsi nei confronti del lavoro e dei risultati da perseguire. Ogni giapponese è inconsapevolmente figlio di un samurai che gli impone di onorare la famiglia cui appartiene attraverso ogni suo comportamento.

Del resto la paternità di molte scuole è passata da maestri giapponesi a insegnanti italiani che nell’arco degli anni si sono distinti per abilità soprattutto tecnica e stilistica i quali purtroppo, con tutta la buona volontà possibile non potranno avere tutto quel bagaglio culturale che solo pochi sono riusciti a raggiungere soprattutto vivendo in Giappone per molto tempo.

L’occidentalizzazione delle scuole marziali impone metri di misura differenti dalla tradizione. Agli allievi non basta sentirsi sempre più coinvolti nelle scelte e programmazioni pedagogiche di un maestro. Gli allievi occidentali devono misurarsi con cinture, dan, esami e commissioni che valutino il loro grado di preparazione. Questo fa morire lo spirito della pratica per la pratica imponendo agli allievi rivalità e concorsi come in una qualsiasi scuola e anteponendo le conoscenze e la prestanza tecnica a quella spirituale, spesso accantonata e ridotta alla sola ricerca personale.

La differenza tra maestri e insegnanti è proprio questa: il fermarsi esclusivamente alla tecnica, all’aspetto esteriore di un esercizio o di un kata ben fatto e non di un percorso educativo (nel rispetto della vera e propria etimologia del termine ex-ducere, portare fuori) dove prima è avvenuta una forte maturazione interiore.

Trovare un vero maestro è veramente difficile, raro e soprattutto richiede una ricerca molto profonda, una chiarezza di intenti con il proprio insegnante che deve saper scegliere e aiutare il praticante a farlo nella marea di proposte che ormai ogni città possiede.

La deresponsabilizzazione dei ruoli, tipica del nostro momento storico, colpisce anche questo settore: chi dirige un dojo deve fare i conti con le iscrizioni, con il numero degli allievi e quindi si sofferma più sulla richiesta comune (capacità tecnica ecc.) che a quella storica (aspetti tecnici e aspetti spirituali) demandando questi ultimi ad altri insegnanti di altre discipline spesso lontane da quelle giapponesi.

Molti insegnanti si rendono conto della delicatezza di questo passaggio e quindi, consapevoli del fatto che un’arte marziale è composta da tutti i parametri di cui ho parlato prima, si auto definiscono maestri solo sulla base del proprio percorso tecnico conseguito.

Esiste poi un’altra categoria pericolosissima: quella dei “finti maestri” di coloro che anche a fronte di una buona capacità tecnica si inventano maestri di discipline mirabolanti che non hanno nulla a che vedere con lo spirito del dojo.

In questi casi la trasmissione della tradizione viene sviata e travisata spesso a scapito degli allievi che intravedono in questi personaggi eroi mitologici che, alla riprova dei fatti, non sono. Ma questo accade in ogni campo, soprattutto quando si è lontani dal luogo in cui certe tradizioni sono nate e sono state tramandate con cura, dedizione e devozione. Dobbiamo sempre stare attenti a quel fascino dell’esotico attrae molti occidentali: il rispetto della tradizione, soprattutto nelle arti marziali è tutto. Se non altro perché, come mi hanno insegnato i maestri, molti sono morti per farla pervenire fino a noi e non hanno avuto quel grande privilegio che noi oggi possediamo: la libertà di scegliere invece dell’obbligo tacito di obbedire.

 

Concludo con un pensiero del grande maestro Miyamoto Musashi (1584 – 1645) che credo non solo racchiuda lo spirito e la tradizione dei samurai, ma sia l’eredità più bella che ognuno di noi possa avere da questi leggendari guerrieri.

“Non coltivare pensieri cattivi.

Praticare con costanza la via.

Interessarsi a tutte le arti.

Conoscere tutte le professioni.

Saper discernere i vantaggi e gli svantaggi in ogni cosa.

Sviluppare l’intuito e la comprensione.

Intuire quello che non si vede.

Essere attento anche alle inezie.

Non compiere azioni inutili”.

 

Paolo G. Bianchi, counselor, esperto in processi formativi esperienziali, e discipline bionaturali (praticante di kenjutsu – katori shinto ryu e iaido – hoki ryu presso lo Zanshin Dojo di Milano).

www.formazionezero.blogspot.com

 




Ebola: un possibile aiuto dalla medicina cinese

Alessandro Cecconi*

La febbre emorragica ebola è una malattia  altamente virulenta e potenzialmente mortale.  Attualmente è in corso la più grande epidemia dagli anni 70 ad oggi nei paesi dell’africa centro-occidentale. Data l’estrema virulenza del virus e la rapidità di diffusione, il contagio potrebbe estendersi oltre i confini africani.  Il responsabile è un filovirus ad RNA, chiamato Ebola perché scoperto per la prima volta nella valle dell’Ebola nella Repubblica democratica del Congo.  Si ipotizza che tale virus sia giunto all’uomo attraverso  riserve naturali  come  pipistrelli e animali selvatici delle foreste (scimmie, volpi, antilopi, scimpanzè). C’è  chi ipotizza che il contagio sia dovuto al fenomeno del bush-meat, cioè all’assunzione di carni selvatiche delle foreste, da quando diverse compagnie occidentali e orientali hanno iniziato i disboscamenti alla ricerca di metalli e materie prime.

Il contagio avviene tramite fluidi corporei come muco, saliva, sangue, lacrime e, probabilmente, seppur in misura minore, per via aerea.

Dopo un periodo di incubazione piuttosto rapido, mediamente 5-10 giorni, compaiono sintomi simil influenzali, come febbre, brividi, artralgie, cefalea, mal di gola, nausea. Possono, nel giro di brevissimo tempo, associarsi disturbi gastrointestinali come vomito scuro “a fondi di caffè” e diarrea con feci scure o sanguinolente, emorragie congiuntivali, porpora e rash cutanei fino a manifestazioni emorragiche (CID-coagulazione intravasale disseminata) orali, nasali o interne, che portano rapidamente a morte per ipovolemia e sindrome da disfunzione multiorgano (MODS). Il tempo che intercorre tra l’insorgenza dei sintomi e la morte è 7-14 giorni e la sopravvivenza media è del 30-50%.

Attualmente non esiste una cura efficace ma  i maggiori laboratori mondiali stanno studiando un vaccino specifico.  Nel frattempo, si è ipotizzato  di inoculare ai malati gli anticorpi di coloro che sono sopravvissuti alla malattia, con benefici tuttavia ancora da appurare.

Per descrivere la febbre emorragica Ebola, si utilizza in medicina cinese il modello per la febbre da fattore patogeno esterno, chiamato  “4 strati” (Si Fen). Sviluppato durante la dinastia Qing intorno al 1700,  tale modello vede l’organismo come costituito di strati (WEI, QI, YING, XUE) sovrapposti (a bulbo di cipolla).  A seconda dello strato attraversato dal patogeno compaiono dei segni e sintomi particolari. Per chiarire il concetto con un’analogia, quando un meteorite attraversa gli strati atmosferici, mano a mano che si approfondisce e si avvicina alla terra, dall’atmosfera, aumenta di temperatura fino a disgregarsi. Se tuttavia il meteorite fosse molto più grande, gli strati atmosferici non sarebbero in grado di difendere la terra per cui il meteorite raggiungerebbe il suolo.

Immaginando il patogeno come un meteorite, più si approfondisce attraverso gli strati più si genera calore. Lo scopo del corpo è quello di difendersi e il miglior modo è quello di generare calore. Il calore brucia, dissipa, trasforma e, per sua natura,  tende a salire  verso l’alto e a muoversi verso l’esterno. Tale strategia ha lo scopo di allontanare il patogeno dai centri vitali del corpo, gli Organi interni.  Quando il patogeno è molto potente, può  approfondirsi attraverso i vari strati e l’organismo difendersi generando ulteriore calore che può addensare i liquidi e generare umidità. L’umidità ha lo scopo di “invischiare” il patogeno e di bloccarne la “discesa”. Tuttavia, quando arriva negli strati più profondi,  il calore che si genera può essere troppo per l’organismo stesso e l’umidità generata può non essere sufficiente a contenerlo, per cui possono comparire fenomeni emorragici (il calore spinge il sangue fuori dai vasi), coma (lo shen perde la sua residenza) e morte.

 

I 4 strati ed i loro sintomi

Strato Wei:

Mal di gola, mal di testa, congestione nasale, leggera sudorazione, brividi, febbre bassa, artralgie, avversione al vento, polso superficiale

Prescrizione: YIN QIAO SAN

Strato Qi

Calore nel Polmone: tosse secca o poco produttiva con muco giallastro e asciutto, dispnea, febbre alta, continua o intermittente, sete, secchezza e sudorazione, lingua con patina gialla ed asciutta, polso rapido.

Prescrizione: MA XING SHI GAN TANG

Tan calore nel Polmone: febbre, tosse produttiva con muco giallo o verde, polso rapido e scivoloso, lingua con patina collosa e gialla.

Prescrizione: XUAN BAI CHENG QI TANG

Calore nel petto e nel diaframma: febbre, insonnia o risvegli frequenti, sete e secchezza, irrequietezza, irritabilità, senso di calore al petto, lingua con patina gialla e sottile.

Prescrizione: ZHI ZI CHI TANG

Sindrome del canale yangming: sete, sudorazione, febbre alta, polso hong, febbre alta, continua o intermittente, sete, secchezza e sudorazione. Lingua asciutta con patina gialla.

Prescrizione: BAI HU TANG

Sindrome yangming d’organo: stipsi, dolori addominali, masse palpabili in fossa iliaca, febbre alta, continua o intermittente, sete, secchezza e sudorazione, lingua rossa, asciutta con papille rosse, patina gialla o marrone, asciutta. Polso rapido e scivoloso o profondo e con forza.

Prescrizione: DA CHENG QI TANG

Umidità-calore: letargia, dolori muscolari, mal di gola, febbre serotina, lingua con patina gialla e collosa

Prescrizione: GAN LU XIAO DU DAN

Calore estivo: febbre alta, sudorazione profusa, pelle calda e asciutta, , sete e bocca asciutta, urine concentrate, vomito e diarrea esplosiva, irritabilità, lesioni vescicolari pruriginose nella pelle, linfonodi gonfi, lingua con patina gialla asciutta, polso rapido e youli.

Prescrizione: GUI LING GAN LU YIN

Strato Ying

Febbre moderata o alta, peggiora di notte, lingua rosso scura, lievi rush cutanei, lieve obnubilamento del sensorio.

Calore nel pericardio: febbre che peggiora di notte, bocca secca con desiderio di bere a piccoli sorsi, insonnia, irrequietezza, lievi rush cutanei, delirio o confusione, lingua scarlatta, polso rapido.

Prescrizione: QING YING TANG

Calore che ostruisce il pericardio: come sopra con in più maggiori segni di obnubilamento del sensorio.

prescrizione: AN GONG NIU HUANG WAN oppure ZHI BAO DAN

Strato del Sangue

Calore che agita il sangue: febbre moderata, alta o intermittente, rush maculopapulari o emorragie subcutanee, emorragie in varie parti del corpo,  delirio, coma.

Prescrizione: SHUI NIU JIAO DI HUANG TANG oppure HUA BAN TANG

Calore che fa ristagnare il sangue: febbre intermittente, dolori addominali, stipsi o melena, alterazioni della coscienza, lingua rosso porpora e polso profondo con forza.

Prescrizione: TAO HE CHENG QI TANG

 

Figura 1.1

teoria sulla progressione del patogeno nella febbre emorragica Ebola

Vento calore

STRATO WEI

(febbricola, avversione al vento, mal di gola, artralgie, brividi, cefalea, polso “fu”)

STRATO DEL QI (calore-umidità)

(vomito e diarrea)

STRATO DEL SANGUE

(emorragie, petecchie, melena, ematemesi, emorragie congiuntivali, obnubilamento del sensorio)

 

Considerati  i segni, i sintomi e la tipica progressione dell’Ebola, il patogeno sembra essere “vento calore” che si localizza inizialmente  nello strato Wei dando i classici sintomi simil-influenzali. In breve si trasforma in calore-umidità  che raggiunge lo strato Qi con manifestazioni gastrointestinali come vomito e diarrea, per poi raggiungere rapidamente lo strato del sangue e dare emorragie. Probabilmente il patogeno può localizzarsi transitoriamente anche nella cerniera shaoyang con i tipici segni di alternanza di brividi di freddo e sensazione di calore. Tuttavia l’alta mortalità è legata alla facilità con cui la xie qi giunge allo strato del sangue. Tale fenomeno dipende dalla intensa virulenza del patogeno ed in molti casi anche da una Zheng Qi deficitaria.  L’ambiente africano dove le epidemie si sono sviluppate, le condizioni igienico-sanitarie insoddisfacenti ed il clima caldo umido sono fattori che certamente alterano l’equilibrio della Zheng Qi e sono terreno fertile per la comparsa di epidemie.

Stadiazione e terapia della febbre emorragica ebola secondo la medicina cinese

1)fase prodromica (vento calore  nello strato WEI)

febbre, brividi, artralgie, cefalea, mal di gola

terapia farmacologica:

Prescrizione: YIN QIAO SAN:

Jin yin hua (flos lonicerae) 12-18 g

lian qiao  (fructus forsythiae) 9-12

lu gen (rhizoma phragmitis) 15-30

dan zhu ye (herba lophateri) 9-12

niu bang zi (fructus arctii) 9-12

jing jie (herba schizonepetae) 9-12

jie geng (radix platycodi) 6-9

dan dou chi (sojae semen praeparatum) 6-9

bo he (herba menthae) 3-6

gan cao (radix glycyrrhizae) 3-6

 

Jin yin hua e lian qiao liberano l’esterno dal vento calore e risolvono il calore tossico, niu bang zi disperde il vento calore e, insieme a gan cao, rinfresca e beneficia la gola. Bo he e dan dou chi disperdono il vento calore; jing jie disperde il vento senza asciugare. Jie geng trasforma il flegma e beneficia la gola. Dan zhu ye purifica il calore attivando la diuresi e lu gen generando fluidi.

Modifiche: se gola molto infiammata aggiungere shan dou gen (sophorae tonkinensis radix) 18 e da qing ye (isatidis folium) 30, se cefalea occipitale ge gen (puerariae radix) 9-12, se epistassi bai mao gen (imperatae rhizoma) 30

Agopuntura: 14 GV, LI 11, BL 12, GB 20, TE 5, LI 4. Sono tutti punti che liberano l’esterno ed espellono il vento calore dallo strato wei.

 

2)  fase evolutiva (calore umidità nello strato del Qi):

Vomito e diarrea

Prescrizione: GAN LU XIAO DU DAN

Hua shi (talcum) 18-21

yin chen hao (artemiasiae scopariae herba) 24-30

lian qiao (fructus forsythiae)12-15

huang qin (radix scutellariae) 12-15

mu tong (caulis akebiae) 9-12

huo xiang (pogostemonis agastaches herba) 9-12

she gan (belamacandae rhizoma) 9-12

shi chang pu (acori tatarinowii rhizoma) 6-9

chuan bei mu (fritillariae cirrhosae bulbus) 6-9

bo he (herba menthae) 6-9

bai dou kou (amomi fructus rotundus) 6-9

Yin chen hao, mu tong e hua shi purificano il calore umidità promuovendo la minzione; lian qiao, huang qin e bo hepurificano il calore dalla parte alta del corpo; she gan e chuan bei mu purificano il  calore dal polmone. Bai dou kou, shi chang pu e huo xiang trasformano l’umidità aromaticamente.

Modifiche: se nausea e vomito severi, aggiungere chen pi (citri reticulatae pericarpium) 6-9, zhi ban xia (pinelliae rhizoma praeparatum) 9-12 e zhu ru (bambusae caulis in taeniam) 9-12

 

3) fase avanzata (calore nello strato del Sangue)

Diarrea sanguinolenta, emorragie congiuntivali, nasali, otorragia,  porpora, rush cutanei, emorragie polidistrettuali, coma.

Calore nello strato del sangue che lo agita

Terapia: SHI NIU JIAO DI HUANG WAN

Shui niu jiao (cornu bubali) 30-120 g

Sheng di huang (radix rehmanniae) 15-30

Chi shao yao (paeoniae radix rubra) 9-12

Mu dan pi (moutan cortex) 9-12

 

Shui niu jiao purifica il calore tossico e raffredda il sangue, sheng di huang rinfresca il sangue,  protegge lo yin dai danni del calore e rinforza l’azione di shui niu jiao. Chi shao yao e mu dan pi rinfrescano il sangue muovendolo. Nela formula originale xi jiao (rhinocerotis cornu) era al posto di shui niu jiao. Tuttavia oggi è vietato. A differenza degli altri strati, in cui è possibile disperdere il patogeno riportandolo all’esterno (venting), a livello del sangue ciò non è possibile ma è necessario purificarlo in situ.

Modifiche: se sanguinamento importante togliere chi shao yao e inserire bai shao yao (paeoniae alba radix) 9-15, se molto calore aggiungere da qing ye (isatidis folium) 15-30 e ban lan gen (isatidis radix) 15-30. Se petecchie emorragiche aggiungere qian cao gen (rubiae radix) 9-12, zi cao (arnebiae lithospermi radix) 9-12 e xuan shen (scrophulariae radix) 15-18. Se confusione e delirio aggiungere shi chang pu (acori tatarinowii rhizoma) 6-9, dan nan xing (arisaema cum bile) 6-9, e tian zhu huang (bambusae concretio silicea) 6-9. Se melena aggiungere di yu (sanguisorbae radix) 9-12 e huai hua mi (sophora flos immaturus) 12-15, se ematuria bai mao gen (imperatae rhizoma) 15-30 e xiao ji (cirsii herba) 12-15.

