Trattamento agopunturistico di alcuni casi di sindrome orticaria-angioedema di probabile natura autoimmunitaria


Carlo Di Stanislao*

Riassunto: L’articolo esamina le prove fornite dalla recente ricerca scientifica, su un possibile meccanismo autoimmunotario nella patogenesi di forme di orticaria-angioedema ad andamento cronico e persistente. Cinque pazienti con orticaria-angioedema e con intradermoreazione al siero autologo positiva, sono stati trattati mediante agopuntura.

 

Parole chiave: orticaria-angioedema, autoimmunità, agopuntura.

 

Summary: This article presents auto immune still relies during chronic urticaria-angioedema. Immuno assays for IgE-Fc autoantibody are currently. Five patiens with positive autologous serum intradermal test are treated with acupuncture.

 

Key words: urticaria-angioedema, autoimmunity, acupuncture.

 

“A est erano la Bibbia e le origini del cristianesimo; a est si recarono grandi viaggiatori come Marco Polo, Ludovico di Varthema, Piero della Valle; a est guardarono fantasiosi narratori…” Gérard de Narval, “Voyage en Orient”, 1834.

 

“J’aime la règle qui corrige l’èmotion” Paul Verlaine.

Premessa

L’orticaria è una comune dermatosi dovuta ad edema localizzato fra epidermide e derma superficiale (1-2). Nel 50% dei casi (1) si associa ad angioedema, legato a vasomozione ed essudazione nel derma profondo e nel sottocutaneo. L’orticaria e l’angioedema sono quindi malattie indistinguibili sotto il profilo etiopatogenetico ed oggi si parla di “sindrome orticaria-angioedema” (1-3).

L’orticaria-angioedema colpisce il 10-20% della popolazione generale, in qualunque momento della vita e senza predilezione di sesso (1,4-5).

La sindrome si definisce cronica se ha una durata superiore alle sei settimane (5).

Le cause più frequenti sono (1,5):

– Allergie e pseudoallergie a farmaci, additivi ed alimenti

– Reazioni citotossiche (ad esempio trasfusionali)

– Infezioni ed infestazioni (batteriche, fungine, virali, protozoarie e da metazoi)

– Reazioni a punture d’insetti (principalmente imenotteri)

– Collagenopatie (anche in fase non conclamata)

– Agenti fisici (freddo, luce attinica, pressione, ecc.)

– Neoplasie

– Squilibri elettrolitici (sodio, potassio, magnesio)

– Squilibri metabolici (soprattutto del metabolismo purinico)

– Stress psichici (l’orticaria-angioedema è definita questi casi,  colinergica o adrenergica)

– Sconosciute.

Le casistiche più recenti (1-3,5) dimostrano che nel 50-80% dei casi non si riesce a formulare una diagnosi etiologica. Uno studio inglese molto ampio (3), dimostra che l’impatto sulla qualità della vita non è inferiore a quello di tre bypass coronarici.

Indipendentemente dalla causa in gioco (immunitaria o non immunologica), la degranulazione dei mastociti cutanei determina i fenomeni vasomotori che ne sono alla base (1,5).

I mastociti possono essere attivati attraverso svariati meccanismi, con degranulazione ed attivazione della fosfolipasi A (2). La degranulazione porta alla liberazione di  istamina, proteasi e fattori chemiotattici per eosinofili e neutrofili, inoltre a liberazione di sostanza P e di PAF che risultano molto attivi sulle terminazioni nervose (prurito) e sui vasi (pomfo).

La cascata fosfolipasica dell’acido arachidonico, attraverso la ciclo e lipoossigenasi,  rilascia mediatori più tardivi come leucotrieni (SRS-A) e trombossani, che condizionano le fasi ritardate (dopo 6-8 ore) e persistenti della flogosi (2,5).

Non sempre la via d’attivazione è recettoriale (IgE-mediata) e può invece legarsi ad attivazione dei canali del calcio, a rilascio di sostanza P, di nerwe growth factor o di peptidi vasoattivi intestinali (soprattutto VIP) (2). Così, ad esempio, le manifestazioni allergodermiche del paziente con infezione HIV-1,  si devono in parte agli elevati livelli di IgE correlati con la gravità di malattia e legati a riduzione dei CD8 suppressor (10), in parte ad anomalie del metabolismo della vitamina E (scarso apporto nella dieta, alcolismo, epatopatia), con conseguente accumulo radicalico e secondaria attivazione o instabilità mastocitaria (11).

Questi meccanismi extraimmunitari potrebbero spiegare reazioni pseudoallergiche a farmaci, additivi ed alimenti ed anche rappresentare la via finale comune di risposte urticariose in corso di gastrite ed ulcera da helicobacter pylori (1), da infestazione intestinale (5), in corso di epatite C, ecc. (4).

Di recente, una serie di segnalazioni, tende ad ascrivere un certo numero di forme di orticaria cronica ad un meccanismo autoimmunitario IgG anti IgE (6).

Più propriamente sono stati descritti, in un elevato numero di soggetti con orticaria cronica, anticorpi IgG diretti verso l’alfapeptide del frammento cristallino (Fc) delle IgE. Si ritiene, pertanto, che tali autoanticorpi, legandosi agli specifici recettori per le IgE di basofili e mastociti (dimerizzazione), attiverebbero la degranulazione cellulare di tipo istaminergico alla base della vasomozione capillare (1,6).

Una recentissima ricerca del St Jhon Institute of Dermatology di Londra, ha dimostrato tali autoanticorpi nel 25% di pazienti con orticaria cronica idiopatica refrattaria (6). In questi pazienti l’intradermoreazione con siero autologo, causa pomfi urticariosi anche generalizzati (6).

Va ricordato che i basofili ed i mastociti sono le uniche cellule umane ad esprimere recettori ad elevata affinità per le IgE (1,2,12-13), sensibili sia a stimoli immunologici (IgE, IgG anti Fc delle IgE, ecc.) che non immunologici (salicilati, morfina, ecc.) (13).Tornando al già citato lavoro di Greaves (6), si è potuto notare un’alta prevalenza nei soggetti con orticaria cronica ed IgG anti IgE del sistema HLA di II classe II-DR e DQ, allelli che sono frequentemente correlati con le sindromi autoimmunitarie (ad esempio miastenia gravis con IgG anti recettori muscolari per l’acetil-colina) e che, secondo molti, controindicano all’uso di vaccini (7,13).

Studi condotti su guppi controllo affetti da dermopatie e pneumopatie croniche (psoriasi, asma e dermatite cronica) hanno evidenziato una assenza di anticorpi con l’Fc-R-epsilon I-alfa. Un certo numero di questi autoanticorpi, invece, è stato identificato in pazienti con dermatomiosite e pemfigo volgare (6,8).

I test clinici e di laboratorio per confermare l’ipotesi dell’origine autoimmunitaria dell’orticaria sono( 6):

– intradermoreazione immediata positiva per siero autologo;

– dimostrazione di un maggiore rilascio di istamina da parte dei basofili in vitro;

– dimostrazione, con metodiche radioimmunologiche, di anticorpi IgG anti Fc-epsilon, R-epsilon-I-alfa superiore al 5% del totale di IgG.

Recenti segnalazioni (14) sull’IL-10 in corsi di malattie autoimmunitarie, ci indurrebbe a ritenere questa citochina un marcatore ematico di orticarie croniche autoimmunitarie, ma il dato deve essere confermato.

Nelle orticarie certamente autoimmuni la plasmaferesi (8), o l’impiego di alte dosi di Immunoglobuline per via endovenosa (9), possono risultare di efficacia risolutiva. Anche la ciclosporina A potrebbe essere importante (6).

Nel 40% dei soggetti con orticaria cronica il test intradermico per siero autologo è negativo (6). Si invocano, in questi casi, altri meccanismi (1,6). Nel 12% dei casi vi sarebbe un’attivazione di un fattore (mast-zellen realising factor), non correlato con l’istamina ed i basofili, ma in grado di incrementare numero ed attività dei mastociti dermici. Nel 18% dei casi incubando mastociti e basofili del sangue periferico con IL-3 ,si dimostra una più vigorosa azione di rilascio istaminico (instabilità di parete). Infine nel 5% dei casi, come si dimostra con provocazione orale contro placebo in doppio cieco, si hanno manifestazioni, spesso pseudoallergiche, di intolleranza alimentare (1,6).

Tuttavia un gran numero di orticarie croniche con intradermoreazione al siero autologo negativo, restano un enigma sotto il profilo etiopatogenetico.

Il trattamento agopunturistico può risultare efficace in un certo numero di orticarie croniche (15-16). Non si conosce lo specifico meccanismo d’azione, probabilmente legato a riflessi locali e generali in grado di ridurre la degranulazione mastocitaria e dei basofili (15). Nel caso di orticarie autoimmunitarie si può ragionevolmente pensare ad una azione regolatrice, poiché una serie di osservazioni pregresse (17-18) dimostra una vigorosa azione dell’agopuntura sul pattern citochinico.

 

Casistica osservazionale

Il nostro studio riguarda 37 casi di orticaria-angioedema ad andamento cronico (durata media 15.8 settimane), di cui, in 18 è stato possibile giungere ad una diagnosi etiologica (focalità, parrassitosi, intolleranze a farmaci e/o additivi, ecc.), nei restanti 19 l’origine non è risultata dai dati clinici e dalle ricerche in vivo (prick, prick-by-prick, provocazione orale in doppio cieco, Vegatest) ed in vitro (indici di flogosi, TAS, TAF, Monospot, anticorpi IgG ed IgM antiherpes, parvovirus, cytomegalovirus, C1 inattivatore, immunocomplessi, frazioni C3-C4 del complemento, sodio, potassio, calcio, magnesio, uricemia, bilirubinemia, markers dell’epatite e tumorali, IgE totali e specifiche per i comuni pneumo e trofoallergeni, sottopopolazioni linfocitarie, esame parassitologico delle feci dopo lassativo ed in tre campioni).  In 5 dei 19 pazienti (26.3%) è stato possibile dimostrare una risposta immediata positiva (++/+++ entro 30 minuti) all’introduzione intradermica di 0.1 ml di siero autologo. In tutti, inoltre, livelli elevati di IL-10 (da 7.6 a 12 mU/ml) con normalità dell’IL-2 e 6 e dell’ECPs (metodica Cap System Farmacia). Non ci è stato invece possibile documentare la presenza di IgG anti Fc-epsilon RI-alfa delle IgE per carenza tecnica. Sotto il profilo energetico (secondo la Medicina Cinese) tutti i pazienti (3 donne e 2 uomini, di età compresa fra i 19 ed i 55 anni) presentavano “vuoto di Sangue di Fegato con liberazione di Vento”. Una cefalea vasomotoria era presente in 4 casi, 3 pazienti soffrivano di ipertensione fugace, 2 di congiuntivite aspecifica primaverile. Tutti e 5 , infine, una lingua tremolante ed un polso teso a corda (xian), associati ad insonnia e/o sonno agitato ed  incubi frequenti.

Secondo le indicazioni degli AA cinesi di maggiore esperienza (16,19) abbiamo trattato (stimolazione manuale fino al “deqi”, con metodica rotatoria ampia e lenta e  trattamento  singolo di 30 minuti) i punti:

– Sanyinjiao (SP 6) : che tonifica il sangue e lo Yin; combatte indirettamente il Vento e presenta varie indicazioni dermatologiche.

Qimen  (LR 14): punto Mu del Fegato, dotato di specifica azione di tonificazione del Sangue del Fegato.

Fengmen (BL 12): punto Vento per eccellenza, capace di disperde il Vento sia interno che esterno ed  impiegato per dermopatie sia acute che croniche.

Le sedute sono state bisettimanali per un totale di dieci (5 settimane di terapia).

In caso di acuzie di notevole intensità o durata, il paziente poteva assumere per os citerizina in dosi unitarie di 10 mg.

Abbiamo valutato l’intensità delle crisi (con punteggio da 0 = assente a 4 = grave) (Tab 1) ed ancora il consumo dei farmaci (Tab. 2).

Alla fine della terapia abbiamo valutato anche il livello di IL-10 e la risposta globale al trattamento (scomparsa, riduzione, invariato) (Tab 3-4). In soli due pazienti (40%) si è avuto, a fine terapia, una riduzione significativa (di 1/3) dell’area del pomfo, dopo intradermoeazione al siero autologo.

Dopo 3 mesi non si sono, inoltre, registrate recidive necessitanti di terapia e si è documentato un ulteriore decremento del livello di (Tab 3) IL-10.

 

Conclusioni e Critiche

I nostri risultati dimostrano (ma su un numero piuttosto basso di casi) che l’agopuntura agisce sul pattern citochinico che giustifica l’orticaria cronica autoimmunitaria ed è in grado di ridurre il numero e l’intensità delle crisi e l’impiego, a breve termine, di farmaci. Tuttavia, come notato da alcuni esperti del settore (20), i risultati terapeutici a lungo termine non sono semplicemente predicibili sulla base di quanto osservato nel breve periodo, soprattutto nei confronti di dermopatie croniche come psoriasi, dermatite atopica ed oticaria.

 

Tabella 1 intensità delle crisi

 

 

 

 

 

Tabella 2 consumo di citerizina

 

 

 

 

 

Tabella 3 Livelli di IL 19

 

 

 

Tabella 4 Giudizio finale

 

 

Solo valutando nel lungo periodo (almeno sei-otto mesi di follow-up nel caso dell’orticaria) parametri significativi e semplici (ad esempio il numero di crisi necessitati di farmaci sintomatici d’emergenza) si possono avere dati significativi e quindi stabilire se l’agopuntura ha una effettiva azione sulle orticarie croniche con aspetti autoimmunitari.

 

Bibliografia 

1) Greaves M.W.: Chronic urticaria, New Eng J Med, 1995, 332:1767-1772.

2) Sabroe R.A., Greaves M.W.: The pathogenesis of chronic idiopathic urticaria, Arch Dermatol, 1997, 103:1003-1008

3) O’ Donnel B.F., Lawlor F., Simpson J. et al.: The impact of chronic urticaria in quality of life, Brt J Dermatol., 1997, 136:197-201.

4) Hadziyannis S.J.: Skin diseases associated with epatitis C virus infection,  J Eur Acad Dermatol Venereol, 1998, 10(1):12-21.

5) Mc Connel D.J.: Urticaria and angioedema, Cutis, 1986, 17(6):1151-1156.

6) Greaves M.W.: Autoimmunity in urticaria and angioedema, Giorn It Allergol Immunol, 1998, 8:16-17.

7) Cook P.R.: The safety of allergen imminotherapy: a litterature review, Ear Nose Throat J, 1998, 77(5):378-379.

8) Grattan C.E.H., Prancis D.M., Slater N.G.P. et al.: Plasmapheresis for severe unremitting chronic urticaria, LANCET, 1998, 339:1078-1080.

9) O’ Donnel B.F., Greaves M.W.: Intravenous immunoglobulin (IVIG) in autoimmune chronic urticaria, Brit J Dermatol, 1998, 1998, 140: 180-183.

10) Clerici M., Falagiani P. AIDS e Allergia, Not Aller., 1995, 14 (1-2): 31-34.

11) Miguez-Burbano M.J., Shor-Posner G., Fletcher M.A. et al.: Immunoglobulin E levels in relationship to HIV-1 Disease, Route of Infection and Vitamin E status, Allergy, 1995, 50:157-159.

12) W.H.O.: Allergen Immnunotherapy: Therapeuthic Vaccines for Allergic Diseases, position paper, 1998, pp 15-21.

13) Stellato C., Casolaro V., Spadaro G. et al.: Il ruolo delle cellule Fcepsilon RI+ nella patogenesi delle malattie allergiche respiratorie, Corso di Aggiornamento in Allergologia ed Immunologia Clinica, Atti, Firenze, 1990, pp 154-168.

14) Valsecchi G.: IL-10 e malattie autoimmuni, Dermotime, 1998, 3:15-16.

15) AAVV (SIA): Libro bianco sull’agopuntura, coordinato dal dott. C.M. Giovanardi, Sezione Dermatologia, Ed. CEA, in stampa.

16) De-hui S. et al.: Manuale di Dermatologia in MTC, Ed. CEA, Milano, 1997.

17) Ding L., Linsley P.S., Huang L. et al.: IL-10 inibhit macrophage costimulatory activity by selectively inibhiting the upregulation ob B7 expression, J. Immunol, 1993, 151: 1224-1234.

18) Ippoliti F., Liquori A., Bangrazi A. et al.: Studio controllato delle modificazioni delle citochine IL-2, IL-6, IL-10 in pazienti con rinite allergica cronica trattati con agopuntura, Orientamenti in MTC, 1994, 12: 51-65.

19) Lin L.: Dermatology in Traditional Chinese Medicine, Ed. Hai Feng Publishing House, Hong Kong, 1995.

20) Naldi L.: Qualità della vita in Dermatologia, Dermotime,  1998, Supp. 4/5: 1-14.

 




Sull’immanenza del taiji

Carlo Moiraghi*

L’immanenza del taiji, l’unità binomia in cui la ciclicità dell’esistenza si realizza indirizza alla ricerca di un fondamento di questo suo essere  inevitabile radice di ogni registro della realtà, fondamento costante che non può che risiedere nella matrice stessa della struttura terrestre, nel cuore del pianeta.

A riguardo non sono in grado di muovermi nella cultura orientale con una dimestichezza tale da potere scoprire in essa segnali rilevanti. Trasformo quindi il punto di debolezza in punto di forza non vivendo questo limite come carenza o insufficienza, ma come naturale e reale caratteristica. Fare tradizione significa infatti procedere lungo la via tradizionale secondo il  passo che è proprio dei cammini dei singoli, accomunando grammatiche e sintassi diverse secondo le singole formazioni. Considero quindi valore ulteriore spiegare l’immanenza macrocosmica del taiji alla luce della cultura occidentale.

L’indagine si è rivolta così alla filogenesi planetaria ad individuare un obiettivo processo iniziale nella formazione terrestre tale da determinare e reggere l’unità binomia propria dell’esistenza stessa. Evidenza e radice dell’unità binomia espressa dal taiji sono certo la rotazione e la rivoluzione planetaria da cui i ritmi circadiani ed annuali discendono. L’indagine si è dunque volta al satellite lunare che di rotazione e di rivoluzione planetarie è centrale stabilizzatore. Mi sono così interessato delle teorie astronomiche riguardanti la  formazione della Luna.

 

Teorie astronomiche    

Theia Eurifessa, Dea Splendente, nella tradizione greca era l’arcaica dorata titanessa, sorella e moglie di Iperione, madre di Selene, dea della luna, di  Elio, dio del sole, e di Eos, dea dell’aurora. È questo il nome che dagli anni settanta diversi scienziati, citiamo William K. Hartmann, Donald R. Davis, Alastair G. W. Cameron, scelsero per le teorie dell’impatto gigante, attualmente le teorie più accreditate quanto alla genesi della Luna. In modi differenti ma sostanzialmente simili, ipotizzano lo scontro di un corpo celeste di grandi dimensioni e di composizione ferrosa, Theia appunto, con la Terra. Dalla collisione avvenuta circa quattro miliardi e mezzo di anni fa sarebbero venute varie conseguenze. Nello scontro da un lato si sarebbe formata la Luna, satellite fondamentale nello stabilizzare ogni dinamismo e ritmo terrestre, rotazione, rivoluzione, maree. Da altro lato il nucleo ferroso di Theia si sarebbe approfondito giungendo al centro terrestre, da dove da allora regge da un lato il campo magnetico terrestre, da altro lato la rotazione del mantello terrestre, che viene trascinato dal profondo nucleo terrestre di origine theiana che ruota ad una velocità ben maggiore.   

 

La visione biblica 

Allora apparve un altro segno nel cielo, un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna e sulle teste dieci diademi. La sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava nella terra. Il dragone si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorarne il figlio, non appena l’avesse partorito.                                       Apocalisse 12. 1 – 4

 

Interessante notare come nei miti di varie culture come pure in numerosi passi della biblica Apocalisse di San Giovani si possano riconoscere rivelazioni di questo scontro originario. Accade così che accreditate voci della scienza moderna, arcaiche leggende di culture diverse e l’antico racconto sacro suonino per grande parte concordi e noi ne gioiamo muti.

 

Il quinto angelo suonò la tromba e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’abisso. Egli aprì il pozzo dell’abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo della grande fornace, oscurò il sole e l’aria tutta.                                                 Apocalisse  9. 1

 

Conviene ora valutare l’immagine demoniaca che venne associata a  quest’affondo planetario.

 

Vidi poi un Angelo scendere dal cielo con la chiave dell’abisso e una grande catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo, satana, e lo incatenò per mille anni. Lo gettò nell’abisso. Ve lo richiuse e ne sigillò la porta sopra di lui perché non seducesse più le nazioni fino al compimento di mille anni, trascorsi i quali dovrà essere sciolto per qualche tempo.                                              Apocalisse 20. 1

 

A ben vedere i tanti nomi tradizionali del demonio si mostrano attinenti a questa originaria collisione.

Il termine latino lucifer, da cui  Lucifero, indica il portatore di luce.

