I Commentari di Padre Matteo Ricci: un resoconto della Cina del 1600 attualissimo per gli europei del III millennio – capitolo VII – Delle Cortesie et alcuni riti della Cina

Matteo Ricci*

1. I Cinesi studiosissimi dell’urbanità. 2. Cerimonie e espressioni usate nei saluti e nelle lettere. 3. Visite e libretti da visita; foggia e uso di questi libretti. 4. Regali e liste particolareggiate di essi; accettazione o rifiuto totale o parziale. 5. Abiti di gala rigorosamente prescritti nelle visite di funzionari o di persone rispettabili. 6. Cerimonie tra il padrone di casa e gli ospiti nei ricevimenti; uso del tè. 7. Molteplici inclinazioni e cortesie scambievoli al momento del commiato. 8. Usanze e cerimonie nei conviti; uso di bastoncelli, di vino e di cibi; libazioni e riverenze; canti e giuochi. 9. Cerimonie ed usanze verso l’Imperatore: udienze, colore, simbolo, palazzo ecc. 10. Ossequi ai mandarini; statue e tempi in loro onore. 11. Culto verso i parenti e i maggiori. 12. Lutto e riti funebri; casse da morti e giorno anniversario dei defunti. 13 Riti nuziali per i privati, per i Principi e per gli Imperatori; poligamia; compra della sposa; la moglie legittima. 14. Celebrazioni del genetliaco, della maggiorità, del capo d’anno e della festa delle lanterne.

 

Per antico titulo, che questa natione per se stessa si ha dato, si chiama Regno di politie et cose ornate; et fra cinque virtudi che sono tra loro come cardinali, de che largamente trattano i suoi libri, l’una è la cortesia, la quale consiste in tenere rispetto l’uno all’altro e far le cose con circumspectione. Di qui viene di età in età esser tanto cresciute queste cortesie, che tutto il giorno vanno in volta senza aver tempo di far altra cosa; di che i loro savij si dogliono e lamentano, e non se ne possono spidire. E conciosia cosa che quei che molto si dànno all’esteriore tengono manco conto con l’interiore, vengono quasi in tutti i trattamenti a risolversi in un bello e vano apparere agli occhi, come loro stessi confessano. Da qui anco avviene che, non dico gli altri regni inculti e barbari, ma anco i nostri europei a chi pare usare di somma politia, comparati con questi cinesi, saranno tenuti per huomini molto semplici e senza cerimonie nel loro trattare.

Dirò prima del modo commune di far cortesia tra loro; dipoi de’ loro riti particolari, specialmente di quello in che discordano da’ nostri, che è la mia principale intentione in questi capitoli.

 

Non tengono per cortesia tirarsi la berretta, o far riverentia con i piedi, e molto manco abbracciarsi, o basciare le mani o altra cosa che si presenti ad altri. La più commune cortesia loro è unire ambe le mani e le maniche che sempre portano molto lunghe, et alzarle e poi abassarle dirimpetto dell’uno all’altro, dicendo l’una all’altro: zin zin, che è parola senza nessuna significatione, se non di far cortesia. Quando si visitano, et molte volte anco quando si incontrano nella strada, con l’istesse mani unite, doppiando tutto il corpo, abassano la testa presso al suolo, l’uno all’altro et anco molti insieme, che chiamano zoiè. Quando facciano questa cortesia il maggiore all’inferiore in età o dignità, et il patrone di casa o visitato, a quello che viene a visitare, sempre lo pone a mano dritta (benchè nelle parti settentrionali del regno si ponga a mano sinistra); e molte volte, dipoi di alzati in piedi, l’altro ancora trapassa all’altra parte sinistra e fanno la stessa inclinatione ponendolo a mano dritta, come pagando l’honore che gli fece. E quando fanno questa cortesia nelle strade, si voltano ambedue alla parte settentrionale, in casa alla parte più alta e più fonda della sala, che anco suole essere al settentrione; per essere lo stile di questo regno che tutti li palazzi, tempij e case fatte con buona regola, o tutta la casa, o almeno le sale per ricevere le visite, siano con la faccia al mezzogiorno, dove anco hanno la porta.

Quando vogliono far magior cortesia, o per esser la prima volta che si veggono, o per esser molto tempo che non si videro per star lontani, o per congratularsi di qualche buona nova che hebbe o cosa che gli successe, o per darli gratia di qualche beneficio, o per esser qualche festa solenne, dipoi di fatta la detta inclinatione, si pongono ambedue di ginocchi et abassano la testa sino al suolo. E ritornando a levarsi in piedi, tornano a far la stessa inclinatione, e poi porsi di ginocchi con la testa in terrra; tutto questo quattro volte. Ma quando si fa questo a persona magiore, o per esser suo padre, o superiore, o persona di molta autorità, quello a chi si fa se ne sta in piedi nel più alto luogo della casa senza porsi inginocchione, e solo, conforme alle persone, gli risponde alla cortesia con le mani unite, o facendo una inclinatione non molto fonda, dal luogo dove egli sta. Alle volte anco quando è molto cortese, mentre gli fanno queste inclinationi e genuflessioni, non vuol egli stare nel luogo alto della casa, ma si pone al lato per la parte di levante della sala.

Questa stessa cortesia fanno a loro idoli, o in casa, o nei tempi avanti all’altare.

I servitori di casa et altra gente bassa, quando fanno cortesia, si pongono una sola volta inginocchioni avanti al padrone e battono tre volte la fronte nel suolo; il che fanno alle volte agli loro idoli. E nel parlare non fanno altro che porsi al lato del padrone mentre gli parla; et a persona di alta dignità, tutte le volte che gli parlano, e inginochiati.

Oltre queste politie, non tanto lontane dalle nostre, ve ne ha un’altra assai strana ai nostri, che si usa nel parlare e scrivere, che fa esser questa lingua assai più difficile; et è, che non solo non parlano ad huomini honorati per tu, come né anco noi facciamo, avendo varij modi conforme allo stato di colui che parla e con chi si parla, ma né anco egli stesso, parlando di sé, dice io, se non fusse uno molto grave con altro assai inferiore; ma usano di altretanti modi di abasare a se stesso, come di alzare all’altro. Et un modo fra i più humili è nominar il proprio nome invece di io. Quando anco avviene parlare del padre, madre, fratello, figliuolo, figliuola, corpo, membri, casa, lettera, patria, e sino alla malatia di altro, fanno tutto questo con un nome diverso dal commune, sempre di più gravità; e per il contrario, per l’istesse cose di chi parla, ve ne sono altretanti nomi diversi con qualche modo più basso del commune. Ne’ quali modi è necessario stare molto esercitato, non solo per non esser tenuto per scortese o villano, ma anco per potere intendere quello che dir vogliono nel parlare e nello scrivere.

 

Nel visitarsi, anco persone parenti e ben conosciute tra di sé, ogni volta che uno visita all’altro in sua casa, o va a pagare la visita, entrato nella porta, dà un libretto con il suo nome scritto con varij modi di humiltà, conforme alle persone che visitano o sono visitate; il quale il portiero presenta e lascia a quello che è visitato e, se sono molti quei che sono visitati o visitano, molti anco sono i libri. Sono questi libretti ordinariamente di dodici foglia e di carta bianca, un palmo e mezzo lunghi, e nel principio con un taglio di carta roscia nel mezzo, e spesse volte posto dentro d’una borsa anco di carta bianca e con l’istesso taglio di carta roscia di fuora. In questi vi è tanta varietà, che bisogna tenere in casa vinte e più cassette con titoli diversi e pieni di essi, per il continuo uso di ogni giorno. E così bisogna che nella portaria habbiamo un libro, come anco fanno tutte le persone gravi, nel quale di giorno in giorno scrivono quei che vengono a visitare, per potere dentro di tre giorni irgli a pagare la visita. Ma sì como, quando non stanno in casa o non possono uscire alla sala quei a chi visitano, lasciano il libro, così anco quando si paga la visita, basta lasciare in casa il nostro libro, e con questo restano sotisfatti. Questi libri, o quella righa solo in che si pone il nome, non è scritta ordinariamente nel proprio autore, ma basta esser scritta da qualsivoglia.

E, quanto è persona più grave, tanto è magiore la lettera che si scrive in essi; talché alle volte ogni lettera è di un dito in largo, e con dieci lettere empiono una righa dal capo del libro sino alla fine, secondo il loro modo di scrivere.

 

Nel mandare i presenti, anco quando qualcuno presenta le cose andando in persona a sua casa, usano dell’istesso libretto, e, oltre il suo proprio nome, al modo già detto, scrive tutte le cose che dà di presente, una per una, ciascheduna nella propria righa molto attillatamente. Ma perché questi presenti si fanno spessissimamente, e sono obligati a rispondergli con altro presente dell’istesso valore, non è tra loro nessuna discortesia non ricevere il presente che si manda o egli stesso ci porta, e non ricevere tutto quello che si manda. Soventemente se gli torna a mandare o tutto o parte di esso, senza sdegnarsi quello che presenta, mandando un altro libro dell’istessa forma, nel quale o dia le gratie del presente che riceve, o ricusandolo, o scrivendo le cose che riceve e quelle che gli torna a rimandare, con molte cerimonie. È anco cosa nova ai nostri in questi presenti molto frequentemente mandare denari, hora dieci scuti, hora cinque, hora doi, et alle volte doi e tre giulij, persone gravi a altri inferiori, o inferiori a persone maggiori.

 

I magistrati e graduati quando fanno queste visite vestono il loro vestito del proprio offitio e grado, che è assai diverso del commune. Quei che né hanno offitio, né grado, e sono persone gravi, hanno anco un vestito proprio di visita, pur diverso dal ordinario, con il quale ricevono e fanno queste visite, come anco noi pigliassimo in questo regno. E quando a caso si incontrassero doi, uno col vestito di visita e l’altro non, non fanno le loro cortesie senza l’altro ir a vestire il vestito conveniente, che sempre fanno portar seco i servitori quando vanno fora di casa. E quando questo non può essere quello che sta vestito di cortesia si toglie di dosso quello vestito e resta con l’ordinario, e con quello fanno le cortesie che di sopra dicessimo.

 

Fatta la cortesia, è obbligato il patrone di casa, o il più grave quando sono molti, a pigliare le sedie de’ forastieri e porla una per una in ordine nel primo e più alto luogo, e con le maniche spazzarle, ancorché stessino nettissime. E se le sedie stanno già poste nel detto luogo, in ogni modo è necessario che con ambe le mani tocchi tutte, come assettandole bene che stiano ben ferme. Di poi il più grave degli forastieri piglia la sedia del padrone di casa e la pone derimpetto della sua, e all’istesso modo la netta con le maniche. E dopo lui gli altri forastieri, conforme alla loro dignità, uno doppo l’altro, fanno l’istesso a questa sedia, e la tornano a nettare, seben fussero vinte e più persone, stando il patrone ad un lato inclinato con le mani unite, e dando le gratie, e ricusando il favore che gli fanno.

I forastieri nel porsi a sedere fanno anche molte cerimonie in cedere l’uno all’altro il mezzo o il luogo magiore, stando tutti in piè alle volte più di un quarto d’hora. In questo il patrone di casa non si mette, ma i forastieri si danno il luogo più grave gli uni agli altri, sebene tutti sanno chi si deve porre a sedere nel migliore, o per la età che precede tra quei della stessa terra, o per la dignità come si fa nelle Corti, o quello che precede, o tutto per esser di più lontano paese. E per questo (a) noi altri in puochi luoghi lasciano di darci il luogo sopre tutti e niente ci vale il ricusare.

Posti a sedere, subito viene un servitore con veste lunga e accorto, con una tavoletta con tante tazze di quella decottione di cià, di che parlassimo nel 2° capitolo. Quanti stanno a sedere, e cominciando dal primo luogo sino all’ultimo che è quello del patrone di casa, tutti pigliano la sua nelle mani. Dentro della tazza viene anco qualche frutto secco o conserva dolce, et un cucchiarino di argento o altra cosa galante, per mangiare le frutta che vengono nel cià. E, se stanno molto tempo a sedere, ritornano due e tre e più volte a dare questo cià, variando sempre quelle frutta secche e conserva che mettono dentro.

 

Finita la visita, se ne vanno i forastieri, et inanzi all’uscire fuori della porta della sala, ritornano a fare l’istesse inclinationi. E dipoi il padrone li accompagna di dietro et esce fuori dalla porta, dove fanno un’altra volta la detta cortesia di inclinarsi sino al suolo, voltati verso la porta, priegando il padrone ai forastieri che montino a cavallo, o si mettano dentro della sedia o lettichetta in che vennero; ma i forastieri ricusano, priegandolo entri già in sua casa. Allora il padrone arriva alla porta et, voltato alla porta, fa una inclinatione alla quale tutti i forastieri rispondono con un’altra simile, tutti insieme. Entrato il padrone dentro la sua porta, fa la 3a inclinatione alla quale anco rispondono i forastieri con altra, e, nascosto il padrone dietro la porta, montano a cavallo o entrano nella lettichetta. Et il padrone di casa esce allora un’altra volta e dice zin zin, al che i forastieri rispondono con l’istessa cortesia. Da qui manda il padrone un servitore che va a ciascheduno degli forastieri a dar molte raccomandationi; l’istesso fanno i forastieri, mandando ciascheduno il suo servidore a dare anco raccomandationi al padrone di casa.

E questo si fa sempre, sebene si visitassero ogni giorno, per esser questo il loro stile.

 

Adesso dirò de’ loro conviti, che è una delle cose di più cerimonie che altra nella Cina, e di che più spesso usano. Percioché tutte le feste dell’anno et a tutte le occorrentie mai si lasciano questi conviti, e sono alcuni che, si può dire, ogni giorno, o fanno o vanno a qualche convito; percioché tutti i negocij si trattano a tavola e con i bicchieri nelle mani, anco le cose del ben vivere, della virtù e religione. Et non sanno in che mostrare amore, se non invitandovi a bere e mangiare, e sono, sì nell’uso come nel nome, simili ai Greci che non chiamano il convito mangiar insieme, ma bevere insieme.

E nel vero, il principale di essi, dal principio sino alla fine, tutto è bevere vino con certe tazzette piccole, che non capeno più di quello che capirebbe la scorza di una noce, ma raddoppiano tanto queste, che vengono a bere molto più di quello che i nostri bevetori bevono.

Non usano nel mangiare di forcine, né di cocchiari, ma di certe bacchette sottili, di un palmo e mezzo lunghe, le quali pigliano di tal garbo con la mano dritta, che mangiano tutto quanto si pone a tavola, senza mai toccar niente con le mani, con molta destrezza. È vero che è necessario che tutto quanto si pone a tavola venga trinciato in pezzetti, se non altra cosa simile, che con l’istesse bacchette si possa spiccare. E di nessuna guisa appare coltello nessuno nella tavola.

Il  loro bevere sempre è cosa molto calda, anco nel mezzo della state, o sia quella loro decottione di cià, o vino, o altre cose liquide; che pare cosa molto utile alla sanità. Per questo vivono molti anni di vita, e sino a settanta e ottanta anni sono assai più robusti che i nostri; e da qui anco penso viene che loro non hanno il male della pietra o di arenella, come hanno sì soventemente i nostri Europei, che sempre bevono cose fredde.

Dunque, volendo invitare alcuni a convito solenne, il giorno inanzi, o anco molti giorni prima, gli mandano un libretto di invito di quei che di sopra dicessimo, nel quale, scrivendo il suo nome e con puoche parole eleganti e di molta cortesia, dicono «avere apparecchiato un mangiar leggiero di foglia, e lavati i bichieri, per invitare tal giorno, a tal hora (che ordinariamente è di notte), in tal luogo, a Sua Signoria per udire la sua bella doctrina et imparare qualche cosa, priegandolo gli vogli fare quello favore». Dipoi, in un taglio di carta roscia, scrivono il nome grande di quello che invita con molti titoli, conforme alla qualità della persona. E questo fanno a ciascheduno degli invitati.

L’istesso giorno del convito, per la mattina, tornano a mandare un altro libro dell’istessa foggia, ma non dicono altro che priegar che va presto; et all’hora destinata mandano il 3° che chiamano de ire all’incontro all’invitato.

Arrivati al luogo e fatta la solita cortesia, si pongono a sedere nella sala, e bevono prima il cià; e dipoi vanno al luogo del convito, che suole essere molto bene adornato, non con spalliere, di che loro non usano, ma di molti quadri di pinture, cocci di fiori, et altri vasi, e cose antique. Ad ognuno si dà una tavola di un braccio e mezzo in lunghezza ed un braccio in larghezza, et alle volte sono due tavole una avanti all’altra, e di fuora con un paramento assai bello, come de’ nostri altari. Le sedie anco sono molto belle, inverniciate et indorate, con varij lavori, intagliate, e pinte di tutti colori; anzi tutte queste sale sogliono avere tutti questi simili lavori e pinture molto belle.

Stando dunque tutti in piedi, il padrone di casa piglia una tazzetta, che suole essere di argento, o oro, o pietra molto pretiosa, sopra del tonno della stessa materia o altra cosa galante, e con il vino. E invitando quello che ha da stare nel primo luogo, fanno con esso lui una inclinatione molto funda. Dipoi il padrone di casa esce fuora della porta al cortile, e, facendo prima una inclinatione verso la parte del mezzogiorno, offrisce quella tazzetta di vino al Signore del cielo, riversando in terra tutto quello vino e facendo un’altra inclinatione.

Dipoi entra dentro, e, pigliando un’altra tazzetta di vino, fa una inclinatione al detto forastiero, che ha da stare nel primo luogo; e dipoi se ne va con esso lui alla sua tavola che sta nel mezzo, e nella parte più lunga di essa, che è qua la principale (contrario a noi che facciamo il migliore nel capo di essa), pone nel mezzo la tazzetta sopre del tonnetto con due mani con molta veneratione. Dipoi si fa dare le due bacchette, che sogliono essere di avolio, o di ebano, o altra cosa dura e netta, coperte di argento o oro, e le pone al lato della tazzetta; dipoi piglia la sedia e la acconcia molto dritta, nettandola con le sue proprie maniche, e dipoi, ritornando un’altra volta nel mezzo della sala, fanno un’altra inclinatione insieme.

L’istesso fa a quello del 2° luogo, che in questo regno è la mano sinistra, et a quello del 3°, che è alla destra, e di mano in mano sino all’ultimo.

Nel fine, quello che ha da tenere il 1° luogo, piglia dal servitore con le sue mani la tazzetta, nella quale ha da bere il padrone di casa, con il suo tonnetto, e, facendosi gettar vino, fa insieme con tutti gli altri una inclinatione col detto padrone di casa, e pone la tazzetta col tonnetto nella tavola sua, che sta con le spalle al mezzogiorno, et alla porta di rimpetto dalla prima tavola; et, insieme con le bacchette da mangiare e la sedia, acconcia tutto all’istesso modo che il padrone di casa fece a lui et a tutti gli altri. E dipoi tutti gli altri invitati per ordine vanno a toccare con due mani, come acconciando meglio la tazzetta, le bacchette e la sedia, stando sempre ad un lato il padrone di casa con le mani unite et alquanto inclinato, recusando questa cortesia e dando gratie ad uno ad uno. Conciosiacosache i Cinesi niente tocchino con le mani di quello che mangiano; né al porsi a tavola, né al fine del convito, mai lavano le mani.

Fatto questo, tutti insieme fanno una inclinatione al padrone di casa, et altre fra di sé i forastieri, e si pongono alla tavola. Il padrone di casa è il primo, tutte le volte che si beve, che pigliando con due mani il suo tonno con la tazzetta di vino, la alza e dipoi abassa convitando tutti a bevere; e tutti, facendo lo stesso insieme verso il padrone di casa, bevono sorso a sorso, tanto che molte volte per finire quella tazzetta la pongono quattro e cinque volte alla bocca; e mai loro bevono niente al nostro modo in un fiato tutto il vino del bicchiere, né altra cosa, se bene fusse acqua.

Finito di bere vengono a puoco a puoco le vivande. Et a ciascheduna cosa il padrone di casa è il primo che alza le bacchette, pigliate con ambedue le mani nel mezzo, e invita a tutti; alla qual cortesia, tutti voltati a lui, rispondono con l’istessa cortesia. E dipoi il padrone di casa, mettendo le bacchette nel suo tonno, invita a tutti a fare l’istesso; e così tutti insieme pigliano della stessa cosa un boccone o doi, e sempre quello che tiene il primo luogo è il primo che ripone le bacchette nella tavola e tutti fanno l’istesso. Allora i servitori tornano a bottar vino caldo nella tazzetta di ciascheduno, cominciando da quello che sta nel primo luogo, e tornano a bere molte e molte volte, nel che si spende più tempo che in mangiare. E parlano tutto il convito di varie cose allegre, o odono qualche comedia che in questo tempo si fa, o qualche cantore, o sonatore, che alle volte, senza esser chiamati, vengono al luoghi ove sanno che si fa qualche convito, per esser molti che non fanno altra cosa che questa, per la paga che dipoi gli danno.

In questi conviti hanno tutte le nostre vivande condite assai bene, ma di nessuna viene molta quantità, e si prezzano di molta varietà di cose, empiendo le tavole de’ bacciletti, che sono assai piccoli sempre, sì de carne e pesce in ogni pasto, e tutto mangiano; et una vivanda posta in tavola sta quivi sino  al fine senza toglierla da lì. E così, non solo cuoprono le tavole senza apparire altra cosa che vivande, ma anco pongono i baccili uno sopra l’altro, due e tre volte facendo un castello alto. Nessuno pane si pone alla tavola, né gran riso che risponde al pane, in simili conviti.

Sogliono anco fare molti giuochi di varie inventioni, e fanno bevere a quei che perdono con grandi grita e festa. Nel fine sempre mutano le tazzette con altre assai magiori e, sebene a tutti le pongono uguali, non obligano a bevere in esse quei che non possono bevere molto vino, ma a quei che possono. Il loro vino è specie di cervosa e non è molto forte, ma non lascia embriagare per esser molto quello che bevono, sebene facilmente tornano a star sano l’altro giorno seguente.