 

Terapia: HUA BAN TANG

shi gao (gypsum) 30

zhi mu (anemarrhenae rhizoma)12

Shui niu jiao  (Cornu bubali) 30-120

xuan shen (scrophulariae radix) 9

gan cao (radix glycyrrhizae) 9

jing mi (Oryzae semen) 9-15

Questa formula tratta contemporaneamente lo strato del qi e del sangue, generando liquidi (shi gao, zhi mu, xuan shen)e rinfrescando lo yangming, raffreddando il sangue purificandone il calore (xuan shen, shui niu jiao) sostenendo lo yin (shi gao, xuan shen, zhi mu) ed il qi (jing mi, gan cao).

Mentre la formula Shi niu jiao di huang wan va direttamente sul sangue, questa va sia sul sangue che sul qi, sostenendo molto di più i liquidi e lo yin danneggiati dal calore.

Superata la fase acuta, occorre sostenere la Zheng qi, facendo riferimento soprattutto al Qi (SHENG MAI SAN) e alla protezione dello Yin del Rene, danneggiato dal calore (SAN JIA FU MAI TANG). Sheng mai san o Yu Ping Feng San sono formule utili anche come prevenzione  per rinforzare la Zheng qi.

 

Per il contenuto delle altre formule descritte si rimanda ai manuali di materia medica. Sono state descritte nel particolare soltanto le formule di riferimento per la febbre emorragica Ebola.

L’assunzione delle erbe può essere sotto forma di compresse, estratti secchi, decotto, iniezione e.v. Considerata la malattia, l’assunzione intravenosa è la migliore, soprattutto nello stadio avanzato, per rapidità di assorbimento.

In attesa di vaccini o cure saldamente efficaci, tentare con la medicina cinese potrebbe salvare qualche vita in più.

Bibliografia

Clinical handbook of internal medicine-Maclean, Lyttleton. Volume 1-2-3

Basi della medicina cinese. Muccioli M. Ed.: Pendragon

Chinese herbal medicine-materia medica. Bensky et al.

Chinese medical herbology and farmacology. Chen et all. ed.: art of medicine press

Chinese herbal medicine.Yifan Yang. Ed: churchill-livingston

Formulas and strategies. Bensky et al.

Ten key formula families in chinese medicine. Huang huang

Zhang Zhong jing’s clinical application of 50 medicinals. Huang huang et al.

Fondamenti della medicina cinese. G Maciocia

La diagnosi in medicina cinese. G Maciocia

 




Assonanze tra ba gua – 8 trigrammi e rosa camuna

Sergio Perini*

Suggestiva è l’ipotesi dell’esistenza di una analogia tra il Ba Gua e la Rosa Camuna, incisione rupestre della media Valle Camonica (Provincia di Brescia) dell’epoca eneolitica.

Le incisioni rupestri della Valle Camonica costituiscono una delle più ampie collezioni di petroglifi preistorici del mondo e sono state il primo Patrimonio dell’umanità riconosciuto dell’UNESCO in Italia.

L’UNESCO ha riconosciuto oltre 140.000 figure anche se nuove ininterrotte scoperte hanno progressivamente aumentato il numero, concentrate nei comuni di Capo di Ponte, Nadro, Cimbergo e Paspardo (provincia di Brescia).

Le incisioni sono state  realizzate lungo un arco di tempo di ottomila anni, fino all’Età del ferro (I millennio a.C.); quelle dell’ultimo periodo sono attribuite al popolo dei Camuni ricordato dalle fonti latine.

La maggior parte delle incisioni è stata realizzata con la tecnica della martellina; in numero minore quelle ottenute attraverso il graffito.

Le figure si presentano a volte semplicemente sovrapposte senza ordine apparente, ma spesso  appaiono in relazione logica tra loro, a illustrazione di un rito religioso o di una scena di caccia o di lotta; tale impostazione spiega lo schematismo delle immagini, ognuna delle quali è un ideogramma che rappresenta non tanto l’oggetto reale, ma la sua “idea”.

La loro funzione è riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici o propiziatori dapprima in ambito religioso, in seguito anche laico, che si tenevano in occasioni particolari, singole o ricorrenti.

Tra i segni più noti rinvenuti in Valle Camonica spicca la cosiddetta  Rosa Camuna che è stata adottata come simbolo ufficiale della Regione Lombardia con legge 353 del 7/2/1975.

Nel documento ufficiale della Regione Lombardia si pone l’attenzione sulla ricerca svolta da Leonardo da Vinci  su alcuni emblemi  come : il centro, il nodo, lo snodo, intesi come equilibrio tra forze contrapposte, tensione tra centro e fuga dal centro, tra perno e articolazioni. Viene individuato nella “croce” o “rosa” della Valle Camonica una radice culturale della Lombardia con assonanze ai temi universali leonardeschi.

I 4 elementi circolari della rosa sono messi in inclinazione nord-est come se si proiettassero ai 4 estremi geografici della Regione e l’inclinazione sottrae  il simbolo ad un equilibrio statico ma gli imprime un moto in senso orario, perfetta e razionale disposizione degli oggetti disposti nel sistema in rotazione, rappresentati dai punti denominate coppelle: otto coppelle in posizione simmetrica ed una centrale . Le coppelle simmetriche sono caratterizzate da quattro incise all’interno della rosa mentre le altre quattro incise nello spazio esterno alla rosa. Sembrano un  incastro perfetto tra l’ Essere e il Non-Essere,cioè il Tutto

Una versione ‘dinamica’, a svastica, della cosiddetta  ‘Rosa camuna’ compare tra le incisioni rupestri a testimonianza della parentela indo-ariana.

La Rosa Camuna indica una condizione ‘statica’ di atemporalità dell’immanifesto, anteriore nel tempo e nello spazio, dell’Essere, come Anassimandro, filosofo della antica Scuola di Mileto, avrebbe poi chiamato ‘apeiron‘, dal termine greco  ἄπειρον,  composto da α, a, «non», e πέρας, péras, «limite».

Secondo Anassimandro, quindi, l’ápeiron è una materia indeterminata, oltre che infinita. Questo principio abbraccia e governa ogni cosa che E’, e, in questo, tutte le cose che Sono hanno origine e si dissolvono secondo una legge cosmica.

Anassimandro riteneva che in origine tutte le cose fossero armoniosamente unite nell‘ápeiron, ma proprio mediante il movimento rotatorio dell’apeiron stesso, le cose presero a separarsi a coppie di contrari, dando origine al cosmo: così dall’ápeiron uscirono luce e tenebre, notte e giorno, vita e morte.

Sempre nella Cultura greca Eraclito ci rammenta che nella Natura

Pánta rhêi   ( πάντα ῥεῖ),  tutto scorre.

Analogamente a questi concetti filosofici anche nella Cultura Cinese il processo  della Conoscenza Taoista inizia dalla presa d’atto del  Grande Uno da cui scaturisce il dualismo degli opposti del Dao. Dal 2 nasce il 3 e dal 3 nascono i 10.000 Esseri.

Dal Dao si sviluppano anche, secondo la medicina I ,  i Ba Gua (8 trigrammi) nell’ambito della agopuntura dell’anello ombelicale.

Nella definizione grafica del Ba Gua la circolazione energetica inizia da KAN-QHL (Qi Huan Lam) 1 (elemento Acqua:Rene e Vescica Urinaria) per giungere a KUN-QHL 2 (Elemento terra:Milza); quindi a ZHEN-QHL 3 (Elemento Legno:Fegato) per indirizzarsi a  XUN QHL 4(Legno:Vescica Biliare). Dopo aver attraversato QHL 5 (Terra nel centro dell’ombelico), si giunge a QIAN-QHL 6 (Elemento metallo:Grosso Intestino) per spostarsi a DUI-QHL 7(Elemento Metallo:Polmone). Da  DUI si genera  GEN-QHL 8 (Elemento Terra:Stomaco) per giungere infine   a LI-QHL 9 (Elemento Fuoco:Cuore e Piccolo Intestino).

Osservando con attenzione l’evoluzione del movimento energetico dei Ba Gua emerge con evidenza la conformazione di una rosa posta in diagonale in modo del tutto analogo alla stilizzazione della Rosa Camuna della Valle Camonica con le sue 8 coppelle (4 +4) e la coppella centrale corrispondente all’elemento Terra del Ba Gua.

La mia ipotesi filosofica e antropologica è nel ritrovare  nell’Inconscio collettivo Junghiano il parallelismo esoterico tra  queste due rappresentazioni altamente simboliche e sincretiche che esprimono una profondità concettuale e filosofica dell’Essere e dell’Esistenza posta a cavaliere  tra 2 culture così “lontane” ma anche così “vicine”.

 

Per Comunicazioni:

Sergio Perini, Via De Amicis 7,25013 Carpenedolo  (Brescia)

Cellulare 3385069161

Sito www.sergioperini.it Email: dottore@sergioperini.it

 




Semeiotica dei sistemi di regolazione

Alberto Garoli*

L’etimologia del termine semeiotica deriva dal dal greco σημεῖον, semèion (che significa “segno”), e costituisce in medicina una delle importanti tecniche di analisi dei segni corporei che servono per stilare una diagnosi.

L’esame obiettivo è un classico esempio in cui la semeiotica viene usata estensivamente. Sintomi e segni sono da ricondurre alla loro causa comune e quindi alla localizzazione dei loci minoris resistentiae e delle eziopatogenesi probabili in caso di malattia.

La differenza tra sintomi e segni è importante. Ricordiamola:

– i sintomi (gr. “symptoma” = sintomo, coincidenza, incidente, avvenimento simultaneo: da “sympiptein” derivato da “syn” e “piptein”, accadere) sono soggettivi, ossia percepiti solo dal paziente;

– i segni (lat. “signum” = indizio, indicazione, prova) sono evidenti all’osservatore e oggettivi come un ittero o un eczema e non sempre significativi per il paziente, come nel caso dell’ipercolesterolemia, dell’iperbilirubinemia ecc.  Segni importanti usati da sempre anche nelle medicine antiche e tradizionali sono il colorito, il tipo di vascolarità linguale, la qualità dell’induito linguale, la tipologia di tessuti, il tipo di pulsazione arteriosa, ecc.

Per chiarezza generale aggiungiamo anche la definizione di sindrome.

Per sindrome (gr. “syn” e  “dromos” un circuito o decorrenza) si intende una particolare associazione di sintomi e segni, intesi come parte di una stessa patologia.

Da sempre in medicina lo studio dei complessi interscambi di segni clinici, sintomi e manifestazioni sindromiche complesse costituisce l’oggetto della pratica semeiotica. La Semeiotica dei Sistemi di Regolazione si concentra sui rapporti funzionali.

Un esempio dell’interscambio di sintomi e segni nel contesto della regolazione può essere l’ipertensione. Alcuni sintomi come la cefalea e l’irritabilità – con o senza rossore del volto – possono essere associati a questa condizione e ben riconosciuti o percepiti dal paziente, oltre che motivanti a cercarvi rimedio. Il segno sarà invece l’aumento quantificabile strumentalmente della pressione arteriosa che quindi costituisce indizio importante di diagnosi.

Laddove in una normale diagnosi ci fermeremmo a questo punto, nell’ottica dei Sistemi di Regolazione si dovrà capire se l’ipertensione è dovuta ad un intenso stimolo ortosimpatico,  a cause vascolari, renali, meccaniche compressive o addirittura centrali e neurologiche. Solo una volta capito quale sistema di regolazione viene coinvolto nella patologia si risale ad una diagnosi di disfunzione regolatoria. Qualora la causa ortosimpatica domini e un betabloccante non selettivo abbia dato risposta positiva, si dovrà ulteriormente indagare l’origine dell’iperstimolo da un punto di vista ormonale, meccanico, tossicologico ecc.

 

Regolazione e omeostasi

Per Sistemi di Regolazione si intendono quindi quegli apparati che concorrono al mantenimento di un equilibrio interno o omeostasi fisiologica di tipo teleonomico, ove per teleonomia si intende la qualità finalizzata della struttura e delle funzioni degli organi, derivata dall’evoluzione e dallo scopo preciso che essi hanno per mantenere la sopravvivenza. La regolazione dipende dalla funzione esatta di sistemi che sono stati plasmati dall’ambiente attraverso milioni di anni di esperienze programmanti, con lo scopo di mantenere l’equilibrio o omeostasi.

L’omeostasi (dal greco “ομέο”, stesso,  e “στάσις”, mantenimento) è la tendenza fisiologica intrinseca agli organismi che permette di mantenere stabilità interna delle funzioni organiche. Il mantenimento dello stato di equilibrio dell’ambiente interno è basato su un processo di feedback o retroazione  che si mantiene nel tempo e che permette l’autoregolazione. La reazione che avviene in risposta ad eventi esterni come compensazione è invece detta allostasi. Questo principio di regolazione esprime l’ergotropicità o il fitness del sistema rispetto alle sfide ambientali (challenges).

Quando l’organismo è sottoposto a sfide ambientali significative entra in uno stato allostatico in modo soggettivo, ossia risponde dalle difficoltà in modo personalizzato, generalmente con iperattivazione di fondo del sistema simpatico o parasimpatico. Sebbene si conosca a fondo la sindrome dello stress secondo Selye, pochi hanno osservato la soggettività della risposta agli stimoli stressanti, che in realtà variano da persona a persona.

La capacità performante dipende dalla velocità e dalla strategia di adattamento dell’organismo nel regolare direttamente sia lo stato fisico chimico, sia i comportamenti che modulano la fisiologia stessa.

Ad esempio, se esposto al calore ambientale in modo non progressivo (tramite una giornata molto calda o una sauna) l’organismo manifesta cambiamento fisico chimico, produce un’aumentata diaforesi, altera il tono respiratorio e passa da equilibrio interno a strategia difensiva. In questa fase  può scegliere strategie diverse, tra cui quelle a carattere eccitatorio simpatico, con broncodilatazione, aumento del tono muscolare e del riflesso nervoso, oppure entrare in uno stato di risparmio energetico, di ipossia e inibizione parasimpatica per evitare dispendio energetico ulteriore. Tale strategia è in gran parte soggettiva.

Anche la stessa percezione del dolore risulta ampiamente soggettiva. Nell’ottica fisiologica della regolazione il dolore svolge una funzione di inibizione di movimento e funzione, ossia tenta di imporre un recupero in fase passiva ed è tipico di sistemi di adattamento con dominanza parasimpatica o meglio polivagale. Sarà quindi importante permettere che si esprima al meglio il recupero ed impedire l’attività di stimolo simpatico come chiave del miglioramento di fondo.

 

L’importanza delle funzioni di variabilità soggettiva

I sistemi che permettono questo equilibrio interno, l’omeostasi e la regolazione dell’allostasi sono detti “Sistemi di Regolazione” e seguono leggi di retroazione ben precise e visibili nelle delicate funzioni di network ormonale, neurotrasmittoriale o immunitario. Il mantenimento dell’omeostasi risulta cruciale per la salute e come la disfunzione o meglio la disregolazione di uno o più sistemi porti alla malattia.

Il sistema nervoso gioca un ruolo primario nella regolazione con effetto topdown, ma anche il sistema nervoso periferico e la propriocezione, il sistema vascolare e microcapillare, la pressione arteriosa, il funzionamento cardiaco svolgono ruoli di regolazione in network indispensabili per la salute.

Un esempio di sistema di misurazione – e in effetti un’evoluzione degli antichi metodi medici di diagnosi pulsologica – è costituito dagli indici di modulazione cardiovascolare autonoma. La misurazione della variabilità della pressione arteriosa (BPV), così come la valutazione della variabilità della frequenza cardiaca (HRV), assieme alla valutazione delle risposte neurologiche riflesse costituisce un accertamento delle funzioni di regolazione di fondo.

Le tecniche di analisi spettrale usate per quantificare la variabilità cardiaca R-R valutano le componenti di variabilità di frequenza tra 0.025 e 0.50 hz. La misurazione delle componenti simpatiche e parasimpatiche e i loro effetti di regolazione sulle funzioni vascolari e respiratorie sono quindi misurabili e quantificabili.

 

Un valido metodo per valutare la risposta di recupero (strategia non ergotropica diretta) è il RMSSD o radice quadrata media delle successive differenze degli intervalli R-R. Questo valore riflette la funzione di attivazione del sistema parasimpatico. Valori elevati sono in relazione con aumentata attività parasimpatica nelle fasi di rilassamento e recupero, mentre  valori diminuiti indicano scarsa capacità di recupero da stress.

La Semeiotica dei Sistemi di Regolazione è quindi un sistema di diagnosi e feedback fisiologico basato sull’origine regolatoria e dinamica delle funzioni organiche umane. Laddove nella semeiotica classica il processo termina con l’identificazione di una patologia, nella Semeiotica dei Sistemi di Regolazione si procede ad osservare la causa di tale  fenomeno in chiave fisiologica e adattativa e nell’esaminare si induce un fenomeno compensativo di feedback o retroazione correttiva.

 

 




Formule e strategie di “lunga vita” per il trattamento dei disturbi cognitivi e motori in età geriatrica

Carlo Di Stanislao*, Rosa Brotzu**, Maurizio Corradin***, Giuliana Franceschini****

 “Il grande Tao scorre ovunque, verso sinistra e verso destra. Ama e sostenta tutte le cose, ma non domina mai sopra di loro.”