L’ebraico ha satan, da cui Satana, intende Colui che si scontra.

Diavolo, dal greco diaballo, significa Colui che si lancia attraverso.

Il greco daimon, da cui Demonio, nomina poi una forza arcana che appartiene alla sfera degli dei, potere impenetrabile, movente profondo che sollecita gli uomini, a loro favorevole o contrario. Nel mondo greco daimon è dunque potenza tellurica che riconduce nel suolo la divinità celeste, theos.

Venendo all’estremo Oriente, circa l’identica corrispondenza fra cielo e terra propria dei termini greci theos e daimon risuona nei termini cinesi shen, il fulgido spirito celeste, e gui, la diafana presenza animica terrestre.

Quanto a quest’ultimo termine cinese, gui, il più utilizzato nel significato di demone, va notato come la parte superiore dell’ideogramma rappresenti proprio il quadrato terrestre e ne costituisca la testa, mentre la parte inferiore ne raffiguri il dinamismo corporeo lieve e palpabile.

Va detto come in numerose tradizioni, e fra queste la greca e la cinese, anticamente il demone non venisse considerato l’assoluto signore del male ma piuttosto un servitore del cielo che in terra vegliava e vigilava sui percorsi e le scelte degli uomini e ne riferiva al cielo gli errori. A specchio della progressiva evoluzione del mondo e dell’uomo, nel tempo la figura del diavolo si trasformò da testimone degli umani errori a buia entità ispiratrice efferata del male. In Grecia fu con Platone che si evidenziò un’avvenuta evoluzione degli inerenti significati. Del resto, la straripante potenza tellurica del pianeta puntualmente distrugge le impronte e i segni umani fin al suo primo mostrarsi, si pensi a lave e vulcani, associarla al maligno venne quindi naturale e evidente. Dilatatasi via via la dicotomia fra il bene e il male nell’etica umana, nelle diverse tradizioni si chiarì così l’assoluta contrapposizione a Dio di questa pericolosa entità  sovrannaturale malvagia e tetra, distruttrice e menzognera, nemica  del bene e della verità, signore del male, principe della nefandezza che in ogni caso a Dio cede e soggiace.

 

Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio.                                               Matteo 12. 28

 

Il cuore estraneo      

Trovo stupefacente eppure ovvia l’idea che il metallico magma incandescente, il nucleo fuso centrale nella terra, rappresenti l’odierna sempiterna realtà di quell’affondo ancestrale. Il metallico fuoco  che ribolle incandescente e eterno nel profondo del pianeta e dal suo centro lo regge e riscalda e fa ruotare non è intrinseco ad esso, ma almeno quanto alla sua origine ne è estrinseco, straniero, estraneo, diverso altro, alieno.

Xin, il cuore nella tradizione cinese, è fuoco celeste, ma anche il cuore terrestre, xin zhu, il ministro del cuore, il fuoco terrestre, è di origine celeste. E a ben vedere, le attività ulteriori e diverse del cuore del nucleo terrestre di origine theiana, campo gravitazionale e accelerazione rotatoria  da cui si muove per trascinamento l’intera rotazione terrestre pare analogicamente rapportabile nel microcosmico  corporeo alle attività ulteriori e diverse delle cellule miocardiche del nodo del seno, ritmiche capacità auto contrattili da cui deriva l’intero nutrimento ematico corporeo.

 

Ipotesi conclusiva

È dunque dalla evidenziata comunione di incommensurabili irrisolvibili  diversità e intrinseche distanze fra materia terrestre e materia non terrestre che muove l’incessante flusso dell’evoluzione planetaria. È questa l’esperienza originaria rimossa e perduta da cui e in cui e verso cui ogni cammino di verità e di sapienza risuona. Nell’esistenza terrestre vige dunque l’unità duale perché duale sono la sua formazione e la sua realtà, questa risulta dunque l’ipotesi conclusiva di questo lavoro.

Subito da questa affermazione si avvia l’ipotesi ulteriore che in altri firmamenti e contesti, in altri scenari al di fuori dell’inerenza terrestre, l’eventuale unità esistente possa rivelarsi sommatoria differente, coincidenza di numeri di fattori diversi, in relazione alla varietà delle differenti formazioni e realtà celesti, e che quindi nel cosmo possano esistere altre unità esistenti, sconosciute, plurime, altre realtà pressoché inconcepibili a noi terrestri che nell’unità duale terrestre siamo plasmati.

Ma questa è altra immagine e non vale ora qui prendere ad indagare.

 

Infine i più vivi ringraziamenti all’ Editoriale Jaca Book di Milano per la gentile concessione di pubblicare questo articolo tratto dal mio volume in lavorazione intitolato I fondamenti della Vera Medicina Cinese di cui detiene i diritti.

 




Visione integrata del sistema immunitario

Elisa Muscarella*

In Medicina Tradizionale Cinese (MTC), si afferma che la prima intelligenza umana è rappresentata dallo “psichismo della coscienza” dei Cinque Shen (Wu Shen). Il Sistema Immunitario si considera come la seconda intelligenza dell’Uomo, un complesso integrato di organi e sistemi che si è evoluto in mezzo miliardo di anni, perfezionandosi in un “automatismo intelligente”, che protegge l’organismo dall’aggressione di antigeni not self, mediante la sintesi di molecole specializzate (anticorpi) e l’azione di cellule specifiche.

Il SI è quindi una “intelligenza secondaria” capace di “vedere, individuare, riconoscere e memorizzare” tutto ciò che non riguarda il self per poi provvedere alla sua distruzione. Il SI, nel corso del tempo, ha evoluto cinque facoltà perfezionate: “riconoscere” nel senso di “vedere” ed “identificare” in maniera specifica l’antigene (la Vista è del Legno, il Riconoscimento è il divampare del tatto-contatto, insito nel Fuoco), ma anche “ricordare” (la Memorizzazione rappresenta la Terra). La “successione ordinata” di risposte sempre più efficaci, è invece la funzione del Metallo, attivato dai cronoritmi delle Sei Energie Cosmiche (Liu Qi). Infine, la partecipazione alla crescita di “selezionati cloni cellulari” si esplica entro l’Acqua Ancestrale, intesa in questo caso come funzione di sorveglianza e di allarme e quindi come facoltà di scatenare reazioni di rigetto contro tutto ciò che è estraneo al progetto genetico originario di ogni individuo (Yuan Qi).

Il SI innato, è una modalità difensiva “non specifica”, filogeneticamente antica, inserita nel genotipo (Yuan Qi) e rappresenta la prima barriera difensiva fisico-chimica (cute e strati cutanei, cheratinizzazione, mantello acido, pH delle mucose, saliva, lacrime, proteine ematiche, citochine secrete dai macrofagi). La pelle e le mucose (pelle interna) sono deputate alla prima protezione dalle aggressioni esterne. Esse (ma anche endoteli e congiuntive) rispondono dialetticamente alle due risonanze (livelli) più superficiali dello Yin e dello Yang: Tai Yin e Tai Yang.

Tai Yang: più Sangue che Energia, quindi funzioni di difesa più materiale che energetica ed inoltre più azione su pelle, endoteli e congiuntiva.

Tai Yin: più Energia che Sangue, pertanto difesa di tipo energetico e controllo a livello delle mucose. Soprattutto Zu Tai Yin (in quanto più Yin) controlla le mucose (in associazione con Yang Ming).

Il SI acquisito invece, rappresenta una difesa “specifica” che innesca, per ogni diverso stimolo antigenico, una risposta “mirata” (intelligente) molto specifica. La caratteristica di specificità è quindi acquisita ed inserita nel fenotipo (Jing Qi): assicura un’alto grado di efficienza e comprende sia risposte umorali che cellulari. Tutte le attività difensive sono attivate dalla “feroce, ubiquitaria ed istantanea” Wei Qi. Analizzando quindi i diversi tipi di risposte del SI, si distinguono reazioni:

Yang: rapide ed immediate, operate da Wei Qi ubiquitaria e circolante. Sono le risposte derivanti dal legami tra Ig e antigene specifico. L’attivazione delle Ig ed il loro legame con l’antigene è garantito da Wei Qi contenuta nei linfociti B del midollo osseo dell’adulto e del fegato fetale, perciò da organi con alta vitalità embrionale determinata dalla ricchezza di Yuan Qi. Sono le risposte contro antigeni estranei, batteri ed agenti patogeni extracellulari in generale.

Yin: ritardate, lente, cellulo-mediate, operate da Rong Qi. Sono le risposte da parte dei linfociti T e dei macrofagi morfonucleati nei confronti di funghi, cellule infettate da virus ed agenti patogeni intracellulari in generale, cellule neoplastiche e trapianti.

– Cooperazione Yin/Yang: è operata da Jing Qi e trasmette i caratteri ereditari, retaggio di Yuan Qi. Mobilita e differenzia le cellule staminali totipotenti a livello del midollo osseo (Acqua). Perciò il SI funziona secondo un’organizzazione clonale Yuan Qi-dipendente, che ha le sue funzioni nella memoria e nella tolleranza immunologica.

In MTC, Jing Qi rappresenta “l’essenza fenotipica”, l’aspetto esteriore, fisico, unico ed irripetibile, biochimico e fisiologico dell’individuo in sé. Il fenotipo è dovuto all’interazione del genotipo Yuan Qi (costituzione genetica, DNA) con l’ambiente e le forze cosmiche esogene. Jing Qi si attiva nei Cinque Elementi/Movimenti: il Legno rappresenta tutti gli elementi coinvolti nelle reazioni motorio-difensive, intese sia come immunocompetenti che come meccanismi allergici e/o autoimmunitari. Nel Legno si assembla prima di tutto la Wei Qi, che nasce dall’ancestralità dell’Acqua, identificata con l’organo Rene e con la Yuan Qi. Il Legno genera il Fuoco, che si espande nei rapporti affettivi, emotivi e spirituali con gli altri e con l’ambiente biotico e fisico-psichico per determinare l’adattamento. Il Fuoco reagisce agli stimoli con il calore della flogosi. Il Fuoco genera a sua volta la Terra, sede della razionalità, del pensiero logico, della “nutrizione anabolizzante”, dove il Sangue e l’Energia Rong sono assemblati. La Terra è dominata dal Legno. Il Legno è a sua volta dominato dal Metallo, rappresentato dall’organo Polmone (con la respirazione e l’odorato) e dal viscere accoppiato Grosso Intestino (colon), sede delle resistenze (antivulnerabilità) psichiche ed organiche, dove risiede fisicamente la preziosa flora batterica intestinale, altra barriera difensiva tra corpo e ambiente esterno.

Nella tradizione cinese si afferma che l’Energia Difensiva viene prodotta a livello del sistema digestivo, dove la materia alimentare viene progressivamente distillata e concorre con la sua parte più pura alla formazione di Energia Nutritiva e con la sua parte più impura alla formazione di quella difensiva. L’intestino infatti è il luogo privilegiato di contatto interno-esterno dove si estraggono i nutrimenti e dove risuonano tutte le emozioni. Nella struttura complessa dell’intestino, dove le energie “del Cielo e della Terra” si incontrano per formare l’Energia Acquisita, esiste una correlazione stretta tra sistema nervoso, immunitario ed endocrino (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia, PNEI). Nella dialettica Yin/Yang alla struttura nervosa Yin si associa strettamente la struttura immunitaria fortemente reattiva e Yang che costituisce il sistema immunitario associato alle mucose (MALT).

Wei Qi è detta anche “ardore degli Alimenti”: si evidenzia tutta l’importanza immunobiologica del “calore metabolico” (San Jiao e Xin Bao) e della nutrizione. Wei Qi nel Metallo difende tutti i confini con l’esterno dell’organismo (pelle e mucose e anche i confini cellulari con le attività di membrana plasmatica). Wei Qi nel Legno capta l’acre, il Sapore Acido degli alimenti, ne permea le difese specie nel mantello lipidico acido cutaneo e nell’acidità di specifiche mucose (gastrica e vaginale, per esempio).

La valenza psichica insita nel Legno è lo Shen del Fegato, lo Hun, che significa appunto il “passaggio dallo Yin ancestrale Acqua allo Yang manifesto Legno”. Rappresenta quindi la “volontà genomica” di condizionare il comportamento (Movimento) e le reazioni difensive dell’individuo nei confronti del not self.

Il supporto psicobiologico insito nel Legno è detto Nu (ira). In MTC, Hun e Nu partecipano, dal punto di vista psiconeurologico ed ormonale, alle attività del SI. Questo concetto precorre di millenni la concezione dell’esistenza di un “supersistema” oggi definito Psico-Neuro-Endocrino-Immunitario. Il SI ha un suo “linguaggio polipeptidico”, recepito dal sistema endocrino, dal sistema nervoso e dalla psiche, che costituiscono il supersistema Qi-PNEI. È stato dimostrato che il cervello, le cellule immunocompetenti, gli ormoni e le attività psichiche “dialogano” continuamente tra loro nel linguaggio elettromagnetico e polipeptidico Qi-PNEI. Nella visione integrata, tale supersistema Qi-PNEI – Zheng Qi ha il ruolo fondamentale di garantire e mantenere le funzioni vitali di ogni individuo. Lo stato del supersistema dipende dalle variabili del genotipo Yuan Qi, del fenotipo Jing Qi, dall’influenza di fattori complessi, tra i quali emergono: i Cinque Affaticamenti ”Wu Lao”, le malattie intercorrenti croniche, le incongruenze dietetiche, la malnutrizione, la fame, i fattori familiari, sociali, infettivi e tossici. Altra variabile ineluttabile è costituita dall’invecchiamento (senescenza), insita nel fisiologico declino di Yuan Qi. Un ruolo determinante per la qualità di Zheng Qi è rivestito dalle Energie Perverse esterne (Sei Energie Cosmiche) ed interne (Sette Sentimenti).

Il naso (Bi) in Medicina Tradizionale Cinese (MTC) viene definito “colonna vertebrale del viso” ed orifizio deputato all’eliminazione dell’aria “impura”, che permette l’assorbimento del Qi fino al Cuore. Il Ling Shu afferma che le narici (Bi Kong) sono l’orifizio del Polmone e che se l’Energia del naso è in armonia si può veramente aspirare il “profumo della vita”. Il naso è una struttura che, sotto il profilo simbolico, controlla il passaggio fra vita materiale e vita sottile e quindi riflette lo stato generale (anche psichico) dell’individuo, secondo J. M. Kespì. Nella divisione tripartitica del viso, il naso è il passaggio fra lo spirituale ed il materiale e corrisponde all’uomo dell’uomo, al livello Shao Yang ed al TR-medio. Nella fisiognomica tradizionale, la forma e la lunghezza del naso riflettono lo stato generale del Qi dell’organismo: secondo il So Wen ed il Ling Shu, il naso esprime all’esterno la funzione di Fei (Polmone) e di Pi (Milza). “La luce dello spirito si aspira dal naso e, all’atto della morte, abbandona il corpo dal naso e dalla bocca”. In MTC, si afferma che i Sei Eccessi (Liu Yin) e Sette Sentimenti (Qi Qing) hanno impatto sull’Energia Vitale Zheng Qi e quindi sulla qualità della risposta immunitaria nei confronti del self-not self. I Sei Eccessi sono costituiti dalle 6 Energie Perverse esterne (Xie Qi) quali Vento (Feng), Freddo (Han), Umidità (Shi), Calore (Re), Secchezza (Zao), Fuoco (Shu), ma anche da fattori ambientali, ecologici, onde elettromagnetiche, radioattività. I Sette Sentimenti sono invece: Gioia (Xi), Collera (Nu), Preoccupazione, inquietudine, pena (You), Pensiero Ossessivo (Si), Tristezza (Bei), Paura, Spavento (Kong), Terrore, Panico (Jing) e comprendono gli aspetti socio-psicologici e le scelte operate nella vita che portano con sé soddisfazione personale e convinzioni morali. In generale, le emozioni, se eccessive o ripetute/protratte nel tempo (Sette Passioni), modificano i movimenti del Qi (e del Sangue), alterandone in primo luogo la sua circolazione “armoniosa”. L’organo coinvolto è quindi il Fegato, il “Ministro della Difesa”. È importante ricordare che il ritmo sonno-veglia è indispensabile per mantenere l’omeostasi del sistema immunitario. In qualunque malattia, ma specialmente in quelle che richiedono maggior integrità del sistema immunitario come quelle virali e oncologiche, è indispensabile un riposo adeguato. Durante la notte, il sonno è infatti indispensabile a “ripulire” gli organi dalle emozioni del giorno. Interessante osservare che anche numerose malattie metaboliche come il diabete di tipo 2 sono significativamente correlate all’alterazione del ritmo del sonno. In situazioni di stress cronico, si assiste ad un cambiamento fenotipico a carico delle sottopopolazioni linfocitarie Th (shift Th1>Th2), associato spesso ad una perdita del ritmo del sonno con conseguente astenia, vero e proprio sintomo dell’integrità del sistema immunitario che può accompagnare le patologie in fase iniziale, con il Blocco della distribuzione di Energia ai quattro arti per consentire una maggior attivazione dei sistemi interni di difesa, o successivamente quando l’Energia del Polmone è ormai in deficit. L’esaurimento del Rene Yin e dei glucocorticoidi instaura un progressivo sfasamento immunitario accompagnato da astenia, specchio del progressivo esaurimento del Jing e l’asse Shao Yin diventa instabile con insonnia e tachicardia, ansia. Da questa alterazione del potenziale energetico individuale di base può insorgere uno squilibrio delle popolazioni linfocitarie, individuato ormai come base comune di molte patologie. Il “generale d’armata” Fegato, incaricato della previsione degli sviluppi di un evento, dell’elaborazione della sua componente emotiva o somatica reagisce tramite l’immunità, la rabbia, la lotta o l’accettazione. Per questo molte patologie immunitarie si pongono in relazione con la rabbia che, se non correttamente esteriorizzata, influisce sull’interno e in particolare sullo Stomaco e sull’Intestino ma anche sul Polmone e sulla Milza. Il ruolo di mediazione di queste dinamiche stabilito dal nervo Vago è determinante, anche se ancora oggi non focalizzato del tutto, ma la straordinaria chiarezza dell’eziopatogenesi da Stasi del Qi di Fegato ci consente di trovare una strada terapeutica adeguata ed efficace.

 

 

 




Epigenetica e sport: Felice Gimondi e la bicicletta della postina

Alfredo Calligaris*

Titolo e sottotitolo non sono puramente casuali ma tendono a significare come sport e scienza viaggiano appaiati nel proceesso culturale dell’uomo. Talvolta con la pratica che precede, intuitivamente, il possibile verificarsi di comportamenti funzionali istintivi ed eccezionali, altra volta con la scienza, che predice il possibile comportamento delle strutture funzionali dello stesso nel superamento di valori fisiologici e funzionali ritenuti al limite.

Con questa premessa vorrei convincervi che non è improbabile che Felice Gimondi sia diventato un grande campione del ciclismo non attribuendone il merito al solo contributo genetico, sicuramente eccezionale, ereditato dai genitori, ma attribuendolo, almeno in parte, al contributo epigenetico derivato dall’esterno, come l’esempio, da cui l’imitazione. Vale a dire, dall’essere stato affascinato, ancora, bambino, dalla bicicletta della postina di Villa d’Alme, paese della bergamasca dove Felice Gimondi è nato, postina che era sua madre.

Non parlerò quindi di genetica, ma vorrei invece chiarirvi molto brevemente che cos’è l’epigenetica. Non è da molto che se ne parla, ma in un testo redatto dal sottoscrito con prefazione del prof. Silvio Garattini: “Le scienze dell’allenamento”, pubblicato dalla SSS di Roma alla fine degli anni ’90, avevo accennato al fenomeno dell’epigenetica come branca della biologia che studiava le interazioni casuali con i geni. Il termine l’aveva coniato il biologo Conrad Waddington alla metà del secolo scorso, ma le sue origini concettuali risalgono ad Aristotele.

Oggi si parla molto di epigenetica in gran parte per giustificare la presenza di caratterizzazioni individuali, comportamentali, non sempre facilmente evidenziabili, come lo sono invece il colore degli occhi o dei capelli o di altri caratteri derivati sicuramente dai geni. Caratterizzazioni, le prime, che derivano da stimoli provenienti dall’ambiente dove si è nati o si vive. Non è difficile incontrare gemelli monozigoti, copia esatta l’uno dell’altro, ma che sono assolutamente diversi come persone. E fin qui tutto è abbastanza comprensibile, più difficile diventa il giustificare che la trasmissione di questi caratteri, acquisiti, avvenga ugualmente ereditariamente, con evidente necessaria modificazione strutturale, ma senza che vi sia modificazione del DNA.

Non mi dilungo, da non esperto, ad approfondire quelle che sono le conoscenze del come si determinino queste vere e proprie modificazioni strutturali. Materiale per approfondire le curiosità ve n’è tantissimo in rete e vi invito a cercare in genetica ed epigenetica.