Nel mangiare sono assai temperanti, et alle volte accade che uno in alcuna dipartenza va a sette o otto di questi conviti di suoi amici per ricevere e far favore; ma non durano tanto come questi che alle volte arrivano sino alla mattina seguente. Di quello che resta dànno dipoi ai servitori di forastieri abondantemente.

 

Quanto ad altri riti e cerimonie, le principali sono con il loro Re, il quale nell’esteriore è più venerato che nessuno Principe del mondo, o sia secolare o ecclesiastico. Al Re, in questi nostri tempi, nessuno parla se non gli eunuchi che stanno nell’intimo del suo palazzo, e li suoi parenti di dentro, come figliuoli e figliuole, e, lasciando quello che gli fanno questi  eunuchi là dentro, che non fa tanto al nostro proposito, tutti i magistrati di fuora gli parlano solo per memoriale, con tanti modi di cortesie, che bisogna esser bene esercitato per fare uno di questi memoriali, e non ogni letterato lo sa fare.

L’anno novo di questo regno, che sempre è la più vicina luna che viene o inanzi o dipoi dei cinque di febbraro, che è il principio della loro primavera, di tutte le provincie lo mandano a visitare alla sua audientia, et ogni terzo anno vengono in persona i principali magistrati. E tutti gli anni, in ogni città per tutta la Cina, il primo giorno della luna, tutti i magistrati vanno ad un luogo, ciascheduni nella sua città o terra, dove sta posto un trono reale, coperto con un ciborio pieno di dragoni intagliati e dorati per esser questa insegna reale, et altri lavori, e si pongono molte volte di ginocchi et inclinano con una cerimonia particolare molto grave, e gli acclamano con dieci milia anni di vita. L’istesso fanno nell’anniversario del suo natale tutti gli anni; et in Pacchino vanno tutti i magistrati, e vengono altri mandati dalle altre provincie, e suoi parenti, con varij titoli, fuora di Pacchino, e gli presentano molti grandi presenti, congratulandosi.

Oltra di ciò, tutti i magistrati che ricevono qualche offitio o beneficio dal Re, sono obligati ad ire a dargli gratie alla audientia. E così, ogni giorno vi è gente per simili cerimonie che si fanno inanzi all’aurora. Dove stanno alcuni maestri di cerimonie, che, per esser queste cerimonie lunghe, ad alta voce stan gritando mentre si facciono, e dicendo cosa in cosa quello che si ha da fare; e sono puniti quei che fanno qualche piccolo errore in questo. E perché il Re non esce adesso alla audientia, l’istesso fanno anco i magiori signori e magistrati del regno al suo trono regio, che quivi sta voto. E quando fanno queste cortesie i magistrati hanno vesti particolari di damasco roscio e certe mitre di argento dorato nella testa, portando nelle mani una tavola di avolio quattro dita larga e due palmi lunga con la quale cuoprono la bocca, della quale usano quando parlano al Re. Il Re, quando veniva alla audientia, stava in una loggia molto alta, e d’una fenestra grande appariva, tenendo anco una tavola simile a quella de’ magistrati per coprire la faccia. Nella testa, sopre della berretta regia, tiene una tavoletta, mezzo braccio di larghezza et uno di lunghezza, molto uguale, con molti pendoni di perle e pietre pretiose infilzate, che pendono di tutte le parti, e gli cuoprono la faccia e tutta la testa senza potersi vedere.

Il colore del Re proprio, e di che altri non possono usare, è giallo; e così di questo colore è la sua veste reale, tessuta tutta di varij dragoni, fatti con fili d’oro; de’ quali non solo le vesti, ma tutti gli edificij del Re, tutti i vasi di oro et argento della sua argentaria stanno intagliati, e li altri di altra maniera pinti; e sino alli coppi e le mura del suo palazzo stan vitriati e coperti di cosa gialla e dragoni. E chi usasse di simile colore  o dragoni nelle sue cose sarebbe tenuto per ribelle, se non fussero parenti del sangue reale.

Tiene il suo palazzo quattro porte principali verso le quattro parti del mondo. Tutti, al passare avanti queste porte, andando a cavallo, scavalcano, e andando in sedia o in letica, escono fuora e vanno appiedi sino a passarle. E questo molto più si osserva nel palazzo che egli tiene in Nanchino dove il Re mai va o entra. Nella porta a mezzogiorno, sì dentro come fuora del palazzo, una sta in mezzo delle altre per dove esce et entra il Re, e nessuno può entrare et uscire per essa; e così stanno sempre serrate.

In tutti i libri che si fanno et in tutte le cose publiche non usano di altro modo di notare l’anno se non dalla coronatione del Re.

Suole il Re in certi casi dare un titulo ai padri e madri de’ magistrati con una compositione fatta in nome del Re nel Collegio de’ suoi letterati. Di questa fanno tanto contro che è da stupire, e spendono molto per averla, conservandola in casa come reliquia.

L’istesso conto fanno di certi tituli che dà il Re con doi o tre lettere per porre nelle porte a vidue che vissero nella loro viduità, a huomini vecchi che arrivorno a cento anni, et in altre occorenze; benché i Sinesi di questi epitafij, dati da altri magistrati, tengono sopre le porte delle loro case assai, et in molti archi, che per le strade publiche si fanno alle spese della città, nella patria di quei che conseguittero qualche grande offitio nel regno, e hebbero il primo luogo negli essami di dottore o per altre occasioni, assai simili agli nostri archi trionfali, che si fanno a quei che ritornano alla patria, trionfando di qualche grande vittoria degli nemici.

Sogliono anco di tutte le cose buone che nel regno vi sono, come de’ pesci, frutte et cose artificiose, mandare ogni anno a Pacchino a presentare al Re in grande abondantia e con molta spesa. E nelle Corti, dove il Re sta o stette alcun tempo, i magistrati vanno con molto puoco stato, non potendo andare in sedia, ma solo a cavallo, se non alcuni più grandi, e questi con sedia portata da quattro persone; usando magistrati assai inferiori di sedia, e alcuni di sedia portata da otto persone, fuori della Corte. Ogni anno ancora ne’ quattro tempi dell’anno con grande solennità i magistrati delle Corti fanno certe offerte e cirimonie agli Re e Regine morte al loro seppulcro, specialmente al primo Re che guadagnò il regno, che è adesso Humvu, apparecchiandosi molti giorni inanzi con degiuni e ferie delle cose del palazzo e de’ giudicij.

 

Doppo il loro Re, tengono grande rispetto ai mandarini della loro città, sì nel parlare come nelle visite al suo palazzo; alle quali non ardiscono hire se non quei che tengono qualche offitio o grado, o forno già magistrati in altre parti; i quali, ritornati alle loro patrie, anco quelli che per suoi delitti persero gli officij, tengono le stesse vesti del loro offitio. E tutti i magistrati gli fanno honore et anco pagano la visita, facendo assai favori, specialmente quei che forno graduati et hebbero officij gravi.

Quando i magistrati della città lo fanno bene, giudicando rettamente e fanno qualche grande beneficio al popolo, quando dipoi partono per ire ad altro offitio o per altre cause, gli danno molti presenti e gli chiedono i loro stivali, che sono anco parte del vestito del suo offitio, per restare quivi per memoria, e dipoi gli conservano in luogo publico, posti dentro di certe cassette con ferrate e con lettere di varie lodi che gli danno. Ad altri che furno più insigni pongono una grande pietra anco in luoghi pubblici, dove con molto bella compositione scolpono tutti i beni che fece a quella terra. Et ad alcuni anco fanno tempi molto suntuosi, con uno altare dove pongono la sua statua, fatta molto al vivo, e dando una rendita ad alcuni huomini di accendergli candele e porgli profumi negli grandi incenseri, che hanno posti, di ferro e di bronzo, avanti l’altare, come fanno anco ai loro idoli, con varie pietre dove stanno scolpiti le loro opre, fatte per il ben pubblico di quelle città. Et in certi tempi dell’anno vanno i cittadini e persone gravi a fargli le loro acustumate genuflessioni, et ad alcuni offriscono cose di mangiare e fanno altre cerimonie. E di questi tempi stanno piene le città, perché sono molti che li pretendono, e per via di suoi amici fanno che la città gli facci simili favori, sebene non ne siano tanto meritevoli.

 

Tutti i loro libri si impiegano in essortare i figliuoli alla obedientia e rispetto del padre e della madre e di suoi magiori; per questo nell’esteriore pare che nessun regno del mondo arriva a loro in questa observanza. Tra le altre cerimonie che si usa in queste parti a’ maggiori è sempre nel sedere porsi gli inferiori al lato degli magiori, e non nella stessa parte, e molto manco dirimpetto. Questo osservano molto apuntino con suo padre e madre, e avanti agli altri parlano con ogni rispetto; e i poveri sostentano con le loro fatiche sino alla morte.

 

Ma in quello che pongono più studio, e sonno diversi dalle altre nationi, è nel vestire lutto, e fare l’esequie doppo la loro morte, comprargli buon cassone, e far bello seppolcro quelli che hanno facoltadi e robba. Perciò il loro lutto non è di colore nero, ma bianco; e quello del padre e madre è molto grosso di canavaccio, specialmente ne’ primi giorni e nel primo anno, e molto fantastico, sì nella berretta, come nelle scarpe, e cinto di una corda molto grossa.

È regola infallibile di tutti portar questo lutto per suo padre e per sua madre, a ciascheduno di loro tre anni. Per agli altri parenti, oltre l’essere il vestito diverso, è manco, come di un anno e di tre mesi, conforme alla parentela che con il morto hanno, o più stretta o più larga.

Per il Re e per la Regina anco sono obligati tutti dentro e fuora della Corte a portar lutto tre anni; ma adesso i Re mandano un editto nella morte dei Re o Regine morte che mutano i mesi in giorni; e così non lo portano più che un mese.

Di queste cerimonie de’ morti vi è un libro assai grande. Così, morendo qualche parente di sua casa, subito vanno a vedere il libro per sapere quello che hanno da fare, dove non solo stanno stampate le cortesie, ma anco la forma delle vesti, delle barrette, cingoli, scarpe e tutto il resto.

Morta qualche persona grave, il figliuolo, o altro parente più vicino, con un libro manda a avisare agli altri parenti con parole molto meste della morte di suo padre, e assegnano il giorno che l’hanno da cominciare a piangere solennemente, che è fra tre o quattro giorni. In questo mentre fanno il cassone e mettono dentro il morto, e cuprindo la sala di lutto, che sono tele o store bianche, pongono nel mezzo di essa il cassone. Nei giorni determinati, che sono, nelle persone gravi, quattro o cinque, vengono tutti i parenti e amici, vestiti anco di lutto, ad ogni hora del giorno, e offriscono profumi e due candele al morto, le quali accese vengono a fare le quattro inclinationi e genuflexioni, di che sopra dicessimo, ponendo prima profumi in un brasciere che sta avanti il cassone et ritratto naturale del morto. Mentre fanno questa cortesia, il figliuolo o i figliuoli stanno ad un lato inginochiati, vestiti della loro veste lugubre molto dolorosa, piangendo sempre; e dietro al cassone stanno le donne di casa, vestite anco di lutto, coperte con una cortina, che gritano e piangono con voce molto alta. Sogliono anco in questo atto abrusciare certe foglie di carta et anco pezze di seta bianca, come dando al morto quelle cose per vestire dopo la morte in segnale di amore.

Tengono le persone gravi in sua casa doi e tre anni i suoi padri e madri morti, et in quel tempo ogni giorno gli offriscono di mangiare e bere, come quando erano vivi, e non sedono se non in banchetto, e non durmono se non in terra, in calcioni di paglia presso al cassone, sino a certo tempo, non mangiando carne né altra cosa di buon sapore.

Nel giorno che lo portano al sepolcro, che sempre è fuora della città, vengono un’altra volta anco invitati con il libro da’ suoi parenti, tutti i parenti et amici, vestiti di lutto, ad acompagnare. Qui fanno como una processione di varie statue di carta, di huomini, donne, elefanti, tigri e leoni, che si abbrugiano avanti al seppolcro. Vengono anco accompagnando il morto molti sacerdoti degli idoli, recitando e facendo molte cirimonie, e molti stromenti di tamborini, pifare, ciuffoli e baccili, con grandi incensieri, che vanno avanti levati in omeri di huomini. Il cassone, che è molto grave e coperto di varij lavori fatti con pezze di seta, è portato da quarenta o cinquanta facchini, dietro al quale vanno a piedi i figliuoli con la loro veste lugubre, appoggiati ad un bastone, e le donne anco poste dietro di una cortina bianca, ché non possino esser viste, et altre vanno in sedie anco coperte di panno bianco.

Quando i figliuoli non stanno in casa, aspettano a fare queste cirimonie alla sua venuta; ma egli, se è persona grave, fa in sua casa un cenotafio, e riceve queste cortesie dove si ritruova, fatte avanti al cenotafio, da’ suoi amici. Dipoi ritorna a sua patria a fare l’istesso; et è tanto certo il ritornare in questi atti che, per legge, sono forzati a lasciare i magistrati qualsivoglio offitio, sebene fosse i magiori del regno, come sono Colao e Sciansciu, e tornarsene a sua casa e star là finindo i tre anni di lutto; e dipoi tornano al loro offitio. Ma questo solo fanno gli magistrati di lettere, non quei che sono capitani di soldati, e solo per suo padre e per sua madre e non per altri morti. E se morse alcuna persona un puoco grave, in ogni modo procurano i suoi parenti di rimandare o portare il suo corpo morto nel cassone alla sua patria, e seppellirlo nel cemiterio de’ suoi antepassati, il quale tutte le familie hanno proprio in qualche monte, e con grandi sepolchri di pietra e statue di huomini et animali, e pietre piene di lettere et epitafij, nelle quali si contano le cose fatte da quei che quivi sono seppelliti.

Et ogn’anno vanno i parenti, nel giorno de’ morti, a questi cemiterij a fare le solite cerimonie facendo profumi et offerte conforme all’uso della terra.

 

Sono anco molto solenni le cerimonie che si fanno nelli matrimonij e sposalitij.

Non solo i sposalitij, ma anco i matrimonij, si fanno di molta puca età, sì dello sposo, come della sposa, et hanno d’essere ambedue della stessa età o puoco differente; e tutto fanno il padre e la madre dell’uno e l’altro, senza  richiedere il consentimento de’ figliuoli, i quali sempre gli obedono. Gli vassalli gravi tutti apparentano con altre persone gravi e simili a loro nello stato, nella prima moglie che è la legittima. Delle altre moglie, che tutti possono pigliare quante ne vogliono, non si curano di che famiglia sia, o nobile o plebeia, e solo ricercano esser di bella figura; anzi queste seconde moglie sono sempre comprate per denari di cinquanta o cento scuti, et alle volte molto manco, da’ suoi parenti. I poveri tutti comprano le loro mogli; e così le possono e sogliono anco rivendere.

Il Re e suoi figliuoli non pigliano le loro moglie di nessuna casa grave o nobile, ma solo si scieglie per la bellezza solo del corpo, tra gente populare et idiota e di puoco essere; perché nessuno huomo letterato vuol porre le sue figliole in mano de’ magistrati deputati a vedergli tutto il corpo, et esser presentate a tanti luoghi per elegere tra molte una, sebene habbi d’esser Regina; per non essere molto grande il potere delle Regine della Cina, e star sempre serrate dentro del palazzo, e non potere suo padre e sua madre vederla più mai. Il Re e sui figliuoli tiene una moglie principale e viene ad essere come legittima; oltra questa ne tiene il Re e il Principe, nove anco principali, et altre trintasei pur con titulo di moglie, oltre le altre senza nessun titolo che sono assai più. Fra tutte, quella che fa figliuoli è quella che viene dipoi a tenere qualche valore e, sopre tutte la madre del primo figliuolo che ha d’essere herede del regno.

Sì nel Re e sua famiglia, come in tutte le altre persone del regno, quella prima moglie è legittima e signora della casa, e sta alla mensa con il marito; tutte le altre, specialmente fuora dei parenti del Re, sono come serve del padrone di casa e della moglie legittima, e non stanno se non in piedi avanti a essi. Et  i loro figliuoli non riconoscono per madre quella che gli partoritte, ma solo la legitima, e per questa portano lutto i tre anni e lasciano l’offitio, e per la propria non fanno niente.

Nei maritaggi si osserva con grande rigore che nessuno pigli moglie del suo cognome, sebene non vi fusse tra loro nessun parentesco. E sono questi cognomi nella Cina assai puochi per non arrivare a mille, e nessuno può fare cognome nuovo, fuora di quei che dal principio vi forno, e nessuno può pigliare altro cognome che quello di suo padre, se non fosse adottato d’alcuno. Dei gradi di affinità non fanno nissun conto, e così maritano le figliuole e danno moglie a’ figliuoli de molto stretti parenti di sua madre.

La sposa non porta nessuna dote, e sebene il giorno che va a casa del marito, con molta solennità porta seco molte massaritie di casa e assai ricche, quei che hanno podere, empiendo di esse tutta la strada, con tutto ordinariamente tutto è alle spese del marito, che gli manda grande copia di danari molti mesi inanzi.

 

Usano anco in questo regno di una festa, che facevano anco gli nostri antichi, dell’anniversario del giorno del loro natale, nel quale tutti i parenti e amici lo vanno a visitare e presentare; et in sua casa si fanno molti conviti e feste, specialmente doppo dei cinquanta anni, che si computano tra vecchi, et di decena in decena. In simili atti, i figliuoli letterati chiedono ai loro amici, versi, compositioni, e pinture di varie inventioni, e lodi per suo padre e madre; et alcuni, di questo stampano libri; e quel giorno empiono la sala de tali compositioni, versi e quadri di pinture, con varie cerimonie che fanno a quello cui natale si celebra.

Fanno qua anco festa il giorno che i figliuoli pigliano la berretta, che sono doppo i venti anni, conseguittero qualche grande offitio nel regno, e hebbero il primo luogo negli essami di dottore o per altre occasioni, assai simili agli nostri archi trionfali, che si fanno a quei che ritornano alla patria, trionfando di qualche grande vittoria degli nemici.

Sogliono anco di tutte le cose buone che nel regno vi sono, come de’ pesci, frutte et cose artificiose, mandare ogni anno a Pacchino a presentare al Re in grande abondantia e con molta spesa. E nelle Corti, dove il Re sta o stette alcun tempo, i magistrati vanno con molto puoco stato, non potendo andare in sedia, ma solo a cavallo, se non alcuni più grandi, e questi con sedia portata da quattro persone; usando magistrati assai inferiori di sedia, e alcuni di sedia portata da otto persone, fuori della Corte. Ogni anno ancora ne’ quattro tempi dell’anno con grande solennità i magistrati delle Corti fanno certe offerte e cirimonie agli Re e Regine morte al loro seppulcro, specialmente al primo Re che guadagnò il regno, che è adesso Humvu, apparecchiandosi molti giorni inanzi con degiuni e ferie delle cose del palazzo e de’ giudicij.

 

Doppo il loro Re, tengono grande rispetto ai mandarini della loro città, sì nel parlare come nelle visite al suo palazzo; alle quali non ardiscono hire se non quei che tengono qualche offitio o grado, o forno già magistrati in altre parti; i quali, ritornati alle loro patrie, anco quelli che per suoi delitti persero gli officij, tengono le stesse vesti del loro offitio. E tutti i magistrati gli fanno honore et anco pagano la visita, facendo assai favori, specialmente quei che forno graduati et hebbero officij gravi.

Quando i magistrati della città lo fanno bene, giudicando rettamente e fanno qualche grande beneficio al popolo, quando dipoi partono per ire ad altro offitio o per altre cause, gli danno molti presenti e gli chiedono i loro stivali, che sono anco parte del vestito del suo offitio, per restare quivi per memoria, e dipoi gli conservano in luogo publico, posti dentro di certe cassette con ferrate e con lettere di varie lodi che gli danno. Ad altri che furno più insigni pongono una grande pietra anco in luoghi pubblici, dove con molto bella compositione scolpono tutti i beni che fece a quella terra. Et ad alcuni anco fanno tempi molto suntuosi, con uno altare dove pongono la sua statua, fatta molto al vivo, e dando una rendita ad alcuni huomini di accendergli candele e porgli profumi negli grandi incenseri, che hanno posti, di ferro e di bronzo, avanti l’altare, come fanno anco ai loro idoli, con varie pietre dove stanno scolpiti le loro opre, fatte per il ben pubblico di quelle città. Et in certi tempi dell’anno vanno i cittadini e persone gravi a fargli le loro acustumate genuflessioni, et ad alcuni offriscono cose di mangiare e fanno altre cerimonie. E di questi tempi stanno piene le città, perché sono molti che li pretendono, e per via di suoi amici fanno che la città gli facci simili favori, sebene non ne siano tanto meritevoli.

 

Tutti i loro libri si impiegano in essortare i figliuoli alla obedientia e rispetto del padre e della madre e di suoi magiori; per questo nell’esteriore pare che nessun regno del mondo arriva a loro in questa observanza. Tra le altre cerimonie che si usa in queste parti a’ maggiori è sempre nel sedere porsi gli inferiori al lato degli magiori, e non nella stessa parte, e molto manco dirimpetto. Questo osservano molto apuntino con suo padre e madre, e avanti agli altri parlano con ogni rispetto; e i poveri sostentano con le loro fatiche sino alla morte.

 

Ma in quello che pongono più studio, e sonno diversi dalle altre nationi, è nel vestire lutto, e fare l’esequie doppo la loro morte, comprargli buon cassone, e far bello seppolcro quelli che hanno facoltadi e robba. Perciò il loro lutto non è di colore nero, ma bianco; e quello del padre e madre è molto grosso di canavaccio, specialmente ne’ primi giorni e nel primo anno, e molto fantastico, sì nella berretta, come nelle scarpe, e cinto di una corda molto grossa.