Chuang Zu

 

Riassunto: In 50 secoli di storia documentata la Medicina Cinese ha elaborato molte strategie terapeutiche per contrastare l’invecchiamento e i disturbi correlati. In questo articolo si indicano e descrivono alcune formule e piante medicinali utili nelle più comuni patologie cognitive e motorie  geriatriche, oltre a definire cosa si intende, in senso taoista, per “lunga vita” e fornire integrazioni con altre pratiche di Medicina Naturale.

Parole chiave:  lunga vita, taoismo, Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Naturale

Summary: In 50 centuries of recorded history Chinese Medicine has developed many therapeutic strategies to counteract the aging and related disorders. This article will show and describe some formulas and medicinal plants useful in the most common geriatric cognitive and motor skills, as well as defining what is meant, in the Taoist sense, for “long life” and provide integrations with other practices of Natural Medicine. Natural Medicine

Keywords: long life, Taoism, Traditional Chinese Medicine, Natural Medicine

 

Il taoismo è un modello filosofico il cui fine è il raggiungimento della serenità interiore e della longevità, intesa come una vita ancora valida ed attiva fino a tarda età[i]. Per far ciò i saggi taoisti hanno elaborato tecniche meditative, ginnastiche, massaggi, prescrizioni sessuali e dietetiche, oltre a ricette mediche basate sull’uso di agopuntura e farmacologia[ii]. Conservare il Jing ed amministrare la Yuanqi, sono gli scopi di queste pratiche[1][iii]. Già personaggi mitici come Pen Tze, coevo di Huang Di, morto a 800 anni, avevano codificato tecniche e ricette di “lunga vita”, ovvero di vita piena anche a tarda età. Yang Chu[2], Fondatore della Scuola Edonista del Taoismo. vissuto tra il V- IV secolo a.C, sostenitore dell’appagamento dei sensi come approccio al Tao, elaborò molte ricette per la conservazione della salute e per la lunga vita [3] [iv] [v] [vi] [vii]. Il celebre Sun Si Miao[4], vissuto fra il 590 ed il 692 d.C. sostenne che la dieta, la terapia sessuale, gli esercizi ritmici e le formule erboristiche, possono assicurare la longevità[viii]. Egli riprese, in campo farmacologico, le formule per prevenire l’invecchiamento, redatte un secolo prima da Tao Hong Jing[5], celebre Autore del Ben Cao Jing Ji Zhu, contenente un commento con aggiunte del Ben Cao Gan Mu e che rubricava bel 730 rimedi fra minerali, animali e vegetali. Una serie di ricette e pratiche sessuali furono il segreto della longevità dell’ultimo grande taoista, Yang Sen, generale dell’esercito cinese che incontrò nello Szechuan il Maestro Lee Ching e studiò sotto di lui dal 1920 al 1930, prima di unirsi all’esodo nazionalista cinese nel Taiwan nel 1949. Praticò il Tao del sesso, usò “vino di sorgente” e “formule tradizionali” oltre ad un rigoroso regime dietetico che gli consentirono di morire (per cancro) a Taipei, a 98 anni[ix]. Certamente tutta la Medicina Cinese è orientata alla cura della mente, dello spirito e del corpo per apportare “vita agli anni”, ma altrettanto certamente sono stati i taoisti a tracciare le scelte migliori, più originali ed incisive. Ge Hong[6], celebre alchimista del IV secolo, autore del Pao Pu Tze (Colui che Abbraccia il Blocco non Scolpito), dopo una prima fase Confuciana, divenne Taoista e praticò le tecniche di “lunga vita” di questa disciplina[x] [xi]. In definitiva, egli scrive,  lo scopo del Taoismo è quello di entrare in sintonia con la natura e le sue leggi, superando ogni dicotomia tra bene e male, vita e morte, conciliando armoniosamente gli opposti, cercando da un lato di svelare i misteri della natura e dall’altro di consentire all’uomo di raggiungere quell’integrità psico-fisica che è vera garanzia di vita[xii] [xiii]. Per il taoista lo scopo delle pratiche esterne e interne è condurre ad una “immortalità spirituale” (xian[7]). Gran parte di queste convinzioni furono poi patrimonio della tradizione buddista tibetana[xiv]. Per il Taoismo attuale i “mondi mistici” degli “immortali”, sono luoghi raggiungibili con pratiche annose, dieta rigorosa e formule erboristiche ed alchemiche che beneficano sia il corpo che lo spirito. Molto spesso, invece, l’immortalità taoista è confusa con il tentativo di prolungare la vita fisica e ciò ha prodotto, nei secoli, la ricerca di formule alchimistiche o magiche e la credenza nel sovrannaturale sciamanico[xv]. Invece, la collezione principale degli scritti taoisti (il canone Daozang–[xvi] [xvii] [xviii] [xix], di cui rimane l’edizione dell’epoca Ming del 1445[8]) e il grande maestro Yang[xx] (395-335 a.C.), considerato come proto-taoista e condannato dai confuciani e dai moisti per l’eccessiva valorizzazione del sé, precisano che le formule non sostituisco i riti e, al massimo, possono aggiustare la forma (xing) del corpo (ti), consentendo la buona salute in tarda età, ma non certo l’immortalità dello spirito[xxi] [xxii] [xxiii] [xxiv]. Va qui ricordato, poi, che l’invecchiamento può essere definito come la manifestazione e la conseguenza di un decadimento biologico graduale e di entità variabile da persona a persona. Età cronologica e biologica di un anziano non sempre corrispondono: organi e sistemi invecchiano differentemente da persona a persona; e nella stessa persona alcune strutture e funzioni possono presentare un decadimento più grave di altre. Secondo la Medicina Cinese la progressiva decadenza del Jing causa un gran numero di danni legati all’età. Le ossa divengono fragili. Iniziano processi osteo-distrofici, tra cui osteoporosi (decalcificazione) associata a irrigidimento della colonna, dolori e debolezza della regione lombare, delle ginocchia e delle gambe. I denti, come le ossa, possono anch’essi decalcificare, cadere o creare altri problemi. I capelli ingrigiscono, diventano secchi, perdono vitalità e cadono (lao fan). Le orecchie sono disturbate dalla presenza di tinnitus (rumore); e vi può essere riduzione dell’acuità uditiva fino alla sordità (erbi). Il cervello (nao), se non adeguatamente nutrito, provoca comparsa di capogiri e vertigini e vari sintomi di decadimento dell’attività intellettuale, soprattutto difficoltà a memorizzare e a concentrarsi. Lishizhen, famoso medico internista dell’antichità[9], definisce il cervello “mare della consapevolezza”[xxv] [xxvi] [xxvii]. In questa età della vita possono insorgere crisi esistenziali, legate alla perdita del significato da attribuire alla propria persona e ai ruoli fin qua ricoperti nella famiglia e nella società. A causa del Vuoto della Yuanqi si creano i Tan, si riduce il Fuoco del Rene, si affievolisce la libido intesa sia come “forza sessuale” che come voglia di vivere, ed ascrivibile all’energia chiamata Tian Gui, che si attiva alla pubertà[10] [xxviii].  In questo modo il corpo è incapace di seguire lo spirito nel suo bisogno di cambiamento e di rinnovamento[xxix] [xxx] [xxxi]. Naturalmente lo stress protratto, lo stato cronico di paura o ansia, l’eccessivo lavoro, gli eccessi sessuali, una dieta irregolare e l’uso eccessivo di farmaci, alterando Yang, Yin e Jing, causano guasti più gravi e precoci[xxxii]. Senza entrare in complessi dettagli, qui di seguito esamineremo, brevemente, formule e principi attivi nelle più comuni affezioni geriatriche[xxxiii] [xxxiv]. Prima di ciò, comunque, va ricordato che l’alimentazione può peggiorare o migliorare l’evoluzione dell’invecchiamento[xxxv]. Nel Ling Shu, cap. 36 si legge: “Il Jing estratto dai 5 cereali raggiunge le ossa e nutre cervello e midolli”[xxxvi]. Alimenti utili per tonificare il Jing sono: i reni di manzo e di montone, la carne di pollo, il latte di pecora e, inoltre, la noce e il fieno greco. Verdura fresca, carne di agnello, pesce fresco sono utilissimi per questo scopo[xxxvii]. Se vi è vuoto di tutto lo Yin (Jing, Liquidi, Sangue), si daranno carne e midollo di maiale, carne di tartaruga, semi di loto, uva, noci e, ancora, orzo, brodo di carne, sedano, asparagi, mele, banane, lattuga, ostriche, riso, grano e germe di grano, funghi. Se invece il vuoto riguarda lo Yuanqi o tutte le espressioni Yang cereali, verdure profumate, carni rosse, pepe, peperoncino, miele[xxxviii]. Esaminiamo ora la farmacologia essenziale, e le altre terapie,  suddivisa per i disturbi cognitivi[xxxix] [xl] [xli]. Il Cervello[11] è il “Mare dei Midolli” e dipende dallo Yin e dal Jing dei Reni[xlii]. La sua funzione è legata, inoltre, allo Yang Puro della Milza. Nei disturbi cognitivi senili occorre dare, assieme, Liu Wei Di Huang Wan[12] (per lo Yin ed il Jing) e Bu Zhong Yi Qi Tang (per lo Yang di Milza). Quest’ultima formula, elaborata nel XII secolo da Li Dong Yuan[13], tratta il Vuoto di Yang puro contrassegnato da debolezza estrema delle estremità, vuoto mentale, difficoltà di concentrazione, ptosi palpebrale e viscerale. Questa la sua composizione percentuale[xliii]:

–       Huang Qi (Astragalus seu Hedysari radix)…25,5%

–       Bai Zhu (Atractylodes macrocephala rhizoma)…14,5%

–       Ren Shen (Ginseng radix)…14,5%

–       Dang Gui (Angelica chinensis)…12,7%

–       Curum radix)…10,9%

–       Sheng Ma (Cimicifuga rhizoma)…7,3%

–       Chen Pi (pericarpium Citri)…7.3%

–       Zhi Gan Cao (Glycyrrihiza radix preaeparatae)…7,3%

Oltre ad Astragalo e Ginseng, molto importante nella formula è la Cimicifuga foetida[14], che “eleva“ lo Yang puro di Milza[xliv]. Altrettanto importante l’agopuntura sui punti 6KI, 52BL (Jing), 17-20GV (Mare dei Midolli), 43ST Yang di Milza. Importanti, poi, i punti di Shou Shao Yang a livello della testa, che portano al Cervello lo Yang Puro. I più incisivi sono 8-9-13-18GB[xlv]. Molto interessante risulta l’impiego di elettroagopuntura su punti cranici. Uno studio multicentrico cinese effettuato su un ampio campione di individui anziani con demenza vascolare[15], per indagare l’efficacia dell’elettroagopuntura e che ha impiegato i punti Sishencong (EX-HN 1), Baihui (GV 20), Shenting (GV 24), Fengchi (GB 20), contro terapia medica con  nimodipina[16] orale per 6 settimane, ha dimostrato che l’elettroagopuntura è molto più efficace del farmaco nel migliorare le performance cerebrali superiori[xlvi].  Nel 2003, in un nostro lavoro basato su testi cinesi del Periodo Ming, abbiamo dimostrato che l’agopuntura semplice dei punti Yuan è molto efficace nelle forme demenziali. Questo il nostro schema[xlvii]:

esempio 17GV, 9BL, 19GB. La terapia viene poi rafforzata con un punto distale scelto tra gli Yuan, secondo i seguenti criteri:

–          prevalenza di disturbi motori:  Vescica (64BL);

–          prevalenza di inibizione psichica e di disturbi neurologici complessi, deficit di memoria: Rene (3KI);

–          prevalenza di disturbi affettivi e della parola: Cuore (7HT o 6PC)

–          prevalenza di rigidità psichica e neuromuscolare: piccolo intestino (4SI).

Secondo il Sowen cap. XI [xlviii] e gli studi di AA recenti[xlix] [l] sono molto importanti anche, in stimolazione forte, alcuni punti locali di Du Mai,  Zu Tai Yang e Zu Shao Yang.  Per le funzioni cognitive superiori trattare i punti posti fra GV20 e 24, con particolare riferimento a GB8-13 e BL3 e 4[li]. Come già detto lo stato di paura ed insicurezza, frequenti negli anziani, fragili e poco garantiti, causano un aggravamento del Vuoto di Yin e Jing. Molto utile, in questi casi, la terapia, a mesi alterni, con Fiori di Bach, 4 gtt 4 volte al dì lontano dai pasti. I rimedi da usare saranno[lii]: Aspen, Mimulus, Red Chestnut, Cherry Plum e Rock Rose. Ognuno di essi ha una sua caratteristica particolare, ad esempio Mimulus si distingue da Aspen, perché il primo riguarda le paure specifiche e precise (per esempio: gli animali, parlare in pubblico, il secondo quelle indefinite (per esempio, il buio). Red Chestnut è il fiore per coloro che hanno paura che succeda qualcosa alle persone care. Cherry Plum è il fiore per coloro che nei momenti di crisi hanno paura di perdere il controllo, mentre Rock Rose è il fiore per il panico, per quando ci si sente come bloccati e non si riesce ad essere pronti e lucidi. Naturalmente si possono associare (con dosaggio di 4 gtt ciascuno) sino a 4 rimedi fra loro[liii]. A volte l’invecchiamento è contrasegnato da distubi sia cognitivi che motori, questio ultimi legati al progressivo deterioramento dei neuroni del globo pallido[17] , che causa disturbi piramidali, mentre le anomalie dei gangli della base (nucleo nero di Sommering[18]), disturbi extrapiramidali noti come paralisi agitante o morbo di Parkinson. In Medicina Cinese le condizioni sui debbono a Vuoto di Jing di Rene e di Yin e Sangue di Fegato, con sviluppo di Vento Interno. Si utilizzano Liu Wei Di Huang Wan (vedi dopo) e Tian Ma Gou Teng Yin. Quest’ultima formula, da usare nlle forme con tremori a riposo molto evidenti, combatte il Vento Interno, è tratta dal testo Za Bing Zheng Zhi Xin Yi ed è così composta:

–       Tian Ma (rhizoma Gastrodiae elatae)…9g

–       Gou Teng (ramulus cum uncis uUcariae)…12-15g

–       Shi Jue Ming (concha Haliotidis)…18-24g

–       Zhi Zi (fructus Gardeniae jasminoidis)…9g

–       Huang Qin (radix Scutellariae baicalensis)…9g

–       Yi Mu Cao (herba Leonuri heterophylli)…9-12g

–       Chuan Niu Xi (radix Cyathulae officinalis)…12g

–       Du Zhong (cortex Eucommiae ulmoidis)…9-12g

–       Sang Ji Sheng (ramulus Sangjusheng)…9-24g

–       Ye Jiao Teng (caulis Polygoni multiflori)…9-30g

–       Fu Shen (sclerotium poriae cocos pararadicis)…9-15g

Per il trattamentio in agopuntura, come gà visto sopra nei disturbi cognitivi, prevede, come punti locali, quelli fra 16 e 20GV (Meridiani di Vescica e Vescica Biliare) e, punti a destra, i punti Yuan dei Meridiani Cuore, Piccolo Intestino, Rene e Vescica.

 

Note

[1] Secondo Li Shi Zhen e gli AA giapponesi attuali (Matsumoto, Birsch, ecc.), poiché i problemi senili sono legati a carenze di Yuanqi e Jing, occorre trattare i Merdiani Curiosi e, fra i Principali, il Mediano del TR (ricco di Yuanqi), oltre al Merdiano della Vescica Biliare che agisce sui Visceri Curiosi e quindi sul Jing. Così avremo:

–        Coppia Ren Mai- Yin Qiao→problemi respiratori e cardiaci

–        Coppia Du Mai-Yang Qiao→turbe reumatiche degenerativi.

–        Coppia Chong Mai-Yin Wei Mai→turbe endocrino-metaboliche

–        Coppia Dai Mai-Yang Wei Mai- reumatismi con metereopatie e turbe psichiche ciclotimiche.

Circa gli altri punti trattare (in moxa) 4TB (Yangchi), punto Yuan del Triplice Riscaldatore. Per il Jing i punti di Zu Shao Yang (Vescica Biliare) fra il 34 ed il 39.

Per quanto attiene alla farmacologia piante particolarmente attive su Yuanqi e Jing sono Eucommia cortex (Du Zhong) e Rehmannia glutinosa radix preaeparata (Shu Di Huang). Circa la sessualità, accendere il desiderio attraverso l’innamoramento attiva la Yuanqi, mentre l’atto sessuale ben condotto giova al Jing.

[2] Statua raffigurante Yang Chu (ovvero Meng Sun Yang). Da: http://www.oldandsold.com/a1photos/confucius_rs.jpg.

[3] Queste tecniche vanno sotto il nome generale di Yang Shen (Nutrire la Vita). E’ storicamente documentato che già in epoca feudale (770-221 a.C.) grande importanza veniva attribuita ai cosiddetti “metodi per nutrire la vita” (yangsheng zhi dao), metodi che avevano lo scopo di promuovere un’esistenza longeva, salutare e completa dell’essere umano

grazie a ricette dietetiche, farmaceutiche, a esercizi ginnici e di coltivazione spirituale (come lo

studio, la poesia, la meditazione, ecc.).

