Dogmatismo, relativismo, intenzionalismo

image_pdfimage_print

Aldo Stella*

* Dipartimento di Culture Comparate, Università per Stranieri di Perugia, Dipartimento

di Psicologia Università “La Sapienza” di Roma

Nella storia del pensiero umano e della cultura, che delle idee è il prodotto, è possibile distinguere due grandi periodi. Il primo periodo è stato caratterizzato dalla consapevolezza del valore dell’unità intesa in senso metafisico, cioè del valore fondante della verità assoluta, ma tale consapevolezza è stata molto spesso affiancata dalla pretesa di determinare tale unità (verità). Poiché la verità, se è effettivamente assoluta, non è determinabile, la sua determinazione si è configurata come la decisione di una auctoritas. Per questa ragione, il primo periodo può venire definito “dogmatico” e in esso la ragione veniva di fatto limitata da principi sanciti dalla Tradizione o dall’autorità religiosa o anche dall’autorità politica: tali principi non potevano venire discussi, perché era su di essi che veniva fondata la discussione, era a muovere da essi che si svolgevano il ragionamento e il discorso.

Il secondo periodo, invece, ha coinciso con la svolta culturale prodotta dalla filosofia illuministica. Si potrebbe pertanto affermare, per usare una nota espressione di Kant, che la concezione dogmatica è stata progressivamente sostituita dalla concezione critica. Se nella “concezione dogmatica” si riconosceva il primato dell’auctoritas, di contro la “concezione critica” si fonda sul primato della ragione rispetto all’autorità: la ragione non intende sottostare ad alcun principio sancito dogmaticamente, poiché vuole esercitare su ciascuno di essi la sua capacità critica. La ragione, proponendosi cartesianamente come dubbio metodologico, è disposta ad accettare come indubitabile solo ciò che, investito dal dubbio, emerge oltre di esso, perché esibisce ragioni forti che ne dimostrano la piena intelligibilità.

In questo senso, la ragione è disposta a riconoscere un’unica autorità: sé stessa, nella convinzione che l’autorità della ragione non sia un’autorità dogmatica, ma l’unica autorità legittima: la forza della ragione contrapposta alla ragione della forza. Kant, pur affermando il valore della ragione critica, ha tuttavia riconosciuto anche i limiti della ragione naturale, limiti che non le consentono di applicarsi ad ambiti che eccedano quelli dell’esperienza, all’interno della quale la ragione svolge non solo una funzione regolativa, ma, più radicalmente, una funzione costitutiva.

Proprio in virtù del fatto che la ragione costituisce l’esperienza, essa è legittimata a conoscere tale esperienza, ritrovando sé stessa nella realtà che ha davanti a sé. L’idealismo, forte dell’intuizione kantiana, ha inteso evidenziare come la ragione, che sia in grado di riconoscere i propri limiti, in effetti li abbia trascesi e li abbia trascesi nell’atto stesso dell’averli riconosciuti. La ragione diventa così ragione universale, ragione assoluta: essa è l’unico fondamento, perché anche l’altro, ciò che ragione non è, è un suo concetto.

Anche l’inconoscibile, il noumenico, è un concetto espresso dalla ragione e lo stesso si deve dire di tutto ciò che inizialmente si presenta come ad essa contrapposto: i fatti, i dati d’esperienza, la materia, le emozioni, e così via. È in virtù del pensiero che acquista realtà ciò che si contrappone al pensiero; è in virtù della coscienza che si afferma l’inconscio; è in virtù della ragione che la natura è colta nelle sue leggi, dunque nella sua essenza ultima, che è appunto la sua struttura razionale.

Se non che, l’assolutizzazione della ragione ha avuto, come conseguenza, il configurarsi della seguente aporia: o la ragione cessa di valere come esercizio critico, riproponendo così forme dogmatiche, oppure, in alternativa, essa vale come assolutizzazione della critica e finisce per scadere ad ipercritica, dunque approda ad una concezione nichilistica. Se, infatti, la ragione, consapevole della propria forza e del proprio valore, assume i contenuti in cui storicamente si esprime come se fossero  “verità”, come le forme in cui l’assoluto si manifesta – secondo l’interpretazione hegeliana –, allora essa riproduce una nuova forma di dogmatismo. Se, per contrario, essa intende assolutizzare la propria capacità critica, allora cade nella contraddizione dello scetticismo assoluto, il quale dice di negare l’assoluto, ma assume come assoluta questa stessa negazione.