È regola infallibile di tutti portar questo lutto per suo padre e per sua madre, a ciascheduno di loro tre anni. Per agli altri parenti, oltre l’essere il vestito diverso, è manco, come di un anno e di tre mesi, conforme alla parentela che con il morto hanno, o più stretta o più larga.

Per il Re e per la Regina anco sono obligati tutti dentro e fuora della Corte a portar lutto tre anni; ma adesso i Re mandano un editto nella morte dei Re o Regine morte che mutano i mesi in giorni; e così non lo portano più che un mese.

Di queste cerimonie de’ morti vi è un libro assai grande. Così, morendo qualche parente di sua casa, subito vanno a vedere il libro per sapere quello che hanno da fare, dove non solo stanno stampate le cortesie, ma anco la forma delle vesti, delle barrette, cingoli, scarpe e tutto il resto.

Morta qualche persona grave, il figliuolo, o altro parente più vicino, con un libro manda a avisare agli altri parenti con parole molto meste della morte di suo padre, e assegnano il giorno che l’hanno da cominciare a piangere solennemente, che è fra tre o quattro giorni. In questo mentre fanno il cassone e mettono dentro il morto, e cuprindo la sala di lutto, che sono tele o store bianche, pongono nel mezzo di essa il cassone. Nei giorni determinati, che sono, nelle persone gravi, quattro o cinque, vengono tutti i parenti e amici, vestiti anco di lutto, ad ogni hora del giorno, e offriscono profumi e due candele al morto, le quali accese vengono a fare le quattro inclinationi e genuflexioni, di che sopra dicessimo, ponendo prima profumi in un brasciere che sta avanti il cassone et ritratto naturale del morto. Mentre fanno questa cortesia, il figliuolo o i figliuoli stanno ad un lato inginochiati, vestiti della loro veste lugubre molto dolorosa, piangendo sempre; e dietro al cassone stanno le donne di casa, vestite anco di lutto, coperte con una cortina, che gritano e piangono con voce molto alta. Sogliono anco in questo atto abrusciare certe foglie di carta et anco pezze di seta bianca, come dando al morto quelle cose per vestire dopo la morte in segnale di amore.

Tengono le persone gravi in sua casa doi e tre anni i suoi padri e madri morti, et in quel tempo ogni giorno gli offriscono di mangiare e bere, come quando erano vivi, e non sedono se non in banchetto, e non durmono se non in terra, in calcioni di paglia presso al cassone, sino a certo tempo, non mangiando carne né altra cosa di buon sapore.

Nel giorno che lo portano al sepolcro, che sempre è fuora della città, vengono un’altra volta anco invitati con il libro da’ suoi parenti, tutti i parenti et amici, vestiti di lutto, ad acompagnare. Qui fanno como una processione di varie statue di carta, di huomini, donne, elefanti, tigri e leoni, che si abbrugiano avanti al seppolcro. Vengono anco accompagnando il morto molti sacerdoti degli idoli, recitando e facendo molte cirimonie, e molti stromenti di tamborini, pifare, ciuffoli e baccili, con grandi incensieri, che vanno avanti levati in omeri di huomini. Il cassone, che è molto grave e coperto di varij lavori fatti con pezze di seta, è portato da quarenta o cinquanta facchini, dietro al quale vanno a piedi i figliuoli con la loro veste lugubre, appoggiati ad un bastone, e le donne anco poste dietro di una cortina bianca, ché non possino esser viste, et altre vanno in sedie anco coperte di panno bianco.

Quando i figliuoli non stanno in casa, aspettano a fare queste cirimonie alla sua venuta; ma egli, se è persona grave, fa in sua casa un cenotafio, e riceve queste cortesie dove si ritruova, fatte avanti al cenotafio, da’ suoi amici. Dipoi ritorna a sua patria a fare l’istesso; et è tanto certo il ritornare in questi atti che, per legge, sono forzati a lasciare i magistrati qualsivoglio offitio, sebene fosse i magiori del regno, come sono Colao e Sciansciu, e tornarsene a sua casa e star là finindo i tre anni di lutto; e dipoi tornano al loro offitio. Ma questo solo fanno gli magistrati di lettere, non quei che sono capitani di soldati, e solo per suo padre e per sua madre e non per altri morti. E se morse alcuna persona un puoco grave, in ogni modo procurano i suoi parenti di rimandare o portare il suo corpo morto nel cassone alla sua patria, e seppellirlo nel cemiterio de’ suoi antepassati, il quale tutte le familie hanno proprio in qualche monte, e con grandi sepolchri di pietra e statue di huomini et animali, e pietre piene di lettere et epitafij, nelle quali si contano le cose fatte da quei che quivi sono seppelliti.

Et ogn’anno vanno i parenti, nel giorno de’ morti, a questi cemiterij a fare le solite cerimonie facendo profumi et offerte conforme all’uso della terra.

 

Sono anco molto solenni le cerimonie che si fanno nelli matrimonij e sposalitij.

Non solo i sposalitij, ma anco i matrimonij, si fanno di molta puca età, sì dello sposo, come della sposa, et hanno d’essere ambedue della stessa età o puoco differente; e tutto fanno il padre e la madre dell’uno e l’altro, senza  richiedere il consentimento de’ figliuoli, i quali sempre gli obedono. Gli vassalli gravi tutti apparentano con altre persone gravi e simili a loro nello stato, nella prima moglie che è la legittima. Delle altre moglie, che tutti possono pigliare quante ne vogliono, non si curano di che famiglia sia, o nobile o plebeia, e solo ricercano esser di bella figura; anzi queste seconde moglie sono sempre comprate per denari di cinquanta o cento scuti, et alle volte molto manco, da’ suoi parenti. I poveri tutti comprano le loro mogli; e così le possono e sogliono anco rivendere.

Il Re e suoi figliuoli non pigliano le loro moglie di nessuna casa grave o nobile, ma solo si scieglie per la bellezza solo del corpo, tra gente populare et idiota e di puoco essere; perché nessuno huomo letterato vuol porre le sue figliole in mano de’ magistrati deputati a vedergli tutto il corpo, et esser presentate a tanti luoghi per elegere tra molte una, sebene habbi d’esser Regina; per non essere molto grande il potere delle Regine della Cina, e star sempre serrate dentro del palazzo, e non potere suo padre e sua madre vederla più mai. Il Re e sui figliuoli tiene una moglie principale e viene ad essere come legittima; oltra questa ne tiene il Re e il Principe, nove anco principali, et altre trintasei pur con titulo di moglie, oltre le altre senza nessun titolo che sono assai più. Fra tutte, quella che fa figliuoli è quella che viene dipoi a tenere qualche valore e, sopre tutte la madre del primo figliuolo che ha d’essere herede del regno.

Sì nel Re e sua famiglia, come in tutte le altre persone del regno, quella prima moglie è legittima e signora della casa, e sta alla mensa con il marito; tutte le altre, specialmente fuora dei parenti del Re, sono come serve del padrone di casa e della moglie legittima, e non stanno se non in piedi avanti a essi. Et  i loro figliuoli non riconoscono per madre quella che gli partoritte, ma solo la legitima, e per questa portano lutto i tre anni e lasciano l’offitio, e per la propria non fanno niente.

Nei maritaggi si osserva con grande rigore che nessuno pigli moglie del suo cognome, sebene non vi fusse tra loro nessun parentesco. E sono questi cognomi nella Cina assai puochi per non arrivare a mille, e nessuno può fare cognome nuovo, fuora di quei che dal principio vi forno, e nessuno può pigliare altro cognome che quello di suo padre, se non fosse adottato d’alcuno. Dei gradi di affinità non fanno nissun conto, e così maritano le figliuole e danno moglie a’ figliuoli de molto stretti parenti di sua madre.

La sposa non porta nessuna dote, e sebene il giorno che va a casa del marito, con molta solennità porta seco molte massaritie di casa e assai ricche, quei che hanno podere, empiendo di esse tutta la strada, con tutto ordinariamente tutto è alle spese del marito, che gli manda grande copia di danari molti mesi inanzi.

 

Usano anco in questo regno di una festa, che facevano anco gli nostri antichi, dell’anniversario del giorno del loro natale, nel quale tutti i parenti e amici lo vanno a visitare e presentare; et in sua casa si fanno molti conviti e feste, specialmente doppo dei cinquanta anni, che si computano tra vecchi, et di decena in decena. In simili atti, i figliuoli letterati chiedono ai loro amici, versi, compositioni, e pinture di varie inventioni, e lodi per suo padre e madre; et alcuni, di questo stampano libri; e quel giorno empiono la sala de tali compositioni, versi e quadri di pinture, con varie cerimonie che fanno a quello cui natale si celebra.

Fanno qua anco festa il giorno che i figliuoli pigliano la berretta, che sono doppo i venti anni, andando sino a questo tempo con zazzera.

La magior festa universale di tutte le sette è il principio dell’anno, e ai quindeci della prima luna che facciano la festa delle lanterne, procurando tutti in sua casa fare qualche bella lanterna di varij lavori, di carta, di vitro, di veli, delle quali questi giorni è pieno il mercato per molte che si vendono, e loro ne empiono le sale; e due o tre notti vanno per le strade a solazzo vedendo queste lanterne, nel qual tempo anco fanno varij artificij di fuochi con raggi e girandole in tutte le piazze, strade e case.

 

 




L’osservazione della lingua alla cinese: uno sguardo sulle condizioni interne del corpo con un esame semplice, sicuro e ricchissimo di informazioni

Lucio Sotte*

Spesso noto una sorta di imbarazzo nei miei pazienti quando chiedo loro di protrudere la lingua per farmela esaminare. Come se indagassi su qualcosa di strano, oscuro, troppo intimo!

D’altra parte è vero che noi medici occidentali abbiamo del tutto negletto questa indagine semeiologica e chiediamo al paziente di aprire la bocca solo se dobbiamo esaminare faringe e tonsille o eventuali lesioni delle gengive, dei denti, del cavo orale, ma ci dimentichiamo costantemente della glossoscopia.

Si potrebbe per certi versi affermare: “la lingua questa sconosciuta”!

Anche i testi di semeiologia medica occidentale dedicano poco spazio a questo argomento ed a parte qualche breve descrizione della lingua villosa, fissurata, a fragola o a carta geografica, trattano superficialmente questo argomento con poche e sbrigative pagine. Sembra che l’argomento venga affrontato più per un dovere storico che per una sua reale necessità!

Tutto ciò accade perché la nostra biomedicina non è stata in grado di trovare quei collegamenti che invece la medicina cinese ha prima scoperto e poi valorizzato tra la lingua, lo stato generale dell’intero organismo e quello particolare delle strutture degli organi e visceri.

Quando i pazienti imbarazzati mi chiedono come mai sia così interessato a guardare la loro lingua visto che prima di me nessun altro medico l’ha nemmeno presa in considerazione generalmente rispondo così: «Lei cosa fa al mattino al risveglio appena apre la finestra della sua camera? Guarda fuori e se vede un cielo luminoso e chiaro pensa che sia bel tempo, se invece è scuro e fosco immagina che sarà umido e se invece tira vento e piove o nevica si premura di vestirsi pesante perché sarà freddo. L’esame della lingua è come aprire una finestra, ma invece che guardare fuori si guarda dentro il corpo per vedere che tempo fa: se la lingua è rossa significa che c’è troppo calore, se è fissurata che i liquidi sono carenti, se la patina è spessa che c’è troppa umidità.» Magari aggiungo che: «La forma, il colore, la struttura, i movimenti del corpo linguale, la presenza o meno e il colore, lo spessore la consistenza della patina danno indicazioni estremamente interessanti sullo stato della nostra energia e del sangue, sulla loro circolazione, sull’eventuale ristagno, sullo stato dei nostri fluidi organici correlando tutto ciò all’intero organismo ma anche ai singoli organi e visceri che si localizzano sulla lingua secondo una topografia ben precisa».

 

Le corrispondenze topografiche linguali

A questo punto molti pazienti iniziano ad incuriosirsi su questa semplicissima indagine semeiologica ed iniziano a guardarsi la lingua allo specchio ogni mattina subito dopo essersi lavati i denti e ad accorgersi che molte sue modificazioni corrispondono a situazioni ben precise del loro organismo.

Accade così che quando mi dimentico di esaminare la lingua prima di iniziare una seduta di terapia, assai spesso i pazienti mi richiamano al mio dovere dicendomi semplicemente: «Dottore oggi che vede sulla mia lingua?»

Assai spesso aggiungo anche un’altra semplice constatazione e cioè che gli esami del sangue hanno bisogno di un prelievo venoso con il fastidio della puntura e col rischio dello scambio di provette per cui può capitare che al signor Rossi per errore vengono comunicati i risultati degli esami del sigor Bianchi. Per l’esame della lingua non c’è bisogno di nessun prelievo perché basta aprire la bocca per farla esaminare e non c’è rischio di nessun errore perché ognuno di noi porta con sé la sua lingua gelosamente conservata nel cavo orale.

Ma com’è la lingua normale e quali sono le sue più frequenti alterazioni? Questo articolo vuole rispondere precisamente a queste due domande e lo dedico a tutti i miei pazienti e soprattutto a quelli più curiosi.

 

Le corrispondenze topografiche linguali

La lingua normale

La lingua normale ha un corpo mobile, umido, ben strutturato, di colore roseo brillante e la superficie inferiore (che si esamina chiedendo al paziente di toccare con la punta della lingua il palato) è assai simile a quella superiore e presenta due vene ben visibili ai bordi destro e sinistro del frenulo che però non presentano nessun segno di congestione o alterazione cromatica.

La patina linguale è generalmente presente ma è sottile e quasi trasparente o solo leggerissimamente biancastra.

 

La lingua da deficit di qi, di bioenergia

La lingua presenta un corpo gonfio, edematoso, di consistenza molle, umido, pallido che presenta ai suoi bordi destro e sinistro le impronte lasciate dai denti a causa del fatto che la lingua eccessivamente gonfia batte contro l’arcata dentaria.

In Cina si dice che il qi carente non permette una buona nutrizione della lingua che appare dunque pallida e favorisce il ristagno dei fluidi che si manifestano con la presenza di umidità e che gonfiano il corpo linguale e lo spingono contro le arcate dentarie fino ad improntarlo.

Sintomi corrispondenti: si tratta di pazienti spesso stanchi fisicamente ma anche psicologicamente con una tendenza alla depressione, alla tristezza, alla preoccupazione, alla rimuginazione su idee fisse ed ossessive. Sono pallidi, sudano facilmente al minimo sforzo e talora anche a riposo, temono il freddo e le correnti d’aria, si ammalano frequentemente di disturbi reumatici e respiratori come raffreddore, bronchite, sono spesso inappetenti ed affetti da disturbi dispeptici.

 

La lingua da eccesso di calore

La lingua presenta un corpo linguale più rosso del normale ed è ricoperta da una patina gialla. Il colore rosso del corpo e quello giallo della patina sono tanto più intensi quanto maggiore è il calore del corpo, nei casi più avanzati il rosso diventa cremisi ed il giallo vira verso il nocciola, il marrone ed addirittura il nero.

Sintomi corrispondenti: questi pazienti sentono caldo, hanno sete e bocca secca, sudano facilmente, possono avere un vero e proprio aumento della temperatura corporea tanto maggiore quanto più alto è il calore. Presentano urine scarse e di colore ed odore particolarmente carico e stitichezza con feci asciutte, secche, caprine.

 

La lingua da ritenzione di umidità

In questo caso il corpo linguale è gonfio, spesso pallido, la patina è presente, generalmente biancastra e tanto più spessa, ammassata e grassa quanto maggiore è l’eccesso di umidità.

Sintomi corrispondenti: si tratta di pazienti che secondo la medicina cinese non sono in grado di metabolizzare correttamente i fluidi organici che ristagnano nei tessuti e negli organi e visceri determinando sensazione di pesantezza muscolare, agli arti e pesantezza e ostruzione toracica, addominale. La ritenzione di umidità ostacola anche le funzioni mentali per cui spesso si tratta di pazienti che lamentano una sorta di offuscamento, stordimento, cefalea gravativa, pesantezza mentale e nei casi più gravi letargia.

 

Lingua da stasi di qi, di bioenergia

La lingua non è particolarmente modificata ma talora presenta un aspetto più opaco ed un colore rosa che vira leggermente verso il violaceo. In alcuni casi la stasi produce calore che si manifesta con un arrossamento della punta della lingua.

Sintomi corrispondenti: la stasi di qi è tipica delle persone stressate che possono manifestare il loro disagio sia con uno stato di frustrazione, depressione che anche con un temperamento instabili e tendenza alla irritabilità ed irascibilità con accessi di collera. Spesso le donne con stasi di qi presentano una sindrome premestruale con distensione addominale, irritabilità, dolore al seno, cefalea o dolori al primo giorno del mestruo.

 

La lingua da eccesso di calore ed umidità

La lingua assomiglia in parte a quella appena descritta con la differenza che al gonfiore associa il colore rosso tanto più carico quanto maggiore è il calore. La patina è spessa, grassa, sporca per la presenza di umidità che si ammassa e gialla che vira verso il nocciola, marrone o nero con l’aumentare del calore.

Sintomi corrispondenti: una tosse produttiva da tracheite o bronchite, una cefalea da sinusite muco-purulenta, una gastroenterite con feci maleodoranti, una cistite con urine opache e di colore carico possono essere degli esempi di patologie da calore-umidità.

Spesso questi pazienti presentano anche alterazioni psichiche con tendenza all’agitazione, ansia, irritabilità.

La lingua da stasi di sangue

La lingua è violacea di un colore tanto più intenso quanto maggiore è la stasi. Talora compaiono dei punti o delle macchie violacee che si localizzano nella zona della lingua che corrisponde all’organo o viscere o al tessuto colpiti. Ad esempio nella stasi del cuore la punta della lingua, nella stasi del fegato i bordi ed in quella di stomaco il centro del corpo linguale.

Sintomi corrispondenti: dolore intenso, fisso, lancinante, “a pugnalata” che nella stasi a livello cefalico si localizza in corrispondenza della zona colpita, nella stasi di cuore si manifesta al centro del torace e tra le scapole oppure lungo il bordo ulnare del braccio sinistro dove secondo la medicina cinese corre il canale del cuore. Nel caso dei dolori mestruali si manifesta a livello ovarico o uterino. Anche le varici o i disturbi circolatori arteriosi degli arti inferiori si possono manifestare con una lingua violacea.

 

Lingua da deficit di sangue

La lingua è pallida come quella da deficit di qi, ma mentre quest’ultima è gonfia, umida ed improntata, quella da deficit di sangue è sottile ed asciutta perché il sangue carente non nutre (sottile) ed umidifica (asciutta) il corpo linguale.

Sintomi corrispondenti: si tratta di pazienti tendenti all’anemia o francamente anemici che presentano pallore con sfumatura giallastra e incarnato avvizzito, capelli ed unghie fragili, stanchezza, palpitazioni, tachicardia, polso fine e rapido, ansia, insonnia, talora vertigini, tendenza alle lipotimie, disturbi della memoria e scarsa attenzione e capacità di concentrazione.

 

La lingua da deficit di yang

La lingua assomiglia a quella da deficit di bioenergia perché è pallida, gonfia ed umida, spesso la patina è spessa ed il colore un po’ tendente all’opaco-terreo.

Sintomi corrispondenti: si tratta di pazienti che come quelli affetti da deficit di qi sono astenici sia dal punto di vista fisico e psichico con più o meno grave stato depressivo, malinconico. In questo caso c’è anche astenia sessuale, impotenza, disturbi dell’erezione ed eiaculazione, sterilità, pallore con sfumatura scura, terrea, sensazione di freddo generalizzata ed ai quattro arti, lombalgia e sensazione di astenia e freddo lombari.

 

La lingua da deficit di yin

La lingua è rossa, sottile, asciutta, fissurata, con patina scarsa o assente.

Sintomi corrispondenti: ansia, insonnia, vampate di calore, sudorazione, vertigini, capogiri, tinnitus, stipsi con feci asciutte, urine scarse e di colore carico. Tutti i sintomi peggiorano di notte perché questo è il settore yin della giornata.

 

Bibliografia

Muccioli M. e Altri, Semeiotica Cinese, CEA Edizioni, Milano, 2008, secondo volume del Trattato di Agopuntura e Medicina Cinese diretto da Lucio Sotte




La dieta secondo la costituzione

Leonardo Paoluzzi*

Partendo dal presupposto che nutrire un organismo non è un puro atto meccanico volto a mixare  alcuni alimenti, ma rappresenta un” complesso rito” (sia attraverso scelte appropriate e individuali sia nella cura e l’amore nella preparazione), dovremmo essere sempre più consapevoli di ciò che mangiamo perché il cibo nutre  non solo il corpo ma anche l’anima e lo spirito.                                                               Inoltre dovremmo considerare le necessità individuali legate non solo alle “calorie” calcolate in base a tabelle numeriche standard, ma tenere soprattutto in considerazione le caratteristiche costituzionali del soggetto che rappresentano le tendenze fisiopatologiche individuali e quindi  il possibile cedimento di un organo o di un apparato. Sappiamo infatti che la costituzione individuale è rappresentata da quel complesso sistema  che si identifica nella PNEI, ovvero nelle tendenze organiche allo squilibrio  in senso psichico,  nervoso, ormonale o  immunitario. Facendo un esempio se abbiamo un soggetto che vive costantemente in uno stato di tensione, di nervosismo e di agitazione, dovremmo pensare a degli alimenti che abbiamo un effetto calmante ed aggiungere eventualmente dei condimenti con piante ad azione distensiva e così via. Anche i sapori giocano un ruolo importante, usando infatti  un sapore acido freddo che tratta l’eccesso di calore avremo un’azione simpaticolitica ovvero “ calmante” sul sistema nervoso centrale e sulla tiroide (Cynara, Origano, Limone,  Tarassaco, Ortica, ), il contrario con piante e spezie acide che riscaldano (Rosmarino, Menta, Artemisia, Prezzemolo).