[4] Da: http://www.chinesemedicine123.com/files/24_1.jpg. Autore di vari importanti testi e diverse monografie: Qianjin Yaofang, Beiji Qianjin Yaofang, Qianjin Yifang, Zhenzhong Sushu, Shesheng Zhenlu, Fulu Lun, Hui San Jiao Lun (Trattato sulle Tre Scuole Religiose), Jin Jing, Xuannu Fangzhong Jing (Trattato sulla Sessualità), Libro sulla Dietetica, Note su Lao Tzu, sullo Zhuangzi, sul Canone Taoista, sulle mappe del Mingtang, sul Canone del Maestro Sun, ecc.

[5] Da: http://images.google.it/imgres?imgurl=http://library.thinkquest.org/03oct/02088/images/lishi.jpg&imgrefurl=http://library.thinkquest.org/03oct/02088/history.html&usg=__xTl0rOrn-ltPj5-d3lGbAxCYpGI=&h=444&w=373&sz=51&hl=it&start=1&um=1&tbnid=aGARiOjFeeXpyM:&tbnh=127&tbnw=107&prev=/images%3Fq%3DLi%2BShi%2BZhen%26um%3D1%26hl%3Dit. Visse dal 456 al 536 d.C. e la sua iopera influenzò molto anche Li Shi Zhen.

[6] Da: http://www.taijichinesemedicine.com/images/doc14.jpg. Vissuto dal 284 al 354 d.C., nella contea di Danyang, pronicia dello Jiangsu, probabilmente il maggio studioso del periodo Jin. Vedi: http://www.chinaculture.org/gb/en_aboutchina/2003-09/24/content_26654.htm.

[7] Xianren o il più moderno shenxian indica il “saggio immortale della montagna”, prototipo ideale di ogni taoista. Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Xian

[8] La versione attuale del Daozangjiyao, è stata recuperata da studiosi cinesi fra il 1986 al 1993, esplorando oltre tremila testi che risalgono al periodo Qing.

[9] Da: http://www.taijichinesemedicine.com/images/doc21.jpg. Il cui vero nome fu Chai Zhou  , originario dell’Hubei, vissuto nel XVI secolo, autore dei Qi Qing Ba Mai Kao, del Binhu Maixue e del celebre Ben Cao Gan Mu, già noto in Europa alla finec del XVII secolo e con la descrizione di 1896 rimedi.

[10] Secondo gli AA cinesi attuali i punti che sostengono tale energia e da moxare spesso negli anziani, sono BL18/Ganshu, BL23/Shenshu, CV4/Guanyuan, CV3/Zhongji, e SP6/Sanyinjiao.

[11] Uno dei Sei Visceri Curiosi (), ricettali del Jing.

[12] Vedi nota 5.

[13]  Da: http://www.cultural-china.com/chinaWH/images/exbig_images/3c2d1227fc5809d51194187e9848edbc.jpg. Grande Medico della dinastia Jin-Yuan, fondatore della “Scuola della Terra”, autore del Pi Wei Lun

[14] Detta anche Actea racemosa. Da: http://www.homeophyto.com/images/MF2.jpg. Il genere Cimicifuga appartiene alla famiglia delle ranuncolacee. La Cimicifuga foetida è specie anche europea che produce le resine insettifughi. Shang Ma è piccante e caldo, agisce su Milza  e Stomaco ma, a lungo andare, può produrre Secchezza. Da: http://tcm.health-info.org/Herb%20Pictures/Sheng%20Ma.jpg.

La droga contiene:

–  glicosidi triterpenici, come acteina, 27-deossiacteina, 12-acetilacteina, cimigoside, racemoside;

–  alcaloidi chinolizidinici (n-metilcitisina);

–  tannini;

–  acido salicilico,

–  fitosteroli;

–  olio essenziale;

–  isoflavone, detto formononetina.

L’azione   principale   è   quella   estrogenosimile,   inibente   1′   LH   (ormone   luteinizzante);   la formononetina attiva i recettori estrogenici in modo diretto, mentre il cimicifugoside agisce sull’asseipotalamo-ipofisario.La sua azione può essere molto potente e selettiva su tutta una serie di disturbi correlati con le sindromi menopausali e nelle dismenorree. E’ utilizzabile anche nei preparati ove la sua azione ormonale ha una funzione “indiretta”, come negli stati colitici mediati da squilibri ormonali (che sono tuttavia spesso presenti). Non è da sminuire tuttavia l’intensa azione vasoprotettiva e flebotonica, che concorre alla situazionedi benessere nelle sindromi descritte e che può in ogni caso essere applicata anche solo in modo specifico (cioè anche solo su chi ha problemi circolatori).

 

[15] Dopo l’Alzheimer le forme vascolari sono la seconda causa di demenza senile o presenile. Attualmente si parla di demenza polinfartuale che ha sostituito il termine passato di demenza arteriosclerotica, che esprimeva l’idea corrente di una lenta e progressiva sofferenza dei neuroni corticali dovuta al diminuito apporto ematico da un sistema arteriolare in larga parte arteriosclerotico. Ma il termine “ multinfartuale” è fuorviante dato che gli infarti cerebrali non rappresentano l’unico fattore eziologico per lo sviluppo del quadro clinico. Quasi sempre, infatti, agli infarti lacunari sottocorticali si associa una diffusa distrofia della sostanza bianca che conduce alla sindrome demenziale con una progressione graduale nel corso degli anni. Infatti il susseguirsi di episodi infartuati specie lacunari causa deficit cognitivi e fisici con tendenza a sommarsi, peggiorando progressivamente il quadro clinico.

 

[16] Farmaco calcioantagonista appartenente al gruppo delle diidropiridine, al quale viene attribuita la capacità di determinare un aumento selettivo del flusso sanguigno cerebrale (per azione sulle arterie cerebrali), senza influenzare significativamente i parametri cardiocircolatori sistemici; è impiegato nella prevenzione e nella terapia dei disturbi neurologici dovuti a un insufficiente afflusso di sangue arterioso a livello cerebrale. Può determinare cefalea, disturbi gastrointestinali, vertigini, astenia. Può anche aumentare l’azione di altri calcioantagonisti o antipertensivi.

[17] Da: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/8/84/Gray718.png/180px-Gray718.png. La sostanza grigia del telencefalo è rappresentata dalla corteccia cerebrale, ma anche da un gruppo di nuclei immersi nella sostanza bianca centrale di ciascun emisfero, chiamati nuclei della base. Essi sono rappresentati soprattutto dai nuclei del corpo striato e da altri meno significativi. I nuclei del corpo striato sono il nucleo caudato e il nucleo lenticolare, a sua volta suddiviso in putàmen e nucleo pallido. Poichè funzionalmente i nuclei del corpo striato sono strettamente collegati al nucleo della sostanza nera (nucleo proprio del mesencefalo) e al nucleo subtalamico di Luys, queste tre formazioni vengono indicate (si ripete, dal punto di vista funzionale) come nuclei della base. Essi costituiscono un circuito complesso che collega a doppia via corteccia cerebrale e talamo e che utilizza il nucleo pallido come via finale di scarico dei messaggi per il controllo della motilità.

[18] O substanzia nigra o sostanza nera di Sömmering, è una formazione nervosa grigia laminare con significato di nucleo, che stabilisce il confine tra piede e callotta del mesencefalo. La degenerazione dei neuroni dopaminergici della sostanza nera compatta porta al morbo di Parkinson, in quanto viene a mancare il rigido controllo della via nigro-striatale sulla facilitazione del movimento. Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Substantia_nigra.

 

 

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I Commentari di Padre Matteo Ricci: un resoconto della Cina del 1600 attualissimo per gli europei del III millennio – capitolo VI

1. Scehoamti degli Zzin, Tamerlano (?) e Homu dei Mim; governo sempre monarchico. 2. Successione dei Re e fedeltà dei sudditi nelle rivoluzioni. 3. Codice di leggi dell’Imperatore Homu e titoli assunti dagli Imperatori. 4 Statuto legale e privilegi dei Principi di sangue e degli altri nobili nel codice Homu. 5. Il potere esecutivo tutto in mano dei mandarini. 6. Favori imperiali da concedersi pel tramite dei mandarini. 7. Rendite dell’Imperatore e dell’impero; stipendi e spese pubbliche. 8. Liste quindicinali dei magistrati. 9. Descrizione           particolareggiata dei sei ministeri o lieu pu e dei loro alti funzionari. 10. Numero, attribuzioni e occupazioni dei Cancellieri imperiali o Colao. 11. I due Censori imperiali Ccoli e Taoli; loro attribuzioni e coraggio. Due esempi di ciò. 12. L’Accademia Imperiale; sua composizione, dignità e attribuzioni. 13. La capitale trasportata da Nanchino a Pechino; privilegi di Nanchino. 14. Amministrazione civile e penale delle province e delle città di diversa grandezza e importanza. 15. Due alti magistrati provinciali nominati dalla Corte; il Tuttam o Vicerè che ha sede fissa nel capoluogo, e il Ciaiuen o Commissario che è mandato ogni anno. 16. Diversi mandarini minori e mandarini militari. 17. I nove ordini e il magro stipendio dei funzionari. 18. Copricapo, vestito, cintura, insegne, ombrelli e mezzi di locomozione dei mandarini secondo i loro gradi. 19. Principali differenze tra i Cinesi e gli Europei. 20. I cinesi non sono                conquistatori ed essi non hanno mai conquistato l’India. 21. I letterati sono arbitri di tutto, anche della guerra. Poca stima delle armi. 22. Grande senso, subordinazione e rispetto della gerarchia su tutta la scala sociale. 23. Cambiamento di uffici ogni tre anni e sua ragione politica. 24. Rigoroso esame triennale o quinquennale di tutti i funzionari dell’Impero; severe punizioni dei colpevoli. 25. I mandarini civili non restano nella loro provincia, mentre vi restano i mandarini militari; ragione di questa differenza. 26. Freddissime relazioni con tutti i paesi stranieri, anche se tributari, come la Corea. 27. I Cinesi non portano mai armi, se non in tempo di guerra. 28. I Principi di sangue sono confinati in una città che non sia Pechino. Loro cause penali.

 

Non toccarò di questa materia se non quanto viene al proposto di questo sommario; percioché proseguirla come essa richiederebbe esattamente sarebbe cosa da farsi in molti capitoli.

In questo regno non si usò mai altro che di governo monarchico di un suolo signore, senza aver notizia di altro. E nel principio, ancorché fusse un solo Re e Signore, con tutto vi erano anco molti signori soggetti al Signore universale, sotto varij titoli, come tra noi, di duchi, marchesi e conti. Ma, da 1800 anni in qua, fu sempre senza questi stati particolari; sebene, e prima di questo tempo e di poi, vi furono tra loro molte guerre e si divise anco in molti regni; ma mai fu signoreggiato da forastieri tutto intiero.

Solo nell’anno del Signore 1206 venne dalla Tartaria un grande capitano che, per congetture assai chiare, ci pare fosse il Tamorlano, o qualche suo successore, scrivendosi di lui che si chiamava Tiemor, e che conquistò anco la Tartaria e la Persia. Questo in brieve tempo si fece Signore di tutta la Cina, e così la governò ne’ suoi successori sino all’anno 1368, nel qual tempo, infiacchite le forze del Tartaro, e non potendo sopportare i Cinesi essere governati da forastieri barbari, si ribellarono in diverse parti sotto la direzione di diversi capi.

Il più valente e astuto fu uno della famiglia Ciu, che chiamano Humvu, che vuol dire grande capitano, il quale, attraendo al suo agiuto altri huomini valenti, di un povero soldato venne ad avere tanto potere che, non solo scacciò fuora di questo stato il Re tartaro e suoi capitani, ma anco con grande felicità vinse tutti gli altri ribelli, e si fece absoluto Signore di questa monarchia, e la tiene sino al giorno di hoggi ne’ suoi successori e posteri, chiamandogli Tamin.

 

Il modo di farsi Re in questo stato, lasciando doi o tre Re fra gli antichi che lasciorno il regno non a’ suoi figliuoli ma ad altri che parevano più atti per il governo, sebene non avessero seco altro parentesco, tutti gli altri erano figliuoli o parenti dello Re passato a chi per heredità apparteneva. Ma accadde anco che molte volte governavano i Re sì male che il popolo non lo poteva soffrire; e così si ribellavano, e si alzava quello che havesse più forza e valore, e si faceva Re dello Stato; et dipoi era tenuto anco questo per Re legittimo. Ma è cosa da lodare molto tra loro che inanzi al Re passato perdere lo Stato, sono i Cinesi tanto fedeli al Re antico, che molti più tosto si lasciano amazzare che volere obedire al novo. Et  è detto de’ letterati che dice: «La buona donna non è moglie di doi mariti, et il buon vassallo non serve a doi Signori».

 

figura 1 trascrizione cinese di Matteo Ricci dei primi cinque comandamenti

 

Per quanto nella Cina non vi sono leggi antiche, come le nostre imperiali, o le antiche delle dodici Tavole, per le quali si governino, il primo Re di quella famiglia sempre fa nove leggi, le quali sono obbligati i Re suoi successori a guardare, e non possono facilmente mutare le prime leggi stabilite e riceute.

Per questa causa le leggi et ordini che adesso si osservano nella Cina non sono antiche, ma tutte fatte da Humvu novamente, pigliando pure e lasciando quanto gli pare degli altri antichi legislatori: nelle quali la principal mira che hebbe fu la pace e quiete del regno, et il perpetuare lo Stato ne’ suoi successori.

E, conciosia cosa che per la grandezza di questo regno e per il puoco che questi letterati sanno delle altre nationi, sempre pensorno che il Re della Cina era Signore legittimo de tutto il mondo, chiamorno e chiamano sempre il re Thienzu, che vuol dire Figliuolo del Cielo. E per essere il Cielo il loro supremo nume, puoco manco è tra loro dire Thienzu, come fra noi sarebbe Figliuolo di Iddio. Ma il nome commune di che si chiama è Hoanti, che tanto monta come Imperatore o Supremo Monarca. Agli altri Re del mondo chiamano Guan.

Oltre il valore, questo Humvu hebbe anche grande ingegno e giudicio; e così fece molti belli ordini del governo de’ quali porrò qui alcuni de’ più principali.

 

Perché si vede chiaro nelle historie antiche che tutte le famiglie reali si persero o per ribellioni di parenti del Re o di altri stati particolari, per stare grande parte del governo nelle loro mani, ordinò che nessuno parente del Re avesse mai nessun governo nel regno, né di città né di soldati.

E a quei che lo agiutorno a conquistare il regno, diede solo governo de’ soldati per sé e per i suoi successori. Et, accioché per altra parte restassero contenti, fece che a tutti figliuoli del Re si desse titolo di Guan, che è come regolo, con rendite grandissime, non di terre ma di danari che se gli dessero dell’erario publico ogn’anno; e che tutti i magistrati gli riverissero come Re, senza essere nessuno soggetto a loro. E i figliuoli e nepoti di questi, sino a tutte le generationi, che si gli desse un altro titolo un grado manco, et anco con rendita competente e honore che se gli facesse, sino in certo termine più lontano di nipoti, ai quali se gli dà tanto che gli basta per vivere molto honestamente, senza far nessun arte o mercantia. Provide anco che a tutti questi parenti gli fussero meritate le loro figliuole con buona rendita per sé e per i suoi mariti, con varie differentie di più o manco, conforme alla vicinità di parentesco che avessero al tronco reale.

Agli compagni del Re Humvu nella conquista del regno, non solo diede grandissime rendite, ma anco grandi titoli, come di duchi, marchesi e conti, che loro chiamano cum, heu, pa, per sé e per i suoi successori, et varij privilegij e capitanie de’ soldati, ma in tutto soggetti ai pubblici magistrati.

Un privilegio, inusitato tra di noi, per i primogeniti di questi stati è una piastra di ferro, come un coppo, nella quale stan sculpiti i fatti heroici che fece il primo avo in quella casa in servitio del Re per ordine de Humvu, per i quali comanda che in qualsivoglia delitto, etiandio degno di morte, per tre volte gli sia perdonato mostrando questa piastra al Re, il quale per ogni volta che perdona fa sculpire in esso un segno per memoria. Questo se intende se non fosse caso di ribellione, percioché allora perde lo Stato per sé e per tutti i suoi posteri. Questi simili Stati e rendite, e con l’istessa conditione, si dà ai generi e soceri del Re et anco ad alcuno che di poi facesse qualche cosa memorabile et insigne alla corona reale e Stato della Cina.

 

Quei dunque che hanno nella mano tutto il governo del regno sono assunti puoco a puoco dai dottori e licentiati fatti per lettera et essame, come dicessimo nel Capitolo precedente. E per conseguire questi magistrati non hanno necessità di nessuna gratia o favore, non dico de’ magistrati, ma né anco dello stesso Re; percioché tutto si dà per essami di lettere, prudentia, virtù et habilità che mostrano avere negli offitij passati. Sebene fare, con tutto il Re non fa altra cosa che approvare e riprovare quello che gli propongono, e quasi mai fa niente sopra qualche negocio senza l’essergli proposto prima da’ magistrati che hanno cura di quello. E così mai fa nessun favore o gratia a nessuno, se non gli fusse proposto da’ magistrati esser degno o meritevole di tal gratia o favore. E nei memoriali che gli dànno i particolari, che sono molto puochi, percioché tutti hanno da passare et esser revisti per i magistrati che sono Presidenti di tali memoriali, il Re quando vuol far qualche cosa di quello che gli chiedono o propongono, non fa altro che scrivere in esso: «Tal magistrato essamini questo negocio e mi dia aviso di esso». Et è cosa certa, nella quale ho fatto diligentia per saperla bene, che non potrebbe il Re dare ad uno a chi egli volesse bene, un presente di danari o altra cosa, né fargli un favore di qualche offitio, o aumentargli il grado, se qualche magistrato non glielo propone; il quale non si metterà di nessun modo a far questo, senza qualche custume che vi fosse o lege per farlo. Questo non si intende che il Re non dia presente quando vuole agli eunuchi del suo palazzo e parenti che stanno dentro, et ad alcuni magistrati grandi che entrano là dentro nel suo palazzo, come fa molte volte, per esser questo custume e come lege antiqua; et è come ciascheduno dare quello di sua propria casa e non beneficio publico.