Mi piace invece riportare il concetto espresso dall’austriaco Thomas Jenuwein sulla possibile differenza tra genetica ed epigenetica che dice: la differenza tra genetica ed epigenetica può essere paragonata alla differenza che c’è tra scrivere un libro e leggere un libro. Una volta scritto, il testo (i geni e le informazioni  memorizzate nel DNA), dice Jenuwen, sarà identico in tutte le copie pubblicate. Ogni lettore, invece, potrà interpretare la trama, provare emozioni e attendersi sviluppi diversi nei differenti capitoli.

Bene, analogamente, l’epigenetica permette anch’essa interpretazioni diverse di un modello fisso (il codice genetico) e può dar luogo a diverse letture, secondo le condizioni variabili con cui il modello è interrogato.

La mia attenione invece si è incentrata sul fatto che le acquiziioni epigenetiche possono essere paragonate alla differenza tra aquisizioni  naturali e acquisizioni culturali. Vale a dire, quanto eriditiamo geneticamente e quanto c’è aggiunto a seconda di dove nasciamo e cresciamo ereditato o solo raccolto per strada lo trasmetteremo ai nostri figli.

Chiudiamo con Gimondi dicendo che, forse, affascinato dal gesto del pedalare della mamma ne ha tratto l’idea che pedalare diverte e divertendosi è diventato uno dei più grandi ciclisti del mondo.

L’esempio positivo e costruttivo come la dedizione al lavoro, alla professionalità, all’arte, alle scienze, allo sport, che l’epigenetica ritiene possibile, faciliti la crescita delle persone per bene.

 

 




Dire “Dio” in cinese: la traduzione del Signore del Cielo da una prospettiva filosofico-interculturale

Alessandra Chiricosta*

 

«La Cina è altro mondo»: in quest’affermazione dello stesso Ricci è racchiusa gran parte della ragione del successo che riuscì a conquistarsi in quella terra, e che ancora ne rende celebre e interessante l’operato. Non solo, difatti, Matteo Ricci riuscì laddove molti altri fallirono, ovvero nel comprendere ed essere compreso nell’ambito di un contesto culturale così lontano, nelle varie accezioni di questo termine, come la Cina. Ma, soprattutto, contribuì alla creazione di un precedente metodologico che oggi, a distanza di quattrocento anni, propone sviluppi originali al pensiero filosofico e possibilità di risoluzioni per temi centrali all’etica della pace e dell’armonia mondiale. Come si evidenzierà in corso d’opera, difatti, questo contributo intende mettere in relazione alcune questioni sollevate dall’operato ricciano con alcune istanze della filosofia contemporanea, in particolare quelle emerse nella declinazione cosiddetta Interculturale del pensiero filosofico.

A differenza della maggior parte dei suoi predecessori e contemporanei, Ricci ebbe la capacità non solo di cogliere la sostanziale Alterità della realtà cinese, che risiede nella lingua, nelle usanze, nell’organizzazione amministrativa e politica, nel pluralismo e relativismo religioso, del tutto estraneo ai canoni di una religione unica perché vera; nella riunione dei poteri religioso e politico nella persona dell’imperatore; nella totale assenza di un pensiero trascendente e soteriologico autoctono; ma, soprattutto, di riconoscere uno statuto di totale pariteticità all’Impero cinese rispetto alle monarchie europee: la Cina era un “mondo” a tutti gli effetti, in virtù della sua estensione geografica; della sua storia millenaria; della ricchezza economica, che la rendeva indipendente da qualsiasi potenza esterna, dovuta alle grandi risorse della natura e a quelle dell’ingegno e dell’arte dei suoi abitanti; della complessa organizzazione sociale e politica, che la rendeva oggetto di studio e ammirazione; la sua forte identità nazionale, che le permetteva anche di ignorare addirittura l’esistenza di potenze esterne e lontane dai propri confini.

Questo grande rispetto per la cultura cinese portò il Ricci a trovare la strada ottimale per la diffusione del Vangelo in un dialogo fatto di comprensione, studio e ascolto, che non impone un pensiero in virtù di una superiorità bellica, ma tramite la creazione di un linguaggio e di un senso mutuamente comprensibili.

Le questioni sollevate dal Ricci, nei suoi testi e nel suo operato, si ripresentano oggi, mutatis mutandis, con un carattere di ancora maggiore urgenza e importanza. In un mondo glocale, che si trova ad essere sempre più in un dialogo che relativizza le posizioni dei singoli interlocutori, si rende necessario articolare un pensiero che tenga conto della realtà imprescindibile della differenza e della traducibilità. Se tradere è, nel contempo, consegnare e tradire, il tradimento è implicito nel concetto stesso di traducibilità: ciò non verrà qui visto come un invito al solipsismo, bensì come dato di un dialogo che non si vuole esaurire in una mera sovrapposizione di monologhi, che cerca di cogliere l’Alterità e la differenza proprio in quanto tali.

Ciò per giungere a quanto più precipuamente caratterizza la propria Identità (seguendo l’affermazione goethiana che «chi conosce solo la propria lingua, non ne conosce nessuna») che, considerata come realtà in continua costruzione e ridefinizione, si apre, nel dialogo, alla formazione di “giochi linguistici” nuovi e originali. Se nel dialogo è impensabile e inauspicabile una comprensione completa dei due dialoganti, che annulli le differenze reciproche, il rispetto dell’Altro in quanto tale, o meglio, degli altri, pluralmente intesi, muove proprio dall’assunzione di responsabilità implicita nell’obbligo di responsività, nel senso levinassiano del termine, a cui la “chiamata dell’Altro” mi lega.

Pur essendo destinata a rimanere sempre parziale, a mantenere un nucleo di oscurità e inintelligibilità, la comprensione, o meglio, il tentativo di comprendere l’Altro è comunque un’attitudine auspicabile: in una com-prensione che non intenda esaurire, annichilire l’Altro nell’Identico, bensì abbracciarlo proprio come portatore di quella diversità che lo rende sempre differente; nella dimensione spazio temporale differita, che mette in crisi il “normale” rapporto soggetto-oggetto, aprendo all’interim della comunicazione.

Il testo ricciano Il vero significato del Signore del Cielo si mostra, alla luce di queste considerazioni, di un’impressionante attualità: le questioni poste in essere, difatti, anche se non totalmente sviluppate, rappresentano il cuore della problematica di un dialogo interculturale che ora, a distanza di quattrocento anni dalla redazione del libro, si dispiega in tutta la sua complessità. L’opera di Matteo Ricci travalica da subito i confini di una mera traduzione: partendo dal titolo stesso, infatti, si osserva che il reale oggetto della trattazione risiede nel significato, nel senso del “nominare Dio” nel contesto della Terra di Mezzo. Siamo, dunque, di fronte ad un problema che, nella nostra cultura, pertiene strettamente all’ambito filosofico, e che ha trovato nell’ermeneutica filosofica il suo metodo più proprio di indagine. Non si tratta, difatti, solo di trovare un significante adatto, questione già di per sé ardua e ricca di implicazioni, come andremo ad osservare; ma anche, e soprattutto, di ricercare, creare un contesto di significazione in cui il nominare Dio possa realmente essere portatore di senso. Un senso, questo, certamente differente rispetto all’ottica di origine, che costringe lo stesso Ricci ad un’opera di rielaborazione, ripensamento delle proprie griglie interpretative e ad un’apertura, non sempre dichiarata, talvolta negata, verso nuovi orizzonti di senso. Matteo Ricci si trovò, per primo, a tradurre non solo termini, ma concetti che non appartenevano alla cultura di cui era ospite. Iniziò, dunque, un’opera titanica: rendere mutuamente intelligibili due “mondi”, nell’accezione heideggeriana del termine, fino a quel momento quasi totalmente impermeabili l’uno all’altro. Quest’impresa non fu certo né semplice né indolore, si è consumata in tempi lunghi, fatti di aperture e chiusure, di dialoghi accennati, interrotti, ripresi, fino ai giorni nostri.

I missionari Gesuiti non si accontentarono di utilizzare, nelle lingue asiatiche, le traduzioni più semplici e immediate della terminologia religiosa cristiano-occidentale, e misero in discussione anche quella precedentemente utilizzata da altri missionari, spesso frutto di ulteriori traduzioni da altre lingue: si comprese, infatti, che la traduzione non è solo una questione terminologica, bensì epistemologica; che al modificarsi del contesto in cui un termine è adottato, non basta semplicemente trovare una traduzione letterale del termine in questione, ma occorre reinserire il concetto in un orizzonte di senso che ne garantisca la significatività. Assieme ai suoi confratelli, Valignano elaborò quello che più tardi sarebbe stato chiamato metodo della “inculturazione”, ossia dell’assimilazione dello straniero alla cultura del paese, per potere, dall’interno, acquisito il credito necessario, trasmettere insegnamenti e dottrine. Non si tratta, però, solo di una brillante mossa strategica: letta a distanza di quattrocento anni, e interpretata alla luce di un’ermeneutica diatopica e dialogica, come suggerisce la Filosofia Interculturale, il metodo Gesuita appare come il primo passo verso una considerazione differente del rapporto con gli altri, pluralmente intesi, che ne coglie la dignità umana non al di là, ma proprio in virtù delle reciproche differenze.

I Gesuiti, dunque, crearono i primi ponti per una reale comprensione degli “universi di senso” estremo orientali, non, come vedremo, senza forzature o fraintendimenti, ma gettando, comunque, le basi per uno studio attento delle lingue e delle culture asiatiche che, nel tempo, avrebbe portato alla possibilità di un vero e proprio dialogo.

Le rappresentazioni date dai Gesuiti hanno determinato per lungo tempo la percezione europea dell’Estremo Oriente, condizionando, come potremo constatare, anche la percezione delle religioni e filosofie provenienti da queste aree. Sarà proprio il contatto con delle tradizioni religiose, filosofiche, culturali così antiche e complesse che porrà questioni di difficile soluzione alla cultura – soprattutto religiosa – europea, costringendola a ripensare sé stessa anche da questo punto di vista.

Una delle questioni centrali affrontate da Matteo Ricci in questo libro, espressa già nel titolo scelto per il Catechismo, è la traduzione del termine “Dio”. Più che mai qui, difatti, ne va del senso più profondo del messaggio cristiano, della sua comprensione autentica e della sua possibile divulgazione in Cina. Il problema sostanziale risiede nel fatto che, alla stregua di molti paesi dell’Estremo Oriente e del Sudest asiatico, in Cina non esisteva un termine che identificasse un Dio monoteisticamente inteso. L’assenza del significante denota chiaramente l’assenza anche del significato e la presenza di un contesto religioso-culturale difficilmente compatibile con la tradizione teologica e filosofica europea. Già altrove il problema si era posto in tutta la sua gravità, ma le scelte lì compiute non soddisfacevano il Ricci: il Giappone, in cui il capostipite dei missionari dell’Ordine di Gesù in terra d’Oriente, Francesco Saverio, aveva operato, presentava un’analoga situazione. La decisione ivi assunta era stata quella di introdurre un nuovo nome, che non avesse legami con la tradizione locale, evitando così di correre il rischio di denotare in modalità non ortodosse il nome di Dio. Questo era stato semplicemente traslitterato dai caratteri latini a quelli giapponesi, sottolineando l’assoluta novità della religione Cristiana rispetto non solo allo Shintoismo autoctono, ma anche alle altre importate dalla Cina. Come ci testimonia lo stesso Francesco Saverio, infatti, la Terra di Mezzo rappresentava la cultura egemone nell’area dell’Estremo Oriente (anche il sistema di scrittura a caratteri ideografici viene importato dalla Cina), e per questa ragione si rendeva necessario, da un punto di vista missionario, conquistare il cuore dell’impero per poter giungere anche nelle sue periferie più remote e negli stati vassalli.

Grazie alla sua lunga permanenza in Cina, alla profonda conoscenza sia della lingua che della cultura cinese, Matteo Ricci si rese conto che la roccaforte non sarebbe mai stata espugnata in virtù di autorità differenti da quelle riconosciute dal Celeste Impero stesso. Già il Buddhismo, largamente diffuso e ormai sinizzato all’epoca della missione di Ricci, era fortemente osteggiato da alcuni membri dell’elite dominante, che ne sottolineavano la componente “barbara” e la lontananza dal sistema religioso e sociale tradizionale, incentrato sull’etica confuciana e sull’esaltazione delle antiche dinastie autoctone. In una Cina chiusa agli occidentali, che non permetteva libertà di movimento, né di scambi commerciali al suo interno agli stranieri, l’immagine degli europei era assai negativa: barbari ignoranti e maleodoranti, per la maggior parte, del tutto ignari delle più elementari basi linguistiche e del complesso rituale che organizzava lo splendore dell’Impero. Quale possibilità aveva di essere riconosciuta l’autorità religiosa proveniente dall’Occidente?

L’intuizione del Ricci fu che solo trovando un fondamento all’interno dell’accreditata tradizione cinese sarebbe stato possibile far accettare il messaggio cristiano, gettando così le basi per quel processo che in epoca contemporanea viene definito inculturazione.

Se già problematico al giorno d’oggi, all’epoca del Ricci tale metodo presentava dei rischi altissimi, quali quelli che si manifestarono dopo la sua morte, indicati nella celeberrima Questione dei riti: il conservare tratti culturali propri della cultura ospite non significa, forse, contaminare la purezza dell’insegnamento, snaturarlo, rischiare di cadere nell’eterodossia? Ma procediamo con ordine.

Ricci non solo, come si è detto, entrò come letterato tra i letterati, padroneggiando i capisaldi della cultura confuciana, ma grazie ai suoi studi riuscì a trovare dei termini all’interno della tradizione cinese che potessero servire alle sue necessità: Shang di e Tian. Per capire le implicazioni insite nell’utilizzo di tali termini, occorre accennare brevemente al contesto in cui si sono originati.

Si narra che tre dinastie ereditarie, Xia, Shang e Zhou, si siano succedute in Cina nel periodo che va dal 2300 circa a.C. al 475 a.C. La grande importanza che il pensiero cinese attribuisce alla continuatività storica sottopone la visione delle vicende del passato ad un’incessante opera di interpretazione ed interpolazione in funzione della politica e della concezione vigenti nell’epoca dell’indagine; tutto ciò rende assai difficoltoso ricostruire le varie tappe lungo le quali non solo uno stesso pensiero, ma addirittura interi sistemi si siano evoluti. Nonostante le difficoltà che tale concezione spiraliforme porta agli studiosi, molte prove documentarie di natura archeologica, antropologica e storiografica aiutano le ricerche riguardanti anche i periodi più antichi.

Una delle maggiori fonti di informazioni storiche, lo Shujing (Classico dei documenti), testo annoverato da Confucio tra i cinque classici della cultura cinese, risulta condizionato dalla visione filosofica del periodo delle “Primavere ed Autunni” (770-454 a.C.) e degli “Stati Combattenti” (453-222 a.C.).

In esso, infatti, alle tre mitiche dinastie vengono anteposti due leggendari sovrani o di, Yao e Shun. Anche uno tra i più grandi storici della Cina antica, Sima Quan (145-90 a.C.), nel suo Shiji (Memorie di uno storico), parla di re precedenti alle tre dinastie, aggiungendone però altri due, onde raggiungere il numero complessivo di 5, fondamentale per la cosiddetta Dottrina dei 5 Principi Agenti, dominante in epoca Han.

Sempre nello Shiji si parla anche di tre huang, re predinastici, la cui figura trovò maggior attenzione in epoche successive, ma non in maniera diffusa. In ogni caso è interessante sottolineare che la successione di 3-5 continuò ad essere mantenuta per un lungo periodo di tempo nell’interpretazione storiografica della Cina antica.

Nel suo complesso tale epoca fu sempre osservata come una mitica Età dell’oro, in cui rintracciare modelli di comportamento sia individuale che sociale e politico, soprattutto nell’ottica confuciana. Allo stato attuale delle indagini, le Tre Dinastie vengono viste come i momenti differenti dello sviluppo dello Stato in Cina, e le relazioni tra di esse appaiono più come una coeva presenza di forze alternativamente dominanti che come una successione vera e propria.

Tralasciando la dinastia Xia, riguardo alla quale ancora troppo poco risulta documentabile (se non alcune tracce sopravvissute nell’organizzazione socio-politica e religiosa di epoche successive), la dinastia Shang si mostra come direttamente collegata con quella Zhou, essendosi le due contese il potere assoluto per un ampio lasso di tempo.

Una delle caratteristiche principali nel contesto della civiltà arcaica in Cina è la stretta interconnessione tra sfera politica, familiare e religiosa, che, in un certo qual modo, non venne spezzata neanche con la successiva formazione di un potere statale accentratore. Il modello dei legami di parentela struttura l’intera società cinese sin dalle sue origini: il sommo sovrano dell’epoca Shang, wang, poteva essere tale solo ed unicamente in quanto capo, xing, del clan dominante, dal quale traeva la sua stessa forza e la sua autorità. Quest’ultima non investiva solamente il campo strettamente politico e militare, bensì anche quello sacrale e religioso; il legame di parentela, sopravvivendo alla morte stessa, garantiva una continuità tra il mondo dei vivi e l’oltretomba manifestato dal culto degli antenati: in ciò non si deve scorgere solamente l’espressione di un rispetto verso la propria stirpe, bensì la vera e propria sanzione di un ordine cosmico. Il complesso sistema di riti che regolava tale culto, infatti, si può considerare come il corrispettivo di un mito di fondazione, non a caso totalmente assente nel periodo arcaico. Il rito assolve alla precipua funzione di riattualizzare ogni qual volta venga officiato una legge universale, di sancirla nuovamente in modo da renderla viva e operante. Tale legge, secondo la cultura cinese, si manifesta in tutti i piani dell’esistenza. Se, dunque, la famiglia è la struttura attorno alla quale si dipana l’ordito di qualsiasi realtà che colga l’uomo nel suo vivere sociale, anche lo spazio, il tempo, la vita spirituale dovranno, in qualche modo, essere definite per suo tramite. Interpretare il volere degli antenati in merito alle vicende della vita mortale instaura un principio di continuità tra i due mondi, allargando la concezione comune di tempo e spazio in maniera tale da contenere anche l’al di là, essendo quest’ultimo regolato dai medesimi principi che strutturano il genos.

La stessa divinità dell’epoca Shang, Shang di, il Sovrano dall’Alto, che nell’ultima fase della dinastia presenterà tutte le caratteristiche di un Essere Supremo, al principio non era visto altrimenti che come il più importante e inaccessibile di tutti gli antenati, ma pur sempre uno di essi, presumibilmente il capostipite, a cui il sovrano mortale si poteva rivolgere solo ed esclusivamente attraverso la mediazione dei propri avi più prossimi.

Il clan dominante presentava al suo interno una suddivisione in lignaggi, il più importante dei quali costituiva la stirpe reale, wangzu. Le norme di successione non sono ancora così chiare: attraverso lo studio dei nomi postumi dei sovrani, ovvero nomi rituali che venivano assegnati ad ogni sovrano dopo la morte, si è evinto che in ciascuno di essi fosse presente uno dei 10 “tronchi celesti”, caratteri usati nel calendario per indicare un ciclo di dieci giorni tra loro raggruppati (ciò rende ancora più evidente il legame del sovrano con la sanzione di un tempo sacro). Tra questi nomi si è evidenziata l’alternanza in particolare di due lignaggi, fatto peculiarmente assorbito anche dalla successiva cultura Zhou, che manifesterebbe il fatto che al sovrano di un gruppo sarebbe dovuto succedere un erede del gruppo opposto, seguendo la concezione secondo la quale tutti i membri maschi di una medesima generazione si potevano considerare alla stregua di fratelli. Tale principio poteva essere disatteso solamente se non fossero state attuabili due clausole, ovvero che non fossero presenti figli maschi come capi del lignaggio o che il sovrano in questione non fosse stato meritevole. Quest’ultima evenienza sarebbe stata accertata tramite il responso oracolare, utilizzato per ogni aspetto importante nella vita all’epoca Shang. Una delle più tipiche forme di comunicazione con gli antenati era costituita dalla scapulomanzia, ovvero divinazione attraverso ossa di animali, in particolare scapole di buoi, e gusci di tartaruga. Attraverso delle operazioni fortemente ritualizzate, le ossa e i gusci venivano levigati e ammorbiditi, in modo tale da rendere possibile lo scavare delle piccole cavità su di esse, poste in file regolari.

Sottoponendo i gusci all’azione di una fonte di calore, si assisteva alla comparsa, dalla parte convessa del guscio, di due linee, una trasversale l’altra verticale, oggetto d’interpretazione. L’esito dell’oracolo veniva poi trascritto sul guscio stesso. Progressivamente il sovrano divenne il solo detentore del “diritto” di interpretare gli oracoli, a sanzione della sua figura di unico collegamento tra i due mondi: il clan reale domina sia il mondo terreno che quello ultraterreno, quindi solamente coloro che appartengono a tale lignaggio sono in grado di comprendere le direttive degli antenati, giacché è proprio il legame di  parentela che consente di superare le barriere del tempo e della morte.