Pertanto la conoscenza della propria costituzione è fondamentale in quanto possono essere individuati i punti di forza e di debolezza, le tendenze caratteriali nervose temperamentali ed ormonali, la propensione dunque a certe patologie piuttosto che altre e comprendere attraverso quali meccanismi l’organismo possa adattarsi all’ambiente modificandosi nella sua reattività in base alla costituzione.                                          Una classificazione delle costituzioni che definisce  le caratteristiche di ogni tipologia e’ quella cinese che ne prevede cinque entro cui tutti gli essere possono essere riuniti.

La prima è quella che viene definita Legno/Fegato-Vescica Biliare, nella quale gli organi “delicati” sono proprio loro, il fegato  e la colecisti e saranno quelli che si ammaleranno più facilmente di epatiti, colecistiti, calcolosi biliare, cirrosi, steatosi epatica. Ma non solo perché da loro dipendono i muscoli e i tendini, le unghie e la vista, la collera e la decisione. L’aspetto morfologico sarà quello di una persona magra o tendente al magro, comunque muscolosa, atletico e ama praticare lo sport, simpatica e aperta, stanca al mattino al risveglio, difficoltà alla messa in movimento  ma la sera non andrebbe mai a letto, dinamica iperattiva, un lavoratore instancabile, impetuoso e ottimista-idealista, coraggioso e risoluto (D’Artagnan), combattivo, ideativo e creativo, ha mille interessi, comincia mille cose che però difficilmente porta a termine, disordinato, talora ansioso e timido quasi inibito finché non prende consapevolezza di se’.  Ama i sapori ACIDI che sono rinfrescanti e che apportano liquidi, è astringente.I cibi consigliati sono in primis il farro, il grano integrale, la segale, il grano duro e semola di grano duro; gli agrumi, i frutti rossi, lamponi e albicocche; il pollo, i formaggi non fermentati?, bene il kefir; fagioli, ceci, piselli; quale carne il pollo.Dobbiamo considerare alimenti anche alcune piante che possono essere consumate tal quale o come integratori: rosmarino, carciofo, rafano nero, tarassaco, curcuma, nocciolo.

Alcune ricette: Farro con pesto di rucola e zucchine; crepes ai carciofi; basmati con asparagi  e piselli; penne integrali con tofu e olive nere; risotto integrale con zucchine; vellutata di carote con sesamo nero; crostini di pane di segale con crema di mandorle; tortino verde bianco; centrifuga pompelmo prugna ananas; frullato arancia limone carota; cous cous mele e ananas.

La seconda è quella che viene definita Fuoco/Cuore-Intestino Tenue, nella quale gli organi delicati sono l’apparato cardiovascolare e il Tenue. Il mentale è sotto il controllo del Fuoco che quando è in eccesso sta alla base delle malattie mentali.  Questi soggetti si ammaleranno di ipertensione, arteriosclerosi, coronariti, infarti, Chron e alcune diarree,  malattie mentali e psichiatriche.

Da un punto di vista somatico presentano una corporatura agile ed elegante, un portamento distinto e altero, iperdinamico; sente sempre caldo ed è spesso congestionato in viso, non tollera gli ambienti chiusi e talora soffre di fobie, è un idealista che si infiamma con facilità, è il condottiero delle cause perse; ha  tendenze ascetiche e un animo religioso (Aramis), sincero, aperto, espansivo, prima parla poi riflette.              Il sapore preferito è l’AMARO che “indurisce” ed  è bilanciato dal salato che” rammollisce”.               I cibi consigliati devono rispondere al concetto fondamentale di essere “rinfrescanti”, tali che non accrescono il calore già presente naturalmente e che potrebbe divampare. Bere grandi quantità di acqua e frutta di stagione,tra cui ciliegie, fragole, mirtillo, mela, mango, arance amare, cocomero. La verdura da preferire è l’indivia belga, i cetrioli, la zucchina, melone, i pomodori maturi, la cicoria, il tarassaco, i cavoli, il sedano, il basilico come aroma. Tra i cereali il riso integrale, l’orzo, l’avena; azzerare le carni, da preferire il pesce di lago e l’agnello.                                                   Piante medicinali sotto forma di infusi quali il biancospino, la lavanda, la melissa, la rosa canina, basilico.

Alcune ricette: Torta di riso e frutti rossi; crepes di riso; pancake  riso e mirtilli neri;  zuppa di orzo e fagioli; risotto integrale con radicchio e noci; riso semintegrale alla zucca; indivia belga al forno e filetti di coregone; verdure saltate con  tofu  alla griglia; insalata amara  con tofu e olive nere; insalata di orzo con verdure (fagiolini,carote, piselli)

La terza è quella che viene definita Terra/Pancreas- Stomaco, nella quale gli organi delicati sono appunto il pancreas eso ed endocrino e lo stomaco, non solo ma anche tutto il connettivo e la matrice extracellulare. Questi soggetti si ammaleranno di gastriti, ernia iatale, pancreatiti, diabete e cellulite, obesità e magrezze, anoressia e bulimia.

Da un punto di vista somatico sono soggetti decisamente robusti, brevilinei, dal passo pesante, talora obesi, dai movimenti lenti, lavoratori manuali, amano la compagnia, il cibo e il buon vino (Porthos), sono eccessivi ma affidabili, giocosi e allegri. Ama il DOLCE                                        I cibi consigliati dovranno tenere in considerazione la tendenza all’obesità, all’accumulo di umidità e quindi saranno da preferire quelli a basso contenuto glicidico e non umidi (gli zuccheri richiamano acqua), pertanto grigliati e non bolliti, nè stufati, che abbiamo la capacità di ridurre l’umido usando ad esempio condimenti tipo zenzero, pepe, cardamomo e prezzemolo, piante piccanti che fanno sudare.     Tra i cereali il miglio, il grano saraceno, quinoa, amaranto; verdure tipo patate dolci, zucca,  asparago, barbabietola rossa, broccoli,  carota, zucchina, cavolo rapa, piselli, finocchio.               La frutta ananas, mele, castagna, uva; da evitare assolutamente i latticini e latte che creano umidità, sconsigliati anche i fluidi freddi e i grassi animali. Il Carvi, il cumino, l’anice, l’aneto, la Centaurea, il Tiglio e la Fumaria possono essere usate per ridurre il calore allo stomaco e il meteorismo digestivo. La Celidonia per trattare le gastriti, scaricando l’eccesso di bile e il ristagno che aggredisce lo stomaco.

Alcune ricette: gallette energetiche alla quinoa; torta di grano saraceno e marmellata di mirtilli; zuppa di miglio con lenticchie decorticate piselli e timo; miglio con verdure saltate; quinoa al peperone giallo; minestrone verde con grano saraceno; polpette di miglio e zucca impanata al forno;  riso venere con lenticchie e zucca; miglio ai tre colori; barbabietole marinate e ananas; involtini di zucchine e ricotta di capra

La quarta è quella che viene definita Metallo/Polmone- Grosso Intestino, nella quale gli organi delicati sono appunto il polmone e il colon,  ma anche la pelle che dipende direttamente dal metallo, i capelli e i peli del corpo. Le malattie più frequenti saranno quelle respiratorie, le bronchiti e le polmoniti, faringiti e riniti, coliti e diverticoliti, diarree e stitichezze.                         Morfologicamente saranno persone longilinee asteniche, con gabbia toracica piccola e con affaticabilità durante il giorno, hanno bisogno di recuperi frequenti anche se brevi, la sera hanno una caduta di energia. Sono molto precisi e puntigliosi, eleganti e raffinati, ricercati e attenti ai particolari, grande capacità di giudizio e senso profondo della giustizia (Athos), ama risparmiare ed economizzare, il massimo con il minimo sforzo, buoni organizzatori e programmatori, melanconici, tristi, riflessivi. Il soggetto Metallo dispone di grande controllo e razionalità, è un calcolatore, talora freddo e cinico.  Ama il sapore PICCANTE che muove l’energia.

Da un punto di vista alimentare ha bisogno di cibi ricchi di fibre e cereali quali l’avena con capacità adsorbenti, il riso e il miglio, come frutta le pere, ananas, fichi, verdure come il rafano nero, il sedano, i finocchi, il ravanello, il finocchio, l’aglio, la cipolla, il porro, il peperoncino, il cavolo, la verza,  i peperoni. Assolutamente no il latte e i latticini, talora carne di cavallo,  utili tisane calde con Origano, Eucalipto, Menta, Altea, Malva, Timo, Frassino. Condimenti preferiti sono il peperoncino, zafferano, paprika, zenzero, curry.

Alcune ricette: porrige d’avena e semi di lino e noci; biscotti avena e nocciole;crostata di patate e porri;insalata di broccoli; insalata di ravanelli radicchio e avocado; miglio alle lenticchie decorticate; risotto integrale allo zafferano; riso basmati con fagiolini carota patate e fagioli; cavolfiore al curry in forno; sformato di zucchina e pomodoro; zucca gratinata al forno.

La quinta è quella che viene definita Acqua/Rene-Vescica Urinaria, nella quale gli organi delicati sono appunto il rene e la vescica ma non solo, le surrenali, le gonadi e l’apparato riproduttivo, i denti, il cervello e il midollo, strutture anatomiche sotto la dipendenza energetica dell’Acqua. Le malattie più frequenti saranno a carico degli organi ed apparati già detti con cistiti frequenti, nefriti, malattie a carico dell’osso, osteoporosi e artrosi, meningiti. Da un punto di vista somatico si tratta di un soggetto sensibile al freddo, longilineo con rigidità del rachide, soffre di lombalgie frequenti, e freddo ai reni e alle ginocchia, non ama lo sport, sono persone distaccate dalle cose del mondo,  scarso interesse per la vita; è un soggetto acuto, visionario, geniale, con grande memoria. Il viso sarà ossuto e l’osso domina tutta la sua forma fisica, occhi profondi ma distanti dal mondo e freddi. Se in equilibrio hanno grande volontà e determinazione in caso contrario sono svogliati e indolenti. Ama il sapore  SALATO che rammollisce ed è evacuante

Da un punto di vista alimentare non dovrà consumare cibi freddi ma piuttosto tiepidi e di sapore salato, zuppe di cereali e legumi tipo lenticchie, ceci, piselli; verdure quali crauti, ortica, alga kombu, germogli e tutti i semi; frutta castagne, olive nere, uvetta; fra i condimenti il misio, tamari, gomasio, assolutamente no gli insaccati, formaggio fresco, latte, liquidi freddi, speziati o piccanti che disperdono il calore; possibile il maiale e cinghiale. Le tisane tiepide saranno a base di Equiseto, Betulla, Ribes, Uva ursina.

Alcune ricette: biscotti con farina di castagne;  crema di legumi; zuppa di miso; zuppa di lenticchie; minestra con funghi, paprika e tamari; hummus di ceci; riso basmati e verdure; farina di ceci e rosmarino; penne di grano saraceno con  verdure;  lenticchie alle foglie verdi; azuki burger.




L’esperienza dell’ambulatorio di agopuntura di Magenta

Giovanni Negri*

Introduzione
La nostra formazione come medici, di solito, è improntata sulla medicina occidentale. Per i più svariati motivi, nel corso degli anni, si può avere una spinta a esplorare anche strade differenti, e a interessarsi alle medicine alternative o complementari. Per qualcuno rimane la soddisfazione di una semplice curiosità, per altri è l’inizio di una nuova e differente strada.
L’agopuntura e le medicine complementari hanno per me segnato l’inizio di un percorso stimolante che si è concretizzato con un’attività collaborativa con l’Università di Pavia nell’ambito delle Scuole di Specializzazione in Anestesia e Rianimazione e Ortopedia e Traumatologia.
Terminata l’università e avviata l’attività lavorativa per me è stato possibile coniugare questo aspetto nella realtà dell’Ospedale di Magenta, in cui vi è un’ottima “cultura del dolore”, affiancato da colleghi con iter formativo sviluppatosi a Londra e a Stoccolma-Karolinska.

Breve analisi “Storica” dell’ambulatorio di terapia del dolore-agopuntura a Magenta
Dopo un intenso percorso formativo e contatti con varie scuole, in Italia e all’estero, ha preso il via l’attività ambulatoriale con delibera del settembre 1992 nell’USSL 72 di Magenta (MI). Da questa attività, nell’ambito collaborativo e culturale con l’AMPASE (Associazione Medica Pavese Agopuntura Scientifica Energetica), sono stati realizzati alcuni studi, come quello sulla casistica geriatrica: in patologie spesso croniche, con esperienze di medicina occidentale caratterizzate da “scarsa soddisfazione” da parte dei pazienti giunti alla nostra attenzione, abbiamo ottenuto risultati da considerarsi discreti, con 116 trattamenti giudicati di successo e 28 insuccessi. I trattamenti non hanno riguardato la sola sfera della Terapia del Dolore, ma anche patologie di diverso tipo, note per i buoni risultati alla M.T.C. (Medicina Tradizionale Cinese): acufeni, sindromi dell’arto fantasma, colon irritabile, bulimie, diabete, eczemi topici, nevralgie post-herpetiche, iperscialorree, nevralgie del trigemino…
A queste esperienze hanno fatto seguito un’attività decennale presso l’IRCCS Policlinico S. Matteo di Pavia e il ritorno, con rinnovato entusiasmo, nel magentino.

Un po’ di “teoria”
La M.T.C. prende ispirazione dai grandi mutamenti della natura, elaborando da questa una dottrina frutto di millenaria osservazione. I ritmi tradizionali si rifanno a fenomeni fisici ciclici e agiscono sul nostro organismo, parte dell’universo, microcosmo nel macrocosmo. Hanno applicazione universale, a partire dai ritmi giorno-notte, freddo-caldo…

Questo modello “astronomico-matematico”, generato dagli antichi agopuntori, si basa sulla circolazione nel corpo di un’energia ciclica vitale, su una doppia polarità (sistema binario) yin-yang, sulla correlazione e identità superficiale-profonda di organi e “vasi energetici” o canali, sulla identificazione di punti specifici il cui trattamento può determinare effetti favorevoli sull’energia vitale.

Gli effetti del campo magnetico terrestre
Siamo stati abituati per secoli, in medicina occidentale, a considerarci esseri sottoposti agli effetti “positivi” della “chimica”, ma è innegabile che il campo magnetico terrestre giochi un ruolo essenziale sulle nostre vite, se non altro per il fatto di contribuire a rendere “vivibile” il nostro pianeta. Il campo geomagnetico si estende per decine di migliaia di chilometri nella magnetosfera, parte di spazio a noi vicina, deviando i raggi cosmici e altre particelle, impedendo la loro caduta sul nostro pianeta e rendendo possibile la sopravvivenza umana. Vi sono fenomeni magnetici che influenzano processi biologici noti: questo potrebbe spiegare effetti fisiopatologici dei campi elettromagnetici debolissimi sugli organismi viventi.
Un effetto, per noi di particolare interesse, deriva dalla Forza di Lorenz (deviazione di una particella carica determinata dal campo magnetico statico) e più in particolare dalla Teoria della Ionorisonanza Ciclotronica (I.C.R.). Quest’ultima, nota dagli inizi del secolo scorso alla fisica, descritta negli anni ‘70 da Adey e Blackman, fu ipotizzata per la prima volta negli anni ’80 da A. R. Liboff a seguito dell’osservazione su differenti sistemi biologici unicellulari, su colture cellulari e organismi complessi. Liboff dimostrò il passaggio attraverso le membrane cellulari di ioni fondamentali come calcio, potassio, magnesio e sodio in presenza di due campi magnetici paralleli, con precise caratteristiche di intensità e frequenza: si sfrutta il campo geomagnetico, in combinazione con un campo magnetico variabile la cui frequenza corrisponda a sollecitazioni di frequenza di I.C.R.
I segnali di I.C.R. sembrano agire sulla regolazione dei processi cellulari in modo analogo all’effetto prodotto dai messaggeri biochimici, con attivazione o inibizione, o che addirittura potrebbero esserne gli  stimolatori. Combinazioni di differenti frequenze di risonanza, accoppiate con lo stesso campo magnetico locale, potrebbero indurre importanti effetti o variazioni nella regolazione cellulare.
La I.C.R. a multifrequenza agisce tramite l’effetto di ciclotrone del calcio: venendo dislocato rispetto al recettore del glutammato, inibisce la trasmissione nei recettori NMDA, incrementando l’espressione genica di neuropeptidi (come la dopamina, la serotonina, le endorfine e la sostanza P) modificando il trend del dolore. Si determina la diminuzione dell’edema per azione sulle proteine trans-membrana attraverso l’effetto della variazione di forma di queste proteine fra cui le acquaporine. Sarebbe anche evidenziabile un effetto immunomodulante.
La I.C.R. può ridurre l’infiammazione e i dolori nell’apparato osteo-articolare, favorire l’osteogenesi, accelerare la guarigione nelle fratture, produrre un effetto miorilassante.

Attività 2013-2014 nell’ambulatorio di terapia del dolore di Magenta
Nell’ambito dell’ambulatorio divisionale di terapia del dolore “occidentale” (3 accessi settimanali) la componente lombosciatalgica rappresenta la patologia predominante, fino all’80% della casistica presentatasi. La maggior parte di questi pazienti, all’arrivo alla nostra osservazione, era stata sottoposta, in modalità singola o in associazione, a cicli fisioterapici, cicli di TENS, magnetoterapia, Tecar, manipolazioni, osteoterapia, ginnastica in acqua, terapie farmacologiche che spaziano da antiinfiammatori nelle più varie e intense sovrapposizioni, miorilassanti, farmaci morfinici (ossicodone e fentanyl soprattutto), spesso reduci da interventi chirurgici, talora reiterati, a volte con peggioramento della sintomatologia. Alcuni pazienti presentavano anche ernia discale, anche su differenti livelli intervertebrali.
In questi casi l’invio da parte dei colleghi Fisiatri, Ortopedici e NCH  all’Ambulatorio di Terapia del Dolore era motivato dalla specifica richiesta di cicli di blocchi peridurali, o comunque di blocchi anestetici, in genere da noi rifiutati, soprattutto per i pazienti affetti da lombosciatalgia. Questa nostra scelta è maturata negli ultimi otto anni ed è motivata dalla convinzione di mettere in atto dei trattamenti che non solo non determinerebbero miglioramenti duraturi, ma che spesso porterebbero addirittura a un peggioramento, oltre ad avere elevati rischi di attuazione. In questo ci è venuta incontro la nuova legislazione lombarda, che, suddividendo la popolazione degli ospedali in centri spoke e hub di 1° e 2° livello, in base a requisiti strutturali organizzativi e di organico, con limitazioni nell’esecuzione di procedure MAC e ambulatoriali (DGR IX/4610 del 28/12/2012), ci ha di fatto facilitato nel portare avanti questo intendimento.
In molti casi i pazienti accettano le nostre indicazioni e vengono introdotti nei nostri percorsi terapeutici. In altri, nonostante le nostre motivazioni, convinti delle indicazioni poste dai chirurghi, perseverano nella richiesta di peridurali e vengono inoltrati ad altri centri, da noi direttamente contattati per un percorso facilitato.
In taluni casi solo con il riarrangiamento e la razionalizzazione della terapia farmacologica si ottengono buoni risultati, talora con l’introduzione di un farmaco adeguato e un dosaggio miorilassante, in quei pazienti che sono orientati a un esclusivo approccio farmacologico occidentale.
In un certo numero di pazienti, la sfiducia nei confronti di precedenti approcci farmacologici totalmente infruttuosi e più spesso la non sopportazione di effetti collaterali importanti, in totale assenza di efficacia terapeutica, li porta a richiederci o a convincersi della terapia integrata, che noi proponiamo spesso secondo gli effettivi  Electrical Engineering, Chinese Academy of Sciences, Beijing, People’s Republic of China. Bioelectromagnetics. 2006 Sep;27(6):467-72.
– Buonocore M., Bonezzi C. – La gestione del paziente con dolore neuropatico: indicazioni diagnostiche e terapeutiche – FSM 12/5/2000
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– Loeser J.D., Butler S.H., Chapman C.R., Turk D.K.- Bonica’s Management of pain – Lippincot, William & Wilkins Ed. – 2001
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– Visentin M. – Continuing Education in Algologia – Il Pensiero Scientifico Ed – 2001
– Wall P.D., Melzack R. – Il Dolore – Verduci Ed.




Huang qi: il più famoso immunostimolante della medicina tradizionale cinese

Lucio Sotte* Emanuela Naticchi**

 

L’Astragalo è certamente il più famoso immunostimolante della farmacologia cinese.
Fino agli Anni ’80 era quasi sconosciuto in Occidente ma da allora, dopo essersi gradualmente introdotto, sta sempre più prepotentemente conquistando un grande spazio nel trattamento dei pazienti immunodepressi che in medicina cinese presentano un quadro definito “deficit di qi difensivo wei”.
Il rimedio appartiene alla categoria dei tonici del qi insieme ad altri farmaci che hanno avuto una diffusione più rapida come l’Eleuterococco o il Ginseng, ma la sua azione immunomodulante è più specifica, più potente e più significativa.
In medicina cinese stimolare il qi difensivo equivale a trattare i pazienti che si ammalano frequentemente di patologie respiratorie e talora reumatiche perché hanno una scarsa capacità di difesa. Questi pazienti presentano la sintomatologia che ognuno di noi ha sperimentato nello fase di convalescenza dopo una flogosi respiratoria acuta (pallore, astenia fisica, iperidrosi spontanea o al minimo sforzo, avversione al vento, alle correnti d’aria e tendenza a ripararsi e coprirsi, lieve affanno del respiro per sforzi anche modesti, lingua pallida, gonfia, polso vuoto etc). Talora a questa sintomatologia si possono aggiungere anche sintomi dispeptici nel caso che al deficit di qi di Polmone si aggiunga quello di Milza-Pancreas. Il quadro clinico appena descritto è in genere di rapida soluzione ma in alcuni pazienti diventa cronico e non si verifica soltanto in coincidenza con la convalescenza, ma si può protrarre per mesi se non per anni. È ciò che accade a molti anziani che presentano patologie croniche dell’apparato respiratorio o a molti bambini che nei primi anni di vita si ammalano a ripetizione sia per l’immaturità del loro apparato respiratorio che per l’incapacità di attuare pratiche preventive adeguate come il coprirsi dopo aver sudato se esposti al freddo o l’evitare di esporsi alle correnti d’aria.
In questi casi l’astragalus è il farmaco di prima scelta e può essere utilizzato da solo ma anche all’interno della ricetta yu ping feng san, la polvere del “paravento di giada” un’antichissima formula in cui viene associato ad altri due rimedi: la radice di Ledebouriella e quella di Atractylodis. Come afferma il nome di questa formula la sua azione è quella di “riparare, proteggere dal vento” un organismo che per il deficit di wei qi non è in grado di organizzare delle difese efficaci contro le energie cosmopatogene.