 

Le rendite, tributi e gabelle del regno, che montano senza dubio (a) più di cento e cinquanta milioni l’anno, non entrano nell’erario del suo palazzo, che possa egli spenderli a sua voglia; ma tutto, o sia in argento, che è la sua moneta, o in gran riso, che è il vitto ordinario di questa natione, si raccoglie negli erarij e granari dello Stato.

E di essi si pagano il vitto ordinario per l’istesso Re, Regine, figliuoli e parenti, eunuchi et altri officiali con splendidezza et abundantia regia, ma né più né meno di quello che le leggi gli assegnarono.

Del resto pagano tutti i magistrati, i soldati e gli publici officiali del regno, che è una cosa molto magiore di quello che i nostri Europei possono pensare.

Di questo anco fanno le fabriche dei palazzi del Re e de’ suoi parenti et altri publici edificij, e si spende nelle guerre et apparecchi di armi, fortezze e muri, che in un regno sì grande mai mancano; tanto che con essere il danaro e vettovaglia in tanta copia, alcuni anni non basta e si impongono novi tributi.

 

Ma venendo più al particolare, sono i magistrati tutti di doi generi, sì quei de’ soldati come quei che governano le terre: l’uno è curiale che sta nella corte e prisiede tutto il regno; l’altro è fuori della Corte, che solo governa qualche provincia o luogo particolare. D’ambedoi generi vanno per tutta la Cina cinque o sei libri mediocremente grandi che ogni mezzo mese si ristampano di novo in questa Corte, nei quali non vi è scritto altra cosa che gli officij de’ mandarini più gravi del regno, et il nome, patrie e grado di quei che al presente lo tengono. E per essere tanto numero, e necessariamente, o per morte alzarsi o abbassarsi ad altri officij, o morte de’ suoi progenitori, o altra causa, farsi continuamente molte mutanze, e stare nella Corte continuamente gente aspettando luoghi vachi per entrare negli offitij, non si può lasciare di ristamparsi tante volte.

Imperò qui non farò altro che toccare alcuni più communi, de’ quai nel discorso di questi libri si parla, lasciando però tutti i capitani de’ soldati per essere anco più breve.

 

figura 2 trascrizione cinese di Matteo Ricci dei secondi cinque comandamenti

I principali tribunali della Corte; ne’ quali si sostenta tutto il governo, sono sei che loro chiamano Pu.

Il primo è Lipu, che vuol dire de’ magistrati, che (è) il maggiore e più eminente di tutti gli altri, per distribuire tutti gli magistrati et offitij che si danno per lettere, che sono i magiori sì dentro come fuori della Corte; tutto per essame di compositioni che in questo tribunale si fa. E tutto per suo ordine, cominciando tutti da’ più piccoli offitij et andando ascendendo ad altro magiore, conforme alle legi e statuti, e conforme alle informationi che hanno del modo che lo fece negli officij precedenti, et abbassando anco e privando degli offitij quei che lo fecero male. Et è certo che quando un letterato entra in offitij, sempre va montando d’uno ad altro sino alla vecchiezza, e mai senza causa perde totalmente l’offitio; ma, perdendolo una volta per colpa, già mai può entrare in quello, né in nessuno altro offitio, tutta sua vita.

Il 2° è Hupu, che vuol dire degli  erarij, che tien conto degli erarij e granari publici, cioè di ricevere i tributi e le gabelle che si pagano al Re, e di essi pagare agli offitiali e fare la spesa nelle cose publiche dello Stato, come sono soldati, fabriche et istrumenti bellici.

Il 3° è Lijpu, che vuol dire delle cortesie e riti. Questo ten conto de’ sacrifici publici, de’ templi e de’ loro sacerdoti; degli maritaggi dei Re e sua famiglia reale; degli essami che si faccino a suo tempo e secondo il rito, e delle schuole e suoi Presidenti; delle congratulationi che tutto il regno fa in certi tempi e casi al Re; de’ titoli che si hanno da dare a’ benemeriti; de’ medici e matematici e suoi essami, e degli eunuchi che servono al Re; degli ambasciatori che vengono a dare obedientia e presenti al Re, e di ricevergli e rimandargli con le sue solite cortesie e ritorno di presenti, e lettere che si hanno da scrivere ai Re sotto la loro obedentia; perché il Re mai scrive nessuna lettera a nessuno né fuora né dentro del suo Stato.

Il 4° è il Pinpu, che vuol dire de’ soldati. Questo dà tutte le capitanerie de’ soldati, e le toglie a quelli Il 5° è di Compu, che vuol dire delle fabbriche che questo manda fare. Et ordina tutte le fabbriche publiche de’ palazzi del Re e de’ suoi parenti e de’ magistrati; fa i navilij che servono al publico uso o alle guerre; rifà i ponti, le mura della città, le armi et instrumenti di guerra.

Il 6° è Hinpu, che vuol dire de’ castighi, che risponde ai nostri giudici criminali, che dà il castigo a tutti (i) delinquenti del regno, et è superintendente di tutte le carceri.

Tutte le cose di tutto il regno dipendono da questi sei tribunali. E così in tutte le provincie e città tengono mandarini e notarij publici loro respondenti con grandissima communicatione e subordinatione; e così sono assai occupati.

Ma in ognuno di essi stanno molti mandarini gravi, e per ciascheduno di questi sei tribunali tiene uno principale e come presidente di consiglio, che si chiama Sciansciu, e doi altri collaterali, uno a man destra e l’altro alla sinistra, che si chiama Scilan.

E questi sono i principali offitij e magiori mandarini che habbino tribunale della Corte.

Dopo questi, ogni tribunale sta diviso in varij offitij di quel tribunale o in varie stanze, secondo il numero delle provincie della Cina; et in ogni offitio e stanza hanno molti compagni per fare bene il loro offitio, oltre gli notarij et altri officiali, ministri e servitori per il ministerio della loro Corte.

 

figura 3 un’antica riproduzione del volto di Padre Matteo Ricci

Sopre questi sei tribunali vi è un altro, che è il più alto di tutta la Corte e di tutto il regno, che è di Colao, che sono tre o quattro e possono essere sino a sei. Questi non tengono offitio particulare, ma sono come conseglieri del Re, e sono soprintendenti di tutto, i quali ogni giorno entrano nel palazzo del Re. E anticamente parlavano spesse volte con l’istesso, stavano con lui sedendo e trattando i negocij anco a bocca. Adesso che il Re mai esce dall’audientia, solo stanno là dentro tutto il giorno, et a tutti i memoriali che si dànno al Re pongono la speditione che se gli deve dare, e dipoi li tornano a mandare al Re, il quale o approva, o riprova, o muta quello che sta scritto, e di sua mano la pone nel proprio memoriale per esseguirsi.

 

Oltre questi officij, ve ne sono doi altri assai diversi da’ nostri, per lasciar altri molti che sono in qualche modo simili a’ nostri. L’uno se chiama Choli, l’altro Tauli, e d’ambedoi offitio sono più di sessanta dottori e gente scelta in sapere, prudentia e fidelitate. Questi doi offitij sono per varij usi, dentro e fuora della Corte, conforme a quello che il Re gli comanda, con grande potere; e così sono assai rispettati e temuti. Ma, fra l’altre cose, hanno offitio di sindichi, di avvisare al Re di tutto quanto sanno di male, non solo de tutti (i) magistrati, gradi e piccoli, ma anco dell’istesso Re e sua casa reale per pubblico memoriale; offitio molto simile a quello degli ephori di Lacedemonia, se non fosse che questi non hanno altro potere che di parlare o piutosto di scrivere, non potendo far niente se non gli è concesso dal Re. Ma fanno sì bene il loro offitio che ci fa meravigliare, percioché mai cessano di parlare o latrare con i loro memoriali. Conciosiacosaché nel vero mai manca materia, e non perdonano né a Sciansciu, né a Colao, né all’istessa persona del Re, quanto manco ad altri mandarini dentro e fuora della Corte; e tutto con molta libertà, interezza e dimostratione di desiderio del bencommune. E, sebene il Re si adira molte volte con loro e, perché toccano molto al vivo in sua persona et i magistrati grandi, e gli priva di ogni offitio e rendita, o abassa, o castiga molto atrocemente; con tutto ciò loro non cessano di una e più volte tornare a riprendere la stessa cosa, mentre gli dura l’offitio, e mentre non si dà qualche rimedio al male che vedono farsi al buon governo. Questo possono anco fare tutti i magistrati et anco altri senza offitio, per legge del regno, come lo fanno. Ma questi lo fanno per offitio proprio, e così di essi si fa magior caso. E perché de tuti i memoriali che ogni giorno si danno al Re e sue risposte, si fanno molte migliaia di copie da grande numero di copiatori, che tutto il giorno non fanno altra cosa, e si danno per puoco prezzo a tutti i mandarini dentro e fuora della Corte a quei che gli vogliono, che sono tutti i più gravi, subito quanto si fa nella Corte si divulga per tutte le parti, e dipoi si stampano ne’ libri et, conforme ai negocij, nelle historie del regno, come si fanno tra noi di qualche bella oratione.

Puochi anni sono, volendo questo Re eleggere per principe herede del regno un suo figliuolo, di manco età del primogenito, per esser figliuolo di una regina che egli più amava, furno tanti i memoriali di questi mandarini et altri, e con tanta libertà et animo, che furno castigati più di cento mandarini, e privati o abassati ad altri offitij piccoli. Sino che un giorno tutti i magistrati se ne furno al palazzo del Re, e, deponendo tutte le loro insigne de magistrati, mandorno a avisare il Re, che, se quello faceva, non volevano fare più nessun offitio e si volevano ire alle loro case tutti; per la qual causa il Re lasciò di far quello che far voleva.

E puoco tempo è che, facendo il principal Colao pigliano il grado sotto di qualche essaminatore resta tutta la vita suo discepolo e sempre lo riverisce, presenta e serve come a maestro.

 

Questi et altri offitij di questa Corte di Pacchino, eccetto quei di Colao, sono nella corte di Nanchino, sebene con assai meno di autorità. La causa di questo fu che Humvu fece la sua corte in Nanchino. Ma doppo la sua morte un suo nipote, detto Iunlo, che stava nelle parti del settentrione con titolo di regulo, come habbiamo detto, e con un buono esercito per resistere ai Tartari, novamente cacciati fuora di questo Stato, vedendo il primogenito di Humvu herede del regno esser huomo di puoco sapere, determinò pigliare il regno per sé. E, facendosi con facilità dar obedientia delle provincie settentrionali, fu con grande esercito a Nanchino, e con forza di armi, di presenti e lusenghe, soggettò le altre provincie, e scacciò fuora di Nanchino il suo zio, facendosi Signore di tutta questa monarchia. E perché il suo potere principale era nelle parti settentrionali, e quivi vi era grande pericolo de’ Tartari ritornare a recuperare il regno, volse far la Corte in queste parti, nell’istesso luogo dove la tenne il Re tartaro, e la chiamò Pacchino, che vuol dire Corte del settentrione. E, per non far dispiacere alle parti australi, lasciò anco la Corte del mezzogiorno, che questo vuol dire Nanchino, con gli stessi magistrati, offitij e privilegij, come prima stava.

 

Vengo adesso al governo fuori delle Corti.

 

Le città delle due provincie curiali sono governate come le altre; ma le appellationi si fanno direttamente alla loro Corte. Il governo delle altre tredici provincie tutto dipende d’un magistrato che chiamano Pucinsu, che governa il civile, ed un altro che chiamano Nnganzasu, che governa il criminale; questi risiedono sempre nella città metropolitana della sua provincia con grande stato. Et in ambedue questi tribunali, vi sono molti collaterali, come colleghi e compagni, pur grandi mandarini, che chiamano Tauli, i quali alle volte stanno fuori della metropoli, per ciascheduno di essi esser soprintendente di molte città e voler stare più presso a esse.

Tutte le provincie sono partite in diverse regioni che loro chiamano fu, e così in ogni regione vi è un proprio Governatore, che loro chiamano Cifu. Le regioni sono partite in ceu et in hien, che sono come città magiori o communi; per questo in ciascheduna di esse vi è il suo Presidente che si chiama Ciceu o Cihien. Così questi Presidenti, come il Cifu, tiene quattro collaterali, che sono come auditori, che lo agiutano nelle cause della loro iurisditione.

Ma perché il Governatore di una fu o regione risiede in una delle città della sua iurisditione, la magiore o più commoda di tutte, et sì il palazzo dove sta e iudica le cause, come egli stesso, si chiama con l’istesso nome della fu che governa, verbi gratia il Governatore della fu, detta Nancian, e il palazzo in una città della regione di Nancian, sempre si chiama Nanciamfu, vennero molti a pensare che il luogo dove risiede il Governatore fusse la città propriamente, e le altre, che chiamiamo ceu o hien, fossero terre o ville. Il che è molto falso, percioché l’istesso luogo, dove il Governatore sta, tiene il proprio nome di hien e tiene il suo Presidente e collaterali proprij, come tutte le altre, et il Cifu non tiene in quel luogo più autorità di quello che tiene nelle altre; e non tiene altro governo che delle prime appellationi, che si fanno da Ciceu e Cihien al Cifu, che è il superiore di tutte. E l’ultima sententia nella 2a appellatione in casi gravi si dà dal Pucensu o Nnganzasu e da’ suoi collaterali con molto grande subordinatione.

 

E per quanto tutto il governo delle provincie fuora della Corte è subordinato alla Corte di Pacchino, per questa causa sopre tutti questi mandarini in ogni provincia, vi sono altri doi magistrati suppremi della Corte, uno che sempre risiede nella provincia, che si chiama Tutan, l’altro che ogni anno viene di Pacchino e si chiama Ciaiuen. Il Tutan, per avere grande potere sopre i magistrati e subditi, e intendere ne’ soldati e cose principali dello Stato risponde al nostro offitio di Vicereè. Il Ciaiuen, è come un Commissario; ma perché viene dalla Corte mandato dal Re a rivedere tutte le cause delle provincie, visitare tutte le città, far inquisitione di tutti i magistrati, e molti manco principali castiga per sè e priva dell’offitio, e degli altri dà subito aviso al Re de como la fanno, et anco per solo questo poter far iustizia di pena di morte nella provincia, è molto temuto e riverentiato da tutti.

 

Oltre questi ve ne sono altri con varij offitij, sì nel governo delle stesse città et altre terre e ville soggette a esse, come anco capitani di soldati, che in ogni parte, e massime ne’ luoghi marittimi e confini del regno, ve ne stanno sempre molti, e veggiano di giorno e di notte nelle mura, porte, porti e fortezze, come se stessero con guerra, facendo a’ suoi tempi le sue rassegne tutti insieme.

 

Tutti questi officij e magistrati della Cina, sì delle terre come de’ soldati, si dividono tutti in nove ordini di dignità di offitio. E conforme al ordine di che è tal offitio, quello che l’ottiene riceve il suo salario, ovunque si ritruova, dall’erario pubblico in danari et in gran riso di mese in mese. Questo nel vero è molto puoco, e nessuno, sia quanto grande si vuole e dell’ordine supremo, arriva a mille scuti l’anno. Et in questo i mandarini di soldati, eguali nell’ordine a quei di lettere, ricevono l’istessa paga quanto all’ordinario; percioché l’estrordinario, quello de’ letterati, è molto maggiore.

 

Tutti i mandarini, grandi e piccoli, di armi e di lettere, tengono l’istesso cappello di velo nero e con doi ale ornate d’una parte e l’altra del cappello, che facilmente si cadono; e questo per obbligarli ad andare sempre dritti e modesti con la gravità che a’ magistrati si conviene. Hanno anco tutti una forma di vestito, e stivali di foggia propria, di pelle scamosciato nero, con un cinto assai largo con varij quadratetti e rotondi, pur proprio di magistrati, e doi quadrati ricamati con varie figure, uno nel petto et altro nelle spalle. Nel cinto et in questi quadrati vi è grande differenza, e per essi si distinguono i loro ordini maggiori e menori, e se sono de arme o di lettere, per varij animali, quadrupedi e volatili, che in essi ricamano con varij fiori molto artificiosamente. I cinti anco sono diversi, conforme alla dignità, o di legno, o di corno di alicornio, o di calambà, o di argento, o di oro, o di iaspe, che è il più grave. Si distinguono anco con il colore de’ ombrelli che gli portano sopre, quando vanno per le strade e cuoprono dal sole, essendo alcuni di colore azzurro, o turchino, o giallo, o leonato, con due doppie o con tre, et alcuni sono che ne possono portar seco più di uno. E finalmente si distinguono nell’hire a cavallo per le strade, che sono i più bassi, o andare in sedia, che sono i più gravi, hora portata da quattro persone, hora da otto, conforme alla dignità; oltre anco varie insigne di arme, di bandiere, di catene, di turibuli et altra gente che gli accompagnano e precedono con grandi grita, che mandano a tutti ritirarsi e non apparire nelle strade per dove passano con grande magnificientia, conforme allo stato di ciascheduno.