Nell’ultimo periodo della dinastia Shang il culto per gli antenati inizia a perdere di sostanzialità, trasformandosi sempre di più in un complesso sistema di rituali totalmente formali; tale situazione viene ereditata dai Zhou, i quali, in un primo momento, sembrano mutuare i medesimi principi della regalità dei loro predecessori, inserendosi, come viene mostrato da ritrovamenti funerari, nella scansione a due lignaggi e mantenendo la figura di Shang di come essere supremo. I rapporti, però, tra tale divinità ed il mondo dei mortali dovevano necessariamente mutare: Shang di, sebbene fosse ormai giunto ad un punto avanzato del processo di spersonalizzazione che ne rese possibile l’adozione da parte di una dinastia differente, era pur sempre il primo antenato di una stirpe reale per nulla legata da parentela con i Zhou. Fu così che questi ultimi si rivolsero ad una divinità posta ancora più in alto di Shang di, ovvero Tian, il cielo, (che giunse al Ricci con il nome di Tian zhu, il Signore del Cielo). La grande espansione territoriale che caratterizza l’epoca Zhou, infatti, aveva reso necessaria la presenza di una divinità che potesse essere sentita come tale non solo nel ristretto ambito coperto da pochi clan. Ovviamente il rendere la divinità suprema separata dal contesto dei legami parentali poneva ai Zhou il problema di creare un principio differente che sancisse il loro inequivocabile diritto al governo: ciò si risolse nella teorizzazione del tianming, mandato celeste, assegnato direttamente dal Cielo ad una dinastia. Una caratteristica del tianming, che lo rende assai differente dalle concezioni occidentali di investitura divina, risiede nel fatto di poter essere revocato nel momento in cui si renda evidente il fatto che l’assegnatario non si è mostrato all’altezza del compito. Segni di tale inettitudine potevano essere sia di ordine politico, riscontrabili in un malgoverno che provocava ampi dissensi sia nelle classi alte che nella popolazione stessa, che di ordine “naturale”, quale carestie e calamità varie, interpretabili, in una concezione che vede il cosmo come un’unità interconnessa, come segnali di disapprovazione della natura stessa nei confronti di un sovrano colpevole di aver violato le leggi universali. Per poter governare il sovrano doveva, infatti, mostrare di possedere il de, virtù, termine che solo successivamente si connotò di valenze etiche: nell’epoca Zhou serviva ad indicare il concetto antropologico di mana, ovvero quella potenza magica presente nella totalità del cosmo di cui solo uno sciamano riesce a rendersi interprete e veicolo. Nel caso in cui l’operato del sovrano apparisse come privo di de, non conforme alla qualifica di tianzu, figlio del cielo, il mandato doveva essere revocato ed assegnato ad una più degna dinastia.

La concezione Zhou del tianming ebbe una notevole fortuna lungo l’intero arco della storia cinese: grazie anche al principio di continuità con la propria tradizione di cui si è precedentemente trattato, l’idea di un mandato revocabile, direttamente assegnato dall’ordinatore delle leggi universali che sottendono ogni ambito dell’esistenza cosmica sarà utilizzato addirittura da Mao per affermare la legittimità della propria rivoluzione.

La scelta di un significante per il “nome di Dio”, derivato dalla tradizione locale, non si mostrava, dunque, né semplice né priva di implicazioni. Innanzi tutto, il richiamo alla dimensione degli antenati pone Shang di in una dimensione non tanto creazionista, quanto generativa. Ricordiamo, difatti, come nella tradizione pre-Han i miti di creazione scarseggiono, mentre assai maggiore spazio è stato assegnato al principio della generatività.

Nell’ambito della successiva tradizione cinese, poi, il termine Shang di venne utilizzato per designare una delle divinità del pantheon daoista, mentre Tian, che, indicando il “Cielo”, aveva nella lingua cinese un’accezione simile a quella occidentale di “Provvidenza divina”, presentava però il rischio di presentare il Dio cristiano come una divinità impersonale. Il problema della definizione del Dio cristiano in Cina fu risolto, stando alle Fonti Ricciane, allorché un giovane catecumeno «salutò il quadro di Cristo con l’appellativo di “Signore del Cielo” (Tian zhu)», nonostante tale termine fosse anche utilizzato per indicare una divinità negli scritti canonici buddhisti. Come ricorda Ricciardolo[1], il termine Tian zhu appare per la prima volta nelle cronache cinesi nello Shiji dello storico Sima Qian, per indicare il primo di otto spiriti delle montagne e dei grandi fiumi, fatto del quale né Ruggeri né Ricci erano a conoscenza. Dopo un colloquio col Valignano, si decise, comunque, di adottare tale termine. Curiosamente, la decisione di adottare il termine Tianzhu per definire il Dio cristianamente inteso era stata presa anche in un tempo precedente ed in un contesto leggermente differente, quale quello nestoriano. Allorché, difatti, nel VIII secolo il pensiero dell’eresiarca Nestorio era penetrato nel territorio cinese – ricordiamo, per inciso, che il cristianesimo nestoriano trovò fortuna e protezione presso la corte della dinastia mongola degli Yuan -, la medesima necessità avvertita da Ricci di tradurre il nome di Dio era stata sentita, conducendo ad una analoga scelta. Saeki[2] sostiene che la motivazione di tale decisione sia dovuta ad uno dei primi traduttori dei testi nestoriani in lingua cinese, appartenente all’ambito daoista. Si tratta del patriarca Lü, fondatore della scuola contemplativa daoista Jindanjiao (insegnamento per la scuola dell’elisir di vita) che, nella sua opera di traduzione, assimilò la figura del Dio cristiano a quella della divinità daoista. In ciò, come si avrà modo di approfondire in seguito, si inizia ad intravedere la problematicità della decisione ricciana di trovare nel solo pensiero confuciano un valido interlocutore.

Alla luce di ciò, inoltre, si rende evidente come l’adozione dei termini Shang di e Tian zhu – che Ricci utilizza in egual misura e in maniera interscambiabile – in una prospettiva cristiana non fosse neutrale, e aprisse ad un’ampia gamma di fraintendimenti, sia in Cina che, ancor di più, a Roma, lontana dalle problematiche che avevano condotto a scelte di tal fatta. Il sostegno teologico a tale impresa era rappresentato da una sorta di fides implicita, di rivelazione parziale in certe realtà culturali altre rispetto a quella europea, che andava corretta alla luce della Vera interpretazione. Per questa ragione il Catechismo del Tian Zhi Shu Yi diviene uno strumento essenziale e imprescindibile, per evitare di cadere in interpretazioni fuorvianti ed eterodosse. La scelta della struttura dialogica con cui viene presentato il messaggio Cristiano risulta vincente per evitare questi rischi: Ricci, dialogando con un letterato confuciano, confuta, secondo l’arte appresa al Collegio Romano, tutte le possibili fonti di ambiguità, presentando alla Cina un esempio emblematico anche della logica, della fisica e della metafisica aristotelico-tomistiche. In realtà, Ricci scelse di mantenersi nell’ambito della speculazione filosofica, discutendo solo di ciò che poteva essere compreso e dimostrato con l’intelletto, limitandosi a trattare solo della rivelazione naturale, non chiamando in causa la rivelazione positiva. Questo per dimostrare ai cinesi come il pensiero cristiano non solo non fosse incompatibile con la tradizione confuciana, ma anzi, ne fosse il più spontaneo e compiuto esito: il Cristianesimo, nella visione di Ricci, era una religione del tutto compatibile con i valori indicati da Confucio, prima che subissero il travisamento dato dalla commistione con il Daoismo e con il Buddhismo.

Questo processo che, ad un occhio esterno, può apparire macchinoso e infondato, si colloca benissimo nel contesto cinese, in cui i rapporti tra religione e filosofia appaiono assai più sfumati che nella nostra tradizione. A voler essere più precisi, la distinzione tra religione e filosofia è una conseguenza della partizione del sapere occidentale, che non trova l’analogo in molte altre culture.

I confuciani leggevano il Catechismo ricciano, dunque, come un trattato etico-morale in linea con la propria tradizione, non presentando questa alcuna limitazione di ordine dogmatico riguardo alla figura di un Essere Supremo, anzi, a detta di Confucio stesso, disinteressandosi di ciò che è al di là di questa vita.

In realtà, come si è accennato il rapporto con il Buddhismo e con il Daoismo risulta assai più complesso rispetto alle intenzioni del Gesuita maceratese, che, pur desiderandolo non riesce ad operare un distacco completo e definitivo da queste due religioni. Il problema nasce sostanzialmente come questione linguistico-semantica: come abbiamo potuto osservare, il Buddhismo è la prima religione che, trovandosi ad importare concetti alieni alla cultura cinese, è costretta a fronteggiare e risolvere problemi di traducibilità non solo di termini, ma di interi orizzonti di senso. La risoluzione di questi porta, come si è detto, alla formazione di un Buddhismo sinizzato. Inoltre, tale sinizzazione del Buddhismo passa sovente attraverso l’utilizzo di una terminologia mutuata in larga parte dal Daoismo, fatto che intreccia strettamente i destini delle due Vie.

Problemi analoghi si presentano anche nella esplicazione del Cristianesimo, religione proveniente da un contesto di senso ancora più distante, nel Celeste Impero. Nella lingua cinese appresa da Matteo Ricci erano ormai presenti significanti che potevano rendere concetti prima sconosciuti nella Terra di Mezzo: il problema è che questi termini erano quelli mutuati dalla sintesi tra religione buddhista e cultura autoctona.

Insomma, il Ricci si trova a criticare aspramente il valore veritativo di una tradizione religiosa di cui, purtuttavia, adottava significanti e linguaggio. Oltre al già citato Tian Zhu, la maggior parte dei termini che si riferiscono alla dimensione ultraterrena sono mutuati dal Buddhismo, o con esso condivisi: Tian tang, Palazzo Celeste, utilizzato dal Ricci per indicare il Paradiso, era stato adottato dal Buddhismo per tradurre il sanscrito devaloka, dimora degli dei, dislocata, nella cosmologia indiana (non solo buddhista), tra la terra e i brahmalokas, le dimore di brahma; Di yu, l’Inferno, era il termine scelto per tradurre il sanscrito naraka, luoghi di espiazione ultraterreni buddhisti, divisi in tre sezioni. Anche la parola per designare il Diavolo, Mo gui, condivide la traslitterazione della prima sillaba con Mara, il “tentatore” di Siddharta Gautama. Il termine per designare gli angeli, ovvero tian shen, spiriti celesti, è il medesimo che traduce il sanscrito deva – mentre il Protestantesimo ha preferito adottare un corrispettivo più letterale del significato greco di αγγηλλος, ovvero tian shi, messaggeri celesti. Anche nella scelta del nome di Dio le tradizioni Protestanti si differenziano dalla scelta di Ricci. A metà del IX secolo, la questione della traduzione del termine Dio si presentò anche ai rappresentanti delle Chiese evangeliche che volevano introdursi nel Celeste Impero: desiderando discostarsi dal lessico Cattolico, le differenti chiese cristiane preferirono utilizzare talvolta Shang di, talaltra Shen – termine, questo, che indica in generale uno spirito. Tale ambiguità permane nelle diverse edizioni della Bibbia presenti in lingua cinese.

La traduzione del termine “anima” risulta più complessa: riflettendo la filosofia Scolastica, Matteo Ricci l’articola in tre livelli, ovvero anima vegetativa, sensitiva e intellettiva. Per indicare le prime due, il Ricci antepone le parole zhi, pianta, e jue, coscienza, al termine hun, che designa, nella tradizione cinese, quello spirito che sopravvive alla morte fisica del corpo; per la terza, invece, viene mutuato dal Buddhismo il prefisso ling, splendente, intelligente, sempre preposto al termine hun. Quest’ultimo prefisso è largamente impiegato nel testo, per indicare anche i corrispettivi di “intelletto” e “intelligenza”.

Più che un paradosso, la dipendenza della terminologia cattolica da quella buddhista risulta essere il necessario risultato di una condivisione di contesti di significazione, di un orizzonte di senso di matrice estranea al panorama autoctono cinese: non a caso il Buddhismo, originatosi in India, condivide le origini indoeuropee del Cristianesimo, presentando un ambito semantico assai più affine alla nostra cultura rispetto al contesto delle lingue sino-tibetane. Proprio questa affinità pone le due religioni in un contrasto più diretto, secondo il pensiero di Ricci, tanto più che all’affinità del modo di porre le domande e dell’oggetto stesso del domandare corrispondono risposte assai lontane e contrastanti. Per inciso, ricordiamo che altri missionari, sempre Gesuiti, ma operanti in Paesi asiatici diversi dalla Cina, come quelli del Sudest asiatico, offrono un’interpretazione assai differente del Buddhismo e della possibilità di instaurare un dialogo con questa Via. Così, Cristoforo Borri nell’attuale Vietnam e vari altri confratelli in Siam vedono sostanziali affinità soprattutto con l’etica e la morale buddhiste, tali da consentire un fertile interscambio. Ma questa, come si direbbe, è un’altra storia.

Al di là delle singole scelte di campo, legate al contesto temporale e spaziale in cui si trovò ad operare, ciò che risulta di sommo interesse, come si accennava all’inizio della presente esposizione, è il lascito ricciano non solo nell’ambito del metodo missionario, ma anche in quello filosofico. Nonostante il suo pensiero rimanga per molti aspetti sostanzialmente legato all’aristotelismo tomista, che nel dialogo con il letterato confuciano intessuto nel Tian Zhi Shu Yi difende da visioni diverse, l’apertura ricciana verso la possibilità di un ascolto reciproco, che passi necessariamente per un apprendimento serio ed approfondito della lingua e del contesto culturale dell’interlocutore, apre un sentiero nuovo ed eversivo, che assume forme ed esiti assai interessanti nella metodologia filosofica contemporanea. Come un fiume carsico, il cui percorso nascosto scava in profondità rocce millenarie, per poi riemergere con una portata sempre maggiore, la questione degli altri, pluralmente declinati, delle loro lingue e culture, della loro resistenza ad una qualsiasi reificazione o cristallizzazione, si affaccia alla riflessione filosofica contemporanea con drammatica urgenza.

Nell’epoca contemporanea, che vede il mondo assumere una dimensione globale e nel contempo locale, il tessuto delle relazioni umane, che ne costituisce una parte fondamentale, assume pieghe e conformazioni nuove, talvolta frutto dell’esasperazione di dinamiche obsolete – e pur tuttavia ancora presenti nelle relazioni tra culture diverse – talaltra determinate dai nuovi assetti che la storia ha dispiegato. Non più rinchiudibile nell’ottica di una sola prospettiva, il pensiero filosofico si trova ad oggi a fronteggiare una tra le sue sfide più rischiose, ovvero quella che lo pone di fronte alla sua stessa precarietà, limitatezza, parzialità. I tempi, i luoghi e i non-luoghi odierni aprono dinamiche che approssimano sempre di più “l’Altro”, non più pensabile solo come concetto-limite, come realtà complementare all’Ipse, ma come entità a sé stante, concreta, esistente nonostante l’assolutizzazione del medesimo. Dalle periferie, dai confini, dai limiti dello spazio di cui l’Io si percepiva narcisisticamente il centro, gli altri, pluralmente declinati, parlanti lingue diverse, portatori non solo di  logoi, ma anche di mythoi – per dirla con Panikkar – differenti vengono a reclamare una dignità a lungo negata, ad esigere compensazione per i lunghi secoli di colonialismo, non solo inteso come dominazione fisica, politica ed economica, ma anche come supremazia culturale. Dall’alto della propria posizione egemone, determinata in gran parte da dinamiche di sfruttamento e violenza, di reificazione della differenza ad oggetto di osservazione, nel più felice dei casi, il “pensiero unico” del cosiddetto “Occidente” viene nella contemporaneità glocale ad essere duramente messo in discussione, ad essere relativizzato, considerato non più come “faro illuminante” in virtù di un più perspicuo utilizzo di una ragione umana universale, bensì come voce tra le altre.

La pretesa di Universalità del pensiero filosofico occidentale viene contestata proprio in virtù della sua incapacità di tematizzare e comprendere le questioni che la polifonia e la polilogia contemporanea solleva, del suo carattere assertivo e poco disposto ad un dialogo, di cui molto si è parlato ma che raramente ha trovato una concretizzazione. Perché tale doverosa critica non conduca ad un solipsismo relativistico che, postulando l’impossibilità di una comprensione tra contesti linguistici e culturali differenti, neghi de facto ogni incontro con la diversità che non avvenga “nei termini dell’identico”, occorre che la filosofia si ponga in questione, estrinsecando la sua natura culturale e contestuale, rinunciando ad ogni pretesa di universalità che preceda il confronto dialogico con realtà filosofiche provenienti da altre culture e parlanti lingue diverse.

Ripensare metodologie, temi, presupposti e postulati è oggi una necessità che si presenta in tutta la sua urgenza al pensiero filosofico “occidentale”, per non rimanere confinato in una prospettiva parziale, relativa, incapace di render conto della complessità odierna e di prospettare  soluzioni percorribili alle problematiche che affliggono il mondo glocale.

Istanza etica, morale e politica, l’apertura della filosofia all’Intercultura si presenta non tanto nei termini della fondazione di un’ennesima disciplina, quanto di un movimento rinnovatore dell’intero panorama filosofico, che colga l’occasione offerta dal pensiero plurale per riguadagnare un ruolo di guida, sottratto dal primato della tecnocrazia economica, nelle società odierne.

L’esigenza di una pensiero della vita eticamente inteso, difatti, portatore di dialogo, di strumenti atti ad una reciproca comprensione che si opponga a scenari di conflitto e “scontri tra civiltà”, mostra sempre di più il suo carattere di urgenza. La filosofia è chiamata, dunque, a riarticolarsi come phronesis, come pensiero pratico che ecceda dai limiti dei percorsi accademici e si immerga nuovamente nella vita, pensandola e interpretandola nella poliedricità e plurivocità delle sue manifestazioni. Fondamentale è, in tale contesto, una rilettura del concetto di cultura, intesa come realtà non entificata e cristallizzata, bensì dinamica e fluida, che sollecita una più stretta interlocuzione tra filosofia ed antropologia. La riflessione sul linguaggio, sulle diverse lingue e sulla possibilità di una comprensione reciproca, che non riduca gli altri nei termini dell’identico si manifesta, inoltre, come nodo centrale di questa declinazione del pensiero filosofico, il cui percorso viene qui letto come sviluppo di istanze legate all’Ermeneutica Filosofica.

Non a caso, due dei maggiori esponenti di questa corrente, ovvero Gadamer e Ricoeur, affrontano, in diverse misure e modalità la questione della molteplicità delle lingue e dei contesti di senso che in queste si dischiudono, sollevando la questione della traducibilità come istanza non solo epistemologica, ma soprattutto etica. La necessità di aprirsi alla pluralità delle lingue è vista da Gadamer come imprescindibile per fronteggiare il rischio sempre più pressante di conflitti su scala mondiale[3], mentre Ricoeur richiama al concetto di ospitalità[4], anche linguistica, come dovere che oltrepassa la necessità epistemologica di una verità pedissequamente traducibile. Entrambe i filosofi richiamano, inoltre, il mito biblico di Babele come cifra della contemporaneità. Nel mito, si ricorda, la ricerca di un’unicità linguistica e logica è segno di una ubris mortifera, del desiderio di assolutezza che nega la pluralità e plurivocità della creazione. Letto in chiave filosofico-interculturale, si potrebbe affermare che il mito babelico veda nella pluralità delle lingue, e delle possibilità di senso da queste espresse, la soluzione al delirio logo-centrico dell’identico.

Plurilogico, polifonico e plurilinguista, il percorso della Filosofia Interculturale non si presenta nelle forme di un’ennesima partizione del sapere filosofico, ma come progetto morale, etico che dovrebbe investire la totalità dell’investigazione filosofica, riarticolandone in senso plurale forme, metodologie e presupposti. Tale plurivocità di approcci non è da considerarsi come un segno di fragilità, bensì come tratto distintivo di una forma di pensiero che, in quanto “incontro”, non può per sua stessa natura presentare eccessive rigidità o schematismi, richiamandosi sempre e comunque ad una dimensione contestuale e dialogica. In ogni confronto con un pensiero espresso in una lingua-cultura altra, è necessaria una destrutturazione reciproca dei due dialoganti, a cui deve, però, far seguito una ricostruzione di un linguaggio e di un procedere metodologico ugualmente comprensibile ai due. Vengono così a porsi le basi di ciò che Panikkar definisce “dialogo dialogale”, strumento primo dell’Intercultura, che deve la sua fondazione ad un primato morale ed etico, più che logico, avente come mira la realizzazione di scenari di pace mondiale in cui gli squilibri determinati dal neo-colonialismo vengano progressivamente sanati.

Il primo ponte gettato dal metodo ricciano, sebbene modificato in conseguenza di scenari spaziali e temporali assai mutati, ci sembra trovare delle forme compiute in tale originale sviluppo, che, come fece il Nostro maceratese, spinge ciascun pensatore ad aprirsi ad un “altro mondo” ed alla fecondità che tale dialogo dischiude.

Note

[1]   Ricciardolo, G. (2002) Jesuit Missionaries and Chinese Intelligentsia during the Late Ming and Qing Dynasties in «Ming Qing Yanjiu», Napoli

[2]   Saeki, (1951) The Nestorian Documents and Relics in China, Tokyo

[3]   Gadamer, Hans Georg (2006). “La diversità delle lingue e la comprensione del mondo” in Linguaggio. A cura di Donatella Di Cesare. Roma-Bari: Laterza.