Huang qi
Nome comune
Astragalo.
Nome farmaceutico
• Radix Astragali.
• Radix Astragali membranaceus.
Nome botanico
Esistono diverse varietà di Astragalo; la prima indicata
è la più comune e diffusa:
• Astragalus membranaceus (Fisch.) Bge.
• Astragalus mongholicus Bge.
• Astragalus chrysopterus Bge.
• Astragalus floridus Benth.
Famiglia
Leguminosae.
Parte utilizzata
La radice.
Raccolta
In primavera e autunno si procede alla raccolta delle piante di almeno 4 anni; generalmente la raccolta autunnale è considerata migliore.
La parte aerea della pianta e le sottili radicelle vengono gettate, mentre le radici sono seccate al sole e utilizzate come tali, o talora preparate con miele. La radice di Astragalo può essere utilizzata fresca
senza trattamento (sheng huang qi) o trattata con miele
(zhi huang qi).
Natura e sapore
Natura leggermente tiepida.
Sapore dolce.
Canali destinatari
Milza-Pancreas, Polmone.
Azioni
1. Tonifica il qi di Milza-Pancreas e Polmone.
2. Determina la salita di qi e di yang.
3. Tonifica wei qi, il qi difensivo, e consolida il biao.
4. Favorisce la diuresi e regolarizza il metabolismo
dei liquidi.
5. Collabora al sostentamento del sangue.
6. Elimina il pus e favorisce la cicatrizzazione.
Indicazioni
1. Sindromi da deficit di qi di Milza-Pancreas con
astenia, anoressia, distensione addominale, feci
molli.
2. Sindromi da deficit di qi di Polmone con astenia,
respiro breve e difficoltoso, voce debole.
3. Deficit di zhong qi con ptosi, prolassi viscerali e
sanguinamenti dal basso.
4. Sudorazioni.
5. Edemi.
6. Sindromi con disequilibrio di qi e di sangue.
7. Diabete.
8. Ascessi e ulcerazioni croniche.
Posologia
Si tratta della posologia utilizzata in casi di decozione: 9-15 g; in casi particolari 30 g.
Precauzioni, controindicazioni, tossicità
Controindicato in presenza di interessamento del biao
da calore, nei deficit di yin con segni di calore, in situazioni
caratterizzate dalla presenza di calore tossico.
Il sovradosaggio può provocare cefalea, senso di tensione al torace, insonnia, vertigini, vampate al volto, ipertensione.
Sono state saltuariamente segnalate reazioni allergiche con eruzione e prurito cutanei (evitare dosi elevate nei pazienti allergici).

Figura
La descrizione del Huang qi è tratta dal Volume Farmacologia Cinese CEA edizioni – per gentile concessione
Note
Il nome huang qi identifica solitamente l’Astragalus membranaceus, pur potendo rappresentare in senso più ampio uno dei vari tipi indicati nella definizione
del nome botanico. L’Astragalus membranaceus proviene tradizionalmente dalle province di Gansu, Shanxi, Heilongjiang, Neimendong. Assai diffuso è
anche l’Astragalus mongholicus, che è denominato nei meng huang qi e che proviene dalle province di Neimenggu, Jilin, Hebei e Shanxi.
La radice di Astragalo non trattata possiede un buon effetto diuretico, consolida il biao e favorisce la cicatrizzazione.
La radice trattata con miele risulta più attiva nel tonificare il qi e fare salire lo yang.
Composizione chimica
D-β-asparagina, calicosina, formononetina, cicloastragenolo,
astragaloside, acetilastragaloside, colina, betaina,
cumatachenina, saccarosio, acido glucuronico,
β-sitosterolo, astramembranina II, soia saponina I, tragacanta.
Effetti farmacologici – Antipertensivo: l’iniezione endovenosa di huang qi riduce la pressione arteriosa per azione vasodilatatoria sulle arterie periferiche.
– Antibiotico: huang qi è in grado di inibire Diplococcus pneumoniae, Corynebacterium diphteriae, Bacillus
dysenteriae, Bacillus anthracis, Staphylococcus aureus e Streptococco β-emolitico.
– Immunostimolante: la somministrazione di huang qi stimola la produzione di IgM, provoca aumento nel numero dei globuli bianchi e leucociti.
– Epatoprotettivo: huang qi ha azione epatoprotettiva
in caso di tossicità da tetracloruro di carbonio e viene usato nel trattamento di epatiti croniche.
– Ematopoietico: huang qi incrementa la produzione e la maturità delle cellule del sangue dal midollo
osseo.
– Metabolico: il decotto di huang qi stimola il metabolismo basale, aumenta i livelli di cAMP nel plasma
ma riduce quelli di cGMP.
– Altri: huang qi ha un debole effetto sedativo e analgesico e riduce la quantità di proteine presenti nelle urine.

Bibliografia
Sotte L., Muccioli M., ed altri Farmacologia Cinese, CEA edizioni, Milano, 2010




Lao Tze e il Taoismo

Paolo Bascioni*

 

E’ difficile o addirittura impossibile ricostruire la vita di Lao Tse. Esiste una tradizione che lo vuole vissuto nel VI secolo a.C., nato nel 604 e morto nel 512 a.C.. e quindi contemporaneo o di poco anteriore a Confucio; anzi, secondo questa tradizione, Confucio lo avrebbe incontrato senza però trarne alcun profitto per il suo pensiero e per la sua opera. I due sarebbero apparsi l’uno all’altro come portatori di ideali e fautori di progettti differenti o inconciliabili. Si tratta di notizie con probabilità più leggendarie che storiche. Questo ha fatto avanzare l’ipotesi che Lao Tse non sia mai esistito. Soprattutto in riferimento agli elementi unitari presenti nello scritto a lui attribuito, si è oggi del parere che l’esistenza di Lao Tse non possa essere messa in dubbio; si è però orientati a porla tra il IV e il III secolo a.C. Spinge a questo anche il fatto che il Taoismo come sistema metafisico e come visione religiosa si diffonde e si afferma in Cina proprio nel III secolo a.C.
Sempre stando alla tradizione che fa riferiemnto a Lao Tse ed alla sua attività, egli avrebbe svolto la funzione di archivista imperiale alla corte degli Chou, ma dopo qualche tempo avrebbe lasciato questo incarico perché nauseato dalla corruzione di governanti e cortigiani; avrebbe intrapreso un viaggio verso l’occidente dell’impero e qui, nella solitudine delle regioni di confine, avrebbe scritto la sua unica opera che contiene tutto il suo pensiero, il “Tao-Te-Chin”, titolo che si può tradurre “Il libro (Chin) del principio primo metafisico (Tao) e dei suoi effetti (Te) nel mondo”. Da questo testo si ricavano i principi del Taoismo. Agli studiosi appare più recente del VI secolo a.C. e da collocare in un periodo non anteriore al IV secolo a.C. e non posteriore all’inizio del II seolo a.C.

In cosa consiste l’insegnamento taoista? La dottrina del Tao esisteva prima del VI secolo a.C.; Lao Tse la intende però in senso etico: il Tao è per lui la “legge morale universale”. Confucio aveva proposto una dottrina intesa a realizzare il miglior goverrno possibile; il suo intento era rivolto al mondo ed alla vita organizzata degli uomini in questo mondo, cioè allo Stato. Lo Stato come convivenza ordinata della società, finalizzato a realizzare la migliore qualità di vita possibile per gli uomini, è il fine perseguito da Confucio. Si dice anche che Confucio persegue la felicità terrena degli uomini.
Lao Tse invece guarda oltre il mondo, oltre la storia e oltre la vita terrena: lo interessa l’Assoluto, l’essere pure, il Tao. La parola Tao, il concetto di Tao ed una elaborazione teorica sul Tao, erano presenti in Cina fin dalla più remota antichità. A Lao Tse si deve però la novità di avere fatto del Tao il principio primo di ordine metafisico e di avere concepito in relazione ad esso, non solo la vita umana, ma anche tutto l’ordine della esistenza. La tradizione taoista è dunque patrimonio della Cina molto prima del VI secolo a.C., ma il Taoismo come sistema dottrinale logico e compiuto e come visione religiosa e matafisica si debbono a Lao Tse che viene pertanto giustamente considerato il fondatore dello stesso Taoismo.  Per Lao Tse, il Tao è il “Princpio primo”; è originario, tutto abbraccia ed è costitutivo di ogni cosa e dell’intero universo. Per farsene una idea per quanto è possibile un po’ più esatta si può fare riferimento al concetto di “puro essere”, proprio della sapienza occidentale. Come tradurre la parola “Tao”? Non sembra si possa tradurre “Legge naturale”, perché la natura è opera del Tao e quindi anche la legge naturale deriva e dipende da esso. Bisogna pure essere attenti a non indicare con il Tao un essere personale e trascendente, perché il Tao è immanente al mondo e dunque da questo punto di vista si identifica con esso; si identifica, ma non si riduce al mondo. Forse il termine più adeguato  per indicare il Tao è “Via”. Il Tao, principio assoluto ed immutabile, è anteriore al mondo ed è anche causa di tutto l’esistente; le cose sono prodotte dal Tao. Esso è innominabile, perché di esso nulla si può dire in quanto non gli si addice nessuna delle “forme” delle quali nel mondo abbiamo esperienza. Dal modo in cui Lao Tse lo presenta e descrive non si può concludere che il Tao sia essere personale e creatore in quanto sembrano presenti sicuri elementi di panteismo e il modo in cui il mondo da esso deriva non esclude l’emanazione necessaria e non scelta; tuttavia gli elementi essenziali del monoteismo sembrano essere salvaguardati. Il Tao non è dunque il “Logos” nel senso in cui la rivelazione e la fede del Cristianesimo si rivolgono a Cristo nel contesto di riferimento a Dio peronale; forse al Tao di Lao Tse si addice meglio la dottrina del logos di Eraclito. Comunque secondo Lao Tse il Tao è così onnipresente che regola anche i due principi, lo Yang attivo e loYin passivo, che determinano e dai quali dipendono tutti gli esseri. In questo contesto di concezione del Tao, a Lao Tse non interessa molto degli spiriti e degli dei; ne parla poco e quasi incidentalmente: essi sono opera del Tao e dipendono dal Tao e, quello che più conta, tutti gli esseri, come hanno nel Tao il proprio principio, così hanno in esso il proprio fine.

Il Tao principio primo nell’ordine dell’esistenza, è anche principio e norma dell’agire umano a tutti i livelli, sia nella vita personale che in quella collettiva; esso si pone come il modello degli uomini. Per onorare il Tao bisogna imitarlo; l’imitazione è il vero culto nei suoi confronti ed è molto più importante del culto esteriore dei riti. Il fondamento della vita morale dell’uomo è dunque l’imitazione del Tao; in questo sta anche la verità per la quale l’uomo è fatto. L’imitazione del Tao non consiste nell’agire esteriore, nel fare, tanto meno nell’attivismo tipico del nostro occidente, ma piuttosto nell’assenza di desideri, nella quiete interiore, nella semplicità di atteggiamenti e comportamenti esteriori. La norma pratica dell’agire morale potrebbe essere sintetizzata in questo trinomio: non azione, semplicità esteriore, assenza di ogni tensione dell’anima. Il modello è costituito da una condizione di vita caraterizzata da pace, tranquillità e silenzio. Dedicarsi alla imitazione del Tao vuol dire ridurre gradatamente la propria azione esteriore fino a giungere ad eliminarla, fino alla inazione. Arrivato a questo punto l’uomo è pervenuto al vero agire, egli vive la vita mistica che è vera azione e vera vita. Nella quiete perfetta non c’è nulla che l’uomo non faccia perché non compie più nulla se non ciò che corrisponde alla sua natura, egli agisce con spontaneità; infatti non opera più per effetto delle passioni e dell’egoismo, ma solo imitando il modo di agire del Tao. In questa corrispondenza tra il Tao e l’agire umano, nell’ambito personale, familiare, nelle relazioni cittadine e nella organizzazione dello Stato, consiste la vera moralità. Ogni altra azione diversamente motivata è egoismo e passionalità.
La religione per Lao Tse e per li Taoismo consiste proprio nella conformità della vita umana, in tutte le sue dimensioni private e pubbliche, con il Tao, nella imitazione di esso. A differenza del Confucianesimo, per il Taoismo non sono importanti le forme del cutlo esteriore. Sul piano politico Lao Tse si pone in una prospettiva diversa da quella di Confucio che aveva sognato un grande impero, bene organizzato e ordinato, sotto la guida di un’unica autorità, quella dell’imperatore. Lao Tse vede più consono alla natura umana uno Stato piccolo, un regno di dimensioni ridotte, sia come territorio che come numero di abiatnti; in esso gli uomini possono condurre una vita semplice, con una organizzazione sociale non burocratizzata, quasi alla maniera patriarcale. Gli Stati debbono essere disarmati, non debbono tra loro condurre guerre e neppure rivalità economiche perché sono le concorrenze ed i conflitti commerciali che producono disillusioni e insoddisfazioni, e queste a loro volta fanno sorgere le guerre. Lao Tse è contro la violenza, sia nei rapporti individuali che in quelli tra i popoli.

Il Taoismo come elaborazione teorica e come applicazione alla vita, privata e pubblica, rappresenta una nobile conquista che contribuì molto alla elevazione morale del popolo cinese, fino a proporre modelli di vita ascetica e mistica con l’obbiettivo di raggiungere il possesso del Tao. Il mistico che arriva al Tao, con l’aiuto anche di esercizi che coinvolgono il corpo, non è più sottoposto alle leggi fisiche e dopo la morte, la sua anima raggiunge l’immortalità in una esistenza spirituale.
A livello popolare la nobile “Via del Tao” degenerò presto in forme di superstizione e di politeismo. Il Taoismo popolare fu dunque caratterizzato da magia, spiritismo, stregoneria. Del resto anche il Taoismo più puro aveva prodotto nel comportamento pratico un certo disprezzo per la vita attiva; ne aveva risentito negativamente la dimensione sociale e politica della Cina, per la mancanza di impegno, preoccupazione e senso di responsabilità nei confronti delle attività terrene che esso sembrava propugnare. Fu così che durante il primo secolo dopo Cristo il Taoismo corse il rischio di scomparire. Anche perché il Buddismo che dall’India si stava diffondendo in Cina, sembrava offrire risposte più adeguate a certe istanze presenti nello stesso Taoismo ed essere quindi in grado di assorbirlo. Fu merito di Chang-Ling se questo rischio fu scongiurato. Chang-Ling organizzò il Taoismo in forma di Monachesimo regolato da norme molto precise e severe che riguardavano la vita dei monaci, il rituale liturgico e la stessa strutturazione della società; nello stesso tempo introdusse nel Taoismo, così riformato, alcuni aspetti del Buddismo. I sacerdoti si dividevano in due classi: quelli che vivevano nel monastero e quelli che condividevano la condizione della gente comune, avevano una loro famiglia e promuovevano la vita religiosa del popolo.
I taoisti hanno anche contribuito alla divinizzazione di Confucio che essi considerarono uno degli dei che sono soggetti al Tao. In tempi più recenti, nel XIX e XX secolo, il Taoismo è andato soggetto ad una decadenza sembrata inarrestabile, per la degenerazione verso forme di magia e di superstizione che di religioso hanno ben poco. Anche il Taoismo è soggetto a persecuzione nella Cina comunista ed è impossibile stabilire quanti siano oggi i suoi seguaci. Statistiche provenienti dalla Cina, che sono però tutte da verificare, direbbero che i confuciani sono circa trecento milioni e i taoisti circa cinquanta milioni.

Per completare il quadro sulla realtà religiosa e culturale della Cina bisognerebbe fare riferimento a molti altri maestri e pensatori; ne ricordiamo almeno due: Mencio e Mo-Tse; si tratta di personaggi che hanno influito di meno nella storia della civiltà cinese, rispetto a Confucio e Lao Tse, ma sono stati pur sempre di grande importanza.
Mencio (390-305 a.C.) fu discepolo di Confucio nel senso di suo seguace, ma vissuto più di un secolo dopo di lui; gli si attribuisce l’opera che ne porta il nome, il “Mencio”, l’ultimo dei quattro scritti che compongono l’ ”Analecta” confuciana. A Confucio, Mencio è strettamente legato nel suo pensiero, così da essere considerato, con probabilità con un po’ di esagerazione, un fondatore del Confucianesimo al pari del suo maestro. Egli in realtà fu solo un riformatore, sia pure molto significativo, e non un fondatore.

Mo-Tse visse nel V secolo a.C. ed ebbe per un certo periodo prestigio ed influenza quanto e forse più di Confucio. Polemizzò contro Confucio e il suo insegnamento, anche se di fatto ne fu influenzato. Nel libro da lui scritto che porta il suo nome, il “Mo-Tse”, cercò una dottrina ed un modello politico e religioso diversi dal Confucianesimo. Confucio aveva sostenuto la tradizione, nella religione, nella organizzazione politica e nella condotta morale privata e pubblica, Mo-Tse volle qualcosa di nuovo e soprattutto di più autentico, sincero, genuino; in una parola meno formalistico. Sul piano politico sostenne il principio della “identificazione”: chi si trova ad un livello inferiore deve obbedire cercando di identificare la propria volontà e la propria azione con la volontà e l’azione del suo superiore. Ne deriva un sistema organizzato in maniera ascendente, cioè che parte dal capo famiglia, passa per i rappresentanti, gli inviati e i ministri dell’imperatore, per arrivare fino a quest’ultimo: ognuno deve identificarsi con la volontà del suo immediato superiore. L’imperatore, che è l’ultimo anello di questa gerarchia, deve identificare la sua volontà e la sua azione con quelle del Cielo. Il Cielo garantisce che questa identificazione dell’imperatore sia sempre corretta e porti benefici a tutti. I mali della società e dello Stato si spiegano come punizione del Cielo per la mancata osservanza del principio di identificazione.
Al Cielo Mo-Tse sembra riconoscere un carattere personale. Di esso si dice che “ama tutti perché illumina tutti”. Il Cielo e gli spiriti amano gli uomini e quindi anche gli uomini debbono fare la stessa cosa. L’uomo giusto segue questi principi. I confuciani sostengono l’amore differenziato. Mo-Tse afferma che l’amore differenziato è un impulso naturale, ma l’uomo per essere giusto deve amare tutti “come i propri genitori”. Per Mo-Tse non è l’impulso naturale che conta e che ha valore, ma quello che si persegue con la volontà; e l’amore universale è frutto di volontà.
Mo-Tse diede origine ad una comunità detta dei “Mohisti” organizzata con disciplina e rigore; questi non disdegnavano  neppure l’uso delle armi per difendere ciò che ritenevano giusto.