 

Per conchiudere questo capitolo, e dichiarar meglio questa materia del loro governo, porrò anco brevemente alcune altre cose che fanno molto a proposito al loro modo per il buon governo, et in che sono anco più diversi da’ nostri di quel che sono in nessuna delle sopradette.

 

Il primo è che, essendo questo regno sì grande e ripieno di gente, e fornito di vettovaglia e materia per fare legni, artigliaria et altri instrumenti di guerra, con che potrebbono facilmente soggettar al loro dominio almanco tutti questi regni vicini, con tutto questo né gli Re né gli sudditi si curano né trattano di questo, e stanno contenti con il suo, senza volere quello degli altri. Certo assai diverso dalle nostre nationi, le quali soventemente perdono i proprij regni per volere signoreggiare agli altrui e che, per la insatiabile voglia di alargare lo imperio, mai potero conservare il suo originale centinaia o migliaia di anni, come fecero i  Cinesi. Et è cosa certa che, se qualche regno fuora del suo se gli volesse soggettare di sua propria voglia, non lo riceverebbono, e, se fusse ricevuto, non si ritruovaria nessuna persona letterata e grave che lo volesse ire a governare. E così penso esser cosa favolosa quello che scrivono alcuni nostri autori, che i Cinesi nel principio cominciorno a conquistare i regni circonvicini, et arrivorno sino all’India. Percioché, avendo io ricercato con molta diligentia le loro historie di più di 4000 anni, mai potetti ritrovare né un piccolo indicio di questo, né loro si preggiano di ciò; perché, domandandone ad alcuni litterati, mi rispuosero che né era vero, né poteva questo esser vero.

 

2°) Tutto il regno si governa per letterati, come di sopra ho detto, et in essi sta il vero e misto imperio, ai quali sono soggetti tutti i soldati e loro capitani; di tal modo che non vi è capitano nessuno, sia di quanto valore, di quante migliaia di soldati sotto di sé volete, che non trema e non si abassi inanzi ad un dottore e mandarino di lettere. E molte volte sono da lui battuti pubblicamente, come tra noi i putti delle scuole: e in tutte le guerre sempre vanno a esse i mandarini letterati, dai quali i capitani sono in tutto governati e diretti nelle battaglie, negli assalti, et in tutto quanto hanno da fare. Oltre che i danari della paga de tutti, soldati e capitani, e le vettuaglie dell’esercito, tutto sta in mano de’ letterati; e di questi fa più caso il Re che di quanto dicono tutti i soldati e capitani, i quali puoco entrano in conseglio di cose di guerra.

E da qui viene che nessuno huomo di animo virile si dà alle armi, e più tosto vuole essere un piccolo mandarino di lettere che di arme; e nel vero, e nella stima e nel giadagno e rispetto che ognuno gli tiene, è assai magiore. E, quello che più ci fa maravigliare, è che nel vero sono i letterati di molto più nobile animo e fedeli dello Stato, e che più facilmente nei pericoli morrono per la patria e per il loro Re, che quei che attendono alla guerra; o sia perché le lettere innobiliscono più l’animo loro, o sia che dai loro primi principij questo regno sempre avesse in più riputatione le lettere che le armi, per non esser dati a conquistare altri regni, come furno sempre i nostri popoli più all’occidente.

 

3°) La grande subordinatione che un magistrato inferiore tiene al suo superiore, e quelli fuori della Corte ai curiali, e tutti insieme al loro Re. La qual subordinatione dimostrano non solo nell’obedire molto apuntino, ma anco nel rispetto esteriore che gli mostrano, visitandoli a suo tempo e dandoli presenti, e quando vanno alle loro audientie, et in ogni luogo, parlandoli inginocchioni e con parole assai humili. E l’istesso fanno i sudditi ai suoi Governatori e Presidenti, ai quali parlano anco di ginocchioni nelle loro audientie, sebene sappino esser persone che puochi giorni o mesi avanti non erano niente, figliuoli di lavoratori et artegiani di molta bassa sorte.

 

4°) Nessuno può stare più di tre anni in un offitio senza esser di nuovo confirmato dal Re nello stesso offitio. Ma l’ordinario è trasferirlo in altro offitio maggiore, o in altra parte. E questo si fece per non dar occasione di farsi molto amica e benevola qualche parte principale, specialmente con grandi officij, e potere machinare qualche ribellione, come n’ tempi passati era accaduto.

 

5°) I capi de tutti (i) magistrati, come Pucensu, Nnganzasu, Cifu, Cicheu, Cihien e altri, sono obligati, di tre in tre anni a comparire tutti insieme personalmente in Pacchino alla audientia reale e dar obedientia al Re. Nel qual tempo nelle Corti si fa un essame et inquisitione universale di tutti i mandarini della Cina fuora delle Corti, sì di quei che sono obligati a venire alla Corte, come di tutti gli altri, con molto rigore, di como fanno il loro offitio. E conforme a quello che si ritruova di essi, o sono lasciati nell’offitio, o sono abassati ad altri più bassi, o sono totalmente privati, o sono castigati, senza nessuna remissione o scusa. Et ho advertito che in questo essame generale, ne (mmeno) il Re ardisce a mutar niente di quello che i  deputati giudicorno; e non sono puochi quei che patono in questo essame qualche pena. Perché nell’anno 1607, che fu per ordine l’anno della aidientia reale e dell’essame, furno castigati quattromila mandarini, come contassimo d’un libro molto grande che sempre si stampa di questo.

I condennati si distinguono in cinque classi. Nella 1a stanno quei che vendettero la giustitia per danari, usurporno cose del publico o de’ particolari; questi sono privi de ogni offitio publico, e de poter vestire più l’insegne e vesti del su offitio, e suoi privilegij; e sono fatti venire alla Corte, quei che non stanno presenti, a udire la sententia della loro condennatione che si fa conforme alla colpa. Nella 2a stanno i molto rigorosi e crudeli ne’ castighi; questi sono privi pure di ogni offitio, e dell’uso delle vesti, e rimandati a sua casa senza nessun privilegio. Nella 3a stanno i vecchi puoco sani e remessi nelli castighi; questi sono rimandati a sua casa senza offitio; ma con l’uso delle vesti et insegne de’ loro offitij e suoi privilegij. Nella 4a stanno i precipitosi nelle sententie e di puoco giuditio; questi sono mutati o a offitio minore o a altro luogo di manco negotij. Nella 5a stanno i puoco cauti e riguardati in sua persona o quei di sua casa; questi sono privi di offitij e privilegij.

De’ magistrati della Corte si fa l’istesso essame e con l’istesso rigore, ma solo di cinque in cinque anni.

Lo stesso stile si osserva ne’ mandarini di arme negli stessi anni e con l’istesso rigore.

 

6°) Nessuno può tenere nessun governo nella sua provincia, se non fosse capitanie de’ soldati; quei accioché per amicitia o parentesco non faccino qualche ingiustitia, e questi accioché l’amore della patria inciti a combattere più fedelmente. E, mentre i mandarini del governo stanno nell’offitio, nessuno de’ suoi figliuoli o servidori di casa esce mai fuora a trattare con altri, ma tutto il servitio di fuora gli è fatto dalla città con persone publiche che servono a tutti i mandarini; laonde, quando escono di casa, sigillano sempre le porte delle loro habitationi e del palazzo dove fanno audientia.

 

7°) Non lasciano vivere nella Cina nessuno forastiero che habbi da ritornare a sua terra o che tratti con regni di fuora; anzi il custume è non lasciare entrare nessuno forastiero nella Cina; del che, sebene non ho visto nessuna loro legge che parli di questo, con tutto vi è un custume antiquissimo et un aborrire e tener paura de’ forastieri, che è peggior che legge. E questo, non solo de’ forastieri a loro puoco conosciuti, o sospetti et inimici, ma anco ai loro molto amici, e che ogn’anno gli pagano tributo, come è la Coria, la quale stando così vicina e regendosi quasi tutta per le leggi della Cina, con tutto questo non potei vedere un Coriano che vivesse nella Cina, se non fusse qualche schiavo che menò seco un capitano che stette molti anni nella Coria. E se qualche forastiero vi entra di nascosto non lo amazzano, come pensano i nostri, ma non lo lasciano più ritornare a sua terra, accioché non vadi là a machinare qualche male alla Cina. Et tra loro è cosa così sospettosa trattare con forastieri fuora del regno senza ordine del Re, che sarebbe gravemente punito qualche Cina, di chi si provasse che scriveva lettere a forastieri in altri regni. E nessuno huomo grave vuole uscire fuora del suo regno. E, quando alcuni mandarini sono mandati ad alcuno de’ regni vicini, che danno obedientia a questo regno, per investire i Re del regno, nessuno vi vuol ire, e non vanno se non per forza e piangendo con tutta la loro casa, come chi va a morire. E dipoi ritornano, subito gli dànno un offitio molto grande, come a persona che fece un’obedientia molto difficile a farsi.

 

8°) Nessuno porta armi per la città, se non i soldati quel giorno che vanno a fare la rassegna, o quei che accompagnano i mandarini più grandi. Anzi nessuno lo tiene in casa, se non fosse qualche storta, di quelle che alle volte portano per il viaggio per difendersi da qualche assassino; e con questo si va alla mano al ferirsi o ammazzarsi nelle risse che tra loro accadono. E questo non solo i letterati, ma anco i capitani di guerra non vestono armi, se non nel tempo della guerra attuale. E come tra noi par bella cosa vedere un huomo armato, così tra loro pare male et hanno paura di vedere cosa così horribile. E così non vi sono tra loro le fattioni e tumulti, che sono tra di noi, di vendicarsi di ingiurie con armi e morti, ma quello che fugge e non vuol ferire a altro, è tenuto per il più honorato.

 

9°) Nessuno figliuolo del Re doppo la morte di suo padre, né altri parenti, possono stare nella Corte, fuora del Re herede del regno; e posti in una città, non possono uscire di essa, e molto manco andare ad altre provincie, e ciò, parte accioché non si uniscano tutti i parenti in un corpo e machinino qualche tumulto, parte accioché non faccino qualche male ad altra gente con il rispetto che gli hanno per esser parenti del Re. Questi, nel luogo dove stanno, sono governati dal principal parente che vi sta, in tutte le liti e controversie che tra loro occorrono; ma, quando tengono qualche cosa con altre persone, sono obligati ad ire ai tribunali ordinarij, come qualsivoglia del popolo, ponendosi di ginocchioni ai mandarini della terra e soggettandose ai castighi e pene che gli dànno.

 

 




Lo shock in agopuntura e in medicina tradizionale cinese

Nicolò Visalli*

 Lo shock

Di norma per shock circolatorio si intende un’insufficienza circolatoria globale che insorge in seguito ad uno squilibrio che si produce tra gittata cardiaca ed effettiva esigenza di irrorare tutti gli organi. In clinica è peculiare la comparsa improvvisa di sintomi quali sonnolenza, confusione, caduta della pressione arteriosa, pallore terreo, tachipnea, torpore, iperventilazione e mani e piedi freddi e umidi. Diversi sono i fattori causali che provocano lo shock per primo lo squilibrio idroelettrolitico o un’allergia medicamentosa o di diversa natura o anche una profusa emorragia, l’anestesia, complicanze durante interventi chirurgici, le affezioni cardiache ed anche un grave trauma. Queste sono le cause che si riscontrano con maggior frequenza.

In Medicina Tradizionale Cinese lo shock viene definito come “fuga dello Yang”, “fuga dello Yin”, “collasso” etc. ed è causato dall’esaurimento di Cuore e Milza che provocano deficit muscolare e deficit della circolazione sanguigna.

Il principio terapeutico consiste quindi nell’incrementare il Qi di Cuore e Milza e rimuovere la stasi di sangue nei canali e nel trattenere lo Yang e lo Yin “che fuggono”. Vengono selezionati a tal fine i punti sui canali di Milza, Vaso Concezione e Vaso Governatore.

Punti principali selezionati

– Yinbai (SP1) che regola e tonifica la Milza (Yang); Baihui (GV20) che interviene sul collasso dello Yang; Diji (SP8) che regola e tonifica la Milza (Qi). Per il collasso circolatorio.

– Shanzhong (CV17) che regola il Polmone e il Riscaldatore Superiore, espande e rilascia il torace, diffonde il Qi di Polmone; Baihui (GV20); Qihai (CV6) che recupera il collasso dello Yang e dello Yin. Per il collasso dell’Energia.

–  Guanyuan (CV4) e Qihai (CV6) che ristorano il collasso dello Yang e dello Yin. Per il collasso dello Yin.

–  Baihui (GV20); Guanyuan (CV4). Per il collasso dello Yang.

Trattamento

Il trattamento consiste nella Moxibustione diretta con coni. Si selezionano i punti secondo lo schema precedente e si applica su ogni punto dai 3 ai 9 coni. Bisogna fare attenzione in gravidanza ad applicare la moxa su Guanyuan (CV4), infatti il punto deve essere moxato con estrema prudenza, e solo se estremamente necessario.

Bibliografia

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– C. Tian, Appunti del Master di Agopuntura, Ed. OMOIOS, 2004

J. Ross, Combinazione dei Punti di Agopuntura, CEA Milano 1999

– Procedure di Moxibustione WFAS maggio 2013

 




Riconoscimento del self non self in medicina integrata

Elisa Muscarella*

 Secondo la visione integrata MO-MTC, le componenti cellulari sono inquadrate secondo la Legge dei Cinque Movimenti. Vediamo quindi che il nucleo (contenente DNA, RNA, proteine, nucleolo), statico, depositario del “progetto di vita” (DNA) cellulare, è il centro di comando, da cui dipende la vita stessa. E’ lo Shen, il Cuore, l’Imperatore. La cromatina (complesso di DNA, proteine cromosomiche e RNA), contenuta al suo interno, rappresenta il Rene, mentre il DNA, molecola che necessita di altre strutture (RNA, nucleolo) per mettere in atto le sue funzioni, rappresenta il Jing. L’RNA costituisce la duplicazione fedele del DNA, identico ma dinamico. Si trova sia all’interno del nucleo che nel citoplasma. Per mezzo di nucleolo e ribosomi è deputato alla sintesi proteica (proteine, enzimi, ecc). Rappresenta le funzioni della cellula ed ha la possibilità di attuare il programma di base (DNA) grazie alle sue caratteristiche di “movimento e azione”, riassumendo così il concetto di Yuan Qi. Il nucleolo ed i ribosomi costituiscono gli effettori dell’ RNA: il nucleolo produce l’RNA per il nucleo e il citoplasma, mentre i ribosomi presiedono alla sintesi proteica con consumo di energia (ATP). Queste due componenti cellulari rappresentano quindi il Fegato. I mitocondri costituiscono il cosiddetto apparato respiratorio della cellula: sono i produttori di energia cellulare attraverso la demolizione, in presenza di ossigeno, di composti policarboniosi fino a CO2 e H2O. L’energia liberata da questa catena di reazioni viene accumulata sotto forma di legami fosforici (ATP). I mitocondri rappresentano pertanto il Polmone.

I lisosomi, l’apparato di Golgi e il reticolo endoplasmatico si trovano nel citoplasma (sede delle funzioni metaboliche della cellula) e rappresentano il sistema “digestivo” cellulare: i lisosomi contengono enzimi litici (capaci di demolire proteine, acidi nucleici, carboidrati, etc.) e rappresentano la Milza quindi la Ying Qi, l’apparato di Golgi (complesso di cisterne con vescicole e vacuoli) e il reticolo endoplasmatico hanno proprietà evacuative. Il primo rappresenta il Grosso Intestino e il secondo l’Intestino Tenue e la Vescica. La membrana cellulare infine, rappresenta il “confine” tra cellula ed ambiente esterno e permette appunto gli scambi interno-esterno. E’ costituita da un doppio strato fosfolipidico e molecole proteiche con funzione recettoriale e antigenica e può possedere ciglia o flagelli. Rappresenta la pelle e peli, la Wei Qi, il Polmone. Il So Wen al capitolo 33 afferma che “lo Xie (Agente Patogeno) affluisce là dove vi è Vuoto di Qi”. Al capitolo 10 si trova “Ogni tipo di Qi si ricollega al Polmone”, “l’epidermide è associata al Polmone, essa è attaccata per prima dallo Xie”. Qualsiasi antigene estraneo al nostro organismo ha una sua natura immunogenica intrinseca, verso il quale il sistema immunitario risulta avere una certa sensibilità e capacità di reagire al fine di eliminarlo. Talvolta però il SI “sbaglia” il riconoscimento degli antigeni estranei, provocando le cosiddette reazioni di ipersensibilità, caratterizzate da un’aberrante risposta immunitaria: o nei confronti dell’antigene estraneo, o diretta verso gli antigeni autologhi, come risultato della mancata tolleranza verso il self. In ogni caso, si ha l’insorgenza di un danno tissutale. Le allergie, definite con il termine ipersensibilità immediata (o di tipo I), sono un tipo di risposta Th2, causate dalla produzione di IgE specifiche per antigeni ambientali o chimici (allergeni) da parte dei linfociti B. Una volta prodotte, le IgE si legano ai recettori presenti sulla superficie dei mastociti (reazione di sensibilizzazione). Il loro successivo contatto con l’allergene (reazione scatenante), innesca la degranulazione delle vescicole citoplasmatiche contenenti specifici mediatori chimici, responsabili dei processi di infiammazione, vasodilatazione e contrazione della muscolatura liscia.