[4]   Ricoeur, Paul (2008). Tradurre l’intraducibile. Roma:Urbaniana University Press.

 




Reflessologia ed emozioni: primavera l’emozione rabbia


Paolo Bianchi*

“Tu non verrai punito per la tua rabbia tu verrai punito dalla tua rabbia. Trattenere la rabbia è come trattenere un carbone ardente con l’intento di gettarlo a qualcun altro; sei tu quello che si scotta.” (Buddha).

 

“Non c’è divertimento nell’odiare quando tutta la collera è schierata da una sola parte” (P.B. Shelley)

 

 

Primavera: il vento

“Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo” (Tagore)

 

Nella ciclicità delle stagioni la primavera si presenta con vento e piogge leggere. In molte tradizioni popolari la primavera è legata al rinnovamento: dopo un inverno rigido i primi tepori danno modo alle piante di lasciare sbocciare le prime gemme. Così il vento rigenera l’aria purificandola dalla stabilità dell’inverno e spingendo dovunque i primi tepori della stagione. Il vento nel processo di rigenerazione abbatte, estirpa e rimuove ciò che nell’inverno è morto: il suo scopo è fare spazio alla vita perché i cicli possano continuare all’infinito.

Nella cultura Navajo esiste una cerimonia chiamata “Via del vento” che si celebra proprio in primavera: gli sciamani utilizzano quattro bastoncini colorati a forma di serpente ai quali viene legata una piuma.

Il serpente è sinuoso, il suo veleno lo rende spietato, sa nascondersi e scattare verso la sua preda e il fatto che questi bastoncini abbiano colori differenti vuole rappresentare le varie intensità e forze del veleno di ogni serpente. La piuma legata intorno alla testa del simulacro simboleggia l’aria e soprattutto ciò che nell’aria è in grado di librarsi leggero come gli uccelli che padroneggiano i venti e le correnti ascensionali utilizzandoli per spostarsi e procacciarsi il cibo.

Per i Navajo il vento è la forza unificatrice della natura: è stato il vento a portare il Popolo Sacro (uomini e animali) dall’aldilà alla vita, così come’è il vento a muovere la vita del bambino nel grembo materno.

 

Cultura diversa, ben più nota a noi, quella biblica nel “Libro della Genesi (Bereshit בראשית in ebraico)” ci parla dello spirito divino che si “librava sopra le acque” e fu all’uomo che “ispirò nelle narici il soffio vitale”.

Gli archetipi legati al vento sono molteplici. Nel vento si identifica l’idea che si sposti da un posto all’altro facendo cambiare direzione o rotta a cose e persone. E ogni risveglio è sempre caratterizzato da decisioni da prendere, obblighi da adempiere, tempo da impiegare. E così lo scrittore francese Sebastien-Roch Nicolas de Chamfort costatava che “Il pessimista si lamenta al vento, l’ottimista aspetta che il vento cambi e il realista aggiusta le vele”.

Oltre ai venti della natura, che possono distruggere e sradicare, esistono anche dei “venti interni” che sanno “devastare dentro”. Sono i venti delle passioni, forti e incontenibili, che sanno ridurre le persone a esseri brutali e spregevoli, spesso mosse dall’ira, dalla rabbia infuocandole e accecandole al punto da rovinare loro la vita e quella degli altri.

Il vento ci presenta la primavera e prima ancora di sentirne gli effetti nel nostro corpo e nella nostra fisicità l’unico modo per osservarlo è vederlo in ciò che sposta: primo tra questi le piante, il legno.

Sono le chiome degli alberi piegate a darcene la prima percezione e dalla loro curvatura a farcene comprendere l’intensità, la direzione, il moto, e spesso, proprio sotto le piante trovare riparo.

 

Primavera: il legno che rivive

“Ti perdonerò per questa volta, ma ricordati: se del perdono non sarai degno, per tutta la vita sarai di legno”. (Collodi, Pinocchio, La fata Turchina)

Come il vento ci preannuncia il cambiamento, l’arrivo della primavera è segnato dal rifiorire di tutto il mondo vegetale. Spuntano le gemme, le prime foglie, l’erba rinasce delicata e fragile irrompendo tra le zolle ancora brune della terra. La vitalità del mondo vegetale non è irruenta e si mostra a noi con semplicità e tatto crescendo poco ogni giorno. Il processo, apparentemente lento, dischiude ai nostri occhi la forza del ripetersi della vita insegnandoci come nelle arti marziali, che il segreto sta nella continuità: poco al giorno, ma sempre con la stessa forza e la stessa intensità e soprattutto nel silenzio.

I maestri di Feng Shui quando ci parlano di elemento “legno” vogliono indicarci solo le piante “vive”; quando il legno è tagliato e quando diventa manufatto si trasforma in elemento “terra”, con un’altra anima.

Una distinzione, a mio parere, molto importante che qualifica il mondo vegetale come vivo e collaborativo in ogni processo evolutivo della natura stessa.

Fin dalle caverne il rapporto tra uomini e piante, soprattutto alberi, è stato magico. L’albero è capace di superare le intemperie della vita ricorrendo solo ed esclusivamente alla sua capacità di adattamento agli elementi: un uomo può nascondersi dalle furie della natura, un albero no.

È sempre nel Libro della Genesi che ci viene rappresentato non solo l’Eden come un giardino meraviglioso, simbolo della vita che perpetua, ma nello specifico sono evidenziati due alberi: uno è l’albero della vita, l’altro l’albero del bene e del male.

L’albero della vita rappresenta la divinità che è la fonte della vita stessa: di questo albero l’uomo può cibarsi liberamente perché la vita è il bene più grande.

L’albero del bene e del male invece non può essere mangiato. Perché? Perché l’atto del mangiare, del cibarsi è l’atto del fare propria una sostanza e, secondo molti filosofi ebrei l’uomo non può cibarsi di tutta la realtà, ma solo di una parte; quindi deve fare delle scelte.

La storia della creazione si svolge nel legno perché si misura nel fiorire e rifiorire di piante e arbusti: è nel legno vivo che l’uomo, appena generato, impara a ergersi, a dirigersi, a scegliere e a tendere se stesso come una pianta con le braccia verso il cielo in cerca di luce e aiuto.

In molte filosofie se gli uomini hanno un’anima, gli alberi, le piante, il legno insomma hanno uno spirito. Per non parlare poi dell’albero della vita dove secondo la Kabbalah e il misticismo ebraico rami e radici sono la stessa cosa in una forma perfetta tanto legata alla terra e ai vincoli di costrizione, quanto al cielo e al senso di liberazione (teoria dell’unione degli opposti). L’immagine può essere capovolta, ma l’esito è sempre lo stesso: il legno è ciò che siamo e ciò che ci propone di elevarci costruendo noi stessi in modo continuativo. Come le piante aggrappate al suolo e alla razionalità cresciamo per elevarci al cielo, prendere luce, aria, sole e pioggia in uno scambio continuo di dare e avere.

Gli indiani Hopi nelle loro leggende legate alla natura ci insegnano che il destino degli uomini è strettamente legato al legno, alle piante e all’aria perché l’albero respira ciò che anche gli uomini respirano, ma noi uomini abbiamo bisogno per vivere di ciò che gli alberi espirano.

Gli alchimisti hanno sempre visto negli alberi il simbolo del loro pensiero. L’albero cresce dalla parte interna, dove scorre linfa vitale e dove è sempre verde. È come se, pur nel rispetto di leggi intrinseche e determinate, il legno abbia una forza tutta sua, che sappia soffrire e gioire, trattenere e donare, essere e aspirare. Certo è che esistono alberi che sono stati in grado di sopravvivere a guerre, epidemie, devastazioni, ma non sono riusciti a fare fronte al taglio indiscriminato per esigenze umane. Ma questa è un’altra storia.

Nel legno la primavera manifesta la sua forza lenta e inesorabile e la grande adattabilità agli eventi:

“Calati juncu ca passa la china” (“Abbassati giunco che passa la piena”) recita un vecchio detto siciliano. Ed è nuovamente in questa saggezza popolare che l’insegnamento del legno è quello del sapersi piegare senza spezzarsi, ma ricrescere a ogni primavera cercando di fortificarsi vincendo quei mali di stagione sempre inesorabili e presenti.

Ma perché parlare di vento e legno e cosa hanno a che fare con la riflessologia?

 

Legno: uno sguardo a Oriente

“Benedetto il legno con cui si compie un’opera giusta, ma maledetto l’idolo opera di mani e chi lo ha fatto; questi perché lo ha lavorato, quello perché, corruttibile, è detto dio”. (Libro della Sapienza, Antico Testamento)

Nel Taoismo il movimento del legno corrisponde alla primavera. La primavera è il simbolo assoluto dell’iniziare, del principiare. Quando noi pensiamo, ragioniamo pianifichiamo un’azione verso il futuro attiviamo la nostra creatività. Questa rappresenta le nascite, l’infanzia e la voglia di crescere, la flessibilità nell’imparare, la malleabilità nel gestire le emozioni; nulla di più simile al legno. Sempre nel Taoismo come il germoglio spunta dalla terra dopo l’inverno e dopo averne sfruttato appieno il suo principio (acqua), la capacità di immaginare per dare espressione ai sogni dell’inconscio è legata al legno. Il principio del legno riguarda la nostra capacità di esternare, esteriorizzare, rendere comune agli altri. Anche i sentimenti e gli affetti primari sono legati a questo principio per il senso di radicalizzazione in senso stretto. Anche il senso etico, inteso come rispetto di leggi interiori o superiori, è legato al principio del legno e ne ha una specifica rappresentazione nella ramificazione tipica delle piante che parte da un solido unico tronco per diradarsi ed diramarsi in parti sempre più sottili e fragili.

Il legno, dunque, rappresenta la crescita dell’uomo di fronte a se stesso e alla natura in cui è immerso: tra interiorità ed esteriorità prende pieghe e si predispone ad affrontare le difficoltà con tutto se stesso. Più le radici sono solide e profonde e più la sua chioma può elevarsi verso l’alto, più si è costruita l’intimità caratteristica del tronco e più tutto il sistema sarà forte e in equilibrio donando stabilità e armonia.

Se la primavera è collegata alla rinascita e ricrescita del legno, nella vita umana è correlata all’elaborazione di un’identità in progressione, in cammino, in maturazione.

Quando questa identità viene tradita o minacciata il legno, nella sua staticità deve rispondere e non può fare altro che difendersi con la collera manifestando tutta la sua potenza di disequilibrio nell’emozione della rabbia.

Per queste ragioni primavera, legno e rabbia nel Taoismo sono correlate.

 

La rabbia: questo sgradevole compagno di viaggio

Ero arrabbiato con il mio amico. Glielo dissi e la rabbia finì. Ero arrabbiato con il nemico. Non ne parlai, e la rabbia aumentò.” (William Blake)

Tutti gli psicologi sono concordi: la rabbia è un’emozione tipica e fondamentale, è identificabile sempre in una specifica origine funzionale ed è presente in tutte le età e i momenti evolutivi dell’uomo.

Insieme alla gioia e al dolore è una delle emozioni che si manifesta nell’uomo fin dai primordi e lo accompagnerà tutta l’esistenza. Insieme al disgusto e al disprezzo fa parte della triade dell’ostilità.

Sulla base di questo pensiero, come è possibile che un neonato possa già manifestare rabbia? Secondo le neuroscienze la situazione scatenante non è mai singola, ma plurima, e sempre riconducibile ad un insieme di frustrazioni sia fisiche che psicologiche.

Tra le varie circostanze che possono influire nel fare nascere l’impulso della rabbia gioca un ruolo predominante quello dell’intenzione da parte di qualcosa o qualcuno nell’impedimento a raggiungere uno scopo.

Ma come nasce la rabbia e come si scatena? In primo luogo la persona vive lo stato di raggiungere uno scopo o un obiettivo come un bisogno fondamentale. L’appagamento che pensa di ricevere dal risultato di questa situazione è senza dubbio enorme al punto da farglielo considerare vitale. Spesso la persona che si impegna in un processo complesso non distingue più le sfumature delle varianti che possono subentrare nel processo stesso: tutto è “o bianco o nero”; non esistono vie di mezzo e chi si frappone al raggiungimento di questo obiettivo è sempre visto come un nemico.

Molti obiettivi, soprattutto se fissati senza un piano realistico non potranno mai realizzarsi. È il caso di obiettivi troppo alti rispetto alle capacità, conoscenze, professionalità di chi li persegue. Il risultato è scontato: solo una grandissima fortuna può permettere che quanto desiderato si realizzi. Nel frattempo, tutto quello che è tra l’obiettivo sperato e il suo raggiungimento non è mai visto come un’opportunità di crescita e miglioramento, ma come un puro e semplice impedimento. A volte può essere una situazione, a volte una persona, altre entrambe le cose. Sta di fatto che il meccanismo che scatta nella mente della persona è quello di poter identificare in un oggetto, situazione o persona la causa che impedisce la propria realizzazione.

Definire un nemico, soprattutto fisico, è determinante per qualsiasi strategia: spesso chi è accecato dalla voglia di arrivare ad un punto ben preciso non è in grado di determinare nemmeno la portata della causa scatenante l’impedimento stesso. Ciò che impedisce la realizzazione dell’obiettivo va fermato con tutti i mezzi in ogni modo. Ne nasce una forza enorme legata a una altrettanto smisurata intenzione di attaccare. Se nel frattempo non succede qualcosa che possa sbloccare favorevolmente l’evento, il risultato è scontato: l’attacco avviene in modo palese, diretto e spesso violento. Molte persone, che non sanno contenere la rabbia, arrivano addirittura allo scontro fisico con conseguenze devastanti e spesso irreparabili.

A volte il danno diventa irreparabile già sotto il profilo psicosomatico. Ciò avviene quando la causa frustrante viene minimizzata o addirittura mascherata. Tutta l’energia che dovrebbe essere convogliata verso l’esterno è trattenuta all’interno.

Le filosofie orientali insegnano che quando un’energia non trova il normale sfogo, questa va a danneggiare il sistema provocando in una prima fase stati di disagio per arrivare poi alla malattia vera e propria. Al contrario è anche sbagliato pensare che per prevenire tutto questo si possa dare libero sfogo a tutte le emozioni senza tenere conto dei normali interlocutori. Questa fase è definita gestione della rabbia e potrebbe ricadere su qualcosa di diverso rispetto alle cause scatenanti la frustrazione o, peggio ancora, su se stessi con fasi di autolesionismo profondo.

Direi che la rabbia è proprio una brutta compagna di viaggio e, se torniamo al nostro legno possiamo solo aggiungere che per essere in equilibrio non deve essere minacciato nella sua crescita interna ed esterna: è come se l’albero debba avere normali agenti patogeni, ma la corretta capacità di reazione ad ognuno di essi senza che nessuno possa prevaricare.

Con la rabbia in corpo

“Facili all’ira sopra la terra siamo noi di stirpe umana”. (Omero)

Denti serrati, mascelle irrigidite, sopracciglia aggrottate, occhi piccoli e pupille dilatate sono solo il segno esteriore dell’elemento rabbia. Spesso sono accompagnate da una posizione curva verso l’interlocutore e da pugni chiusi, pronti a colpire. Tutti i muscoli del corpo diventano rigidi al punto da provocare anche la completa immobilità della persona mentre il cuore batte forte.

Chi ci è passato racconta di aver vissuto la paura di perdere il controllo e di aver sentito un forte impulso violento accompagnato da calore. La voce diventa intensa con un tono stridulo e pieno di minaccia.

Questo è ciò che prova una persona in preda alla rabbia nel momento in cui non riesce più a mascherarla, chi invece non la esprime la vivrà e rivivrà dentro di sé per un periodo molto più lungo.

La realizzazione di sé in una determinata situazione è nell’uomo un obiettivo pregnante: parlarne e riconoscere le vere motivazioni della sconfitta è la procedura più utile per avviare un processo di cambiamento, ma di certo non basta.

In ogni conflitto tutti vogliono vincere e difficilmente si sceglie la via della mediazione. I saggi dell’ebraismo e i kabbalisti la chiamano proattività. Questa si basa sulla semplice logica di buonsenso che non si può vincere sempre e tutto, ma che bisogna anche sapere perdere perché proprio da questa azione è possibile imparare, apprendere, e fare tesoro di nuove strategie ed azioni.

I pericoli esterni rimangono comunque molti: uno di questi è accorgersi, per esempio, che altri ottengono facilmente successi senza uno sforzo apparente e quindi si è portati, anziché ad analizzare i fatti in modo obiettivo, a riportarli su un piano personale perdendo la logica dei fatti e confondendoli con le opinioni.

È il momento dell’intolleranza verso tutti e tutto e nessun luogo è immune. Arrabbiarsi fa parte della natura umana, non è pericoloso, è normale. Il problema è quando questa rabbia più o meno inespressa si sfoga come un torrente in piena aggredendo tutto e tutti, senza alcuna esclusione.

E come insegnano molte filosofie orientali il primo a soffrirne è il nostro fegato: per la tradizione cinese il fegato è collegato all’energia cosmica del vento perché un fegato in salute è in grado di muoversi sempre in modo armonioso così come una pianta si lascia accarezzare dal vento.

 

Il fegato silenzioso

“L’espressione è l’atto dell’uomo completo. L’intelletto è impotente a esprimere il pensiero senza l’aiuto del cuore, del fegato e di ogni organo” Henry David Thoreau (filosofo)

Il fegato è l’organo più grosso del corpo umano, pesa circa 1,5 kg nell’uomo adulto e non a caso Rudolf Steiner, fondatore della Medicina Antroposofica lo riteneva l’organo della “volontà”. Il fegato nella visione di Steiner lavora moltissimo nelle fasi di progettazione, pianificazione, trasformazione della vita. È il fegato che realizza concretamente le idee trasformandole in azioni ed è sempre il fegato che crea nelle persone il coraggio.

Il fegato è un organo silenzioso: duole solo quando le patologie sono in stadio avanzato. I maestri di riflessologia comunque insegnano a leggere il malessere del fegato attraverso piccoli segni quotidiani quali un dolore persistente sul lato destro della schiena, amaro in bocca, vomito verdastro, emicrania spesso accompagnati anche da crampi agli arti inferiori.

Per i taoisti il fegato gioca un ruolo preponderante perché favorisce lo stoccaggio degli elementi nutritivi regolando così l’energia necessaria all’attività generale del corpo; crea nella persona la capacità alla resistenza durante la malattia sbloccando e muovendo le energie che sono necessarie ai meccanismi di autodifesa. Altra funzione è di aiutare nella decomposizione del cibo e nella disintossicazione del sangue. Per questa ragione in molte filosofie orientali è legato a sentimenti e affetti: il sangue trasporta emozioni e se questo non è purificato anche la qualità delle emozioni stesse sarà pessima alterando i sentimenti ad essa correlati.

La qualità dell’energia prodotta dal fegato avviene attraverso diversi sistemi quali il drenaggio delle tossine, la regolarizzazione della coagulazione del sangue e del metabolismo: le emozioni vengono trasformate in sentimenti dal fegato grazie alla sua azione di depurazione e filtraggio.

 

Il fegato nella mitologia e non solo

Tutti conosciamo il mito di Prometeo e la sua punizione per avere rubato il fuoco agli dei. L’immagine pittorica che gli dedica Rubens in cui Prometeo si contorce, incatenato ad una roccia, mentre un’aquila di giorno gli mangia il fegato che ricresce nella notte è molto esaustiva della sofferenza e del dolore che deve aver provato. Tra le varie interpretazioni del mito di Prometeo trovo interessante quella in cui si vede il crimine commesso sotto due aspetti e quindi due pene: una emotiva e una risolutiva. Nella prima l’aquila divorando il fegato di Prometeo gli produce dolori lancinanti che hanno lo scopo di umiliarlo per avere commesso il furto del fuoco agli dei; nella seconda l’aquila rode il fegato di Prometeo perché poiché si riteneva producesse il sangue (e quindi la passione) eliminando il fegato avrebbe anche eliminato quel senso di ribellione che pone gli uomini alla stessa stregua degli dei. Il tutto in un gioco infinito.

L’immagine mitologica ben illustra non solo quella severa punizione, ma esemplifica che anche noi, nella vita moderna, siamo disposti a “roderci il fegato” fino ad ammalarci pur di ottenere qualcosa.

A volte sono solo puntigli, altre sono fatti legati a carriera e ambizioni, altre ancora fatti della vita che non cerchiamo, ma che dobbiamo affrontare perché costretti: potremmo sempre rifiutare, ma il più delle volte la natura umana ci porta a prenderne coscienza e scegliere. Quando la scelta ricade in queste prese di posizione, pur sapendo bene a cosa andiamo incontro, lasciamo che il nostro fegato ne subisca le conseguenze.

Oggi sia la meditazione che le medicine alternative o le filosofie orientali tutti ci insegnano e ci suggeriscono di affrontare le cose con maggiore distacco, ma come ben sappiamo, non basta e solo pochi ci riescono veramente.