Esperienza e contributo dell’Associazione Medici Agopuntori Bolognesi (AMAB) nella storia dei 3 Programmi sperimentali dell’Osservatorio per le Medicine non Convenzionali della Regione Emilia Romagna (OMNCER)

Annunzio Matrà

L’Associazione Medici Agopuntori Bolognesi (AMAB) costituita nel 1986, organizza corsi di agopuntura e Medicina Cinese per laureati in Medicina e Chirurgia. Ha in atto diverse convenzioni con Istituzioni e Università. In Italia è convenzionata per la formazione e ha in atto una convenzione con l’Azienda USL di Bologna per cui gli iscritti ai Corsi di Agopuntura possono frequentare il tirocinio previsto dal percorso formativo presso il Poliambulatorio Montebello dell’Azienda Asl. Inoltre ha una convenzione con il Dipartimento di Scienze Neurologiche dell’Università di Bologna finalizzata a collaborazione nell’ambito della Ricerca nel campo delle cefalee. In ambito internazionale dal 2010 la Scuola Italo – Cinese di Agopuntura dell’A.M.A.B. firma una convenzione con la Facoltà di Medicina Cinese di Nanchino per la didattica e la ricerca. Nel 2013 AMAB risulta vincitrice, assieme a Istituzioni universitarie europee e cinesi con il progetto CHETCH (China and Europe Taking Care of Healthcare Solutions) di un finanziamento europeo (FP7) per la ricerca e la mobilità dei ricercatori nell’ambito del Marie Curie Action. AMAB inoltre è stata da sempre in prima fila nella promozione del riconoscimento non solo della figura del medico agopuntore, operando a livello legislativo nazionale ma anche per la valenza sociale dell’agopuntura e del suo riconoscimento come possibilità terapeutica per i pazienti nell’ambito delle prestazioni offerte dal Sistema Sanitario Nazionale (SSN). Dopo che nel 2002, a seguito dell’emanazione dei LEA (Livelli Essenziali d’Assistenza)
quando in Italia operavano circa 150 ambulatori inserite nelle reti delle Asl, l’agopuntura ha cessato di essere una prestazione fornita dal SSN, ci si è mossi perché essa tornasse ad essere riconosciuta quale prestazione terapeutica fornita dai vari Sistemi Sanitari Regionali. Nella primavera del 2004 è stato costituito in Emilia-Romagna l’Osservatorio Regionale per le Medicine Non Convenzionali (OMNCER), con il fine principale di delineare e promuovere l’avvio di progetti sperimentali da includere nell’ambito dei piani di attività delle Aziende sanitarie, con particolare riferimento ad agopuntura, omeopatia e fitoterapia, individuando eventuali forme di integrazione con la medicina tradizionale. Da subito sono stai chiamati a farne parte due esponenti dell’AMAB, il dott. Carlo Maria Giovanardi, Presi- dente della Federazione Italiana delle Società di Agopuntura (FISA) e Direttore della Scuola Italo-Cinese di Agopuntura, e il dott. Annunzio Matrà, docente della Scuola e Responsabile della Ricerca Clinico-Sperimentale, a quel tempo Presidente della Fondazione Matteo Ricci. Un primo contributo fornito dai due appartenenti ad AMAB è stato quello di produrre un documento, messo agli atti dell’OMNCER, che conteneva le evidenze sperimentali, note fino a quel punto, dell’utilizzazione dell’agopuntura.
Nel 2005 è stato messo a punto il primo Programma Sperimentale per l’integrazione del- le Medicine Non Convenzionali nel Servizio Sanitario dell’Emilia-Romagna (2006-2008) Esso ha avuto come scopo il censimento dell’esistente e prime attività di ricerca su progetti aziendali. Ha finanziato studi di piccole dimensioni ma con il merito sostanziale di portare alla luce attività di cura non convenzionali, spesso già presenti in modo più o meno trasparente nei servizi, e di iniziare a riferirne risultati e criticità. In questo primo Programma AMAB è entrata promuovendo due studi. Un primo studio, di cui era Responsabile il dott. Umberto Mazzanti, che aveva per oggetto il trattamento con agopuntura del dolore in pazienti affetti da artroreumopatie acute e croniche. Tale progetto di studio è stato proposto ed approvato dal Comitato Etico dell’Azienda USL di Bologna con il titolo di “Survey dei pazienti che si rivolgono all’agopuntura per il trattamento del dolore da malattie dell’apparato muscolo-scheletrico” ed aveva come corresponsabile il dott. Giancarlo Caruso (U.O. di Terapia del Dolore Ospedale Bellaria di Bologna) e come collaboratrice la dott.ssa Angela Castellari operante nella stessa U.O. di Terapia del Dolore. I risultati dello studio sono stati oggetto di pubblicazione di uno dei Dossier dell’Agenzia Sanitaria e Sociale dell’Emilia Romagna (Dossier 187/2009)
Il secondo studio, promosso dal Dipartimento di Neurologia (Università di Bologna Prof. Pietro Cortelli), denominato “Studio pragmatico randomizzato sull’agopuntura nell’emicrania cronica con o senza iperuso di farmaci” è stato anch’esso sottoposto ed approvato dal Comitato Etico dell’Azienda USL di Bologna. Per quanto riguarda la parte neurologica è stata portata avanti dalla dott.ssa Sabina Cevoli e per quanto riguarda la parte di agopuntura dal dott. Carlo Giovanardi e dal dott. Annunzio Matrà. I risultati dello studio sono stati oggetto di comunicazione a uno dei Seminari di formazione e aggiornamento della Clinica Neurologica nel maggio del 2011.
Nel 2007, valutando che fosse necessario incrementare la qualità dei Progetti di Ricerca coi quali si intendeva proseguire, sempre al fine di validare l’efficacia dell’agopuntura dell’omeopatia e della fitoterapia, è stato promosso dall’Osservatorio, in collaborazione con l’Azienda USL di Bologna, un Corso di Formazione in Metodologia della Ricerca rivolto agli operatori delle ASL della Regione Emilia Romagna che intendessero svolgere
ricerche nell’ambito delle Medicine non Convenzionali. Il Corso si è svolto nella primavera del 2007 a Bertinoro (FC), coordinato dal dott. Danilo Di Diodoro dell’Azienda ASL di Bolo- gna. Anche in questa evenienza AMAB, che ha sempre ritenuto che fosse opportuno promuovere la Ricerca in agopuntura, ha offerto la sua collaborazione fattiva nella persona del dott. Annunzio Matrà, quale corresponsabile del Corso di Formazione assieme al dott. Di Diodoro e al dott. Francesco Cardini, consulente scientifico dell’Agenzia Sanitaria Regionale. Il Corso di Formazione è stato una proficua esperienza perché ha consentito di portare in Emilia Romagna diversi esponenti nazionali e internazionali della ricerca in agopuntura. Questi ricercatori, metodologi e revisori Cochrane hanno illustrato gli studi internazionali che hanno validato l’efficacia dell’agopuntura nel campo del dolore non oncologico. Si ricorda Brenno Brinkhaus dell’Università Charite di Berlino, Klaus Linde del Centro Ricerca per le Medicine Complementari di Monaco, Gianni Allais dell’Università d Torino e Adrian White dell’Università di Plymouth. Dal momento che si dibatte molto che l’azione dell’agopuntura sia riconducibile ad un effetto placebo, anche in questo caso gli esponenti di AMAB sono stati nell’OMNCER co-protagonisti nel promuovere un convegno svoltosi a Bologna nel settembre 2008 a cui hanno partecipato alcuni tra i massimi studiosi dell’effetto placebo quali Fabrizio Benedetti fisiologo dell’Università di Torino e Daniel Moerman dell’Università del Michigan-Dearborn. Le conclusioni del convegno sono state che noi spesso chiamiamo effetto placebo l’azione di farmaci o inter- venti terapeutici di cui ancora non conosciamo il funzionamento a livello delle reti neuronali e dei centri regolatori. Mano a mano che se ne comprende l’azione si riduce il fatto di denominare placebo quel determinato intervento. Questo potrebbe accadere anche per l’agopuntura la cui azione non è ancora del tutto nota. Nel 2008 l’OMNCER ha promosso il Secondo Programma di Ricerca il cui scopo è la ricerca delle evidenze scientifiche delle pratiche di medicina non convenzionale, anche attraverso studi multicentrici. Sono stati finanziati un numero inferiore di studi rispetto al Primo Programma, ma di dimensioni maggiori. Nove dei dodici studi finanziati sono stati trials clinici randomizzati (RCT). L’obiettivo di questi studi è stata la valutazione dell’efficacia clinica e/o della fattibilità di singoli trattamenti non convenzionali. Anche in questo caso AMAB tramite i suoi rappresentanti in OMN- CER si è fatta promotrice di due studi multicentrici. Uno studio denominato Acumigran, “Studio randomizzato controllato sull’efficacia dell’agopuntura nell’emicrania con e senza aura” avente come capofila il Dipartimento di Scienze Neurologiche dell’Università di Bologna nella persona della dott.ssa Cevoli e lo studio denominato ACUMIALGIC, “Studio randomizzato controllato sull’efficacia dell’agopuntura nel trattamento dei sintomi della fibromialgia” in collaborazione con l’U.O. di Terapia del Dolore dell’Ospedale Bellaria di Bologna nella persona della dott.ssa Angela Castellari. Questi due studi sono in fase di realizzazione.
Nel 2012 l’attività dell’OMNCER si correla con il Comitato Regionale per la Lotta al Dolore coordinato dalla Dott.ssa Elena Marri. Il Comitato che si prefigge, tra le altre cose, l’applicazione della legge 38/2010, concernente “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”. Il dott. Carlo Maria Giovanardi in rappresentanza dell’OMNCER entra nel Comitato Regionale, portando la sua esperienza e quella dell’OMN- CER in tema di lotta al dolore.
Sta per partire il Terzo programma dell’Osservatorio che dovrebbe sperimentare modelli di integrazione di trattamenti/metodiche non convenzionali nei percorsi di prevenzione e cura dei servizi sanitari regionali. Questo programma fa capo a un Documento d’Indirizzo che ha visto fra gli autori il dott. Annunzio Matrà. Anche questo programma vede attivamente presenti e propositivi di studi sia il dott. Carlo Giovanardi, per il Gruppo di terapia per pazienti con problemi oncologici, sia il dott.
Annunzio Matrà per il Gruppo di terapia del dolore cronico non oncologico. Nel maggio 2014 la Regione Emilia Romagna ha emanato delle Linee Guida in cui ha individuato che l’agopuntura può essere erogata in strutture del territorio regionale a carico del Fondo Sanitario Regionale per “Dolore ricorrente o cronico muscolo-scheletrico lombare, con o senza sciatalgia; Profilassi della cefalea; Profilassi della cefalea emicranica”.
Questa Delibera conferisce e riconosce all’Agopuntura un giusto ruolo nella terapia del dolore e dà la possibilità ai residenti della nostra regione di usufruirne. Per l’attuazione delle Linee Guide e loro applicazione a livello delle Aziende Sanitarie dell’Emilia Romagna sono in fase di emanazione i relativi decreti attuativi a cui contribuiscono fattivamente gli esponenti di AMAB presenti nel rinnovato OMNCER.
Si delinea pertanto una presenza ormai decennale di esponenti di AMAB in seno a un ambito istituzionale, l’OMNCER. Il loro fattivo contributo ha contribuito a diffondere i risultati della Ricerca in agopuntura influenzando l’istituzione del Sistema Sanitario Regionale dell’Emilia Romagna a portare l’agopuntura a livello di modalità terapeutica usufruibile da parte dei cittadini. Si tratta sicuramente di risultati ancora parziali, sono ancora necessari ulteriori passaggi per l’integrazione dell’agopuntura nei percorsi di cura. Anche in questa fase gli esponenti di AMAB non faranno mancare l’apporto della loro competenza ed esperienza.




Il “qi” nella cultura e nella filosofia dell’Occidente – quarta parte

Aldo Stella

11.  La struttura razionale dell’esperienza come struttura relazionale
Se l’esperienza percettivo-sensibile si caratterizza per l’indipendenza dell’oggetto, sia dal soggetto sia da ogni altro oggetto, assunta come l’evidenza più indiscutibile, per contrario il conoscere si fonda sulla coscienza della struttura intrinsecamente relazionale dell’oggetto. Il valore della relazione sta, dunque, a fondamento del passaggio dal livello sensibile al livello concettuale dell’esperienza.
Conoscere, questo è ciò che intendiamo dire, significa cogliere nessi nonché esplicitare i nessi con discorsi o con altre forme espressive. In questo senso è lecito affermare che ratio e relatio tendono a coincidere. A rigore, ratio è da reor, là dove relatio è da referre. Tuttavia, reor indica il “pensare connettendo”, così che l’idea di relatio è presente innegabilmente in esso. Ne consegue che la ragione viene a configurarsi come il processo in forza del quale si colgono i rapporti che sussistono tra le cose.
Quanto abbiamo già evidenziato a proposito della corrispondenza tra dati di esperienza e discorso può venire ripetuto qui, come corrispondenza tra esperienza e ragione. La ragione non introduce nessi nell’esperienza, ma l’esperienza è in sé, strutturalmente, razionale, proprio perché posta in essere dalla relazione.
La scienza coglie la struttura razionale dell’esperienza, insomma, perché ne coglie la struttura relazionale. Gioverà ricordare, giunti a questo punto dell’indagine, che il concetto di “spiegazione scientifica” non è riducibile ad un’unica formula e le risposte che possono essere date alla domanda “Che cos’è una buona spiegazione scientifica”, per quanto risultino brillanti, non riescono ad essere definitive ed esaustive.
Tra le definizioni più significative, ricorderemo che per Hempel[1],  il quale si muove in un contesto neopositivista, una spiegazione scientifica deve esibire rilevanza esplicativa e deve essere controllabile. Popper[2], come abbiamo visto, propone una spiegazione scientifica che si configuri come una teoria falsificabile, ossia come una teoria che esprima una classe di falsificatori potenziali non vuota. Quine[3], che attribuisce particolare rilevanza alla componente linguistica della conoscenza, sostiene la necessità di specificare i termini in cui la spiegazione si articola. Van Frassen[4] intende la spiegazione come una particolare forma di relazione e cioè una relazione che si instaura tra una teoria ed un fatto e Salmon[5] ritiene che non sia sufficiente derivare un fatto da una legge, ma si richiede una connessione causale tra explanans ed explanandum.
Siamo così al punto: il concetto di legge – e il carattere nomotetico della scienza – è intrinsecamente vincolato al concetto di causa (o di fattore o di variabile) e, dunque alla relazione causale, comunque questa relazione venga intesa.
La causalità, infatti, può venire intesa in un duplice senso: o come una connessione razionale o come una connessione empirica. Se la causalità viene intesa come connessione razionale, allora la causa viene pensata come la ragione del suo effetto, in modo tale che il secondo può venire dedotto dalla prima. Se, di contro, la causalità viene intesa come connessione empirica, allora l’effetto, ancorché non sia deducibile dalla causa, è non di meno prevedibile a partire da essa per la costanza e uniformità che caratterizza la loro relazione.
Un punto importante è che non solo nel caso della connessione razionale, ma anche nel caso della connessione empirica, la relazione tra causa ed effetto è intesa, in genere, come una connessione necessaria. La necessità che attiene alla relazione deduttiva è una necessità a priori; la necessità che attiene alla relazione empirica è bensì a posteriori, ma non per questo la previsione dell’effetto a muovere dalla causa risulta meno certa. Comte, ad esempio, parla di relazione invariabile di successione tra i fatti, la quale, quando viene riconosciuta, viene formulata in una legge, che rende possibile prevedere un secondo fenomeno a muovere da un primo, allorché è stato stabilito il loro collegamento.
Lo stesso Mach[6], pur sostituendo il concetto di causa con quello di funzione, volto ad indicare la dipendenza tra i fenomeni e la possibilità di calcolarla come una legge di corrispondenza tra variabili, mantiene il carattere necessitante del nesso, nel senso che il vincolo tra eventi rimane un punto fermo ed è proprio a partire da esso che si pone la prevedibilità dei fatti naturali. In effetti, la formulazione matematica della teoria cinetica dei gas, fornita da Maxwell e da Boltzmann, proponendo un’interpretazione statistica del secondo principio della termodinamica, ha comportato il superamento dell’interpretazione rigidamente deterministica del nesso tra eventi, il quale è stato inteso in un senso sempre più probabilistico.
Più precisamente, si potrebbe affermare che, con il principio di indeterminazione di Heisenberg e l’imporsi della fisica dei quanti, l’universo del microcosmo è stato pensato come regolato da relazioni che non sono pensabili in senso forte, nel senso cioè di valere come relazioni necessarie, ma solo in senso debole, cioè in senso probabilistico. Ed è stato proprio un autorevole esponente della scuola neopositivista, Reichenbach[7], che ha affermato il valore del concetto di probabilità e il ruolo fondamentale che esso riveste in tutte le asserzioni concernenti la realtà.
Più specificatamente, il concetto di relazione causale può venire inteso sia in senso ontologico, come se il soggetto facesse esperienza diretta di tale nesso cogliendolo nella realtà stessa, sia in senso epistemico, come se cioè esso avesse attinenza solo con il modo soggettivo di configurare il processo della conoscenza. Se lo si intende in questo secondo modo, allora si fa valere quella che viene definita la causalità humeana e cioè si abbandona il concetto intuitivo di causalità per approdare ad un nesso meno “impegnativo” tra due eventi: non si tratta di affermare che il primo produce il (è causa del) secondo, ma solo che il secondo segue il primo con una certa costanza. Questa costanza può venire espressa mediante una legge e per questa ragione si parla di spiegazione nomologico-deduttiva.
Poiché, però, la scienza non si accontenta di un nesso così “soggettivo” tra due eventi, basato su un rapporto di successione e contiguità, il pensiero contemporaneo ha cercato di rinforzare il concetto humeano di causa mediante l’uso dei controfattuali, che sono proposizioni condizionali (“Se…, allora”) nelle quali l’antecedente prospetta uno stato di cose diverso da quello che di fatto è o è stato. Non soltanto si afferma la successione tra due eventi e la loro contiguità, ma si aggiunge che, se il primo non fosse stato, neppure il secondo sarebbe stato. In questo modo, sembra che si possa catturare l’intuizione, che sta alla base della causalità, prescindendo dalla sua diretta esperienza.
Il punto che a noi interessa mettere in evidenza è  il valore che il concetto di relazione  riveste nella configurazione della trama logica del mondo, anche quando questa trama non attiene al mondo dei concetti, ma al mondo dei fatti.
Nel caso in cui si deduce un fatto particolare da una legge generale siamo di fronte ad un processo deduttivo, che fa discendere un conseguente da un antecedente. Nel caso, invece, in cui si inferisce una causa da un effetto, sia in senso deterministico sia in senso probabilistico, si ha a che fare con un processo di tipo induttivo, che muove dall’osservazione e, rilevando una certa regolarità nel corso dei fenomeni, ipotizza una legge che stia a fondamento del loro svolgersi regolato.
Nell’un caso come nell’altro, si è di fronte ad una relazione che sussiste tra lo explicans e lo explicandum, ossia tra ciò che spiega e ciò che domanda di venire spiegato. Tale nesso è precisamente un’inferenza: un’inferenza di tipo deduttivo, se dalla legge inferisce l’asserto osservativo, che verrà poi messo a confronto con l’esperienza; un’inferenza di tipo induttivo, se dal conseguente o dall’effetto intende inferire l’antecedente, cioè la causa.
In effetti, si potrebbe parlare di una fase induttiva e di una fase deduttiva del processo della spiegazione. La fase induttiva, che costituisce il momento fondamentale di quello che Reichenbach definisce il contesto della scoperta scientifica, muove da fatti, per loro natura particolari, e perviene a leggi generali; la fase deduttiva, che costituisce il momento fondamentale dell’ambito della giustificazione, muove dalla legge e perviene deduttivamente ad asserti osservativi, che verranno confrontati con l’esperienza per verificare o falsificare l’ipotesi di legge. La struttura del processo esplicativo, pertanto, è la relazione tra explicans ed explicandum, la quale può venire percorsa nei due sensi di marcia indicati.
Varrà la pena ricordare, per chiarire ulteriormente questo punto, che spiegare, almeno nel suo significato più ampio, equivale a compiere un processo che dal dato, ciò che Aristotele definisce l’oti, conduce al “per che”, cioè al dioti, che costituisce ciò mediante cui (dia) viene spiegato qualcosa. Ciò che deve venire spiegato è il fenomeno, che costituisce il punto di partenza della ricerca per la ragione che è ciò che inizialmente compare nel campo percettivo.
Del resto, spiegare indica etimologicamente il “togliere le pieghe”, ossia il far uscire dalle pieghe del fenomeno (l’oti, appunto) ciò che consente di spiegarlo, così che spiegare significa “rendere piano”, cioè “rendere evidente”. Precisamente per questa ragione l’explicandum è tutt’uno con l’explanandum e l’explicans con l’explanans.
Se ne ricava che il processo della spiegazione coincide con il rendere esplicito il nesso che vincola l’explicandum all’explicans, nesso che non è immediatamente evidente (ad essere evidente è solo il percetto) e, pertanto, permane inizialmente implicito. Non per niente, implicito significa sia nascosto, non esplicito, sia relativo all’implicazione, implicato.
Cosa indica questo? Che la spiegazione si fonda su un’implicazione, la quale vincola ciò che deve venire spiegato a ciò che lo spiega, e che tale implicazione sussiste anche se inizialmente permane tacita o implicita. Il processo della spiegazione si compie precisamente nel renderla evidente, cioè nel passaggio che consiste nel rendere esplicito l’implicito. La struttura logica del processo esplicativo, insomma, è una relazione di implicazione, la quale può venire percorsa o in senso deduttivo, dall’explicans all’explicandum o, viceversa, in senso induttivo.
Il processo della spiegazione poggia su una relazione e la relazione si impone per la ragione, più volte evidenziata, che ogni identità determinata, cioè ogni fatto, ogni fenomeno, si pone solo in forza della relazione alla differenza. Con questa conseguenza: la struttura relazionale del dato impone che l’esperienza venga intesa come una trama di relazioni, un textus, cioè un’orditura di linee che variamente si intrecciano e si annodano. I nodi della trama sono i fenomeni; le relazioni tra di essi costituiscono i fili della trama. Spiegare un fenomeno, pertanto, significa leggere il testo dell’esperienza a muovere da un filo conduttore o, in altre parole, rilevare i nessi che vincolano quel fenomeno ad altri fenomeni.
La relazione, che costituisce la trama dell’esperienza, può venire pensata sia per l’aspetto disgiuntivo, che valorizza l’identità dei termini relati per la loro relativa indipendenza; sia per l’aspetto congiuntivo, che valorizza i relati per il loro riferimento reciproco e, dunque, per la loro relativa dipendenza.    Se la relativa indipendenza costituisce quello che abbiamo definito il momento sensibile della relazione, per la ragione che ogni identità si presenta come se fosse autonoma e autosufficiente secondo quanto l’esperienza percettivo-sensibile sembra attestare, di contro la relativa dipendenza costituisce il momento concettuale della relazione, perché emerge oltre l’esperienza sensibile e coglie il nesso che non soltanto vincola le cose, ma più radicalmente le costituisce.
La struttura relazionale dell’esperienza ne rappresenta, quindi, la stessa struttura razionale. Spiegare un fenomeno, pertanto, significa coglierlo nella struttura razionale che lo vincola ad altri fenomeni e tale relazione o vincolo è un’implicazione, che può venire anche espressa mediante una proposizione condizionale: “Se A, allora B”.
La prima forma in cui l’implicazione è stata configurata è la relazione di causalità; successivamente si è parlato di funzione, per indicare la corrispondenza che sussiste tra le variazioni del valore di alcune variabili, dette variabili indipendenti o argomenti della funzione (assimilabili alle cause), e la variazione del valore della variabile indipendente, detta valore della funzione (assimilabile all’effetto).
Ciò consente di comprendere la ragione per la quale la legge può venire formulata mediante equazioni tra simboli: la legge esprime la costanza di un rapporto e il rapporto trova nel linguaggio della matematica la sua espressione più naturale e compiuta, secondo quanto intuito dallo stesso Galilei.
Già con Hobbes viene messo in evidenza il vincolo che sussiste tra la concezione meccanica della natura e la relazione causale, la quale risulta la sola spiegazione razionale del mondo. Sia in Hobbes che in Spinoza e in Cartesio la causa è ciò che dà ragione dell’effetto, nel senso che ne giustifica l’esistenza. Spiegare, da questo punto di vista, significa far vedere come gli effetti dipendano dalle cause e, pertanto, la causalità è qui intesa come una deduzione.
Precisamente in senso deduttivo la intende lo stesso Hegel, che la assume come l’intrinseca articolazione della sostanza che è anche Soggetto, in virtù del suo necessario svolgersi implicante l’autocoscienza.
Di contro, Ockham prima e Hume poi sottolineano che la connessione tra causa ed effetto non è necessaria, dunque a priori, ma solo legata all’esperienza: il rapporto causale non si fonda sulla deduzione, ma sull’induzione. Quando Kant afferma che il rapporto di causalità configura una categoria, cioè un concetto a priori, egli non dice che dalla causa è deducibile l’effetto, ma dice che la natura, per essere pensata come natura, deve essere ordinata mediante relazioni causali, giacché la causalità è una condizione della sua pensabilità o conoscibilità.
Stuart Mill, infine, si incarica di precisare che la costanza che si rileva nella connessione causale non è di natura deduttiva, ma di natura induttiva, così che la necessità logica viene chiaramente distinta dalla necessità empirica. E tuttavia, nell’un caso come nell’altro si ha a che fare con un tessuto di relazioni, che strutturano l’esperienza e ne consentono la conoscenza.
Con Mach, dunque, il concetto di causa viene sostituito dal concetto di funzione e con Cassirer[8] la funzione simbolica viene ad avere un valore fondamentale nel processo conoscitivo: essa costituisce l’attività stessa del conoscere, giacché la relazione è il modo d’essere delle cose intese come simboli o rappresentazioni.
Il punto è di estrema rilevanza, perché concerne la realtà delle relazioni. La domanda è: le relazioni hanno la stessa realtà degli oggetti dell’esperienza sensibile, oppure si collocano ad un diverso livello? Come si vede il discorso che era stato fatto per la relazione causale può venire fatto per la relazione in quanto tale: le relazioni hanno valore ontologico o valore epistemico?
Esula dalla presente ricerca il compito di analizzare questo tema, ancorché esso sia fondamentale. Basterà qui ricordare che per Russell, almeno all’inizio della sua ricerca, la trama delle connessioni logiche costituisce il rispecchiamento fedele o la copia della struttura formale della realtà, così che non esisterebbero solo cose e qualità, ma anche relazioni. Sullo stesso problema riflette Wittgenstein, il quale nega che la logica aggiunga qualcosa alla struttura della realtà, così che egli la considera solo analitica e la conoscenza si rivela soprattutto empirica. Strumento essenziale diventa il linguaggio, che vale come l’espressione stessa della realtà, in modo tale che le relazioni linguistiche vengono fatte coincidere con le relazioni che sussistono tra gli elementi della realtà e l’analisi del linguaggio viene progressivamente fatta coincidere con l’analisi della realtà.
Particolarmente significativa risulta la posizione di Carnap, il quale ne La costruzione logica del mondo[9] mette in evidenza in forma paradigmatica il ruolo costitutivo che ha la relazione nella configurazione di quel sistema dei concetti della conoscenza (Konstitutionssystem), che deve valere come una ricostruzione razionale dell’intera impalcatura della realtà. Il “dato vissuto” e non ancora elaborato si regge su una struttura fatta di relazioni fondamentali (Grundrelationen), le quali fungono da “postulazioni d’ordinamento” del sistema.
L’impostazione di Carnap può venire considerata classica, per la ragione che le relazioni fondamentali assumono il carattere di categorie generali del processo conoscitivo, senza tuttavia che ad esse venga attribuito quel valore ontologico che caratterizzava l’impostazione russelliana. Per Carnap la relazione costituisce la struttura logica del linguaggio, svincolata da ogni riferimento ontologico e considerata non di meno nella sua strumentalità costruttiva.
Da un lato, quindi, Carnap tende a risolvere l’oggetto nel campo che lo determina, in modo tale che la “descrizione qualitativa” (Eigenschaftsbeschreibung)  viene sostituita dalla “descrizione relazionale” (Beziehungsbeschreibung); dall’altro, non può eliminare il riferimento al dato inteso nella sua immediatezza, cioè a quei “dati vissuti” (Erlebnismässigen) che fungono da fondamenti oggettivi del sistema.
Il punto cruciale, al di là della differenti impostazioni, è il seguente: il concetto di relazione risulta il fondamento della concezione scientifica del mondo. E tuttavia, di questo concetto noi abbiamo cercato di mettere in evidenza il limite di validità, affinché potesse mergere con forza la necessità di un ulteriore livello. La struttura razionale del mondo mette capo all’esigenza di una ragione non più solo formale, ma trascendentale. Di una ragione, cioè, che esprima fino in fondo l’esigenza metafisica di un fondamento autentico, dell’intero inteso come assoluto, quell’intero del quale il “qi” incessantemente spinge alla ricerca.
La necessità di questo livello, che sia ulteriore rispetto a quello nel quale opera il concetto inteso ancora in senso formale, cioè come sintesi, deve risultare in tutta la sua evidenza. Con questo intendimento, approfondiamo dunque l’indagine.