In MTC, le reazioni di ipersensibilità e le allergie sono dovute ad una risposta esagerata del SI nei confronti di sostanze Yin estranee, di variazioni ambientali Xie Qi di situazioni psicoemotive definite Cinque Emozioni, Sette Sentimenti (Wu Zhi/Qi Qing). Le sindromi allergiche sono un’anomala risposta immunologica generalmente a carico di cute, mucose delle vie respiratorie ed apparato digerente. Vi sono coinvolti i Movimenti del Legno e del Metallo. Il Metallo è sottoposto agli stimoli esogeni delle Sei Energie Cosmiche (Liu Qi) che impattano su pelle, mucose, vie respiratorie, colon, quindi a livello di contatto, inalazione, assunzione transmucosa. Le affezioni oculari e le reazioni psicosomatiche sono di pertinenza Legno, sede di origine di Wei Qi in quanto il Fegato rappresenta il “Ministro della Difesa”. Le allergie sono attribuite alla presenza anomala di Vento (Feng), perciò presentano caratteristiche migranti e polimorfe. Si parla di Feng esogeno o endogeno, a seconda che l’eziologia sia esterna (ambientale) o interna (causa innata, costituzione atopica), o derivante da turbe psicoaffettive o dei Sette Sentimenti (Qi Qing). L’irruzione del Vento può essere semplice o complessa, ed è responsabile dei diversi scenari clinici, in cui il “denominatore comune” è costituito dalla presenza di prurito, segnale specifico del Vuoto di Xue, di Zheng Qi con coinvolgimento di Xue e dello Yin, con “fuga” dello Yang di Wei Qi. Le reazioni immunitarie verso il self possono invece innescarsi per effetto del cosiddetto molecular mimicry: alcuni antigeni patogeni possiedono cross-reattività ed elevata omologia di sequenza nei confronti degli antigeni self, per cui il sistema immunitario può attivarsi e reagire erroneamente contro questi ultimi, innescando la malattia autoimmune. L’eziogenesi delle malattie autoimmuni è legata sia alla presenza di specifici tipi di HLA (detti alleli) che di specifiche mutazioni in geni non-HLA che conferiscono, in generale, una certa suscettibilità genetica allo sviluppo della malattia. A questo quadro predisponente la malattia poi si aggiunge di solito un “fattore ambientale” scatenante, come ad esempio un’infezione, che innesca il processo autoimmune per “rottura” del meccanismo di tolleranza verso il self. Di conseguenza, si ha l’attivazione dei linfociti B (secernenti gli anticorpi) e T autoreattivi (Th1, responsabili della citotossicità). Le malattie autoimmuni insorgono per un “difetto” di riconoscimento del self. In particolare, il sistema immunitario riconosce le cellule proprie dell’organismo (self) come estranee (not self) e, come tali, le aggredisce fino a distruggerle con decorso più o meno lento ma progressivo. E’ un tipo di risposta aberrante da parte dei linfociti Th1/Th2, responsabili dell’effetto citotossico, e dei linfociti B che producono anticorpi reattivi contro il self (autoanticorpi). Le malattie autoimmuni sono definite malattie croniche, a tutt’oggi non curabili in termini di risoluzione completa della malattia. La Graft-versus-Host Disease infine, nei pazienti che subiscono trapianto di cellule staminali di midollo osseo, è una patologia considerata di natura “autoimmune” in cui le cellule immunitarie trapiantate del donatore possono aggredire i tessuti sani del ricevente a livello di cute, fegato e intestino.

Secondo la MTC, gli “errori” del SI sono indotti da abnormi segnali degli antigeni, dal genoma (Yuan Qi) che conferisce la costituzione atopica, da stimoli ambientali psicodinamici. Tali “errori” deformano la Wei Qi causandone una disfunzione e si ripercuotono su tutte le altre attività del Qi umano, da cui deriva l’insorgenza delle malattie autoimmuni.

L’immunocarenza si verifica quando il SI è inadeguato per deficit di Wei Qi, derivante a sua volta da uno stato di “ipoergia Qixu”, per cui insorgono gli stati di deficit immunologico. In generale, un crollo di Qi (Qixuo) provoca depauperamento delle funzioni del Jiao Medio (apparato gastro-digestivo e assimilativo) con turbe nutrizionali, della circolazione Qi/Xue con Stasi (e conseguente insorgenza di fenomeni dolorosi), del sistema “costruttivo” di autodisintossicazione-autoriparazione, detto Rong Qi, e dell’apparato “motorio-aggressivo” detto Wei Qi. Il crollo di Qi provoca, in ultima analisi, un declino combinato dello Yin/Yang, aprendo così la strada all’insorgenza di malattie degenerative, tumorali, settiche (da iper-recettività con iporeattività), ecc. Le malattie autoimmuni coinvolgono i sistemi di riconoscimento macromolecolare sulla membrana cellulare (Wei Qi-Polmone), ossia la caratterizzazione antigenica degli organi (Yuan Qi) attraverso gli antigeni di istocompatibilità che si trovano a livello del Reticolo Endoplasmatico e sulla membrana cellulare. Possono però coinvolgere altri antigeni e quindi distretti cellulari come ad esempio il Reticolo Endoplasmatico (Intestino Tenue–Vescica) e la membrana nucleare (Maestro del Cuore). Le cellule coinvolte nell’insorgenza e nella sintomatologia della risposta autoimmune sono i linfociti ed altre cellule del sistema immunitario, che si ritrovano nei distretti colpiti dalla patologia, producono citochine e si riversano nel torrente circolatorio attraverso il dotto toracico per parecchie volte al giorno (circolazione di Wei Qi).

Se Yuan Qi è perturbata, Wei Qi riceve un segnale errato, per cui può innescarsi il meccanismo di aggressione del self, con formazione di autoanticorpi contro organuli cellulari e interessamento di diversi distretti o apparati. Gli autoanticorpi aggrediscono l’organulo, Wei Qi aggredisce lo Zang corrispondente. Un’errato ordine di Yuan Qi pertanto, che compete all’organo Rene, fa innescare un meccanismo che porta alla formazione di autoanticorpi che appartengono generalmente alla classe delle IgG. Secondo l’Energetica dei Sistemi Viventi di Mussat, corrispondono al gruppo Nord-Shao Yin-Rene. Nel Lupus Eritematoso Sistemico, gli autoanticorpi di più frequente riscontro sono quelli anti-DNA (Rene) e anti-Nucleo (Cuore). Le lesioni organiche più frequenti sono a livello del Rene e si esprimono con depositi glomerulari e del Cuore che si manifestano con pericardite ed endocardite. Nella Sclerodermia (o Sclerosi Sistemica Progressiva), si trovano invece gli autoanticorpi anti-nucleo (Cuore), anti-membrana cellulare (Polmone), anti-collagene (Milza). Le lesioni organiche più frequenti sono alterazioni fibrotiche di Cuore, Cute e Polmoni e dell’apparato gastroenterico. L’Energia Difensiva circola sulla pelle di giorno per difenderci dalle malattie, dalla testa lava con la sua azione la superficie della pelle, chiude i pori cutanei rendendo efficace l’omeostasi dei liquidi e della temperatura corporea. L’equilibrio di Acqua e Fuoco che si instaura a livello della pelle e ancora in gran parte sconosciuto nei suoi meccanismi fisiologici, è la chiave dell’azione dell’Energia Difensiva Wei. Susanna Taccola ci insegna che le malattie autoimmuni derivano dalla “rottura” dell’asse Cuore-Rene. Secondo J. Yuen, le malattie autoimmuni sono un gruppo di malattie che preservano l’individuo dal contrarre malattie molto più gravi, anche letali. Il corpo presenta strutture esterne ed interne, collegate tra loro attraverso il sistema dei Meridiani. In MTC, l’autoimmunità rappresenta una mobilizzazione di Wei Qi nei confronti di Yuan Qi (da cui si origina, attaccando perciò se stessa) nel tentativo di combattere un processo patogeno localizzato o che ha raggiunto lo strato di Yuan Qi. Di conseguenza, si instaura un deficit immunitario con eccessivo consumo (fino ad arrivare al deficit) di Yuan Qi responsabile a sua volta, in ultima analisi, alla carenza di Energia Vitale Zheng Qi.




Il counselling sessuologico dopo un tumore

Luciano Latini*, Luigi di Vitantonio**, Lucia Montesi***

 “Devo continuare a vivere e riuscire a non pensare più a ciò che mi manca. Fare in modo che questo senso di mancanza sparisca per sempre. Il tempo sarà mio amico. Mio compagno                                                           

Tahar Ben Jeollum

 

Quando pensiamo al nostro futuro vediamo un percorso lineare fatto di progetti ed aspirazioni, ipotizziamo la presenza di ostacoli, ma quasi mai questi sono riferiti alla nostra salute; vediamo il nostro corpo solido ed inattaccabile. Questa visione viene completamente rivista quando una malattia minaccia il nostro senso di benessere soggettivo e complessivo. Se poi la malattia si chiama cancro, la persona che ne è colpita si sente facilmente smarrita fino ad arrivare alla disperazione, in una condizione catastrofica che Franco Fornari (1985) ha definito come perdita di speranza.

Sempre Fornari parla del cancro come un “nemico” che influisce sugli affetti tanto da penetrare le emozioni e i pensieri fino a modificare i comportamenti della persona colpita, sia a livello personale che relazionale.

Veronesi, conversando sul tumore, dichiara che è una delle poche malattie che riassume in sé diversi e rilevanti aspetti: “sociale, per la sua gran diffusione; scientifico, per la sua complessità biologica; diagnostico, per la necessità di un’identificazione precoce della neoplasia; terapeutico, per i vari metodi multidisciplinari di cura; psicologico, per l’enorme impatto sulla popolazione femminile; riabilitativo per la necessità di recupero familiare e sociale delle pazienti”. In realtà Veronesi si riferisce al tumore della mammella, ma visti i continui progressi nelle terapie e il prolungamento dell’aspettativa di vita, possiamo allargare tale concetto a tutte le neoplasie.

 

Quando arriva una malattia

La persona colpita inizialmente centra i pensieri ed i sentimenti sul fatto di voler (soprav)vivere; avvia i trattamenti, che variano a seconda del tipo di patologia e dell’estensione della malattia. Nel corso della terapia emergono spesso nuove domande sul futuro: “Come sarà la mia vita?” “Tornerò ad essere la persona che ero in passato?” “Avrò dolore?”, ma anche: “Come sarà la mia sessualità?”

La medicina ha fatto passi importanti nel tentativo di preservare una funzione così importante: si sono perfezionati metodi di cura che fanno utilizzare procedimenti come la chirurgia solo quando altre prassi non sono più praticabili; gli stessi interventi mirano a preservare gli organi ed essere il meno possibile demolitivi, come nel caso della quadrantectomia per i tumori al seno e della tecnica nerve sparing per i tumori della prostata. Si sono perfezionati metodi che permettono più velocemente il recupero delle complicanze come il linfedema o l’incontinenza urinaria e che consentono la ricostruzione delle parti, come la mammella o le protesi peniene. Si pensa anche alla fertilità con la preservazione dei gameti.

Si tratta di rimedi adeguati e necessari che aiutano efficacemente nella salvaguardia della funzione sessuale, ma tali interventi vanno integrati con un supporto che permetta di far emergere  pensieri ed emozioni di pazienti e partners. Non basta ad esempio permettere all’uomo di recuperare l’erezione per ricreare una buona atmosfera di coppia: serve una riflessione sulle insicurezze che si sono innestate, ma anche fornire le necessarie informazioni sui possibili cambiamenti ed indicare strategie per superarle o per adattarsi ad esse.

L’evento traumatico va trattato dal punto di vista della persona interessata, ma va coinvolto anche il partner perché “l’intimità è un processo personale del confrontarsi con se stessi e contemporaneamente aprirsi al proprio partner” (Scione, Argenta 2010). L’intimità è un terreno dove la coppia confronta aspetti positivi e negativi, ansie, speranze e delusioni. L’intimità non è un processo lineare e senza conflitti, ma ha bisogno di aiuto ed etero conferma. L’intimità comprende la relazione con se stessi e quella con il partner, “di conseguenza la sessualità è un aspetto della relazione che non riguarda solo la genitalità di due corpi, ma è l’incontro tra due persone” (Scione op. cit.).

Un tumore cambia le prospettive di vita e i progetti, fa emergere difficoltà in precedenza latenti e potrebbe segnare la fine di una relazione di coppia. Nelle coppie che invece proseguono si rileva che esiste una dualità di comportamenti: da una parte si verifica un avvicinamento a livello affettivo, i partners si mostrano solidali e capaci di ascolto, i rapporti personali si fanno più teneri e affettuosi; dall’altra si nota un forte calo dell’intimità sessuale dovuto a diversi fattori: calo del desiderio, difficoltà di eccitazione mentale e genitale, problemi di orgasmo e una complessiva insoddisfazione per la qualità dell’intesa erotica (Graziottin 2009).

Gli stessi pazienti sono spesso in difficoltà a parlarne, sia perché il desiderio sessuale è calato e quindi non è effettivamente ricercato, sia perché si sentono in imbarazzo a pensare al sesso quando l’urgenza è la guarigione.

Le difficoltà sessuali potrebbero inoltre dipendere dall’età di insorgenza del tumore, età in cui la sessualità è già passata su un piano diverso e non è più una priorità, ma il calo avviene anche nelle coppie sessualmente attive.

Il 25% delle donne affette da cancro mammario non è ancora in menopausa al momento della diagnosi. Molte lo affrontano quando una parte importante del loro ciclo vitale è ancora in divenire: perché stanno cercando una relazione stabile, oppure non hanno ancora avuto il primo figlio o hanno figli piccolissimi (Graziottin 2009).

 

Le difficoltà sessuali

Vediamo alcune possibili difficoltà nelle coppie sessualmente attive:

Impossibilità ad avere rapporti sessuali completi: la sede della malattia, gli interventi chirurgici demolitivi, le varie terapie possono impedire in maniera definitiva un rapporto penetrativo.

L’immagine corporea appare modificata, si prova disagio nel guardarsi nudi e ciò spinge molti ad evitare i rapporti o a coprire le parti del corpo durante l’approccio; si tende a sottrarsi a qualsiasi stimolazione della zona interessata, riducendo ulteriormente la componente ricettiva del desiderio sessuale.

Galimberti (1983) dice che il corpo è lo sfondo di tutti gli eventi psichici: noi sentiamo, proviamo, viviamo un’infinità di esperienze in primis col e nel nostro corpo; è il primo veicolo della nostra identità, è il luogo nel quale si sedimentano le prime esperienze da bambini, che se “armoniche”, “sicure” e “appaganti” possono permettere un’ intima connessione col corpo, e un’identificazione perfetta tra questo e l’Io. Nella malattia questo rapporto si rompe e il corpo diventa il nemico, qualcosa che non si riconosce più come proprio, e che porta, di conseguenza, a un non riconoscimento di Sé, a causa delle modificazioni che i trattamenti terapeutici comportano e che, inevitabilmente, si ripercuotono a livello psichico.

Calo del desiderio sessuale, che dipende da vari aspetti:

– dal fatto che prioritaria è la cura della malattia e quindi la sessualità passa in secondo piano.

– dalla depressione che spesso accompagna la diagnosi di tumore. Molte sono le conseguenze sulla vita quotidiana, come la perdita del ruolo sociale e familiare; uno dei pensieri dominanti potrebbe essere: “Non sono più buono/a a niente!”, l’autocommiserazione e l’autosvalutazione potrebbero prendere il sopravvento con normali ripercussioni sulla sessualità

– dalla variazione del dosaggio ormonale, ad esempio per la menopausa iatrogena, terapie ormonali o l’asportazione di un testicolo: la modificazione di tale dosaggio potrebbe colpire le basi neurobiologiche del desiderio, dell’eccitazione mentale e fisica.

– da sensazioni fisiche ridotte, o distorte, o spiacevoli. Il 44% delle donne con mastectomia parziale e l’83% di quelle con ricostruzione della mammella riferiscono che il piacere provocato dalle carezze è diminuito (Schover et al. 1995); lo stesso si può dire per altri tumori. Ciò può contribuire a un’ulteriore riduzione del desiderio sessuale e dell’eccitazione mentale e periferica non genitale.

Difficoltà dell’erezione: i tumori della zona pelvica, se trattati con chirurgia o radioterapia, possono dare deficit dell’erezione, temporanea o definitiva. Successivamente agli interventi nerve sparing, nel tumore alla prostata, è possibile la ripresa dei rapporti dopo un periodo che permetta ai nervi deputati all’erezione di riprendersi dallo shock. Fino a quel momento è importante che l’uomo si procuri l’erezione attraverso l’uso di farmaci, iniezioni di prostaglandine o attraverso l’uso del vacuum device. Queste pratiche non sempre sono accettate perché appaiono artificiali, prive di naturalezza e a volte anche dolorose: quindi vengono abbandonate o neppure iniziate. Quello che molti uomini non sanno, è che per facilitare la ripresa “naturale”, è importante mantenere attivi i vasi sanguigni e le arterie del pene: potrebbero irrigidirsi i corpi cavernosi o chiudersi i vasi, procurarando la disfunzione erettile quando invece i nervi sono pronti a trasmettere l’ordine erettivo.