Il fatto che gli antichi prendessero molto in considerazione il fegato dovrebbe farci riflettere. Le medicine antiche ritenevano che per la sua grandezza il fegato producesse il sangue. Questo per identificarlo con la vita stessa. Al fegato veniva attribuito il ruolo fondamentale nel determinare i vari temperamenti dell’uomo. Questi erano l’effetto dei “quattro umori” (bile gialla-temperamento collerico, bile nera-temperamento malinconico, sangue-temperamento sanguigno e flemma-temperamento flemmatico).

Platone riteneva che il fegato riflettesse le immagini dell’anima razionale producendo quei sogni che servivano per le divinazioni e i presagi.

Ancor prima i babilonesi utilizzavano il fegato degli animali sacrificati nelle pratiche di divinazione.

Per la sua posizione centrale rispetto al corpo si riteneva che il fegato fosse la fonte delle emozioni di maggiore intensità nate a loro volta da stimoli altrettanto forti e potenti e che la sostanza che ne veniva prodotta irrorasse anche gli altri organi, soprattutto cuore e polmoni.

Da sempre, insomma, il fegato è associato a sentimenti come collera e rabbia, ma anche disprezzo, e sofferenza profonda.

 

Mal di fegato

“La malattia è un avvertimento che ci è dato per ricordarci ciò che è essenziale”. (Libro della saggezza tibetana)

I problemi epatici ci indicano tutto ciò che è difficile “digerire” nella nostra vita anche se in modo differente da come lo fa lo stomaco.

Come abbiamo visto l’emozione principale legata al fegato è la rabbia: il modo in cui noi reagiamo alle differenti situazioni della vita può aiutare il nostro fegato e di conseguenza il nostro organismo.

Differentemente da quello che normalmente si pensa non è urlando o reagendo in modo esagerato che aiutiamo il nostro fegato a scaricare la rabbia che abbiamo in corpo. Agendo infatti in questo modo priviamo il nostro fegato di moltissima energia. Al contrario anche reprimendo continuamente la nostra rabbia addenseremo tutte le energie nell’organo stesso col rischio che si trasformino in patologie.

Nelle filosofie orientali le malattie del fegato vengono sempre collegate alla difficoltà ad affrontare la vita proprio partendo dall’accettazione dei nostri sentimenti: l’immagine che trasmettiamo agli altri è quella che noi abbiamo di noi stessi e dipende dal nostro fegato e da come lo aiutiamo a trasmettere energie positive prima a noi stessi e poi agli altri.

Sempre per le filosofie orientali le tensioni del fegato possono rappresentare l’immagine di noi stessi messa costantemente in discussione. Non si tratta di voler attuare un positivo e propositivo piano di miglioramento continuo, ma al contrario, è sviluppare un atteggiamento che porta alla creazione di acredine, acidità, rimorsi esagerati che sfociano in risentimenti , rabbia e via via fino a collera e ira.

La gioia della vita lascia così il posto all’astio che diventa una costante che può arrivare a distruggerci. Come?

Dobbiamo ricordare che il fegato è protagonista nella creazione del nostro sistema immunitario passando dalle esperienze che il nostro organismo ha elaborato nel tempo. Quando noi cediamo alla rabbia, non trovando altro mezzo, attiviamo un sistema di difesa psicologica in relazione alle nostre paure e inconsapevolmente, distruggendo il senso di calma rompiamo quell’equilibrio di cui il nostro fegato necessita per svolgere bene la sua funzione.

 

Rabbia fegato e riflessologia

Come inserire la riflessologia in un processo come la rabbia? Cosa può fare un riflessologo per aiutare un suo assistito in una fase di rabbia? Credo che si possa fare molto ricordando però alcuni punti:

·       L’operatore deve avvicinarsi al suo assistito privo di ogni pregiudizio. Il pregiudizio altera la qualità del lavoro che si svolge sulla persona. Se, per esempio, non sopportiamo le persone sovrappeso, l’intera durata del trattamento sarà vissuta con ansia: non vediamo l’ora di terminare la sessione, ogni centimetro della superficie corporea dell’assistito diventerà psicologicamente pesante da manipolare.

I pregiudizi sono impossibili da cancellare, ma un bravo riflessologo fa ogni giorno esercizio per allontanarli, comprenderli e combatterli. Credo sia più corretto, se non si riesce ad abbattere un pregiudizio, rinunciare a fornire prestazioni a quella persona: si è più onesti verso se stessi, l’assistito e gli effetti sono meno devastanti.

·      L’operatore deve saper gestire la sua rabbia. Questo non significa che possano esserci delle giornate particolarmente impegnative e che la mente possa divagare verso altri lidi portando lontana la concentrazione dall’azione di attenzione al proprio assistito. L’operatore deve essere cosciente sempre che in ogni azione che lui rivolge al suo assistito sul lettino va rivolta verso il suo benessere. Come dice spesso nei convegni e negli incontri il Dr. Carlo Moiraghi, noto agopuntore, “In agopuntura l’intenzione dell’operatore è tutto”. In riflessologia i presupposti non sono differenti perché i punti che si vanno a trattare hanno comunque un’incidenza sugli aspetti emozionali e di conseguenza sul benessere della persona trattata. Quindi è importante lasciare le proprie preoccupazioni fuori dalla porta e concentrarsi unicamente sulle esigenze e sulle problematiche del proprio assistito.

·      Se l’assistito manifesta a parole la sua rabbia verso qualcosa o qualcuno mantenere la completa neutralità. L’operatore, per quanto informato, può solo basarsi sulla sola opinione che il suo assistito gli riporta e quindi non ha sufficienti dati per poter analizzare il problema ed esprimere il suo parere. A torto o a ragione deve concentrarsi sull’effetto che la rabbia, espressa o inespressa, può avere sulla persona da trattare e limitarsi alle tecniche imparate ascoltando con interesse e attenzione, ma soprattutto con il coinvolgimento emotivo di un professionista quindi mai troppo impegnato e nemmeno troppo distaccato: ascoltare, confermare lo stato di disagio della persona, aiutarla ad aprirsi con domande aperte, aiutare con il dialogo a capire le motivazioni profonde della rabbia, stimolarla alla ricerca di obiettivi che possano rappacificare, mediare e soprattutto rimuovere rabbia e risentimenti, ma sempre in un clima di tranquillità e soprattutto di calma interiore. Soprattutto evitare di farsi coinvolgere: la rabbia fomenta rabbia e questo produrrebbe dei risultati catastrofici sia sulla persona da trattare sia su quelle che seguiranno negli appuntamenti successivi.

·      L’operatore deve sempre ricordare, soprattutto quando tratta casi con patologie diagnosticate, che la sua attività non è quella di guarire, ma di stimolare processi energetici atti ad aiutare il processo di guarigione o di autoguarigione siano essi in atto grazie alla medicina tradizionale, a quelle alternative o semplicemente alla volontà della persona trattata che decide di voler stare meglio. L’attività del riflessologo è sempre quella di assistere le persone nel prendersi cura di se stesse, a guadagnare tempo per loro stesse e per quello che per loro conta di più. Educare soprattutto al benessere non è fatto di materialità, ma di processi interiori molto forti nei quali la persona possa ritrovarsi in pace e serenità.

 

Conclusione

·      La riflessologia non cura né il mal di fegato né alcun altro male, ma ha lo scopo di riportare equilibrio energetico e psicopedagogico là dove esiste un forte stato di trauma o stress.

Eventualmente aiuta la persona a prevenirlo attraverso un percorso emozionale molto forte.

·      L’approccio riflessologico favorisce e incrementa il cambiamento di atteggiamenti soprattutto quando si accompagna a un percorso di ascolto e auto-ascolto favorendo soprattutto atteggiamenti analitici verso ciò che ha causato il disagio o la malattia

·      La riflessologia può aiutare a effettuare scelte alternative in riferimento ad aspetti quali lavoro, vita sociale, familiare ecc. partendo dal concetto che produce rilassamento benefico e per la sua saggezza millenaria che contribuisce a creare pace e armonia in tutto il corpo senza separazione tra psiche e soma.

·      La riflessologia aiuta la persona a prendere coscienza e cercare stili di vita più consapevoli e adatti alle proprie capacità psico-fisiche, a ricercare un maggiore contatto con la natura, una alimentazione e degli approcci più sani e corretti verso il proprio organismo.

·      La riflessologia sotto l’aspetto tecnico e culturale agisce positivamente sugli stati energetici precedentemente bloccati e quindi favorisce prima di tutto un maggior dialogo con se stessi e con gli altri.

·      La riflessologia aiuta a rimuovere preconcetti, a neutralizzare visoni personalistiche e autocentrate educando a una visione cosmica in cui l’uno è parte del tutto, in cui l’individuo è centro e anche periferia.

·      La riflessologia, nei confronti dell’organo fegato aiuta a contenere, equilibrare, gestire gli stati di rabbia, educando a limitarne gli effetti disastrosi sotto il profilo personale e sociale e stimolando una maggiore pace con se stessi. Il fegato può così funzionare in sintonia col resto del corpo.

 

Nei prossimi numeri:

“Riflessologia ed emozioni: estate e quinta stagione – le emozioni gioia e riflessione”.

“Riflessologia ed emozioni: autunno e l’emozione tristezza”.

“Riflessologia ed emozioni: inverno e l’emozione paura”.

 

Bibliografia

·      AAVV: “Il libro dei simboli riflessioni sulle immagini archetipe”, Taschen ed. 2013

·      AAVV: “La riflessologia origini benefici terapia del piede e della mano”, Gaia ed. 2011

·      Ming Wong, Alessandro, Conte, On Zon Su: “ Il massaggio del piede per la salute”, Mediterranea ed. 2009

·      Michel Odul: “Dimmi dove ti fa male elementi di psicoenergetica”, Punto d’incontro ed. 2013

·      Ming Wong, Alessandro Conte: “Le mappe segrete dell’ On Zon su applicazione dei massaggi antichi alla riflessologia del piede”, Mediterranee ed. 2012

·      Osvaldo Sponzilli: “Auricoloterapia”, Tecniche nuove ed. 2013

·      Patrizia Sanvitale: “La mano che cura”, Marsilio ed. 2011

·      Alejandro Lorente: “Digitopressione”, Armenia ed. 2009

·      George Stefan Georgieff:  “Il massaggio coreano della mano”, Macro ed. 2012

·      Claudio Santoro: “Riflessologia plantare”, Macro ed. 2012

·      Gabriella Artioli: “Manuale di riflessologia plantare”, Xenia ed. 2008

·      AAVV: “Enciclopedia del massaggio”, Giunti ed. 2005

·      Giovanni Leanti,  La rosa: “Messaggeri della salute”, Il segno dei Gabrielli ed. 2005

·      Marco Lorusso: “Riflessologia plantare”, Macro ed. 2007

·      Chen You Wa: “Digitopressione”, Tecniche Nuove ed. 2013

·      Dwight C. Byers: “La riflessologia del piede” Mediterranee ed. 2012

·      Iona Masaa Teeguarden: “Guida completa alla digitopressione jin shin do”, Mediterranee ed. 2012 2013

·      Huang Ti Nei, Ching Su Wen: “Testo clessico di medicina interna dell’imperatore giallo”, Mediterranee ed. 2012

 

 




La numerologia cinese: come applicare dei simboli all’interpretazione del reale

 Lucio Sotte*

In tutte le antiche tradizioni i numeri hanno svolto un valore simbolico, basta pensare al numero due che svolge in alcuni ambiti un ruolo associativo ed in altri un compito dissociativo, al quattro che viene correlato ai quattro punti cardinali, ma anche ai quattro evangeli, al cinque che è correlato ai cinque sensi, alle cinque dita della mano e sulla cui base è stata fondata la  matematica in base 10 (5×2) solo per fare alcuni esempi del mondo occidentale.

Anche la  cultura e la civiltà cinesi hanno da sempre assegnato un valore simbolico ai numeri e questo fenomeno riflette i suoi effetti anche nell’interpretazione tradizionale della teoria medica. In Cina, i numeri, in qualsiasi ambito di studio compaiano, hanno  contemporaneamente un valore reale ma anche simbolico, esprimono concetti e rimandano a realtà ultime; non hanno solo valore quantitativo ma anche qualitativo.

Il due corrisponde alla coppia yin e yang, il tre ai tre tesori o san bao (qi, jing e shen), il quattro alle assonanze con le quattro stagioni ed i quattro punti cardinali, il cinque ai cinque movimenti, il sei ai sei livelli energetici ed il sette alle sette emozioni. Questi citati sono alcuni esempi di quanto la numerologia sia stata applicate nel corso dei secoli e dei millenni alla medicina cinese.

Proviamo ad approfondire alcuni aspetti di questa tradizione.

In questo breve articolo affontiamo il  senso della numerologia cinese, che presentiamo brevemente perché ci permette di interpretare alcuni aspetti salienti del pensiero cinese.

 

Il Dao De Jing il Classico della Via e della Virtù di Lao Zi, il fondatore del Taoismo, afferma che: “L’Uno produce il Due, il Due produce il Tre, il Tre produce i diecimila esseri […]” per dare una spiegazione del Big Bang da cui origina l’universo.

Dunque anche l’origine del cosmo è correlata ai primi tre numeri, essendo l’uno unito al Cielo, il due alla Terra ed il tre alla loro interazione e reciproca trasformazione.

A titolo esemplificativo citiamo le nove sezioni

dello Hong Fan, un testo inserito nello Shu Jing, il

primo «Classico della storia cinese» compilato nel

primo millennio a.C. In questo testo si dà un’interpretazione numerologica del cosmo allo scopo di stabilire il ruolo dell’uomo e quello dell’imperatore.

Lo Hong Fan  si pone l’obiettivo di comprendere

l’ordine cosmico per farne la base per le norme

di un ordine morale applicabile all’uomo.

La medicina cinese riprende spesso la numerologia

allo scopo di spiegare gli eventi biologici determinanti la vita dell’uomo microcosmo e i

suoi rapporti con il macrocosmo.

Nel reale, nel mondo dei soffi, ciò che è disperso

tende a riunirsi e ciò che è unito a disperdersi,

sempre seguendo dei percorsi interpretabili

in senso numerologico.

Il Caos (che è il principio da cui tutto origina) è rappresentato dal numero Uno; questo

numero tuttavia rappresenta anche il Dao e il Cielo, in quanto artefice della vita. L’Uno può rappresentare anche l’energia, il soffio qi unico, le cui trasformazioni determinano il fenomeno della vita.

L’Uno è sempre e comunque richiamo all’unità,

al mistero, all’indistinto, che può manifestarsi

o meno e la cui essenziale qualità è il continuo

cambiamento. L’Uno è anche il simbolo del Cielo, dello yang e della linea unita in contrapposizione

alla Terra che corrisponde al Due, allo yin e alla linea spezzata.

L’ideogramma di Uno (W. 1 A29 ), yı, è una linea orizzontale che indica il principio originale

della numerazione e può rappresentare, se tracciata in alto, il Cielo.

L’Uno aspira a scindersi in Due, ma mantenendo

la sua unità come in una coppia.

Il Due, er, è l’emblema della Terra ed è rappresentato dal quadrato. La Terra è dispensatrice di forme. Il Due è la scissione dell’Uno che si mantiene unito come coppia e può simboleggiare sia la coppia yin-yang  che il solo yin , in quanto espressione delle due linee spezzate.

 

Figura 1

L’ideogramma yı, Uno.

Si tratta di una linea orizzontale tracciata a metà altezza del campo grafico.

 

L’ideogramma (W. 2 A30 ) di Due è rappresentato

da due linee orizzontali sovrapposte e indica la

Terra, perché rappresenta l’altro polo della coppia

di cui l’unità è rappresentata in alto dal Cielo.

L’Uno, il Cielo promuove la vita, che viene raccolta dal Due, la Terra, che ha il compito di gestire la vita, di portarla a compimento, di far germogliare il seme che accoglie.

Il Due, la coppia, aspira a riunirsi attorno a un

perno: il Tre, san.

 

Figura 2

L’ideogramma er, Due.

Si tratta di due linee orizzontali sovrapposte, di cui

l’inferiore indica la Terra e la superiore il Cielo.

 

Il Tre simboleggia i soffi; è il Due che si avvolge

attorno a un perno, è la spirale della vita (il

movimento vitale si avvita sempre a spirale, come

accade nelle conchiglie, nei cromosomi), è la

vita stessa della coppia, indica l’unione feconda

dello yin e dello yang, lo spazio mediano tra Cielo e Terra dove avviene l’incontro tra Cielo e

Terra. Il Tre, simboleggiando anche il Cielo, è rappresentato dal cerchio (in contrasto con il Due, la Terra, rappresentato dal quadrato) e può simboleggiare anche la potenza dei soffi yang.

L’ideogramma di Tre (W. 3 A31 ) è rappresentato

da tre linee orizzontali sovrapposte e indica

che tra Cielo e Terra nasce la vita (il luogo di realizzazione del vortice a spirale).

Tra Cielo e Terra c’è l’Uomo, l’unico «animale» a

stazione eretta che unisce dunque il Cielo (rotondo

come la testa) con la Terra (piatta come i piedi).

Anche l’imperatore è espresso da una modificazione dell’ideogramma del Tre, in cui i tre tratti orizzontali sono uniti da un tratto verticale che sta a indicare che il suo ruolo è unire il Cielo e la Terra.

 

Figura 3

L’ideogramma san, Tre.

È rappresentato da tre linee orizzontali

sovrapposte e indica che tra Cielo e Terra nasce

la vita.

 

Tre aspira a espandersi: questa espansione del

Tre nel Cielo, e cioè nel tempo, produce le Quattro stagioni, sulla Terra, e cioè sullo spazio, produce le Quattro direzioni.

Il Quattro è dunque l’attualizzarsi del fenomeno

vivente in uno spazio definito dai quattro punti

cardinali (Est, Sud, Ovest e Nord) e in un tempo

definito annualmente dalle quattro stagioni

(primavera, estate, autunno e inverno) e nel ritmo

circadiano dalle quattro fasi (alba, mezzogiorno,

tramonto e mezzanotte).

L’ideogramma di Quattro (W. 42 A32 ), si, indica

che c’è uno spazio divisibile: alcuni vorrebbero far

corrispondere i quattro segni verticali alle quattro

dita, in ogni caso sia in Quattro, che in Sei e in Otto (cioè nei numeri pari) compare il concetto della divisibilità.

 

Figura 4

L’deogramma sì, Quattro.

Indica che esiste uno spazio divisibile

 

La dispersione implicata nelle Quattro stagioni e

nelle Quattro direzioni aspira a ordinarsi attorno

a un Centro per vitalizzare i soffi: è l’origine del

Cinque. La Terra si associa al numero Cinque: i

Quattro punti cardinali e il loro Centro, la Terra

e lo spazio. I Quattro punti cardinali esistono solo

grazie a un Centro, che permette all’osservatore

di posizionarsi in modo che il Sud si trovi di

fronte all’osservatore stesso.

Al Cinque sono legati i concetti di ordine e gerarchia.

Il Cinque è inoltre – in quanto «Centro» –

il Centro della serie numerica che va da Uno a

Nove, il centro dello spazio e anche il Centro del

tempo (la quinta stagione o le quattro interstagioni

associate alla Terra). Il Cinque è il principio di

organizzazione di ciò che esiste; è per questo che i

Quattro punti cardinali, che aspirano a ordinarsi e

correlarsi intorno al Centro, trovano nel Cinque il

numero che indica ciò che raccoglie e distribuisce.

 

Figura 5

L’ideogramma wu, Cinque.

Corrisponde a una «X» che rappresenta

le quattro estremità unite al centro dal cinque.

 

L’ideogramma di Cinque (W. 39 A33 ), wu, corrisponde a una «X» che rappresenta le quattro

estremità e il centro; inserendo questa «X» tra

due linee orizzontali che indicano Cielo e Terra si

ottiene la forma dell’ideogramma attuale. La svastica sarebbe, secondo alcuni studi ideografici,

una derivazione del logo del numero cinque.

Un’immensa armonia deriva dalla distribuzione

regolare dei soffi del Cielo e dalla reazione della

Terra, che li accoglie e li fa fruttificare: è il Sei, il

numero degli influssi che vengono scambiati tra

Cielo e Terra; infatti le Energie cosmiche – che

possono diventare, se eccessive o fuori stagione,

cosmopatogene – sono sei: vento, calore e calore

estivo, secchezza, umidità e freddo.

Il Cielo (maschio, yang, Tre e dispari) ha come

numero anche il Sei, in cui Tre è simbolo del Cielo

e Due della Terra (femmina, Due, yin e pari). Il

rapporto Cielo-Terra, il quadrato iscritto nel cerchio, il Tre per Due è il Sei.

 

Figura 6

L’ideogramma liu, Sei. Rappresenta

il numero pari e divisibile che viene dopo il Quattro, che è simboleggiato da un tratto unico in alto.

 

Il Sei rappresenta la modulazione del soffio vitale,

gli scambi dinamici tra Cielo e Terra, i Quattro

quadranti più l’Alto e il Basso. La vita accade

in quanto sestuplice movimento di soffi.