12.     Qualità e quantità
Per svolgere il compito, muoviamo da questa considerazione: ogni cosa si distingue da un’altra in quanto è in sé una qualità, e tuttavia la qualità può venire determinata solo in relazione ad un’altra, cioè solo mediante la comparazione e la distinzione.
Lo status è complesso: se non venisse postulata la qualità in sé, allora la cosa non esisterebbe (l’identità non si porrebbe) e non potrebbe esistere la differenza con le altre cose. Da questo punto di vista la differenza poggia sull’identità, perché la cosa si differenzia solo in virtù della sua identità intrinseca. Da un altro punto di vista, però, senza la relazione, ossia senza la differenza, l’identità non può venire determinata, giacché de-terminare significa lasciar operare un limite, una relazione.
Si potrebbe così sintetizzare: se la cosa non è, non si differenzia; ma se non si differenzia, non si determina. Con che, il determinarsi della cosa non risolve in sé il suo “essere cosa”, ma anzi lo richiede come fondamento, come condizione di intelligibilità.
Eravamo già pervenuti a questa conclusione, ma è necessario ribadirla per la sua importanza e per il ruolo che essa riveste nel passaggio dall’ordine del conoscere formale, che coincide con il conoscere scientifico,  all’ordine del fondamento: è necessario pensare l’identità in un senso che consenta il suo emergere oltre la modalità ordinaria, che la assume in forma determinata.
L’identità, intesa in senso non ordinario, cioè non formale, costituisce una necessità teoretica, un prerequisito innegabile, senza del quale non risulta intelligibile la stessa identità formale (l’identità determinata descritta dall’esperienza sensibile e dal conoscere concettuale che ancora poggia sul primato della forma) e non risulta intelligibile neanche la differenza, né la relazione che le costituisce entrambe.
Comprendiamo bene che vi possano essere resistenze ad accettare l’idea di una qualità (identità) che non sia determinata e che, pertanto, debba avere un valore “metafisico” più che “fisico”. Ciò nonostante non vediamo come si possa evitare di richiedere un tale fondamento, senza cadere in un circolo vizioso, per il quale l’identità formale (o determinata) rinvia alla differenza e la differenza all’identità, senza che l’una possa fondare l’altra, non essendo in grado di fondare se stessa.
Le perplessità nascono dal fatto che, allorché si parla di una qualità che emerge oltre l’ordine dei determinati, non si può non intenderla nel senso che compete all’assoluto, poiché solo l’assoluto è effettivamente oltre la relazione, oltre la differenza, oltre il limite. E tuttavia, la necessità di richiedere un’emergenza del qualitativo, che venga intesa in questo senso, a noi pare un punto irrinunciabile per ogni ragione che intenda valere come speculativa, e non come meramente strumentale o pragmatica.
Per cercare di superare le resistenze, per loro natura solo psicologiche, e le perplessità, legate ad un universo culturale che vive con sempre maggiore insofferenza ogni ricerca di tipo speculativo, rileviamo che  le proprietà, che vengono attribuite a (predicate di) una cosa, non possono non richiedere l’essere della cosa come condizione di intelligibilità della stessa attribuzione, così che, se la cosa non fosse a prescindere dalle sue proprietà, queste non potrebbero più venire definite “sue”, venendo meno ciò a cui vengono riferite.
La qualità fondante – questo è il nodo, tanto decisivo, quanto “irritante” – non può non porsi come assoluta, dunque come irrelata, dunque come indeterminabile. Il definirla tale, ossia l’averla determinata come indeterminabile, non configura una contraddizione, poiché l’intenzione è solo quella di dire che essa emerge oltre ogni dire: ciò che viene detto non è ciò che essa è in sé, ma la sua necessità, il suo non poter non essere, il suo non poter non venire richiesta da quello stesso ordine formale che poi finisce per  contraddirla perché pretende di inglobarla (riducendola a determinazione), ancorché l’abbia richiesta proprio per il suo valore incondizionato, che le consente di valere come autentico fondamento.
Definirla “identità metafisica” equivale, quindi, ad indicare non altro che la sua esigenza, che è appunto esigenza metafisica di fondazione. Cosa esprime il “qi”, se non questa esigenza metafisica? Se non lo slancio dello spirito verso l’assoluto? Se non l’esigenza di infinito che si manifesta nel finito?
Allorché la qualità metafisica viene determinata, essa viene inscritta nella relazione ed è ridotta a qualità determinata, a qualità formale: essa diventa un qualunque “A”. Il presente discorso, pertanto, non nega di certo che le cose, che si presentano nell’esperienza, siano determinazioni; ciò che mediante esso si contesta è la pretesa di negare la necessità di una Cosa che ad esse sia irriducibile e che valga come loro condizione.
Con il presente discorso, insomma, si intende affermare che anche la qualità formale, posta in essere dalla relazione e per questo determinata, richiede una qualità che la trascenda, e sulla quale essa deve poggiare: solo così la qualità formale può aspirare a mantenere una sua identità che valga in forza di una qualche autonomia e di una qualche autosufficienza.
Se l’autonomia e l’autosufficienza della qualità (identità) metafisica sono assolute – o, per usare un’altra espressione, ideali –, di contro nel caso della qualità fisica si può parlare solo di autonomia e di autosufficienza relative, fermo restando che esse devono venire, almeno in una qualche misura, conservate, se si vuol continuare a parlare di identità.
Il problema è che, quando si parla di identità determinata, si viene risucchiati nel solito circolo vizioso, che la ragione autentica non può certo accettare, anche se la pratica lo impone come insuperabile. Tra la qualità (identità) determinata e la relazione si instaura, infatti, una reciprocità per la quale, se la qualità determinata si pone in forza della relazione, quest’ultima, reciprocamente e scambievolmente, si pone solo in forza dell’identità (qualità) determinata.
Non solo. V’è da aggiungere un altro elemento, che sarà essenziale per procedere nell’analisi: l’identità determinata, proprio in quanto tale, non può non capovolgersi immediatamente nella quantità, poiché essa si trova a postulare la relazione tra due qualità differenti.
I punti che meritano, quindi, di venire opportunamente precisati sono due: da una parte si impone una precisazione in ordine a quanto abbiamo scritto a proposito del principio di identità; dall’altra dovrà venire specificato il capovolgimento della qualità in quantità.
Parlando del principio di identità, per il quale “A” è “A”, non si può non rilevare che esso tende a risolversi nel principio di non contraddizione, che afferma che “A” è “A” solo perché “non è non A”. Ciò che qui vogliamo porre in evidenza è che, se questa risoluzione è inevitabile quando si parla di una identità determinata, l’esigenza di una identità che emerga oltre la relazione permane innegabile.
L’inevitabile è, insomma, inintelligibile, e lo è per questa ragione fondamentale: se l’identità abbisogna della differenza per porsi – anche se di una differenza negata (“A” è negazione di “non A”) –, allora l’identità è in sé differenza, è in sé negazione, è il suo stesso contraddirsi.
Il secondo punto, sul quale merita riflettere, è il seguente: la relazione si instaura tra due identità distinte, in modo tale che, per quel tanto che sono distinte, esse configurano due qualità. La distinzione risulta dunque non solo la relazione tra i termini che la compongono, ma anche l’elemento che qualifica ciascuno di essi per il suo non essere l’altro.
E tuttavia la distinzione è la medesima per entrambi, cosicché non si comprende come possa qualificarli. Ci si trova ancora in un circolo, quello per il quale la qualità presuppone la distinzione e la distinzione presuppone la qualità, nonostante che, in effetti, l’una tenda a capovolgersi immediatamente nell’altra.
Si potrebbe anche dire: l’uno presuppone il due e il due presuppone l’uno, all’infinito. Od anche: la qualità (l’uno), che ormai è una qualità determinata perché inscritta nella relazione, presuppone la quantità (il due) e, viceversa, la quantità presuppone la qualità.

Note
[1] C.G. Hempel, Filosofia delle scienze naturali, il Mulino, Bologna 1968.
[2] K.R. Popper, Congetture e confutazioni, il Mulino, Bologna 1972,
[3] W.V.O Quine, Il problema del significato, Ubaldini, Roma 1966.
[4] B.C. van Frassen, L’immagine scientifica, Clueb, Bologna 1985.
[5] W.C. Salmon, 40 anni di spiegazione scientifica. Scienza e filosofia 1948-1987, Muzzio Editore, Padova 1992.
[6] E. Mach, Conoscenza ed errore. Abbozzi per una psicologia della ricerca, Einaudi, Torino 1982.
[7] H. Reichenbach, Causdalità e probabilità, in A. Pasquinelli (a cura di), Il neoempirismo, Utet, Torino 1969.
[8] E. Cassirer, Sostanza e funzione, La Nuova Italia, Firenze 1973.
[9] R. Carnap, La costruzione logica dl mondo, Fabbri, Milano 1966.




Buon Natale

ai bambini del mondo,

alla gioia nei loro occhi spalancati,

stupefatta di fronte a quei doni

ai piedi dell’albero luccicante di addobbi 

la mattina del Santo Natale.

La serbiamo nel cuore

quell’attesa indicibile felicità,

quanto l’abbiamo assaporata,

tutti la ricordiamo,

amata incontenibile pienezza di amore.

Questa notte, ecco affiorare un pensiero ulteriore, forse banale, persino arrischiato, estremo, assurdo quasi.

Fino a che punto conviene lasciare correre la propria mente libera nello scoprire e percorrere inusuali analogie e ritorni imprevisti?

Quando e quanto recuperarla alla logica, al comune buon senso, alla consueta logica, alla ragione?

Nelle nostre ricerche siamo soliti lasciare che i pensieri prendano forma da sè fondandoci unicamente nella fiducia, li assecondiamo, li curiamo, li organizziamo, li riordiniamo, senza rileggerli, valutarli, giudicare quanto prodotto dai loro percorsi prima che le loro immagini siano per la gran parte formate e gli scenari composti. Risulta per lo più semplice, naturale, evidente, distinguere allora un’idea da un abbaglio, una creazione da un aborto. Dunque anche ora procediamo secondo simili coordinate.

 

Leggenda più amata fra tutte, favola benedetta comune alle principali  culture europee, americane, orientali, risonanza popolare e in grande parte pagana del miracolo epifanico, l’incarnarsi terreno del Redentore, Babbo Natale si affaccia inatteso. Davvero non ce lo saremmo aspettato. Lo lasciamo entrare. Lo osserviamo.

La sua imponente figura potrebbe forse risultare inerente i temi fin qui trattati, in verità non ci sembra probabile.

Nella leggenda cristiana è San Nicola di Bari, nel IV secolo vescovo cristiano a Mira, in Licia, provincia anatolica dell’Impero Bizantino, ad arrivare a cavallo, abiti vescovili e gran barba bianca, in ogni casa dove vive un bambino e riempirne le calzette di biscotti e di dolciumi.

Nelle culture germaniche è il dio Odino che al solstizio invernale conduce gli altri dei ed i guerrieri caduti in battaglia in una grande battuta di caccia.

Altre tradizioni del settentrione europeo raccontano gli scontri invernali fra un uomo santo e un uomo scuro. Costui era il demone, il diavolo, il troll, l’uomo nero che di notte attraverso i camini si insinuava nelle case dove vivevano i  bambini e li picchiava, li uccideva, li smembrava nel sonno.     In altre storie l’uomo nero, a volte raffigurato come gran belva pelosa, rapiva i bambini cattivi, li metteva nel sacco e li portava via, li consegnava  ai Mori. L’uomo santo prese a cercarlo dovunque, lo trovò e lo sconfisse, lo catturò e sottomise. Lo mise in ceppi, secondo taluni erano proprio i ceppi consacrati dall’avere imprigionato San Pietro, San Paolo, forse Gesù stesso prima della crocifissione. Da allora l’uomo nero obbediva all’uomo santo che ogni anno lo costringeva a rimediare ai suoi passati  delitti, così il demone era costretto a portare leccornie a quei bambini che in passato aveva terrorizzato.

In altre varianti della leggenda il demone si rifiutava invece di compiere simili buone azioni, preferiva ritornarsene in quell’inferno da cui era venuto. Ci pensava l’uomo santo allora a beneficare ogni inverno tutti i bambini del mondo.

In altre storie ancora l’uomo nero e i suoi sgherri venivano convertiti  dall’uomo santo che ne faceva i suoi fidati aiutanti, si formava così la compagnia degli elfi e dei folletti, gli instancabili lavoratori che da allora aiutano Babbo Natale nell’annuale confezione dei doni.

Resta da precisare la dimora di Babbo Natale e dei suoi folletti, che poi è la sede della famosa fabbrica degli agognati balocchi. Le numerose varianti indicano luoghi diversi situati comunque all’interno del Circolo Polare Artico, la leggenda classica racconta che Santa Claus abita al polo nord, giusto giusto.

Quanto alla favola moderna, le sue principali caratteristiche sono ben note  e non vale riprenderle, pur nelle numerose varianti Babbo Natale  incarna lo spirito dell’amore.

Valutando complessivamente la favola, come abbiamo anticipato risulta evidente il traslato popolare del sommo avvento teofanico, epifanico, la nascita del  Redentore, Gesù Bambino.

Ne sono manifesta espressione la discesa dal cielo in terra, la liberazione del mondo dal male, il dono d’amore all’umanità intera.

 

Pretendendo invece di provarsi a contestualizzare questa leggenda nello scenario della nostra teoria dell’origine unitaria della terra e della vita, il luogo della dimora di Babbo Natale, sede dell’incessante produzione dei giocattoli, è la principale evidenza di un possibile collegamento con la nostra localizzazione del primigenio impatto teiano.

Spontanea viene la domanda di certo lettore: ma che mai saranno questa teoria dell’origine unitaria della terra e della vita e questo primigenio impatto teiano di cui sopra?

A riguardo purtroppo niente da fare, questa faccenda dell’impatto e del resto o la si sa o non la si sa, in entrambi i casi si consiglia di procedere con la lettura del capoverso seguente.

Restando nella stretta prospettiva teiana, è possibile tentare di rileggere vari aspetti della leggenda epitafica, che nel costante rivolgersi e dedicarsi ai bambini  evoca ovviamente i segni e i segnali di una nuova vita del mondo, un’esistenza neonata. Ne trattiamo brevemente per puro esercizio analogico.

La slitta volante che percorre i cieli trainata dalle otto magiche renne sarebbe allora richiamo alla misura cosmica della leggenda, richiamando  quella costellazione del Grande Carro che non solo nella tradizione estremo orientale è considerata soglia dell’uomo per i propri cammini e le proprie esperienze astrali e celesti.

Nelle otto renne stesse, intendiamo Cometa e Fulmine e Donnola e Freccia e Ballerina e Saltarello e Donato e Cupido, e nei loro aerei sfrenati galoppi sarebbero ravvisabili segnali celesti, ipotizzabili da un lato nelle stelle dell’Orsa Maggiore, dall’altro nelle plurali collisioni meteoritiche di quei tempi primigeni.

Da esse trasportata, la centrale figura del grande babbo che mette piede a terra rivelerebbe così l’immagine dell’imponente impatto del pianeta Teia, precursore della nascita del mondo intero e della vita.

L’incandescente collisione e l’approfondirsi del nucleo teiano nelle viscere terrestri della palla di fuoco si evidenzierebbero allora nel costante richiamo al fuoco evocato dalla leggenda, riconoscibile nel continuo  calarsi del beato vegliardo giù dai camini di ogni casa del mondo.

Del resto anche gli affaccendati aiutanti di Babbo Natale, gnomi e folletti, indirizzerebbero allora ai poteri tellurici profondi.

Fin qui si tratterebbe dunque di raffigurazioni dei fondamenti dell’evoluzione planetaria macrocosmica.

I regali che il vegliardo elargisce ai bimbi di tutta la terra potrebbero poi dare pertinente immagine alle fertili impollinazioni batteriche della superficie terrestre di cui si è trattato, quelle che abbiamo chiamato miracolose carezze, figure dunque dei fondamenti dell’evoluzione microcosmica.

Quanto poi all’imponente vestito rosso di Babbo Natale, fu la straordinaria trovata dei guru mediatici americani della prima ora.  Negli anni trenta e forse addirittura negli anni dieci i pubblicitari tinsero del colore dell’amore e del fuoco il vecchio abito di Babbo Natale, fino ad allora di stoffa verde e pelliccia. Fu scelta quanto mai azzeccata, data l’impennata delle vendite, e addirittura l’innovazione risulta significativa anche se valutata secondo le coordinate teiane, il vestito diventa infatti l’igneo regale segnale di quella primigenia collisione fra astri, l’implicito accenno a quella dimensione demoniaca cui sia la leggenda popolare che la rivelazione biblica paiono porre riferimenti. Bravissima la Coca Cola.

 

A rileggere, riconosciamo come tutta l’impalcatura teiana stia però troppo  stretta e striminzita a Babbo Natale che si sa, proprio magretto non è mai stato. L’associazione risulta stentata e azzardata, poco convincente.

L’unico dato importante, e che in realtà non conviene sottovalutare,  consiste nell’abitazione polare dell’anziano benefattore quattrocchi.

Certo, restando in simili prospettive questa favola risulterebbe evocativa di una conoscenza popolare ancestrale circa le origini della Terra e la rivelerebbe.