Difficoltà di lubrificazione con secchezza vaginale e dolore ai rapporti (dispareunia) fino a renderli impossibili. Dipende in gran parte dagli effetti negativi della carenza di estrogeni dovuta alla menopausa (spontanea o iatrogena); anche in questo caso è opportuno un approfondimento informativo sia con la donna che con il partner, affinché ci sia un comportamento utile allo scopo del piacere sessuale e rispettoso delle difficoltà della donna.

Disturbi dell’orgasmo: difficoltà a raggiungere l’orgasmo per il dolore o l’inadeguatezza delle fasi di eccitazione e desiderio e possibilità di orgasmo retrogrado nell’ablazione della prostata.

Insoddisfazione sessuale: la ferita sulla sessualità che il tumore ha creato, porta frustrazione e depressione sia per sè, che per i problemi che questa può creare anche alla relazione di coppia, specie in quelle più giovani. Tentativi maldestri di riattivare la sessualità portano a possibili fallimenti: il dolore o le difficoltà erettili sono esperienze che minano le sicurezze personali e rendono deludenti i rapporti. Le persone tendono allora ad evitare il solo pensare alla sessualità, oppure  rimangono talmente concentrate su loro stesse e sulle prestazioni, che viene a mancare la giusta tranquillità per lasciarsi andare, tanto da rischiare di raggiungere il risultato opposto a quello desiderato.

 

Il counselling

È possibile che persone adulte e da molti anni attive sessualmente, non abbiano mai parlato esplicitamente di sesso. Jannini (2007) nel suo decalogo per il counselling del paziente oncologico, mette al primo punto il tema del “setting” cioè la possibilità di “creare un ambiente clinico confidenziale e rispettoso della privacy” in cui sia il singolo che la coppia possano discutere delle proprie difficoltà.

In un percorso consulenziale è importante affrontare direttamente il tema della sessualità e, dovendo parlare di “sesso”, risulta evidente che possano emergere imbarazzi o timori che ostacolano una libera conversazione. L’inibizione può essere presente nel paziente, ma anche nell’operatore che deve essere consapevole delle proprie difficoltà, e saperle gestire.

Il vocabolario dell’operatore deve essere corretto, ma non eccessivamente tecnico perché potrebbe non essere comprensibile dal paziente. Quest’ultimo potrebbe usare allusioni ed eufemismi per nascondere l’imbarazzo; è quindi necessario creare una complicità che permetta l’esposizione, ma che non si basi solo su metafore o luoghi comuni, bensì sia fondata sulla chiarezza (Rifelli 2010).

Il sanitario deve porre questioni esplicite, perché la comunicazione sia completa e le informazioni siano chiare;  egli fornisce inoltre un modello in cui si afferma la piena dignità ad affrontare determinate tematiche.

Il percorso di couselling può essere individuale o di coppia ed ha l’obiettivo di aiutare le persone a superare le difficoltà, ma anche di fornire una educazione sia sulla sessualità in generale, che sulla sessualità dopo l’impatto con la malattia e le cure. Sono presenti molti “miti” nelle opinioni delle persone, infatti spesso si rappresenta la donna come “ricettiva” e l’uomo che deve essere sempre “pronto”! È necessario quindi porre i termini su questioni reali piuttosto che rimanere in credenze che non aiutano il proprio benessere: in primo luogo, va ribadito che la sessualità non è solo un incontro tra due genitali, ma un incontro tra persone.

Un’altra intenzione del counselling sessuologico è quella di ri-attivare la comunicazione all’interno della coppia. Molti sono i fantasmi che aleggiano nella mente delle persone e non sempre vengono svelati. Il “malato” sta facendo i conti con la propria accettazione, fatica a riconoscersi e pensa di non essere desiderabile né capace di soddisfare l’altro. Il partner è spesso in difficoltà, non trova le parole o i gesti adeguati, magari anche perché l’altro evita ogni riferimento al sesso.

Molto spesso è l’uomo a non esprimere i propri pensieri riguardo la sessualità e di conseguenza non è facile per la partner connettersi: come fa lei a capire, se lui non comunica? Da parte sua la donna può, talvolta, mettere più facilmente in secondo piano la sessualità.

È importante quindi cercare di confrontare il significato, emotivo e cognitivo, che ognuno attribuisce alla malattia, alla menomazione, se presente, ed alle difficoltà.

Nella prassi è utile svolgere all’inizio un colloquio individuale con i partner, che consente un contatto più confidenziale con i singoli membri della coppia. Infatti è possibile che uno o entrambi abbiano difficoltà nell’esprimere un pensiero o raccontare un evento in presenza del partner.

Successivamente gli incontri di coppia sono orientati a facilitare la verbalizzazione di pensieri e sensazioni, ma anche a sperimentarsi nella scoperta di modi diversi di approcciarsi ai propri corpi e a quello del partner, far scoprire altre zone del corpo e togliere alla genitalità il primato che aveva in precedenza.

Un aspetto importante è lavorare sull’idea che la sessualità potrebbe non tornare alle modalità precedenti l’evento malattia. Il corpo è cambiato: è necessario riconoscere i cambiamenti intervenuti, sperimentare le eventuali modificazioni sensoriali e funzionali. Nello stesso tempo accorgersi, o meglio riaccorgersi, che il rapporto di coppia è fatto anche di altro. In un certo senso è come ritornare ad una nuova adolescenza ed alla scoperta della sessualità. La malattia, l’intervento o le terapie hanno alterato le percezioni del corpo, si rende quindi necessario un nuovo apprendimento. Si torna a riscoprire la relazione con se stessi e con l’altro. Così come nei primi appuntamenti da adolescente, non si parte con un rapporto sessuale completo, ma si mette in atto tutta una serie di avvicinamenti graduali che permettono ai singoli di imparare a comprendere i cambiamenti, iniziare a conoscere le sensazioni fornite dal proprio corpo e da quello del compagno, (ri)scoprire ciò che piace e ciò che invece non si gradisce, individuare altre zone del corpo sensibili da cui trarre piacere.

Non sempre è possibile ripristinare una genitalità completa: può dipendere  dai danni causati dai vari elementi che intervengono, ma anche dall’atteggiamento con cui si affronta la malattia. Paura e disperazione mantengono tutta l’attenzione rivolta alla malattia e quindi restano poche risorse da destinare ad altro.

Chiedere aiuto permette invece di uscire dall’atteggiamento solipsistico nel quale ci si chiude con la malattia ed apre uno spiraglio verso l’altro.

Se le persone rimangono legate a quello che manca, rischiano di vivere di nostalgia e non riescono a superare il lutto della perdita dell’efficienza. Se invece iniziano a vedere la possibilità di adattarsi, potrebbero mettere in atto strategie utili a vivere una sessualità nuova, fatta di attenzioni, di relazione, di rispetto, principalmente verso se stessi, che sono gli ingredienti di un amore maturo.

 

Bibliografia

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Testimonianza

Carlo Moiraghi*

Uno è in carenza e uno è in eccesso. Differenza su differenza  si rigenera il ciclo – significa:  I cicli si succedono senza fine.

Yang Xiong. Taixuenjing, 2° segno intercalare

 

Muoviamo da una notizia di pochi anni fa, un evento non molto raro ma molto chiaro. Il 22 agosto 2011 i telescopi astronomici hanno individuato una nuova stella nella galassia chiamata M 101, una supernova chiamata PFT 11kly. Il giorno prima non c’era e il  giorno dopo invece si.

Da fine agosto è stata visibile anche con un normale binocolo un poco all’esterno di una delle ruote del Grande Carro, l’Orsa Maggiore, poi è svanita. Quel nuovo punto di luce nel firmamento indicava, ci assicurano, l’esplosione di un astro. Una stella nana bianca appartenente pare a un sistema binario si è dapprima condensata e concentrata sempre più risucchiando forse materia da una stella compagna finché, superato il limite di massa di stabilità, è esplosa. È avvenuto, ancora ci assicurano, a circa ventuno milioni di anni luce dalla terra, una distanza abbastanza piccola in termini celesti ma enorme in termini umani. Dato che l’anno luce, la distanza che la luce percorre nel corso di un anno, corrisponde a poco meno di diecimila miliardi di chilometri, ne deriva che in termini spaziali l’esplosione è avvenuta a poco più di duecento miliardi di chilometri dalla terra, mentre in termini temporali è avvenuta appunto ventuno milioni di anni fa. Dunque siamo stati testimoni di un evento appartenente ad un trapassato remoto terrestre, l’epoca del primo  Miocene, lo stadio Aquitaniano, quando i dinosauri erano estinti da oltre quaranta milioni di anni e il pianeta era pressoché spoglio di grandi animali, popolato però da minuscoli esseri, gasteropodi e foraminiferi. Fra i primi, marini e terrestri, molluschi e chiocciole e lumache e conchiglie, fra i secondi protozoi marini planctonici e betoniani, precisa l’enciclopedia. Durante quell’ancestro planetario dunque, ventuno milioni di anni fa, quando in una galassia lontana quella stella nana esplose, sulla terra non c’erano occhi in grado di vedere né cervelli capaci di annotare e memorizzare.

Nel tempo sarebbero venuti alla luce. Da quel vivere muto e minuto fu infatti la vita ad esplodere, era infatti in piena evoluzione, da sempre e per sempre lo è, ed elaborava lenta ma decisa una rivoluzione arcana e grandiosa, lunghissima marea di progressive differenziazioni e moltiplicazioni e sviluppi che da allora attraverso i quasi venti milioni di anni restanti del periodo  miocenico avrebbe popolato il pianeta di vite sempre più simili alle odierne. In quell’arcaico remoto aquitaniano noi uomini eravamo ancora parecchio lontani dal nascere. Giungemmo alla vita solo quindici milioni di anni più tardi, sei milioni di anni fa come ominidi, due milioni e mezzo di anni fa come genere umano, a confronto delle datazioni precedenti praticamente ieri.

Tutto questo dimostra ciò che già ben si sa, ogni notte il firmamento testimonia il passato, ce lo riporta splendente e ce lo racconta. Le stelle non mostrano ciò che è in realtà, lo stato delle cose celesti per come è, ma per come era, talune le vediamo ma non ci sono più mentre altre, come la supernova  PFT 11kly che prima di fine agosto 2011 non vedevamo, esistevano da ben prima che la vita planetaria si facesse aquitaniana. Il firmamento è dunque lo specchio e il racconto celeste del tempo.

Lo stesso accade in noi, da sempre infatti l’esterno si riflette nell’interno, anche nel cielo dentro di noi filogenesi e ontogenesi coincidono,  cromosomi e pensieri, anche in noi il passato si riflette in presente.

Così il passato è presente e il presente è passato, il cielo ne illumina ogni notte e il cuore ne pulsa ogni giorno. E il futuro? Quell’identico evento è il futuro, il passato trasposto allo specchio del presente è il futuro.

Quell’esplosione anziana centinaia di milioni di anni ma invisibile fino ad agosto 2011 è il futuro, da sempre già avvenuta eppure del tutto ignota, perché è già avvenuto il futuro, già è e accorgersene, prenderne coscienza, testimoniarlo lo rende presente. Così noi, venuti infinite ere più tardi, fra agosto e settembre 2011 siamo stati testimoni dell’esplosione aquitaniana e questo chiarisce il significato della vera testimonianza che è viva compiuta partecipazione per la quale l’essere o meno presenti e neppure contemporanei all’evento testimoniato non è dato sensibile. La vera testimonianza trascende la tripartizione del tempo in presente e passato e futuro, la vera testimonianza è da sempre e per sempre e comunque.

Altra nota circa quell’antico scoppio stellare è che l’evento vero era  quell’arcaico cielo prima della fine di agosto 2011 quando la stella non c’era, non dopo quando è apparsa nel firmamento. L’evento vero era cioè quando ancora quella remota esplosione ancora non era visibile. Era quella la testimonianza straordinaria, essere senza saperlo in diretto contatto con un firmamento che in realtà non esisteva più da ere infinite, un cielo arcaico, privo della supernova PFT 11kly.

Infine la supernova in questione, dopo avere brillato per qualche giornata, si è esaurita, ha smesso di illuminare, quell’esplosione di luce ha mostrato infatti la sua fine, la sua morte, così dopo poco è scomparsa. Siamo così stati testimoni di un momentaneo fenomeno avvenuto  nell’arcano remoto, come imbattersi in una soglia già superata da sempre  eppure ancora lì, davanti a noi, un varco vecchio e passato eppure ancora presente appena superato è scomparso, rientrato nel nulla. Il precedente, il presente, il seguente, l’assente si sono così tutti rivelati coincidere adeguati all’evento, secondo i singoli sguardi e i riferimenti prescelti. Davvero si è trattato di una testimonianza evidente di come tutti i tempi  della grammatica, dal trapassato remoto al futuro anteriore condizionale compreso, derivino da quell’infinito che trascende ogni tempo e a quello stesso infinito ritornino rivelando il presente, l’infinito presente, quel cielo stellato lassù, il firmamento. Testimonianza vera non è dunque solo testimonianza di presenza, di ciò che è, ma è anche, e forse soprattutto, testimonianza di ciò che non è, di ciò che manca, testimonianza di assenza, testimonianza di ignoto.  Così concepita, testimonianza vera è dunque ogni istante, dato che sempre e comunque qualcosa, qualcuno, è assente, forse non c’è mai stato, non è ancora arrivato, non c’è ancora, non lo si conosce, non lo si ricorda, non lo si concepisce neppure, oppure non c’è più, se ne è andato, è svanito, scomparso, è sconosciuto, ignoto. Testimonianza vera non chiede dunque presenza per essere attuata, né la coscienza di attuarla. Fino a fine agosto 2011 guardavamo le stelle e non vedevamo la supernova  PFT 11kly anzi l’ignoravamo del tutto e tutto ci sognavamo meno che di essere testimoni di uno iato dilatato centinaia di milioni di anni. Erano piuttosto quei luminosi miliardi di occhi lassù a scrutarci, i testimoni attenti e puntuali di quel nostro composto fiatare sdraiati sul prato a osservare, e identici saranno stanotte, uguali da sempre e per sempre, quali che possano essere siano qua o là andare e venire di supernove e comete nel cielo. Scopriamo così come testimonianza vera altro non sia che un modo dell’esistenza, anzi è il modo dell’esistenza, costante e stabile via, portante vita, la nostra, tua e mia.

Non sempre luminosa e splendente come fino ad agosto 2011 la brillante  supernova PFT 11kly, l’esistenza è dunque testimonianza sincera e affidabile, e spesso i chiaroscuri e le ombreggiature, le penombre di cui le nostre vite sovente risuonano, rivelano e insegnano le connotazioni del reale ben più di quanto non li rappresenti e disegni il fascio di luce abbagliante. Questa esistenza è così, a volte la troppa evidenza finisce nei fatti con il mimetizzare e nascondere, come certe notti d’estate, la dovevi tenere ben d’occhio la luna o rischiavi di continuo di perderla di vista e confonderla, tante erano le stelle, tante erano le lucciole, tante erano le voci.

 

 Cantico del sempiterno albero vivo

 

È pianta antica.

È pianta antica, pruno e mimosa, olmo e betulla,

melograno, vite. Attraversa i viventi. Ha radici in terra

e in cielo. Deserti e sassi e zolle, paludi e fiumi e mari,

nuvole, lampi e cieli azzurri, del cuore, intendo.

Innumerevoli forme, foglie.

Bambù e querce e steli, e specie vegetali e animali infinite,

e razze e persone, burrasche e brezze e bonacce,

e guerra e pace, e fiori. Sai di che parlo.

 

Fa coincidere ordinario e straordinario,in pensieri e

parole e opere, e omissioni e remissioni e ravvedimenti.

Ha cortecce e linfe, e pollini. Ascolto e contatto,

umiltà e misura, libertà e rispetto,

accettazione e adeguamento e direzione,

fiducia e certezza, e debolezza, meditazione e contemplazione,

volontà e intento e decisione, e rituale, 

incanto e celebrazione e ringraziamento.

 

Conosce il tesoro, cogliere il vento sacro,

e lo realizza ogni istante, qui, altrove, dovunque. Crea,

e creatore e creazione e creato e creatura coincidono.

Ha rami e fronde, tanti quanti i viventi,

i vivi e i morti, tutti quanti gemelli, tutti quanti neonati,

e gemme e frutti, profumi e sacre figure,

palpitanti immagini, ideazioni e elaborazioni.

Unico tronco, vuoto e aperto, centrato e retto,

unico lignaggio, l’amata voce segreta,

 

Per essa in ogni luogo ogni istante

il Due si fa Uno, si accorge da sempre di esserlo 

e così lo diventa, Uno di Due.

Penetra in quell’altro se stesso e lo diventa, Uno di Due.

Si apre e cede e abbraccia e accoglie

quell’altro se stesso, già lo è,

ne fa esperienza e lo diventa, Uno di Due.

Ancora per essa, per  quella benedetta voce ineffabile e lieta,

l’Uno incessantemente si scopre felice Molteplice,

naturalmente lo è, e si esprime e si manifesta

indivisibile Uno Molteplice.

 

Un solo libro, la tradizione antica,

che ogni brezza della mente del cuore accarezza,

e sfoglia e rivela, E’ verde virgulto,

tradizione ritrovata, tradizione rinnovata,

pura fresca linfa, trasparente e intatta tradizione nuova.

E tieni per certo che la tradizione antica da sempre e per sempre

protegge e dispiega e nutre la tradizione nuova,

anche e soprattutto oggi. Anche e soprattutto oggi.