Come uscire, allora, dall’aporia? Questa è precisamente la domanda che intendiamo porci, tesa ad individuare una strada nuova, che vada oltre il dogmatismo e il relativismo, che sono entrambe concezioni inaccettabili.

Ripetiamo: da un lato, la concezione dogmatica tende a riproporsi, se la ragione assume come verità assoluta le forme in cui storicamente si esprime; dall’altro, la critica finisce per diventare ipercritica, ed approda ad una concezione nichilistica, se la ragione assolutizza il proprio porsi come dubbio radicale, come negazione in atto di ogni dato, di ogni fatto. Come evitare, allora, da una parte il ritorno ad un dogmatismo precritico e, dall’altra, l’esito nichilista? A noi pare che l’unica via per sottrarsi all’aporia sia cogliere la ragione per l’aspetto del suo tendere alla verità, non per la volontà di possederla e di inglobarla.

La volontà di inglobare la verità si traduce nell’assunzione dei contenuti del sapere come indubitabili, come definitivamente certi e fondati. La verità della ragione si identifica, qui, con la verità dei suoi prodotti, non con la verità della sua intenzione. Detto con altre parole: lo in-tendere la verità si capovolge nel pre-tendere di essere già pervenuti ad essa, cioè nella pretesa di possederla.

Se la ragione pretende di essere pervenuta alla verità, essa, per un verso, abbandona ogni tensione, venendo meno al suo essere ricerca in atto; per l’altro, si trasforma in un’autorità e in un’autorità violenta, che, nella presunzione di avere risolto in sé il fine del suo tendere, finisce per imporre le sue certezze, abbandonando ogni critica e, soprattutto, ogni autocritica.

Di contro, l’intenzione è l’essenza di ogni ragione, che si mantenga effettiva e, dunque, valga come ricerca critica e autocritica, come consapevolezza del limite intrinseco di ogni contenuto del sapere, sempre relativo al contesto del suo porsi e per questo mai assolutizzabile. La concezione che coglie la ragione per questo suo aspetto può venire definita intenzionalismo. L’intenzionalismo riconosce l’universalità della ragione, ma intesa nel suo valore più essenziale: l’intenzione di verità, appunto.

È l’intenzione di verità, infatti, ciò che costituisce il fondamento di ogni ragione particolare e soggettiva, l’aspetto autenticamente universale che fonda ogni ragione particolare, il valore oggettivo che trascende ogni soggettività e ogni punto di vista. La purezza dell’intenzione non è una retorica descrizione della sua natura, bensì l’essere che la caratterizza e cioè il volgersi alla verità, e solo alla verità, nonché il suo operare purificandosi da tutto ciò che la vincola a presupposti, a premesse infondate, prima fra tutte quella rappresentata dall’ego e dal limite che connota ogni soggetto.

L’intenzione esprime, quindi, l’aspirazione della ragione ad essere autenticamente universale, emancipandosi dal condizionamento dell’opinione, della certezza soggettiva, dell’arbitrio del punto di vista, sempre particolare e limitato. E solo volgendosi alla verità è possibile realizzare l’ideale di libertà. L’intenzionalismo, pertanto, costituisce l’unica fondazione non solo della prospettiva teoretica, ma altresì della dimensione etica, giacché è soltanto l’intenzione pura, che si volge al bene e alla giustizia, ciò che può fondare l’azione morale, la quale, in quanto vincolata a fatti e a contesti empirici, può valere come autenticamente morale solo per la trasformazione che l’intenzione determina in essa: da azione subordinata e segnata da limiti ad atto libero, perché reso vero dal fine verso cui si protende.

Un fine al quale l’intenzione non può che affidarsi, confidando che sia il fine stesso a nobilitare il gesto umano che, idealmente coincidente con verità e giustizia, cessa di essere solo un fatto, un evento vincolato al tempo e subordinato alle circostanze, per elevarsi a valore. L’intenzionalismo è l’autentica apertura al valore perché configura l’unica forma di trascendimento del dogmatismo e del relativismo, che ipotecano la vita degli uomini e impediscono loro di accedere alla vita dello spirito.

 

Lascia una risposta