La domanda che da sé si porrebbe riguarda allora come sarebbe possibile per l’umanità avere e tramandare conoscenze di eventi planetari iniziali, accadimenti che precedettero per ere intere, ben oltre quattro miliardi di anni, la venuta al mondo degli uomini.

Eppure abbiamo più enunciato come la vera testimonianza non necessiti affatto di alcuna reale presenza per potersi realizzare né necessiti della coscienza del suo realizzarsi attuarla, e abbiamo chiarito come tutti i tempi  della grammatica, trapassato remoto compreso, derivino da quell’infinito che trascende ogni tempo e a quello stesso infinito ritornino rivelando il presente, l’infinito presente.

Dunque davvero una leggenda, una favola che l’umanità si tramanda da secoli, generazione per generazione, potrebbe rilevarsi portatrice di conoscenze che l’umanità stessa ignora del tutto?  Sarà davvero questo il caso?

Attraverso questa favola la conoscenza popolare potrebbe suggerire il luogo dove Teia si è impattato nel suolo di una terra ancestrale, accadde all’attuale polo settentrionale del pianeta oltre quattro miliardi di anni fa, questo affermerebbe. Scavò sotto terra la casa di Babbo Natale, la  fabbrica dei suoi doni per gli uomini.

Davvero lo scriviamo nero su bianco, nonostante le incertezze e i dubbi che non cedono?

Perché allora insistiamo? Che cosa ci trattiene dal cestinare questa pagina? Chi? Riminiscenze di Vladimir Jakovlevič Propp,  Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes? E’ a causa delle loro affascinanti lezioni? E’ per impegno culturale? E’ per provocazione di fronte a una scienza accademica troppo protocollata e rigida, inamidata e azzimata? E’ per sfida?

Insomma oggi stentiamo a decidere, confessiamo la nostra incertezza.

Stralciamo?

Per ora no, lasciamo le cose come stanno e chiudiamo la pagina.

E’ tutto il giorno che lavoriamo.

E’ sera inoltrata, è sceso il buio,  qualsiasi idea in questo momento ci pare  ad un tempo verisimile e falsa. Siamo stanchi.

Ritorniamo alla nostra vita.

Domani ci sarà da rileggere, da rivedere. Domani vedremo, valuteremo serenamente. Decideremo.

Con la coda dell’occhio distinguiamo Babbo Natale sgusciare via su per la  bocca del camino, svanisce così nella notte benedetta, in un lieve pacifico fruscio, anziano e corpulento com’è quant’è agile, straordinario davvero, specie considerando che in casa nostra il camino non c’è, mai stato.

Scalando tranquillo i mattoni incrostati il grande babbo ha sorriso e anche noi abbiamo sorriso al vederlo arrampicare e ci siamo anche accorti di come il camino stesso e la finestrella nell’angolo stessero sorridendo anch’essi osservandoci.

Per non parlare del soffitto a cassettoni di abete che se la ride di gusto lui pure. Attraverso i riquadri dei vetri appannati scopriamo che il mondo intero sorride, il prato, la collina, le nuvole.

Il cielo intero manco a dirlo è uno smisurato accogliente sorriso di colore oltremare.

Lassù in alto appena a sinistra, giusto sopra le ombreggiature del bosco, a cavalcioni di monti gemelli beata la luna risplende serena padella, lattea cagnona sorniona felice, aleggia dovunque.

 

Il calzerotto quadrettato di verde e di fucsia che pende dalla trave del tetto sta ancora sorridendo beato attraverso quel bel buchino al calcagno. Sta lì appeso perché questa è la notte dell’Epifania.

Il Natale è stato celebrato nei cuori e ora arrivano i Maghi. Buona vita fratelli e sorelle, chiunque e dovunque voi siate, abbracciamoci amici, ogni bene in ogni strada del mondo.

A riprendere il tema natalizio e a concluderlo va infatti ricordato come, a completare l’immagine dell’universale binomia unità che le è propria la leggenda epifanica pagana introdusse nel tempo oltre Babbo Natale un’altra figura arcana, che dell’epifania prese pari pari il nome e nelle numerose varianti recuperava le popolari feste rurali del solstizio invernale, popolari cori gioiosi inneggianti alla trasformazione dell’anno vecchio nel nuovo,  dell’imminente rinascita della natura, auspici buoni per le prossime semine, la Befana.

Nelle feste popolari la magia viva del Natale si ricorre così fra due arcane figure, Babbo Natale e la Befana.

Qualche bambino ha osato sbirciare nel buio di quelle notti beate e vi è chi assicura di averli intravisti. Tutti quanti li abbiamo nei cuori.

Al dilagare del suo atteso compito, Babbo Natale non poteva più porre i suoi tanti doni nelle calzette dei bimbi appese ad asciugare e a scaldarsi vicino al focolare, lo sviluppo sociale li aveva troppo accresciuti e poi gli anni passavano appesantendo anche lui.

Così fu lei, la Befana, a farsi carico dell’antica usanza che per altro, ancora si consideri, nella calza riempita di caramelle rifà puntuale la penetrazione fino al fondo, fino all’intimo basamento organici, i piedi.

E altre immagini del grande impatto planetario ancora ritornano in questa benedetta gobba vecchina che solca i cieli su di una logora scopa di saggina portando nel sacco ricolmo dolcetti e biscotti, e alcuni li ha preparati a forma di schegge di carbone. Si badi bene, carbone, guarda un po’, ma ora non è più il caso di riferirsi di nuovo alla teoria teiana, chi lo desiderava ha avuto ogni modo di comprendere che cosa intendiamo, meglio dire che cosa fantastichiamo.

La cara astuta megera ha escogitato questa curiosa beffa perché sulle prime alla vista il carbone sia cruda lezione e rimprovero arcigno per i bimbi birichini, noi compresi quindi purtroppo,  ma poi al gusto premi anche loro. Il palato non sbaglia e questo non è carbone ma caramello puro.

Evviva, la dolce nonnina ha perdonato anche noi, né potrebbe essere altrimenti, oggi è festa grande per tutti, per tutti quanti, anche voi e anche noi.

Che bello dire tutti, tutti insieme, intendiamo, e già e ancora e più è calda  gioia e pace e serenità vere.

E’ il nostro augurio per voi, la certezza.

 

 




Trattamento delle sindrome da Freddo (Shang Han) secondo la teoria dei i Quattro Strati (si Fen)

Autori: Carlo Di Stanislao[1] e Iacopo Valente[2]

“È nel momento più freddo dell’anno che il pino e il cipresso, ultimi a perdere le foglie, rivelano la loro tenacia” 

Confucio

Riassunto: Si descrivono le varie forme di aggressione da Freddo secondo la teoria delle Quattro Zone, i sintomi, le modificazioni di polso e lingua ed il trattamento in agopuntura, farmacoterapia e dietetica. Si descrivo anche i rimedi occidentali e gli oli essenziali più utili in prevenzione e terapia

Parole chiave: Freddo, Si Fen, agopuntura, dietetica, fitoterapia

I raffreddamenti invernali rientrono, secondo la Medicina Tradizionale Cinese, fra le Forme Esterne (Wai Gan) causate da un Perverso che di preferenza rallenta ed annoda l’Enegia ed il Sangue e, secondo una visione moderna, si riconduce ai virus che, com’è noto, in inverno, sono i grandi protagonisti delle sindromi influenzali e simil-influenzali[i] [ii], dal raffreddore comune a forme estremamente più sistemiche e gravi. Va però detto che, secondo la Medicina Cinese ed anche la Biomedicina, il freddo può colpire l’organismo in qualsiasi stagione,   perché anche gli acquazzoni estivi e i bagni ghiacciati nel torrente possono provocare patologie da raffreddamento, così come l’uso del condizionatore d’aria, che provoca degli intensi raffreddamenti nelle persone che entrano in ambienti condizionati provenendo, sudati, da ambienti molto caldi. I segni clinici delle malattie dovute al Freddo (Han) consistono in rinorrea acquosa, cefalea, sensazione di freddo, tosse con espettorato fluido, mancanza di sete, urine abbondanti e chiare, lingua biancastra, polso lento e, come sintomi secondari, viso pallido, urine pallide e chiare e stpisi.Nonostante sia un Perverso di Natura Yin che Blocca Energia e Sangue, il Freddo può colpire sia l’alto che il baso del corpo. In caso di attacco (Shang) in alto avremo: senso di soffocamento, vomito, dispesia con crampi dolorosi, mani cianotiche; in caso invecedi attacco in basso: stipsi, feci secche e difficili da espellere, piedi freddi, dollori addominali violenti[iii]. Possiamo esaminare le malattie da penetrazione di freddo, quindi tipicamente invernali, in rapporto alle due teorie dette dei 6 Livelli o dei 4 Strati. Mentre la patologia dei sei livelli era già nota nel 220 d.C. (proposta da Zhan Zhong Jing nel suo Shan Han Za Bing Lung , suddiviso in Shang Han Lun e Jin Kui Yao Fang Lun da Wang Shu-Hè nel 1060; quella dei 4 Strati (Si Fen) è più recente, elaborata durante la dinastia  Qing (o Mancese) da  Ye Tan Shi e dai suoi discepoli nel 1746, nel trattato Wen Re Lun, testo basato sul Nei Jing e in cui si individuano quattro diverse zone che rappresentano una stratificazione delle aree funzionali, dall’esterno all’interno, dell’organismo[iv].Mentre la teoria dei “Sei Livelli” ha un valore molto generale, quella dei Quattro Strati è centrata sulle diverse sostanze[v]:

  1. Lo strato Wei corrisponde alla Weiqi
  2.  Lo strato Ying alla Yingqi
  3.  Lo Strato Qi alla Zheng Qi
  4.  Lo Strato Xue al Sangue

 

Prima di parlare della penetrazione del Freddo, occorre rammentare che nella loro patogenesi le malattie esterne (e non solo quelle infettive o contagiose) tendono a penetrare dal livello più superficiale a quello più profondo e così ad aggravarsi. Se vi sono condizioni di “vuoto” dell’energia corretta antipatogena sono possibili salti di livello o attacchi più profondi che risultano particolarmente gravi [vi] [vii].

Secondo alcuni AA si parla, di patologia dei Sei Livelli se il danno è solo funzionale, dei 4 Strati se si hanno anche anomalie organiche. A parte ciò, attualmente,  soprattutto in campo di patologie esterne (waike), si preferisce la classificazione secondo i 4 strati piuttosto che quella a sei livelli[viii]. Sempre rimanendo nel campo delle caratteristiche generali della patologia della 4 zone si deve ricordare che la pentrazione di perversi (vento, freddo, caldo, umidità, secchezza) può avvenire o in modo conforme o per propagazioni non conformi[ix].

Le propagazioni conformi: prevedono il passaggio dalla superficie alla profondità, cioè dalla Weifen alle altre zone più profonde. Ciò significa (Sciarretta op. citata) che la malattia passa successivamente da una zona alla successiva subendo un aggravamento progressivo.
Le propagazioni non conformi: equivalgano all’interessamento di una zona senza che sia seguita un normale ordine di progressione. Ad es. attacco della Qifen direttamente, saltando lo strato Wei. Queste si debbono non tanto all’intensità dei morbigeni esterni, quanto alla debolezza dell’energia corretta antipatogena (Zhengqi)[3].  

Per quando riguarda il Freddo esso può colpire per lo più i primi due strati, ovvero lo Strato Wei o, nelle forme più gravi, lo Strato Qi, in questi casi già convertito in Calore poiché qualunque perverso ristagni nel corpo non eliminato si tramuta in Calore (sindrome del Vero Freddo e del Falso Calore)[x]. Nel caso di aggressione dello Strato Superficiale (Wei e quindi della Energia Difensiva, come per forme virali leggere[xi]), avremo: febbre leggera (sino a 38), leggera avversione per il vento ed l freddo, cefalea, tosse produttiva, assensa di sete e faringodinia spiccata. Il polso sarà galleggiante (fu) la lingua normale  con induido abbonte e chiaro. Inoltre va ricordato che tale zona è connessa alla funzione del Polmone per cui, nelle forme pù gravi, dallo strato Wei il perverso va ad interessare tale Organo (Zang) con: tosse incessante, dispnea, afonia, faringodinia violenta, espettorato denso e vischioso e che si stacca con difficoltà. Spesso è difficile una diagnosi differenziale fra attacco della Weifen e sindromi Tai Yang. Queste ultime pero, di solito, si associano a dolori muscolari diffusi e cefalea ad irriadiazione nucale  Comunque in entranbi i casi è consigliata la sudorificazione[xii] che si attua con aghi che si può attuare o pungendo LI 4 in dispersione e LU 7 in tonificazione ed aggiungendo, secondo Nguyen Van Nghi[xiii] e Yvonne Mollard[xiv]:  BL 13, in caso di invasione del Polmone, GV 14 in caso di febbre elevata o persistente, BL 12 e GB 20 se intensa penetrazione di Vento assieme al Freddo con sintomi mobili, intenso sudore, tosse secca e soffocnte  18-22-23CV se vi è afonia, se compare dispnea o  broncorrea Lu 5. In farmacopea si usa la formula della Shang Han Lun Gui Zhi Tang[xv] [xvi]. In dietetica[xvii] [xviii] dare cibi piccanti leggeri e fare attenzione ai cibi acidi o troppo dolci che spingono in profondità i perversi.  Se si supera lo strato Wei in forma progressiva o in caso di difetto del sistema immune, è colpito lo Strato del Qi (Qifen), che causa febbre elevata di tipo ricorrente, timore per il freddo, sete e traspirazione, urine cariche, respirazione pesante, agitazione, inquetudine e, a volte, delirio, addome gonfio e doloroso, costipazione o incontinenza fecale, bruciore anale. Il polso è rapido, la lingua mostra patina gialla, collante o è secca. Da questo strato il calore patogeno può diffondersi ai vari Organi e soprattutto colpire i Polmoni, Lo Stomaco, il TR-Medio e gli Intestini. In dispersione vanno trattati i punti GV 14, LU1 e BL 13. In caso di invasione dello Stomaco il punto ST21 con 4 e 11 LI; per invasione degli intestini BL25 e 27, se viene invaso il TR (con anoressia, dolori attorno al’ombelico, feci poltacee o malformate) TB 6, BL 22 e CV5. In farmacopea si usano formule con principi amari come Yin Qiao San o è Bai Hu Tang (decotto della tigre bianca), proposta da Zhang Zhong Jing e magnificata da Li Shi Zhen per eliminare l’agitzione e favorire l’appetito .  Nei bambini o nel caso di febbre molto alta si aggiunge panax Ginseng radix e si ottiene così la formula Ren Shen Bai Hu Tang (peraltro attiva anche in corso di Encefalite B, come dimostrato da uno studio sul J. Trad. Chin. Med., 1954, 102:30-37)., a cui, in caso di mialgie violente o violenti dolori addominali (per accumulo allo Stomaco ed agli Intestini) si aggiunge il ramulus Cinnamomi (Gui Zhi)[xix]. Si daranno cibi Piccanti e amari, ma questi ultimi con prudenza e per breve tempo, poiché  danneggiano il TR-medio e ridcendo l’appettito, alterano la possibilità di guarigione riducendo la possibilità di estrarre Guqi[xx] [xxi]. Se siamo costretti per le condizioni del paziente a terapie dietetiche e farmacoogiche con cibi e rimedi amari per più di una settimana, occore pungere, per favorire il TR_Medio e la produzione di Guqi, i punti: 12CV, 43 ST, 2KI, 8KI e 5LI[xxii]. In fitoterapia energetica con principi occidentali, occore udare piante attive sullo Yang e la Weiqi, che si indirizzino al Polmone e al Rene. La nostra preferita, ed Estratto Secco Titolato, è l’Echinacea purpurea, che  possiede proprietà antivirali ed  immunostimolanti dovute alle glicoproteine, alle alchilamidi, ma soprattutto al gruppo dei polisaccaridi (arabinogalattani ed arabinoxilani). Gli effetti immunostimolanti attribuiti all’echinacea possono essere sfruttati mediante l’impiego di estratti secchi titolati in polisaccaridi, mentre gli estratti idroalcolici come le tinture, più ricchi in polifenoli, presentano soprattutto attività antinfiammatoria.Gli alcaloidi pirrolizidinici presenti nell’echinacea contengono il nucleo pirrolizidinico saturo, privo di tossicità, a differenza di quelli a nucleo insaturo, che sono risultati epatotossici. Questa pianta, comunque, può causare eritema nodoso e fenomeni di ipersensibilità. Da non usare in portari di infezioni streptococciche focali, sarcoidosi, linfoma, morbo di Chron o malattia autoimmune. Il dosaggio consigliato in Estratto secco è di 170-227 grammi, 4 volte al giorno[xxiii]. Molto utili, poi, per via inalatorio, magari nei diffusori di acqua sopra ai caloriferi durante il riposo notturno, gli Oli Essenziali di Pino e Cipresso, piante che Rinforzano lo Yang del Rene e la Weiqi[xxiv] e combattono il freddo, tenacemente, come ci ricorda lo stesso Confucio. Tutti gli oli essenziali delle diverse varietà di Pino hanno valide proprietà espettoranti, balsamiche e decongestionanti, sono antisettici  si rivelano quindi  utili nel raffreddore, nella congestione nasale, nel respiro difficoltoso, in mal di gola,tosse e bronchite, nelle sinusiti e nell’influenza. L’aroma, invece, di cipresso cura le tossi spasmodiche ed è indicato in caso di tracheite e bronchite. In Medicina Cinese il Pino tratta più l’aggressione della Weifen e il Cipresso della Qifen per la sua azione riequlibrante generale[xxv].

 



[1] Presidente Associazione Medica per lo Studio della Agopuntura; responsabile Ambulatorio Agopuntura e Moxa ASL 01 Avezzano-Sulmona L’Aquila.

[2] Medico in formazione Scuola di Agopuntura del Centro Studi Xinshu, riconosicuta dalla Federazione Italiana delle Società di Agopuntura.

[3] Va qui ricordato che le condizioni da Fredo più tenaci, ricorrenti e gravi, compaiono sooprattutto in chi si nutre male, o in chi, adulto o bambino, ha atteggiamenti scorretti dal punto di vista terapeutico e alimentare; usando cibi troppo ricchi di proteine e grassi animali o di zuccheri semplici o fa largo ed improprio uso di antibiotici. Rriequilibrando questi aspetti alimentari e riparando i danni provocati da scorrette terapie, le persone tornano capaci di difendersi egregiamente da queste patologie.



Bibliografia

[i] Di Stanislao C. (a cura di): Libro Bianco sull’agopuntura e le altre terapie della tradizione estremo-oriebntale, Ed. SIA/CEA, Milano, 2000.

[ii] Sotte  Diagnosi e Terapia in agopuntura e medicina cinese, Ed. Tecniche Nuove, Milano, 1992.

[iii] Porkert M. Ulmann C.:  Chinese Medicine, Ed. W. Marrow, New York, 1988.

[iv] Gwei Djen L., Needhan J.: Aghi celesti, Ed. Einaudi, Torino, 1987.

[v] AAVV: Encyclopedie de Medicine Naturelle, Tome I: Acupuncture, Ed. Techniques, Paris, 1989.

[vi] Kay An C.: Pathologie generelle et diagnostic en Medicine Chinoise, Ed. Maissonneuve, Moulin les Metz, 1982.

[vii] Faubert A.: Traté didatique d’cupuncture traditionnelle, Ed. Tredaniel, Paris, 1977.

[viii] Roustan C.: Traité D’Accupunture, Vol III, Ed. Masson, Paris, 1983.

[ix] Auteroche B., Navailh P.. La diagnostic en Médicine Chinoise, Ed. Maloine, Paris, 1983.

[x] Ming O. (chef ed.): Terminology in TCM, Ed. Hai Feng Publishing House, Hong Kong, 1987.

[xi] Yuen J.C.: Energetica Generale, Ed. AMSA, policopie, Roma, 1997.

[xii] Di Stanislao C., Brotzu R.: Manuale Didattico di Agopuntura, Ed. CEA, Milano, 2008.

[xiii] Nguyen V.N., Van Dong M., Nguyen-Recours C.: Diagnostica e Terapia in Medicina Energetica Estremo Orientale, Ed. Vito Ancona, Bari, 1984.

[xiv] Mollard Y.: Il ruolo fisiologico dei punti di agopuntura, Ed. Red, Como, 1987.

[xv] Song-you C., Fei L.: A Clinical Guide To Chinese Herbs and Formulae, Ed. Churchill-Livingstone, Edimburgh, 1993.

[xvi] Giullaume G., Chieu M.: Pharmacopée et MTC, Ed. Presence, Paris, 1987.

[xvii] Bologna M., Di Stanislao C., Corradin M., Giovanardi C.M., Mazzanti U.: Dietetica medica scientifica e tradizionale. Curarsi e prevenire con il cibo, Ed. CEA, Milano, 1999.

[xviii] Eysselet J.M., Guillaume G., Chieu M.: Dietétique et Médicine Traditionnelle Chinoise, Voll I-II, Ed. Guy Tredaniel, Paris, 1983.

[xix] You Wa C.: Fitoterapia Cinese, Ed. Tecniche Nuove, Milano, 1994.

[xx] Vandermeersch L.: Phytotherapie Traditionnelle Chinoise selon Chen Kay An, Ed. SATAS, Bruxelles, 1986.

[xxi] Massarani E.: Erbe in Cina, Ed. ESI, Milano, Roma, 1981.

[xxii] Gori G.: Il significato energetico dei punti di agopuntura, Ed. S. Marco Libri, Bologna, 1989.

[xxiii] Giannelli L., Di Stanislao C., Iommelli O., Lauro G.: Fitoterapia Comparata, Ed. Di Massa, Napoli, 2001.

[xxiv] Paoluzzi L. Phytos e Jing, Ed. MeNaBi, Terni, 2007.

[xxv] Di Stanislao C., Brotzu R., Simongini E.: Fitoterapia energetica con rimedi occidentali, aromoterapia e floriterapia secondo i principi della Medicina Cinese. Le lezioni AMSA-XIN SHU Volume , Ed. Xin Shu, Roma,  2012.