Le origini

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Adolfo Leoni*

Verso la fine di una giornata di ottobre una dozzina di uomini che portavano carichi molto pesanti si fermò al margine di una radura all’interno di una foresta, una foresta come tante, che si trovava nei pressi di un fiume, un fiume come tanti.

Pioveva dal mattino, una pioggia pesante e fredda, e i vestiti, imbevuti d’acqua, pesavano sulle spalle di quegli uomini intirizziti, impauriti, affamati.

Era quella la loro meta? E se non quella, quale, allora?

Colui che sembrava essere la guida si guardò in giro, lasciò cadere a terra il sacco che aveva in spalla, salì a fatica su una collinetta scivolosa, scrutò davanti a sé e tutt’intorno a sé.

La visuale era poca, ma sufficiente. Campi, alberi, selvaggina, acqua…

Poi chiamò i fratelli, li raccolse tutti, attendendo anche il più stanco, il più vecchio, il più emaciato. Quando la comunità fu al completo, disse: “È ben questo il luogo che c’era stato annunciato. Credo che andrà bene per noi. E ringraziamo Iddio di averci permesso di arrivare fino a qui, sani e salvi”.

Poi, insieme, così come avevano camminato, dormito, mangiato, sfidato il freddo, la fame, le fiere, così insieme s’inginocchiarono nel fango gelato e pregarono. E i loro inni si alzarono più alti delle brume della sera, più alti delle nebbie più fitte. Più oltre.

Erano distanti dai villaggi, lontani da altri uomini… ma erano vicini a Dio.

Erano in un paese sconosciuto e selvaggio, intricato e fosco… ma erano vicini a Dio.

Erano, consistevano, vivevano. Sarebbero vissuti. Erano i Viventi, cioè i cristiani.

In quel luogo dove s’istallarono per la notte s’istallarono per sempre. Mai più sarebbero tornati alle loro case. Anzi, alla loro casa. A quel monastero da cui erano partiti molto tempo prima.

Erano monaci. Erano benedettini.

La foresta aveva un nome, anzi, mille ne aveva.

Anche il fiume aveva un nome, anzi ne aveva mille.

Perché tutto ciò accadde, identico, lungo la Loira, in terra di Francia; lungo la Vistola, in terra Polacca; lungo il Boyne, in terra d’Irlanda; lungo il Tweed, in terra di Scozia; lungo il Po, in terra d’Italia. Lungo il Tenna, in Terra di Marca.

Identico, sempre identico.

Si moltiplicarono così i monasteri, e l’Europa fu coperta da migliaia di stupende costruzioni bianche slanciate verso il cielo. Unica la regola, quella del padre Benedetto.

Capitò qualcosa di molto simile anche sui nostri monti fatati.

Stava finendo l’anno ottocento. Da quattro secoli le insegne romane erano state poste in salvo a Bisanzio. L’impero di Roma era solo un lontano ricordo. Le grandi strade romane devastate, gli acquedotti distrutti, i campi incolti, bruciati o saccheggiati dalle invasioni di quelli che furono detti barbari. Né legge né ordine. Il comando al più forte.

Era tempo di ferro ed era tempo di sangue.

Là, oltre quella montagna dove si narrava di una donna leggendaria, c’era un’altra montagna e dietro ce n’era un’altra ancora.

Uomini pii abitavano il monastero di Farfa. Uomini dediti alla preghiera e al lavoro…al lavoro e alla preghiera.

Non era maledizione il lavorare, riempiva la vita di senso il pregare. L’uno e l’altro incessantemente. Qualcosa di nuovo e di sconvolgente.

A chi poteva dar fastidio quella comunità? A chi, e soprattutto: perché?

Ma ci sono domande che non andrebbero mai poste. Perché non trovano risposta adeguata: il male a volte prende il sopravvento nei cuori degli uomini così, all’improvviso, inspiegabilmente. Come se aleggiasse sempre su di noi, pronto a colpire. Come se permanesse dentro di noi, pronto ad erompere

Da tempo quegli uomini pii avevano dovuto respingere gli assalti dei Saraceni, sempre più vicini, sempre più prossimi alla casa di Dio e alla casa dei suoi monaci.

Una notte accadde che il monastero fosse ghermito dalle fiamme. Il monaco di guardia suonò furiosamente la campana. Era quella del pericolo imminente.

I saraceni stanno dando l’assalto al monastero, sono quasi dentro le mura, hanno già bruciato i laboratori…difendiamoci, fuggiamo, difendetevi, fuggite.

Sarebbe stata l’ultima battaglia. Quella decisiva.

Ma quella volta i Saraceni non c’entravano proprio. Quella volta non c’entravano le soldataglie.

Quella volta c’entrarono i cristiani, ladri… cristiani, nessun moro, nessun biondo dalla lunga barba. Gente del luogo, invece, gente di qualche villaggio vicino. Ladri, razziatori, violenti. Il male che aleggia… il male che erompe.

Le fiamme furono però le stesse di un attacco in grande stile e quando il sole tornò a splendere su Farfa, quel luogo non poteva più essere difeso.

Fu allora che l’Abate prese la sua decisione. Forse la più dura della sua esistenza: abbandonare il monastero, andarsene altrove.

Per sette anni Pietro I l’aveva difeso. Più volte aveva sconfitto gli invasori. Stavolta fratelli cristiani però lo avevano messo in ginocchio.

Radunò i suoi monaci, Pietro I, raccolse il tesoro di Farfa, divise gli uni e l’altro in tre parti. Benedì tutti e spedì un gruppo a Roma e un altro a Rieti. Il terzo, di cui si mise a capo e con tutti i documenti dell’archivio, lo mandò verso nord-est. Verso i monti fatati.

Correva l’anno 898 quando le genti del Piceno videro arrivare un gruppo di monaci Benedettini. Proveniva dalla Sabina. Erano Farfensi. Li guidava il loro Abate.

C’erano nel fermano terre lasciate ai benedettini da alcuni nobil uomini. Le raggiunsero. Quindi, cercarono i luoghi più adatti per una nuova vita.

Raggiunsero il Matenano, un luogo difendibile, una rocca naturale che s’ergeva sopra due valli boscose, ricche di animali e, soprattutto, ricche di acque.

Sulla sommità del Matenano depositarono le spoglie della loro santa, Vittoria. Dal Matenano iniziarono una rivoluzione religiosa, civile, sociale, agricola.

Una rivoluzione giunta sino a noi. Noi, uomini d’oggi. Noi che dopo mille illusioni, mille chimere, mille sogni tramutati in incubi, siamo tornati a cercare il senso delle cose.

E pensiamo di trovarlo dove? Basterebbe voltarci un attimo, o alzare lo sguardo sulle nostre chiese, o guardare la geometria dei campi, o scrutare a fondo nel nostro cuore. Perché qui, come un marchio indelebile, qui, nel nostro cuore, c’è iscritto un senso dell’essere e del vivere, un’esperienza che viene, come da una catena ininterrotta di generazioni, da oltre un millennio

Quell’Ora et labora, anche se inconsapevolmente, è stata la nostra bussola, il sangue circolato nelle nostre vene, lo stesso nostro respiro.

Ora et Labora! Ieri, come oggi.

 

22 giugno 2011-06-22

(Cena benedettina del 23 giugno 2011)

 

 

 

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