Terra e Spazio classificano in base Cinque,

Tempo e Cielo classificano in base Sei: per questo

ci sono cinque organi e sei visceri, perché

Spazio e Tempo, Cielo e Terra sono tra loro correlati; da ciò deriva inoltre nel calendario cinese

la presenza dei Dieci «Tronchi Celesti» e dei Dodici «Rami Terrestri». Come il Dieci appartiene

alla sistematica del Cinque, il Dodici appartiene

alla sistematica del Sei.

L’ideogramma di Sei (W. 42 A34 ), liu, rappresenta

il numero pari e divisibile che viene dopo il

Quattro, simboleggiato da un tratto unico in alto.

Vi è un perno degli influssi retti dal Sei: è il

Sette, che ordina e regola il flusso della vita. Sette

simboleggia la pienezza dei soffi ed è il simbolo

della vita. Sette sono gli orifizi cefalici (occhi,

orecchie, naso, bocca), Sette sono le passioni.

 

Figura 7

L’ideogramma qi, Sette.

È assai suggestivo perché assomiglia al Sette

della numerazione araba rovesciato.

 

L’ideogramma di Sette (W. 33 A35 ), qi, è assai suggestivo perché assomiglia al Sette della numerazione araba rovesciato. Non sembra avere altro significato che quello di esprimere questa entità numerica: potrebbe derivare da un antico ideogramma con sette tratti differenti o dalla stilizzazione della posizione della mano atteggiata a indicare il numero Sette.

Il numero Otto rappresenta la distribuzione di

tutte le direzioni dei soffi animatori, con chiaro

riferimento alla rosa dei venti; si tratta dunque

dei quattro punti cardinali e delle direzioni centrali

tra i vari punti cardinali.

 

Figura 8

L’ideogramma ba, Otto.

Indica essenzialmente il concetto della divisibilità, come accade anche in Quattro e Sei.

 

L’ideogramma di Otto (W. 18 A36 ), ba, indica

essenzialmente il concetto della divisibilità, come

accade anche in Quattro e Sei. In questo caso il

concetto di divisibilità definisce da solo l’ideogramma.

Il numero Nove (Tre per Tre) è la potenza organizzata dei soffi, è la forza vitale ben composta in tutti i dettagli, ben armonizzata.

L’ideogramma di Nove (W. I. 3237 ), jiu, sembra

che fosse rappresentato originariamente da nove

tratti; attualmente è stato contratto in un uncino.

 

Figura 9

L’ideogramma jiu Nove.

Sembra che fosse rappresentato originalmente da Nove tratti; attualmente è stato contratto in un uncino.

 

Il numero Dieci è l’unità ritrovata della potenza,

della forza vitale. È il numero del sole e il numero

dell’Uno. Essendo formato anche dal numero

Uno è richiamo all’unità e al mistero della vita.

 

Figura 10

L’ideogramma shi, Dieci.

Esprime il concetto del numero che contiene tutti gli altri numeri semplici nella numerazione decimale.

 

L’ideogramma di Dieci (W. 24 A38 ), shi, esprime

il concetto del numero che contiene tutti gli

altri numeri semplici nella numerazione decimale

(da Uno a Nove).

Ricordo un fatto singolare correlato al numero 10 ed alla sua trascrizione cinese. Nei primi tempi della diffusione del cristianesimo in Cina sembra che fosse in uso da parte di molti cinesi chiamare i cristiani “quelli del numero 10” perché il simbolo della croce veniva scambiato con l’ideogramma del 10. Un piccolo esempio di come sia facile travisare il senso di fatti, fenomeni, simboli, avvenimenti nell’incontro la culture e civiltà diverse.

Concludendo la presentazione sintetica dei numeri da uno a dieci desidero ricordare come il linguaggio ideografico, tipico della cultura cinese, sia fondamentale per identificare le caratteristiche dei vari numeri. In particolare questo è vero per il numero uno, il due ed il tre che, attraverso gli ideogrammi corrispondenti, simboleggiano il Cielo, la Terra e la loro interelazione che è alla base della trasformazione yin-yang e della produzione del qi.

 

Bibliografia

Sotte L., Minelli E., Giovanardi C.M., Fondamenti di Agopuntura e Medicina Cinese, CEA edizioni, Milano, 2007

 




Ruolo della moxibustione nel trattamento della sindrome influenzale


Nicolò Visalli*

La sindrome influenzale è una patologia virale epidemica e contagiosa, compare di solito alla fine dell’autunno o in inverno e talvolta può presentarsi anche in primavera.

La sintomatologia appare repentina, infatti sin dalla sua comparsa, il malato manifesta brividi e febbre che può raggiungere i 39 gradi e anche oltre. Sintomi accompagnatori sono la cefalea assai intensa, i dolori alle articolazioni e l’astenia con un certo grado di malessere generalizzato.

La sintomatologia primaria può essere correlata a sintomi secondari, che non sono sempre presenti come: il vomito, la diarrea, la nausea, i dolori addominali ed una sintomatologia generale da raffreddamento.

Già nello Shang Han Lun (“Malattie da Freddo”) e nel Wen Bing (“Malattie Epidemiche”) ritroviamo descritta la sindrome influenzale. L’eziopatogenesi secondo la Medicina Tradizionale Cinese è riconducibile ai fattori patogeni esogeni quali: Vento, Freddo e Umidità. La terapia tramite moxibustione viene utilizzata per eliminare il Vento, placare i sintomi superficiali e regolarizzare le funzioni della Ying Qi e della Wei Qi. La selezione dei punti viene fatta sui canali Taiyang, Vaso Governatore e Yangming.

I punti prescelti sono qui suddivisi in punti principali e secondari.

Fra i punti principali da scegliere troviamo:

ST36 – Zusanli, che elimina il Vento, trasforma l’Umidità e regola il Qi centrale.

GV14 – Dazhui, elimina i fattori patogeni esogeni dai canali Yang. BL13 – Feishu, regola il Qi del Polmone.

GB20 – Fengchi, elimina il Vento e libera dal Calore.

LI4 – Hegu, disperde il Vento e risolve l’esterno.

EX-HN5 – Taiyang, elimina il Vento e disperde il Calore.

CV8 – Shenque, trasforma l’accumulo per il ristagno dell’Umidità-Freddo.

Fra i punti secondari invece scegliamo:

LU7 – Lieque, tonifica il Polmone e disperde il Freddo.

KI7 – Fuliu, regola l’apertura dei pori, rimuove la secchezza e disperde la stasi.

BL12 – Fengmen, scaccia il vento e tonifica il Polmone.

CV4 – Guanyuan, regola il Qi ed disperde i fattori patogeni e favorisce la salute.

CV22 – Tiantu, tonifica il Polmone, libera la faringe e facilita la voce.

PC8 – Laogong, elimina l’Umidità-Calore.

GV22 – Xinhui, scaccia il Vento.

LI11 – Quchi, libera i canali dall’ostruzione ed allevia il dolore.

Prevalentemente esistono tre metodiche per trattare i punti sopra esposti, ovvero la moxibustione moderata con sigaro in cui si selezionano 3-4 punti per seduta e si applica la moxibustione per 12-20 minuti. Generalmente si esegue una seduta al dì.

Nel caso in cui si voglia agire per la prevenzione, si selezionano 2-3 punti, e si pratica la moxa per una volta al giorno, per 20 minuti e per 5-6 giorni consecutivi.

La moxibustione indiretta con zenzero. Si selezionano 4-5 punti e su ogni punto si pone una fettina di zenzero su cui vengono fatti bruciare 4-7 coni, una volta al dì, con questo metodo si tratta la sindrome influenzale del tipo sindrome da Vento-Freddo.

La cauterizzazione si applica formando un mix di soia nera fermentata, sale, porro e zenzero. Si colma l’ombelico con il miscuglio descritto, lo si ricopre con dell’argilla e si ferma il tutto con della garza, al di sopra si pone una borsa di acqua molto, molto calda. Questo trattamento si può effettuare fino a 3 volte al giorno.

 

Un’altra metodica peculiare rivolta a prevenire la sindrome influenzale, concerne nell’applicare la moxibustione moderata sui punti: ST36 – Zusanli e GV14 – Dazhui per sedute giornaliere di 20 minuti, per 3 giorni di seguito.

Nasce invece dall’esperienza, l’uso del mix di zenzero, porro e soia fermentata sopra descritto che mescolati tra di loro si utilizza, quando sono presenti sintomi quali febbre, assenza di sudorazione, dolenzia diffusa, nevralgia cefalica, ostruzione nasale e secrezione mucosa abbondante. Trascorse ventiquattr’ore dall’applicazione, la febbre progressivamente diminuisce, avviene la sudorazione e si riduce sensibilmente anche la sintomatologia. I medici cinesi raccomandano tale tecnica per tutti i soggetti che accusano febbre persistente, con astenia e scarsa diuresi. Se nonostante questo trattamento persiste la cefalea, si può applicare del succo di porro direttamente sul punto EX-HN5 – Taiyang e ricoprire la zona interessata con un paio di foglie di menta fresca, fino ad ottenere un miglioramento netto.

 

 

 

 




Il “qi” nella cultura e nella filosofia dell’Occidente – quinta parte


Aldo Stella*

 13. Aspetto qualitativo e aspetto quantitativo della relazione

Per rendere più chiaro il capovolgersi della qualità determinata in quantità, poniamo la seguente domanda: che cosa rende possibile il confronto tra due identità? Un terreno comune, un aspetto di omogeneità che valga come loro unità di misura. Già nel dire che le qualità sono “due”, esse vengono riferite ad una medesima unità, che viene presa due volte.

Nel dire “due”, insomma, si dice, per un verso, che le qualità sono distinte; per altro verso, che non lo sono affatto, giacché il numero indica le volte in cui una stessa qualità si ripete. Dicendo “due mele” intendo dire che una mela non è l’altra, nonostante che siano entrambe mele. Di più: una mela non è l’altra proprio perché sono mele tutt’e due, così che se ne può considerare una, soltanto perché l’uno vale qui come uno-dei-più-di-uno, ossia come uno numerico.

La quantità misura, pertanto, le differenze, ma solo perché le riferisce ad un elemento comune, ed  esprime questa relazione nella forma del numero. Il numero si ripete dunque tante volte quante sono le qualità, configurando sia l’espressione quantitativa della qualità sia una nuova qualità, quella numerica: la qualità della quantità.

Il discorso può apparire contorto, per il continuo capovolgersi dei termini l’uno nell’altro e per la difficoltà a tenere fermo ciò che per sua natura fermo non sta (e che può venire fissato solo nella considerazione formale, la quale astrae dal valore intrinseco della relazione). La considerazione speculativa, che cerca di pensare l’autentica concretezza, non può non riconoscere che, se la qualità si vincola alla quantità, anche la quantità, a sua volta, si vincola inscindibilmente alla qualità; se il numero dice la quantità, perché indica quante volte si ripete un medesimo, e se il medesimo – che funge da unità di misura – configura la qualità comune alle cose distinte, allora, a sua volta, la qualità postula il numero, proprio perché quest’ultimo, indicando le volte che la stessa qualità si ripete, decreta quante qualità diverse sussistono.

Qualità e quantità sono quindi concetti correlativi, perché posti in essere da quella relazione che, però, si pone solo in forza di essi. Ecco così riproporsi la circolarità propria della relazione e dei suoi relati, la quale solo impropriamente può venire considerata un’autentica fondazione. Dal fatto che qualità e quantità altro non sono che forme della relazione, forme inseparabili l’una dall’altra poiché intrinsecamente connesse, consegue che considerare la prima, a prescindere dalla seconda, significa valorizzare il momento della irriducibilità dei termini, e cioè l’aspetto qualitativo; di contro, considerare la seconda, a prescindere dalla prima, significa valorizzare il momento che tende ad assimilare i diversi, e cioè l’aspetto quantitativo.

Ciò che ci proponiamo di evidenziare è che la progressiva valorizzazione dell’aspetto quantitativo costituisce il punto a muovere dal quale si compie quella che potremmo definire la rivoluzione computazionale del conoscere, che tanta importanza riveste nella scienza contemporanea. A rigore, la stessa possibilità di interpretare il conoscere nella forma di un’operazione di calcolo poggia sulla sua struttura relazionale, cioè sul fatto che il conoscere è una relazione – tra soggetto e oggetto – che si moltiplica in una serie infinita di relazioni, quelle che si pongono tra oggetti e quelle che si pongono nella struttura intrinseca di ciascuno.

Non a caso, già Pitagora considerava il numero la forma suprema di conoscenza. Del resto, la progressiva valorizzazione dell’aspetto quantitativo della relazione ha consentito di rendere le conoscenze sempre più precise, perché esse valgono come calcoli di rapporti, espressi mediante linguaggi simbolici o formalizzati.

Per tali ragioni riteniamo sia opportuno insistere su questo tema, onde specificare, da un lato, la genesi della matematizzazione delle conoscenze; dall’altro, la necessità di evitare l’assolutizzazione di questa forma di conoscenza.

Dicevamo, dunque, che il numero vale come la forma quantitativa di dire la qualità, forma che sorge dalla assimilazione dei diversi e dalla riduzione della differenza a differenza di grado, misurabile ed esprimibile in cifre. Ogni numero, quindi, indica un rapporto, e cioè il “quanto” una cosa “sta” ad un’altra. Per contrario, se si intende conoscere mantenendo la differenza nella sua valenza qualitativa, allora i termini, per quanto relati, devono risultare irriducibili, così che la forma in grado di esprimere in modo esemplare tale irriducibilità dei termini non può non essere la parola.

Potremmo dire che, se il numero indica quantitativamente la qualità, viceversa la parola indica qualitativamente la quantità, e precisamente la quantità “unitaria” o “singola” (ovviamente se la parola è al singolare).

Il punto sul quale desideriamo richiamare l’attenzione del lettore è il seguente: il vincolo reciproco di qualità e quantità sorge a muovere dalla figura fondamentale della qualità, cioè dalla identità, e a muovere dalla figura fondamentale della quantità, cioè dalla unità.

Ciò significa che l’identità di cui qui si parla è l’identità determinata. Si ricorderà, infatti, che il discorso inerente alla reciprocità di qualità e quantità ha preso le mosse proprio dalla identità formale, che, essendo identità determinata, è posta in essere dalla relazione, così che è un’identità che si pone soltanto in forza del riferimento alla differenza. Ebbene, questo essere sé in forza dell’altro è ciò che caratterizza essenzialmente la relazione e le determinazioni che essa pone in essere.

Di contro, l’identità (qualità) metafisica esprime l’esigenza di un’emergenza del qualitativo oltre la reciprocità al quantitativo, oltre la relazione, oltre la forma.

A livello della considerazione ordinaria, invece, non è possibile ricercare un’emergenza del qualitativo, dal momento che ogni qualità, che è qualità determinata, può venire espressa in forma quantitativa e, per converso, ogni quantità vale, essa stessa, come una qualità. Con questa conseguenza: nell’ordine posto in essere dalla relazione la qualità non emerge sulla quantità, così che anche la qualità fondamentale, cioè la verità, non può emergere oltre il rapporto con l’altro da sé, con il falso, e ciò è catastrofico sia dal punto di vista teoretico sia dal punto di vista etico.

Non è un caso che la logica formale sia una logica che poggia, almeno nella sua forma classica, su due valori, il vero e il falso, così che è dalla loro contrapposizione che origina ogni calcolo logico. Ebbene, la coessenzialità di vero e falso – o, per dirla con altre parole, di positivo (autenticamente posto, stante che il “posto” è positum) e negativo – costituisce un problema speculativo molto rilevante: se il falso è essenziale al vero, allora né il falso è veramente falso, né il vero è autenticamente tale. La questione, che sembra riguardare solo la speculazione pura, è invece fondamentale per ogni ricerca.

Basti pensare a come essa viene tradotta nell’ambito proprio della “scienza della condotta”, cioè dell’etica, dove viene espressa come coessenzialità di bene e male. La conclusione che è stata tratta da tale premessa non poteva che essere quella, arcinota, del relativismo contemporaneo: così come ogni verità è solo relativa, ossia è tale solo nell’ambito che la riconosce, altrettanto deve dirsi per il bene, il quale risulta comunque vincolato al male e, dunque, subordinato ad esso.

Abbiamo cercato di evidenziare come la necessità di un’emergenza del qualitativo sia innegabile; tale necessità dovrà venire specificata come emergenza del vero, del positivo, dell’incontraddittorio. L’emergenza, infatti, non è solo innegabile, perché dimostrata incontrovertibilmente, ma è altresì il bene fondamentale, poiché è l’unico superamento autentico di quella concezione nichilista che impedisce si possa pervenire ad una autentica salus, la quale indica primariamente salvezza: salvezza dal male, che implica anche salvezza dalla malattia.

 

14. La progressiva valorizzazione dell’aspetto quantitativo

 

Volendo sintetizzare quanto è stato fin qui affermato, si potrebbe dire che, dopo aver individuato la struttura del conoscere come relazione soggetto-oggetto, si sono individuate le forme (relazioni) fondamentali mediante le quali si pone in essere la costituzione dell’oggetto di conoscenza.

Negli ultimi due paragrafi abbiamo tematizzato la differenza che intercorre tra l’identità (qualità) fondante, richiesta innegabilmente come condizione di possibilità degli oggetti, e le qualità determinate, che coincidono appunto con tali forme oggettuali e che, proprio in conseguenza del loro venire segnate dal limite, valgono come identità incompiute, come identità che, per porsi, necessitano di riferirsi alla differenza.

La consapevolezza che la relazione entra nella costituzione intrinseca dell’identità ha una rilevanza notevolissima, sia sul piano teoretico che teorico. A livello teorico, lo abbiamo visto, la prima conseguenza che viene tratta è questa: conoscere la cosa (la determinazione, l’oggetto) significa cogliere i nessi che la vincolano alle altre cose (interne o esterne che siano), in modo tale che si è perduta la concezione “essenzialista” e si è andato affermando un conoscere che è, principalmente, un confrontare le cose tra di loro.

Il confronto, del resto – e questa può venire considerata la seconda conseguenza –, si esprime vieppiù nella forma del calcolo, che riduce progressivamente la qualità alla quantità, cioè a misura.

Nella Scienza della logica, Hegel esprime mirabilmente la dialettica di qualità e quantità nonché l’emergere, da essa, del concetto di “misura”: «Questo rapporto ha ancora per base l’estrinsecità del quanto. Sono dei quanti indifferenti, quelli che si rapportano l’uno all’altro, ossia che hanno il lor riferimento a se stessi in un tal esser fuori di sé. Il rapporto non è pertanto se non una unità formale della qualità colla quantità. La sua dialettica è il suo passaggio nella loro unità assoluta, cioè nella misura»[1].

Il punto sul quale abbiamo voluto insistere, e che ci pare venga considerato centrale dallo stesso Hegel, è che la relazione può venire considerata privilegiando sia il momento della qualità sia il momento della quantità, fermo restando che tali momenti rinviano necessariamente l’uno all’altro e che entrambi sono essenziali al costituirsi della relazione. In quest’ultima, infatti, vige sia la qualità di ciascun termine, sia la quantità, ossia il “due” che indica il reiterarsi della medesima qualità, appunto l’“essere termine”.

Ciò che però deve venire messo in evidenza è quanto segue: anche muovendo dalla relazione qualitativa, che è essenzialmente rappresentata dalla relazione semantica – la quale vincola un segno ad un significato – e dalla relazione predicativa o giudizio – la quale vincola una sequenza di segni ai corrispettivi significati –, il riferimento al momento quantitativo tende ad imporsi e ad assumere valore prioritario.

In che cosa consiste l’aspetto quantitativo del giudizio? Nell’essere essenzialmente rapporto sintattico, ossia nel fatto che vincola i segni tra di loro, dando luogo alla configurazione degli enunciati. Perché definiamo “quantitativo” questo rapporto? Per la ragione che, in esso, la qualità passa, per così dire, in secondo piano, poiché diventa centrale la comparazione tra segni, e cioè la modalità del loro combinarsi. Le forme grammaticali e logiche che regolano le combinazioni tra segni acquistano, insomma, un valore fondamentale nella conoscenza delle cose, giacché queste tendono a risolversi nelle formule sintattiche mediante le quali vengono espresse.

In effetti, se il rapporto del segno al significato rimane soprattutto un rapporto fra qualità, che vengono assunte come irriducibili, di contro il rapporto tra segni mette tra parentesi la differenza e valorizza l’omogeneità che sussiste tra di essi, così che la definizione degli uni in forza degli altri può venire espressa in forma rapida e incisiva mediante il calcolo.

Il calcolo, in fondo, offre questo grande vantaggio: consente di descrivere i rapporti in forma essenziale, codificando le operazioni logiche che possono venire effettuate su di essi.

Ebbene, le operazioni di calcolo sono possibili proprio quando la relazione assimila le differenze, riducendole a differenze di grado, a quanti. Facciamo notare, a questo proposito, che tanto la logica formale quanto la matematica si occupano prevalentemente del rapporto sintattico.

La logica, cercando di individuare le forme logiche del ragionamento corretto, ossia le regole che sanciscono le corrette deduzioni nonché  i corretti rapporti nella struttura delle proposizioni, ha a che fare solo con segni, a prescindere dai significati cui essi possono rinviare negli infiniti contesti di riferimento.

Altrettanto, la matematica opera mediante simboli che sono equiparabili alla notazione simbolica della logica. Anche i numeri, o i simboli che esprimono variabili, si occupano soprattutto dell’aspetto sintattico. I nessi sintattici, inoltre, possono venire calcolati proprio perché sono espressi in una forma facilmente quantificabile, così che la computazione tende a presentarsi come la descrizione più economica e più efficace dello stato di cose.

Si potrebbe anzi dire che la computazione descrive gli stati possibili, a prescindere dalle cose che possono costituire di fatto tali stati, giacché essa calcola gli infiniti rapporti che possono sussistere tra le cose.

Siamo veramente ad un punto fondamentale, un punto che è stato già evidenziato, ma che deve venire ribadito perché consente di comprendere lo sviluppo in senso computazionale della gran parte delle scienze contemporanee. Poiché il dato d’esperienza è un fenomeno e poiché il fenomeno è intrinseco rinvio agli altri fenomeni che costituiscono il campo in cui esso appare come “quel” fenomeno – che significa, appunto, “non altro” –, ne consegue che la descrizione scientifica si risolve nella descrizione delle connessioni e delle interazioni tra fenomeni.

Poiché, insomma, la qualità in sé è inattingibile e poiché la qualità per altro è intrinsecamente quantità, ne consegue che la descrizione più rapida, più economica, più efficace delle relazioni è il calcolo, e il calcolo diventa, a sua volta, calcolo di relazioni, così che la computazione vale come la forma scientifica esemplare, il modello-guida al quale tutte le scienze cercano di adeguarsi.

Ci pare innegabile che il calcolo numerico e il calcolo logico – che è il prodotto di una logica ridotta a tecnica, a quantificazione di relazioni solo sintattiche – consentano una definizione delle cose in formule di estrema efficacia operativa: in algoritmi. Questi ultimi non sono contestabili dal punto di vista della loro precisione, ma dal punto di vista della pretesa di ridurre la qualità alla quantità.

La quantità, è questo ciò che intendiamo dire, è certamente da considerare nella sua giusta rilevanza, per la ragione che esprime un aspetto strutturale della relazione; ma una relazione che non si riferisca anche all’aspetto qualitativo è come un segno che pretende di porsi a prescindere dal riferimento al significato: entrambi configurano l’assolutizzazione del sintattico, del formale, assolutizzazione che nega il senso della stessa forma.

La tendenza ad esprimere il mondo dei fenomeni in una serie di algoritmi è dunque perfettamente comprensibile: le formule matematiche sono estremamente funzionali. Tuttavia, non si dovrà mai dimenticare che quella realtà, che viene espressa mediante esse, è non altro che la realtà posta in essere dal conoscere matematico, il quale interpreta il nesso che costituisce e collega i fenomeni in forma essenzialmente sintattica, mettendo tra parentesi i significati di riferimento e operando solo sui segni.

Che la scelta metodologica sia non solo efficace, ma anche economica, è indiscutibile. Che tale considerazione solo quantitativa possa diventare l’unica è da escludere, giacché è la sua stessa struttura sintattica (quantitativa) che le impone di riferirsi a qualcosa che sintattico non sia.

Lavorare esclusivamente sui segni consente indubbiamente di evitare il grande problema del riferimento ai significati, e dunque evita di doversi misurare con l’indeterminatezza e la non univocità proprie del rapporto semantico. Parimenti, la logica formale e la matematica si configurano come le scienze che consentono ad ogni altra scienza di darsi una veste formalizzata e assiomatizzata. Ciò nondimeno, il riferimento all’ordine dei significati è solo rinviato nel tempo, dal momento che è un problema che non può comunque venire eluso, pena l’insignificanza stessa dei linguaggi e dei sistemi formalizzati.

Che è come dire: l’aspetto qualitativo torna comunque a riproporsi e a riproporsi rendendo problematiche quelle certezze che il riduzionismo quantitativo mostrava di avere acquisito.

Non solo. Il riferimento alla dimensione qualitativa non può venire inteso soltanto come riferimento alla qualità formale, ma anche, e soprattutto, come rinvio alla qualità fondante.

Si evidenziano così cinque diverse stratificazioni del livello concettuale. Nella prima si fa valere la qualità che viene reperita nel livello percettivo-sensibile. Nella seconda la qualità viene vincolata ad altre qualità e si afferma il primato della relazione tra qualità. Nella terza la relazione viene colta nel suo reiterare la qualità e ne consegue la  valorizzazione dell’aspetto quantitativo, che coincide con la progressiva riduzione del conoscere a calcolo; nella quarta la considerazione quantitativa viene integrata da una rinnovata considerazione della qualità, così che si comincia a parlare anche di significati, essenziali per dare un senso ai calcoli sintattici: qui si impone l’interpretazione dei fenomeni oltre la loro spiegazione; infine, nella quinta si impone il valore del Significato, che viene richiesto come condizione di intelligibilità dell’intero sistema del conoscere, condizione che non può non emergere oltre l’ordine in cui vige e opera la relazione.

Precisare il senso della necessità del fondamento equivale a rendere ragione del progetto di una fondazione speculativa delle scienze empiriche: il sistema della teoria evita di perdere il significato che le compete solo in virtù della coscienza critica, la quale è intenzione di verità, esigenza di autentico fondamento.

Siamo pervenuti ad un nuovo punto cruciale, che riassume in sé molti dei temi che sono stati trattati nella presente ricerca. Il punto può venire espresso a muovere dalla seguente domanda: per quale ragione  il pensiero che oggi gode di considerazione scientifica è solo quello procedurale e non si dà alcuna importanza al pensiero riflessivo e critico? La domanda si pone con particolare forza per la ragione che la concezione naturalista tende ad investire l’uomo in forma sempre più radicale. Intendiamo dire che l’uomo viene oggi pensato con sempre maggiore insistenza come un insieme di processi meccanici (automatici) non solo per quanto concerne la sua dimensione somatica, ma altresì per la sua dimensione psichica.

A cominciare dalla psicoanalisi di Freud, che ha valorizzato le dinamiche inconsce che sussistono tra Es, Io e Super-Io, dinamiche in gran parte meccaniche proprio perché inconsce, la mente è stata vieppiù marginalizzata. Addirittura negata, nella concezione comportamentista; ridotta ad un insieme di processi di elaborazione di informazioni, come nella concezione cognitivista.

Tali processi elaborano informazione in conformità a regole, cioè in forma meccanica e per questo sono assimilabili ad algoritmi, ad operazioni di calcolo. L’analogia mente/computer si basa proprio su questo assunto e ha goduto di grande considerazione fino a che, più di recente, si è imposta la concezione di un monismo materialistico radicale: esiste un’unica sostanza, la materia, e quindi si dà un unico metodo di ricerca, quello descritto dalle scienza naturali.

Il monismo ontologico, sostento dalla maggioranza degli studiosi che si occupano di mente e di “filosofia della mente”, ha messo capo ad un monismo metodologico, che accetta solo il metodo delle scienze naturali.

Orbene, la nostra opinione è che tanto il monismo ontologico quanto il monismo metodologico necessitano di venire pensati criticamente, perché generano una palese contraddizione. La contraddizione è questa: da un lato, gli stati cerebrali vengono ridotti a stati cerebrali; dall’altro, questa stessa concezione è il prodotto di una scelta operata dalla coscienza, dunque è una scelta libera e non vincolata a procedure meccaniche.

La coscienza, infatti, si trova a scegliere tra almeno due teorie rivali, la teoria riduzionista e la teoria anti-riduzionista. Quel riduzionismo radicale, che non può non sottrarre all’io ogni capacità di decidere liberamente e che finisce per negare l’esistenza stessa di un “io”, risulta smentito dal fatto che affermare la teoria riduzionistica è possibile solo in quanto la si contrappone alla teoria rivale, quella anti-riduzionistica. Sennonché, se tutto dipendesse solo da stati cerebrali, sarebbe una scelta del tutto immotivata, cioè senza ragioni forti che siano in grado di legittimarla.

Se, insomma, gli stati mentali si riducessero effettivamente a stati cerebrali, allora si avrebbe tanto lo stato cerebrale che corrisponde all’opzione (concezione) riduzionistica quanto lo stato cerebrale che corrisponde all’opzione contraria e non si capirebbe più perché scegliere il primo, visto che anche l’altro sussiste come stato cerebrale.

Evidentemente, la scelta è compiuta con un criterio che prende in considerazione aspetti che non possono venire ridotti a stati cerebrali, cioè vengono chiamate in causa ragioni nonché la nozione di “verità” e di “errore”, che non attengono alla dimensione semplicemente materiale e computazionale.

Per riflettere su questo tema, che è fondamentale per intendere la necessità di un recupero della soggettività e della coscienza, cioè del pensiero riflessivo e critico, ci proponiamo ora di individuare le ragioni per le quali il pensiero è stato ridotto solo al suo aspetto procedurale, cioè al suo procedere meccanico in conformità a regole: un ragionare che vale come un calcolare.

Non si può non rilevare che la prospettiva materialistica, riduzionistica, meccanicistica e fisicalistica, che fa dell’uomo un mero automa, configura la negazione più radicale di quella concezione antropologica che, di contro, intende l’uomo come intrinsecamente rivolto alla verità, così che il suo fine non è l’adattamento all’ambiente, come le teorie evoluzionistiche e neo-evoluzionistiche affermano, ma la conoscenza e la conoscenza che nella verità, e solo nella verità, vede il suo ideale compimento.

Il soffio che proviene dall’Oriente può svolgere, pertanto, una funzione fondamentale nella nostra cultura: può richiamare a quella dimensione dello spirito che l’Occidente sembra avere smarrito e che risulta fondamentale recuperare al più presto, se si intende davvero pervenire ad un recupero autentico dei valori, del quale si sente parlare ad ogni piè sospinto.

Ma come è possibile realizzare un recupero dei valori, ci chiediamo, in un orizzonte culturale dove, sull’onda dei successi delle neuroscienze, si tende a negare la libertà del soggetto, ossia il principio di responsabilità?

15.     Il pensiero riflessivo e critico

Lo studio scientifico del pensiero ha trovato espressione innanzi tutto nella logica formale. Più recentemente, anche le scienze psicologiche si sono occupate del tema, mediante una ricerca empirica e sperimentale. Tuttavia, sia la logica formale sia la psicologia che si occupa del pensiero non hanno dato la giusta rilevanza ad un aspetto che, invece, è stato da sempre considerato centrale in ambito filosofico. Tale aspetto può così venire riassunto: il pensiero viene analizzato e descritto, ma a compiere l’analisi e la descrizione è ancora il pensiero.

Quale valore può avere il fatto che il pensiero non soltanto è l’oggetto dell’indagine, ma altresì è il soggetto dell’indagine stessa? Da questa domanda prendiamo avvio e il nostro progetto è duplice. Da un lato, intendiamo precisare la facoltà di oggettivarsi che è propria del pensiero e che costituisce la sua funzione riflessiva. Dall’altro, intendiamo avanzare alcune ipotesi che spieghino per quale ragione il pensiero riflessivo non costituisce un tema privilegiato dello studio scientifico che viene condotto sul pensiero.

Per iniziare, ricorderemo che la funzione riflessiva del pensiero è stata al centro della ricerca filosofica. Aristotele ha affermato che il pensiero «può pensare se stesso»[2] e che il «pensiero del pensiero (noesis noeseos)»[3] rappresenta il fondamento stesso dell’attività del pensare. Tommaso d’Aquino ha affermato che «l’intelletto riflette su se stesso»[4] e Locke ha identificato la riflessione con la coscienza[5]. Kant, parlando di Critica della ragion pura, lasciato intendere che l’esercizio critico del pensiero si compie sia sulla ragione pura (genitivo oggettivo) sia in virtù della ragione pura (genitivo soggettivo) e Hegel ha identificato il principio con l’idea, la quale ha la capacità di sdoppiarsi, facendosi altra a se stessa, pur rimanendo se stessa. Infine, Gentile ha parlato di “pensiero pensante” e di “pensiero pensato”, nella sua riforma della dialettica hegeliana[6], in modo tale che il pensiero pensato risulta essere il pensiero-oggetto e, di contro, il pensiero pensante il pensiero-soggetto, ossia il pensiero che oggettiva se stesso.

Ebbene, delle forme determinate di pensiero si sono occupate le scienze del pensiero, che tali forme hanno accuratamente descritte. Se non che, tali scienze non si sono occupate con altrettanta accuratezza della relazione che vincola il pensiero pensato, cioè le forme, al pensiero pensante, che di quelle forme costituisce il fondamento. Tale relazione consente al pensiero di mantenere un’unità con se stesso, che non gli impedisce, però, di farsi oggetto di se stesso, ossia di riflettere su se stesso.

Uno studio scientifico del pensiero riflessivo, però, non è rintracciabile nell’ambito della logica formale. Quest’ultima, infatti, si occupa di procedure logiche e della loro correttezza formale. Inoltre, quando si è individuata una logica emergente oltre la logica formale, e si è parlato di logica trascendentale – come ha fatto notare Barone[7] –, si è intesa bensì una fondazione della logica formale basata sull’uso del pensiero riflessivo, ma non si è tentata una qualche descrizione del pensiero riflessivo stesso che avesse i caratteri di una descrizione scientifica.

Le scienze psicologiche, di contro, hanno cercato di condurre uno studio scientifico del pensiero riflessivo a muovere dalla ricerca svolta da Dewey[8]. Tuttavia, a nostro giudizio, esse non sono ancora riuscite a coglierne i tratti essenziali.

Non di meno, ci sembra degno di nota il fatto che recentemente Mercier e Sperber[9] hanno sostenuto che la funzione fondamentale del ragionamento è argomentativa, cioè è volta ad elaborare e a valutare gli argomenti destinati a persuadere. Ciò ci sembra molto significativo, per la ragione che pone in evidenza come sia la stessa ricerca scientifica condotta sul pensiero a richiedere un’indagine sul pensiero riflessivo.

La funzione argomentativa, infatti, non può non fondarsi sulla funzione riflessiva, giacché il pensiero è in grado di valutare il potere persuasivo delle argomentazioni solo in quanto è in grado di riflettere sul proprio procedere e sul proprio argomentare, ossia solo in quanto è soggetto dell’indagine oltre che oggetto dell’indagine stessa e, soprattutto, solo in quanto sa riconoscere questa sua duplice condizione.

Si tratta dunque di considerare sia le forme in virtù delle quali il pensiero si differenzia da se stesso, e assume se stesso come oggetto di indagine, sia l’aspetto per il quale il pensiero permane il medesimo in questa sua intrinseca differenziazione, così che il suo sapersi è indice del mantenimento di questa sua unità.

Riproponiamo, allora, la fatidica domanda: per quale ragione la ricerca scientifica descrive il pensiero nella forma di una procedura e tralascia l’aspetto del suo presentarsi come atto? In effetti, al di là della mutevolezza delle forme (induttive, deduttive, abduttive, di controllo), la descrizione scientifica del pensiero interpreta quest’ultimo sempre come una procedura, ossia come una successione di stati che, a muovere da uno stato inziale, perviene ad una conclusione, la quale può essere probabile, come nel caso delle molteplici forme di induzione o del ragionamento in condizioni di incertezza, oppure necessaria, come nel caso della deduzione.

Se descrivere scientificamente significa analizzare, allora soltanto di una procedura risulta possibile fornire una descrizione scientifica. La procedura, infatti, può venire analizzata perché si struttura di un susseguirsi regolato di stati, che può venire adeguatamente riprodotto mediante un qualunque automa a stati finiti, come una macchina di Turing.

Con l’espressione “atto di pensiero”, invece, si intende non una procedura, ma quella trasparenza del pensiero a se stesso, che da alcuni è stata indicata come “intuizione” e da altri come l’“intellezione pura”. Quest’ultima coincide, appunto, con l’atto dell’intelligere, che può venire inteso come quella proprietà, propria del pensiero cosciente, che consente al pensiero di riconoscersi come pensiero.

Ebbene, proprio questa proprietà costituisce la funzione riflessiva del pensiero, la quale viene anche descritta come atto, proprio perché all’atto deve venire attribuito valore unitario dal momento che esso fonda la procedura. Se, infatti, la procedura è una molteplicità di stati che si susseguono, la condizione di pensabilità del molteplice non può che essere l’uno e l’uno inteso in senso metafisico, cioè l’uno che è assoluto.

Poiché, dunque, nel suo sapersi il pensiero mantiene un’unità con se stesso, pur sdoppiandosi in un pensiero oggettivante e in un pensiero oggettivato, del pensiero si dovrà cogliere sia il momento attuale sia il momento procedurale.

La distinzione indicata non può non richiamare quella avanzata da Platone e ripresa da Aristotele e cioè la differenza tra nous e dianoia. Platone ne parla nella Repubblica[10] e Aristotele nella Metafisica[11]. Il fatto interessante è che coloro che si sono occupati di logica formale hanno completamente dimenticato questa distinzione, nonostante la sua rilevanza. Come giustificare questo oblio? A nostro giudizio, i logici non hanno adeguatamente considerato il nous proprio perché solo la dianoia è un pensiero di tipo procedurale.

L’attività del nous, nella concezione platonico-aristotelica, è la pura intuizione o appercezione intellettuale. La dianoia, invece, è la funzione che unisce o divide in una sintesi predicativa e, coincidendo con l’attività del giudizio, trova espressione mediante il conoscere discorsivo o la procedura logico-semantica. Quest’ultima, nella concezione aristotelica, rappresenta una forma di conoscenza inferiore a quella dell’intelletto, perché il nous costituisce quell’intuizione che realizza l’unità di intuente e intuito e, dunque, coglie la realtà con un atto immediato di pensiero.

La contrapposizione tra conoscenza intuitiva e conoscenza discorsiva, in ambito filosofico, è stata riproposta anche da Cartesio e da Kant nonché, più recentemente, da Husserl e Bergson, i quali intendono privilegiare la conoscenza intuitiva rispetto alla conoscenza discorsiva, che cerca di restituire, mediante il procedimento analitico-sintetico, l’intero dell’intuizione, senza però mai riuscire nell’intento.

La differenza sussistente tra conoscenza intuitiva e conoscenza discorsiva viene riproposta anche in ambito scientifico, in particolare nello studio della soluzione di problemi e dei processi decisionali. Spesso, infatti, i problemi vengono affrontati con un approccio denominato per congetture e confutazioni e con questo approccio talvolta gli individui riescono a trovare una soluzione alla situazione problemica.

Tuttavia, in altre occasioni le procedure riconducibili a questa strategia si dimostrano cieche, cioè senza via d’uscita. Quindi, ci sono situazioni problemiche che debbono essere risolte con un approccio creativo e questa modalità di soluzione dei problemi viene denominata insight dagli psicologi.

Pur non essendo mai stato descritto il processo mentale sottostante a tale atto di pensiero, gli psicologi della Gestalt hanno utilizzato questa nozione per indicare il momento in cui la soluzione di un problema si rende all’improvviso disponibile: attraverso un’intuizione subitanea, l’individuo giunge ad una soluzione intelligente del problema, basata su un’illuminazione che si prospetta di colpo, senza bisogno di un vero e proprio ragionamento.

Si parla di illuminazione proprio perché l’intuizione esprime una vicinanza con la Cosa (la realtà) che non è delle procedure ordinarie di pensiero, come se la soluzione non venisse trovata dal ricercatore, ma gli provenisse dall’alto: immediatamente. Come se, insomma, il suo intelletto per un attimo coincidesse, come direbbe Kant, con l’intelletto divino.

L’immediatezza, del resto, precisamente questo significa: negazione della mediazione, che corrisponde al pensiero dianoetico o discorsivo. In questo senso, la ristrutturazione cognitivo-percettiva è il prodotto della visione intuitiva, che ci porta immediatamente dentro la Cosa.

Tanto il concetto filosofico di intuitus (o nous) quanto quello psicologico di insight alludono, quindi, ad una forma di pensiero “altra” rispetto a quella indicata dalla logica formale. Quest’ultima si è soprattutto concentrata sul pensiero procedurale perché solo di esso è possibile fornire una descrizione completa nonché formalizzabile.

 

Note

[1] G.W.F. Hegel, Scienza della logica, Laterza, Bari 1974, vol. 1, p. 196.

[2] Aristotele, De anima,  III, 429 b, 9.

[3] Aristotele, Metafisica, XII, 1072 b, 20.

[4] Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 85, a. 2.

[5] J. Locke, Saggio sull’intelletto umano, II, 1, 4.

[6] G. Gentile, La riforma della dialettica hegeliana, Sansoni, Firenze 1916.

[7] F. Barone, Logica formale e logica trascendentale, Unicopli, Milano 1999².

[8] J. Dewey, How We Think, D.C. Heath & Co. Publishers, Boston 1910.

[9] H. Mercier, D. Sperber, Why do humans reason?, Behavioral and Brain Sciences, 34, 2011, pp. 57-111.

[10] Platone, Repubblica, VI, 510 b.

[11] Aristotele, Metafisica, V, 6, 1016 b, 1-3;  VI, 4, 1027 b, 31-33.

 

 




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